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Ernesto Laclau, “La ragione populista”
di Alessandro Visalli
Il libro del 2005, del filosofo Ernesto Laclau, che insegnava Teoria Politica all’Università di Essex, è tra i testi al centro dell’attenzione da quando la crisi ha cominciato ad erodere l’egemonia neoliberale, aprendo lo spazio della ricerca di alternative. Lo studioso argentino ha alcuni riferimenti culturali che ci sono familiari: il marxismo (che però sceglie di superare, mettendo in questione la focalizzazione strategica sulla classe sociale come cosa in sé, attraverso una sorta di ‘svolta linguistica’, rifocalizzando il discorso in quanto generatore di politica sulla creazione di “popolo”), Antonio Gramsci (da cui preleva il concetto chiave di egemonia), Lacan (da cui prende parte della struttura concettuale) e Foucault (da cui il sospetto per le forme di disciplinamento e governo).
Il testo è difficile, un’opera matura, di un filosofo che all’epoca della pubblicazione aveva raggiunto i settanta anni, e collocata all’intersezione tra filosofia, psicologia e politica, gli autori più citati sono Freud, Gramsci, Hegel, Lacan, Marx, Gabriel Tarde, e i/le contemporanei/e Mouffe, Rancière, Zizek (ma per rispondere alle sue obiezioni). La sua posizione risente fortemente della “filosofia del sospetto” francese (anche se Foucault è poco citato e Derrida no), e della “svolta linguistica” (anche se praticamente viene citato solo Wittgenstein), e dunque fatica ad inserirsi completamente nello schema che del populismo viene disegnato, ad esempio, da Merker in “Filosofie del populismo” che leggeremo, o da Jan-Werner Muller in “Cosè il populismo?”.
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Il tradimento di Trump ha aperto il vaso di Pandora
di Federico Pieraccini
"Qualunque sia la verità nascosta di questi due eventi, è chiaro a tutti che da ora in avanti, nulla sarà più come prima."
Il 4 Aprile, nella città Siriana di Khan Shaykhun, dal 2014 sotto controllo dei terroristi sostenuti dalle forze politiche occidentale, avveniva un disastro chimico con oltre ottanta morti.
Immediatamente, fonti locali (White Helmets) e straniere (osservatorio Siriano basato a Londra) legate ai gruppi combattenti di al qaeda, incolparono l’Esercito Arabo Siriano, reo di aver bombardato con l’uso di agenti chimici la popolazione locale. Nelle successive quarantotto ore, i media mainstream inondarono l’etere e i giornali di presunte notizie certe che imputavano ad Assad l’uso di armi chimiche.
Come noto, non è la prima volta che al governo legittimo della Siria viene accusato di attaccare il suo stesso popolo con armi di distruzione di massa.
In tutti gli analoghi eventi degli anni passati, si è successivamente scoperto che ad aver impiegato agenti chimici furono i terroristi di Al Nusra e Al Qaeda.
Nel 2013, Obama respinse tacitamente la tesi secondo cui a Ghouta i Siriani usarono armi chimiche, decidendo di non cedere alle pressioni interne e bombardare la Siria in risposta.
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Un anno dopo
Lorène Lavocat
Un anno fa, l’occupazione di place de la République, a Parigi. Parlare oggi di fallimento del movimento Nuit debout significa restare ingabbiati nei codici del produttivismo. Il movimento, che non ha cercato fusioni o unità, ha visto fiorire collettivi e iniziative, alcune Commissioni nate in quella piazza (come quella di Educazione popolare) continuano a incontrarsi, ha perfino esercitato una certa influenza sulle campagne elettorali rendendo popolare il tema del reddito di cittadinanza. In realtà, ciò che #Nuitdebout ha apportato alla società non si può toccare con mano né misurare: il movimento ha risvegliato prima di tutto il poter agire delle persone comuni
Sulla Piazza della Repubblica, i ragazzi sugli skates e i perdigiorno hanno riaffermato il loro diritto sullo spazio, approfittando del ritorno della primavera. La statua della Marianna, sbarazzata da graffiti, candele, e altri messaggi di sostegno o di rivolta, si trova ormai circondata da un bacino d’acqua di protezione. Finiti gli slogan scarabocchiati con il gesso sulle pietre. Finiti i lenzuoli stesi tra gli alberi con tre pezzi di spago. Ogni cosa è ridiventata calma, docile, tranquilla. Ma soltanto in apparenza.
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Il rapporto OCSE, la scuola di classe e la società classista
di Girolamo De Michele
Di recente l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha reso pubblico un rapporto sul confronto dei dati relativi alle indagini del passato sulle competenze scolastiche e sulle competenze di base e di cittadinanza degli adulti di oggi. Il rapporto OCSE, di cui è disponibile anche una sintesi in inglese per la stampa, ha scatenato il solito sciocchezzaio.
La scorsa settimana è andato in onda un format (o forse era la sua replica?) cui la scuola italiana è ormai abituata, e che infatti, al di là del primo impatto, non ha registrato particolari picchi di audience. La trama, in effetti, era sin troppo consueta: un ente internazionale, l’OCSE, pubblica un rapporto; qualche giornalista lo commenta senza averlo letto, basandosi sulla sintesi predisposta per la stampa e facendosi aiutare da google traduttore (per cui “cohorts”, che in senso statistico significa “gruppo”, diventa “alcune coorti di studenti”, che ci si figura stretti – nelle classi-pollaio tuttora in vigore – e pronti alla morte laddove l’Italia chiamò), e alcuni politici a caso – Matteo Renzi, una signora dai capelli rossi casualmente di passaggio presso il ministero dell’istruzione, e la solita Francesca ma-che-te-lo-dico-a-fare? Puglisi – commentano entusiasti, come i loro predecessori dello scorso decennio, ovviamente senza aver letto il rapporto: commentano, dunque, un articolo di giornale, non i dati in questione, secondo il quale “l’OCSE ci promuove” (Renzi) come “scuola migliore d’Europa” (Intravaia) perché “i dati pubblicati dall’Ocse ci dicono che la scuola italiana è una scuola inclusiva, capace di supportare le studentesse e gli studenti che partono da condizioni più svantaggiate” (Fedeli), e dunque “l’Italia riesce ad offrire uguali opportunità a tutti recuperando gli svantaggi di partenza” (Puglisi).
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“Lo chiamano amore”
Note sulla gratuità del lavoro
di Anna Curcio
Da AA.VV, Salari rubati. Economia, politica e conflitto ai tempi del salario gratuito, Ombre Corte, 2017
“Lo chiamano amore, noi lo chiamiamo lavoro non pagato”. Questo l’esergo che Silvia Federici sceglie per un testo fondativo della campagna internazionale Salario al lavoro domestico1. Erano gli anni Settanta e il femminismo marxista era impegnato in un duro confronto critico con Marx, per portare in primo piano la produzione di valore del lavoro riproduttivo. Si intendeva in particolare denunciare la gratuità del lavoro domestico e della cura, svelando le forme intrinseche dello sfruttamento del lavoro delle donne2.
La suggestione di Federici, tutt’altro che datata, ritorna pressoché intatta nel presente, mentre il lavoro gratuito dilaga imponendosi quale nuova frontiera dell’accumulazione capitalistica. Stage, tirocini, esperienze di praticantato, straordinari non pagati, volontariato, le innumerevoli forme di gratuità del lavoro intellettuale e artistico e ogni altra sorta di lavoro non retribuito fino alla lavorizzazione del consumo (si pensi soprattutto alle attività che quotidianamente svolgiamo nel web 2.0) stanno ridisegnando la geografia del lavoro contemporaneo. E il lavoro in quanto tale, sganciato dal rapporto salariale, diventa un atto d’amore. È precisamente un atto d'amore quello che oggi il capitale domanda quando chiede di lavorare senza il compenso di un salario, proprio come ha storicamente chiesto alle donne di svolgere gratuitamente e per amore la cura e il lavoro domestico.
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Il compromesso socialdemocratico
Gianni Saporetti intervista Salvatore Biasco
La fine del compromesso fra capitalismo e democrazia, fra mercato e controllo pubblico, causata anche da fattori oggettivi, e l’affermazione di un’ideologia neoliberista che, nella soggezione culturale della sinistra, ha finito per diventare pensiero unico; politica dell’offerta, alleggerimento dello Stato, flessibilizzazione del mercato del lavoro, arretramento sui canoni di protezione sociale; il fallimento del partito leggero, della “democrazia del pubblico”. Intervista a Salvatore Biasco.
* * * * *
Possiamo partire dal "compromesso socialdemocratico”? Che cos’è?
Il compromesso socialdemocratico è stato un connubio di principi democratici e partecipativi con il mercato, che lasciava alle imprese il compito di creare occupazione e innovazione, ma al contempo ne disciplinava il comportamento. Da questo punto di vista, le imprese erano concepite come una sorta di bene pubblico soggette a uno scrutinio pubblico nel quale lo Stato aveva una funzione di direzione, supplenza, ausilio. Quindi le imprese non sono le artefici incontrastate di decisioni che portano al benessere sociale.
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Restaurazione liberista e criminalizzazione della povertà
di Renato Caputo
La restaurazione liberista sta portando a una crisi sociale senza precedenti nel mondo a capitalismo avanzato, alla quale le classi dominanti rispondono con la criminalizzazione della povertà
L’Osservatorio pensioni dell’Inps il 30 marzo ha reso noto che il 76,5% delle donne percepisce meno di 750 euro al mese, collocandosi così al di sotto della soglia di povertà, in compagnia di oltre 11 milioni di pensionati, ovvero 6 su 10. Nel 26% dei casi, rimanendo sotto i 500 euro al mese, la pensione è al di sotto del livello di povertà assoluta. Sono i brillanti risultati della riforma Fornero, passati con un supporto bipartisan in parlamento e senza suscitare significative proteste da parte delle stesse forze sindacali. Tale riforma si accaniva, ancora una volta sui più deboli, le donne, la cui età pensionabile è stata elevata di ben 5 anni. L’attacco alle pensioni non è finito con il governo Monti, ma è stato portato avanti, anche se in forme meno aperte, dallo stesso governo Renzi.
Inoltre, con il blocco delle rivalutazioni degli assegni pensionistici medi e medio-bassi, come denuncia un’indagine dello Spi presentata il 4 aprile, l’abbassamento del livello delle pensioni porta gli anziani a dover risparmiare progressivamente persino sul cibo, sempre più razionato e di cattiva qualità, e sulle cure mediche e dentistiche, con inevitabili conseguenze sulle aspettative di vita. Così il 17.5% di anziani, al solito più donne che uomini, si vede costretto a saltare o il pranzo o la cena. Del resto si tratta di un problema che non colpisce i soli pensionati, considerato che, dovendo pagare i costi della crisi, Il 57% delle famiglie è stata costretta a diminuire quantità e qualità della spesa.
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Epoca, fasi storiche, Capitalismi*
di Roberto Fineschi
Relazione al Forum Nazionale della Rete dei Comunisti, Roma 17/18 dicembre 2016
Con questo intervento cercherò, sulla base dei miei studi1, di precisare che cosa significa per Marx "storia" e "fase storica" Quando in altre occasioni ho presentato questo stesso tema, ho spesso preso come punto di riferimento i miei studenti, ai quali chiedo che cosa intendano per storia; loro guardano l'orologio e dicono che, partendo da ieri e andando all'indietro, più o meno tutto è storia, non facendo molte distinzioni in questo lungo lasso di tempo, cioè non riuscendo sostanzialmente ad andare oltre una definizione generica e non strutturata di che cosa storia significhi.
Dialettica di continuità e discontinuità storica
Marx, l'autore del quale mi sono interessato e in base al quale cercherò di argomentare questa tesi, si è impegnato per tutta la vita nel tentativo di elaborare un'idea di storia molto più strutturata e complessa, che tenesse insieme non un generico "prima", rispetto ad un altrettanto generico "presente", ma che dimostrasse come questo "prima” e questo "presente" avessero delle leggi di funzionamento, potessero essere strutturati in periodi. Si trattava di tenere insieme due aspetti, che poi nel dibattito successivo avrebbero prodotto tendenze conflittuali: la continuità e la discontinuità storica.
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Cinque risposte su marxismo ed ecologia
di Saral Sarkar e John Bellamy Foster
Il marxismo può rafforzare la nostra comprensione della crisi ecologica? L’autore di Marx’s Ecology, John Bellamy Foster, replica alle critiche su temi quali frattura metabolica, sviluppo umano sostenibile, decrescita, crescita demografica e industrialismo.
Il sito indiano Ecologize ha recentemente pubblicato la prefazione scritta da John Bellamy Foster al libro di Ian Angus, Facing the Anthropocene. Nel commentare l’articolo di Foster, il giornalista ed attivista Saral Sarkar, il quale definisce il proprio punto di vista come eco-socialista, solleva alcuni interrogativi che sfidano l’utilità dell’analisi marxista ai fini della comprensione della crisi ecologica globale. La replica di Foster è stata pubblicata da Ecologize il 26 marzo.
Lo scambio, qui riproposto, affronta importanti questioni circa le prospettive marxiste sulla crisi ecologica globale.
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ALCUNE DOMANDE PER JOHN BELLAMY FOSTER
di Saral Sarkar
Il professor Bellamy Foster è un rinomato studioso.
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Jurgen Habermas, La risposta della sinistra al nazionalismo della destra
di Alessandro Visalli
Su Micromega n.2/2017, l’intervista a Jurgen Habermas, ha questo titolo: “La risposta democratica al populismo di destra”, ma non nomina mai il termine “populismo”, che probabilmente è stato scelto dalla rivista. Il titolo più appropriato, che abbiamo dunque usato, sarebbe “La risposta della sinistra al nazionalismo delle destra”. Come vedremo la cosa fa qualche differenza.
L’avvio è connesso al ricordo della profezia di Ralf Dahrendorf che nel 1995, in “Quadrare il cerchio”, come in altri interventi che pure abbiamo letto (ad esempio nel precedente “1989. Riflessioni sulla rivoluzione in Europa”, ma soprattutto nel successivo “Dopo la democrazia”) definiva la globalizzazione come un fenomeno capace di mettere a rischio la società civile e la libertà. Il segno dell’autoritarismo, a suo parere si allungava quindi dal “pericoloso concatenamento” che obbliga a sacrificare la coesione sociale in favore del rispetto di quelli che Habermas chiama “imperativi funzionali” dell’economia.
Nella sua visione di allora c’era una sorta di triangolo impossibile (da “quadrare” anche se è un cerchio) tra la creazione di ricchezza, la coesione sociale e la libertà politica. Se si compete, creando la ricchezza (per pochi, come lo stesso politologo vede), la coesione sociale si può mantenere solo se si sacrifica la libertà (cioè si garantisce in modo autoritario, pensa alla Cina).
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Machiavelli 2017 - Tra partito connettivo e partito strategico
di Mimmo Porcaro
Ho tenuto a lungo nel cassetto questo breve articolo, pensato per lettori non italiani – e già pubblicato in versione tedesca (in cooperazione con la rivista Jacobin) su LuXemburg (periodico della fondazione omonima), n. 2, 2016 – perché temevo che la concezione “stretta” di partito che qui propongo potesse influenzare negativamente il processo di costruzione di una vera forza socialista nel nostro paese. Se è infatti vero che abbiamo bisogno anche di un partito fatto di elementi molto selezionati, è altrettanto vero, però, che tale selezione deve avvenire su una platea molto più vasta di quella che abbiamo a disposizione oggi. Oggi servono organismi politici capaci di avviare la crescita di una prospettiva socialista attraendo forze di buona consistenza numerica e di diversa estrazione sociale e culturale: solo sulla base di questa prima crescita si potrà operare, o verrà operata dai fatti, una selezione che estragga gli elementi più consapevoli e determinati. Considerato che organismi del genere stanno per fortuna iniziando a nascere, e con il passo giusto (penso alle pur diverse esperienze di Eurostop e della Confederazione di Liberazione Nazionale), mi sembra adesso che questo scritto posa avere una qualche utilità anche per la discussione italiana. Per questo lo rendo pubblico, con minime modifiche rispetto alla precedente versione.
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Una cortina di gas per celare la capriola di Trump in Siria?
di Gianandrea Gaiani
Il gas nervino torna protagonista in Siria e ancora una volta più dei danni provocati sul campo di battaglia o tra i civili pesano gli effetti mediatici e politico-strategici. Da anni le armi chimiche sono diventate uno strumento più utile alle battaglie della propaganda che a quelle campali. Il presidente Barack Obama incautamente ne definì l’impiego da parte del regime di Bashar Assad il “filo rosso”, superato il quale gli Stati Uniti sarebbero intervenuti militarmente contro Damasco.
Dichiarazione che venne messa alla prova nell’agosto 2013 dalla strage di Ghouta, quartiere di Damasco in mano ai ribelli dove un attacco chimico compiuto con razzi provocò un numero di vittime variabile tra qualche centinaio e oltre 1.700, a seconda delle fonti. Basterebbe l’incertezza di questi numeri a evidenziare le difficoltà riscontrate da osservatori indipendenti non solo ad attribuire la paternità di quell’attacco ma anche a verificare il numero di vittime.
La crisi, che vide Usa, Francia e Gran Bretagna pronti a bombardare Damasco, venne risolta dall’intervento di Mosca che si fece garante dello smantellamento dell’arsenale chimico di Bashar Assad poi trasferito nel porto italiano di Gioia Tauro e distrutto a bordo di una nave speciale statunitense sotto l’egida dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac).
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Neo-operaismo e decrescita. Aprire un percorso di riflessione
di Emanuele Leonardi
In un articolo di qualche tempo fa Bifo sosteneva che la sinistra avrebbe fatto bene a liberarsi di due feticci divenuti negli anni piuttosto ingombranti: il lavoro salariato e la crescita economica. Rispetto al primo, la comunità di Effimera – ma direi quella neo-operaista nel senso più ampio e inclusivo del termine – ha da tempo preso parola, con esiti molto significativi. Del secondo feticcio, invece, si è parlato poco. Certo, abbiamo preso di petto la questione ecologica, sottolineandone opportunamente la dimensione politica. Però il problema della crescita non è stato sollevato in quanto tale.
C’è chi ha percorso la strada opposta: critica approfondita della crescita economica e scarso interesse per il lavoro. Mi riferisco alla decrescita, etichetta che richiama un arcipelago di associazioni, movimenti e programmi di ricerca (accademici e non) che negli ultimi anni ha visto aumentare considerevolmente la propria sfera d’influenza, sia in termini numerici sia di riconoscimento. Per non fare che un esempio, la quarta Conferenza Internazionale della decrescita, tenutasi a Lipsia nel settembre 2014, ha visto la partecipazione di quasi quattromila persone (tra cui una fetta davvero rilevante dei movimenti “autonomi” tedeschi).
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Il nómos della modernità II
di Robert Kurz
Pubblichiamo la seconda parte del capitolo IX del libro Weltordnungskrieg1 di Robert Kurz, inedito in Italia, nella traduzione di Samuele Cerea (qui la prima ==> il nómos della modernità)
Parte seconda
La fine del diritto, lo stato di eccezione globale e il nuovo «homo sacer»
A questo punto è necessario sottoporre questo meccanismo, la sua logica e la sua origine storica ad un’analisi più dettagliata. Il concetto fondamentale a questo riguardo è quello di stato di eccezione. Come si sa che il luciferino Carl Schmitt, uno dei più lucidi ma, allo stesso tempo, più inquietanti teorici dell’«ideologia tedesca» nel XX secolo, ha tormentato per lungo tempo i predicatori della libertà democratica, collocando lo stato di eccezione, su cui ritornò insistentemente, al centro del dibattito sul diritto costituzionale. In un saggio dal titolo significativo, «Teologia politica», si trova la celebre (o famigerata) definizione di tutta la sovranità moderna, e quindi anche della democrazia: «Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. Questa definizione può essere appropriata al concetto di sovranità, solo in quanto questo si assuma come concetto limite. Infatti concetto limite non significa un concetto confuso, come nella terminologia spuria della letteratura popolare, bensí un concetto relativo alla sfera piú esterna. A ciò corrisponde il fatto che la sua definizione non può applicarsi al caso normale, ma a un caso limite» (Schmitt 1922).
Schmitt individua qui due punti decisivi, utilizzabili nella polemica contro l’autocomprensione positivistica dello Stato di diritto liberale, il cui apostolo in quel periodo era il filosofo del diritto socialdemocratico Hans Kelsen, cui fanno riferimento significativamente, al presente, posizioni come quella di Hardt e Negri e che, in generale, ha fatto breccia nel senso comune di tutte le illusioni giuridiche.
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La notte dei morti viventi – Il giorno dell'orso dormiente
di Fulvio Grimaldi
Il farloccone ignorante e sbruffone eletto a presidente degli USA da un popolo dissanguato dai necrofili che lo hanno governato nell’ultimo quarto di secolo, lo sprovveduto agonizzante sotto i colpi revanscisti degli orchi spodestati, ha dato il suo colpo di coda. Colpo di un animale sfiancato che prova a sopravvivere superando in ferocia i suoi cacciatori e offrendogli in pasto la vita della Siria e, forse, dell’umanità. Coda subito sorretta, con indomito spirito di inservienti di forca, dal branco di botoli ringhianti europei, perdutamente devoti a chi li tiene alla catena da sempre e che, finalmente, possono tornare a riconoscersi in un padrone che li aveva disorientati sembrando disposto a privarli del piacere della frusta. In ogni caso, colpo di coda che parte da lontano, che il suo titolare lo sapesse o meno. Una roba come il sinistro-destro metro S.Pietroburgo-Tomahawk sulla Siria non la si improvvisa.
Torna in gola e ci strozza il sospiro di sollievo che il mondo aveva tirato all’idea che gli uni contro gli altri armati avrebbero messo insieme quella buona volontà che, dal 1945, gli Usa si erano impegnati a eliminare muovendo guerra dopo guerra, attuando colpo di Stato dopo colpo di Stato, promuovendo dittatore dopo dittatore, innescando destabilizzazione su destabilizzazione, lanciando contro tutto e tutti il maglio incontrastabile del terrorismo.
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Trump: questa non è soltanto l’America, questo è il mondo del Capitale
di Giorgio Paolucci
E si sta come quei viaggiatori ferroviari di Kafka
“…che hanno subito un sinistro in un tunnel, e precisamente in un punto da dove non si vede più la luce dell’ingresso, e quanto a quella dell’uscita, appare così minuscola che lo sguardo deve cercarla continuamente e continuamente la perde, e intanto non si è nemmeno sicuri se si tratti del principio o della fine del tunnel.”
Cento anni fa, per l’esattezza il 23 febbraio del 1917 secondo il calendario russo dell’epoca e il 10 marzo secondo quello in uso nel mondo occidentale, aveva inizio in Russia, nel pieno della prima guerra mondiale, quel processo rivoluzionario che si sarebbe concluso nell’ottobre successivo con l’insaturazione della Repubblica Federativa Socialista Sovietica Russa, il primo governo dichiaratamente ispirato ai principi del marxismo rivoluzionario e avente nel suo programma il definitivo superamento del modo di produzione capitalistico e la costruzione di una società socialista.
Finita la guerra, martoriati dalla disoccupazione, dalla fame e dalla miseria, nel 1919 insorsero anche i proletari ungheresi e tedeschi, mentre in Italia ebbe inizio una lunga serie di scioperi e di forti scontri sociali - il cosiddetto biennio rosso - che culminarono, nel settembre del 1920, con l’occupazione di quasi tutte le maggiori fabbriche dell’Italia del Nord.
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Un copione consolidato
Tommaso Di Francesco
Avvengono secondo un copione consolidato, gli attacchi ordinati da Trump nella notte scorsa sulla base aerea siriana di Khan Sheikhou. Come da modello balcanico – vedi la strage inventata di Racak per l’intervento «umanitario» Nato in Kosovo nel 1999 – e con lo «stile» del governo israeliano del quale ancora non abbiamo smesso di contare le vittime civili per i suoi attacchi aerei su Gaza nel 2009.
I 59 missili Tomawak lanciati sulla Siria rompono l’ equilibrio di una saga immaginifica. Perché è tornata l’America, anzi questa è l’America. A smentire il povero Alan Friedman che dovrà scrivere almeno un altro libro.
Perché la davano per persa, l’America. Con un Trump descritto come filo-Putin, quindi addirittura anti-Nato, naturalmente tenendo fissa la barra degli interessi strategici verso Israele e l’Arabia saudita; ma deciso nella lotta contro l’Isis.
Invece con un dietrofront repentino, a pochi giorni dalla dichiarazione rilasciata all’Onu dalla rappresentante Haley che «la fuoriuscita di Assad non è più la priorità», subito dopo la strage di Khan Sheikhou ha ripreso la rotta che già fu di Bush per l’Iraq del 2003: ha autorizzato il capo del Pentagono «cane pazzo» Mattis all’azione di guerra. Senza il parere dell’Onu e del Congresso Usa, con il veto russo alla condanna unilaterale di Assad, e di fronte alla richiesta di una indagine internazionale indipendente.
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“Non c’è alcuna vera guerra al terrorismo islamico da parte di Usa e Ue”
di Redazione Radio Città Aperta
Stavolta gli Usa hanno attaccato la Siria. Ne parliamo con Fulvio Scaglione, giornalista, da anni vicedirettore di Famiglia Cristiana.
Buongiorno Fulvio, grazie per essere con noi.
Grazie a voi, buongiorno a tutti.
Ci siamo svegliati questa mattina con l'attacco, con i 59 missili statunitensi lanciati sulla Siria e quindi con una guerra che è un po' più vicina ancora?
No, io non credo che questo sia il prologo di una terza guerra mondiale, come molti dicono e anche con qualche legittima preoccupazione. Penso invece che sia l'ennesima recita, l'ennesima messa in scena di questa guerra che da sei anni; oltre ad essere un grottesco incredibile massacro, è anche una rappresentazione. Io credo che i russi fossero avvisati di questa operazione americana, che è un'operazione molto mirata, condotta per fare, in realtà, il minimo dei danni e per non dare l'idea che si tratti di una rappresaglia indiscriminata. Credo che questa operazione non sia stata varata da Trump per le ragioni dichiarate.
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Trump bombarda la Siria
Neanche 100 giorni per essere fagocitato dal sistema
di Federico Dezzani
Nella notte tra il 6 ed il 7 aprile è finita l’effimera parabola del presidente “populista” Donald Trump, fagocitato dallo stesso establishment che diceva di voler combattere: con 59 missili da crociera lanciati su una base aerea siriana, il neo-inquilino della Casa Bianca ha punito “il regime di Assad” per l’attacco chimico di Idlib dello scorso 4 aprile, un’evidente orchestrazione ad hoc. È superficiale affermare che Trump sia succube di Israele o degli alleati sunniti: il raid sulla Siria è una vera e propria resa all’establishment atlantico, ossessionato dal rinnovato attivismo di Mosca in Europa e Medio Oriente. Gli attacchi interni e le faide contro l’amministrazione Trump cesseranno, ma con essi muore anche la distensione con Mosca e le vaghe promesse di neo-isolazionismo. Le elezioni francesi si svolgeranno in un clima di fibrillazione internazionale ed il loro valore aumenta ancora.
L’establishment ha già riconquistato la Casa Bianca
La lotta tra il “populista” Donald Trump e l’establishment atlantico, liberal e finanziario, quello che poggia sull’asse City-Wall Street, non è durata neppure tre mesi: il 20 gennaio scorso il neo-presidente si è insediato alla Casa Bianca e dopo solo dieci settimane, appestate dalla diffusione di dossier, agguati al Congresso, insinuazioni sui suoi rapporti con la Russia, colpi bassi dei servizi segreti, Trump ha infine capitolato.
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Armi chimiche e mass media: come farci accettare una guerra in Siria
di Redazione
In guerra la prima a morire è sempre la verità. È questa l’impressione che, comunque la si voglia pensare, emerge dalla vicenda siriana. La propaganda di guerra, che nell’era digitale si combatte a suon di immagini, video e tweet, assume una tale viralità in un tempo così ristretto fino a rendere difficoltosa una verifica della veridicità di ogni notizia, con i media che evidenziano in parte una colpevole complicità, in parte l’urgenza di lanciare una notizia eclatante non curandosi di verificarla.
Dopo l’aggressione degli USA, che la scorsa notte hanno bombardato una base aerea dell’esercito siriano, probabile azione apripista di un intervento militare, è ormai chiaro l’intento che si celava dietro la “notizia”, lanciata a reti unificate da tutti i media, del presunto utilizzo di armi chimiche da parte dell’esercito fedele ad Assad, la cui aviazione avrebbe sganciato bombe al Sarin (un tipo di gas nervino) sulla città di Khan Sheikhun, nella provincia di Idlib, dove sono morte 74 persone, fra cui donne e bambini. Sul web sono subito impazzate foto e video di uomini, donne e bambini inermi, che avrebbero sconvolto chiunque e dinanzi alle quali difficilmente si resta indifferenti.
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La Siria come l’Iraq nel 2003
di Stefano Mauro
“L’attacco alla base aerea di Shayrat”- secondo il governatore di Homs, Talal Al Barazi – “ha causato 5 morti e 7 feriti”. Il governatore ha, inoltre, aggiunto che “questo bombardamento è utile solamente ai gruppi jihadisti come Daesh”. Dopo l’intervento missilistico americano, infatti, diversi miliziani dell’ISIS hanno tentato di attaccare postazioni dell’esercito lealista proprio nella regione di Homs, fondamentale per l’avanzata verso Deir Ez Zor e Raqqa.
Le reazioni all’attacco non si sono fatte attendere. Putin ha considerato il bombardamento come “ un tentativo americano destinato a distrarre l’opinione pubblica dal massacro di civili commesso dagli USA in Iraq”. Il Cremlino ha etichettato l’episodio come una chiara violazione del diritto internazionale e lo considera come un grave avvenimento che minaccia di peggiorare le relazioni tra Russia e Stati Uniti ed impedirà la formazione di “una reale coalizione internazionale unita contro il terrorismo”.
“Damasco (forte delle recenti vittorie e dell’avanzamento delle sue truppe, ndr) avrebbe avuto solo da rimetterci per un’azione simile ad Idlib, visto che stiamo velocemente recuperando posizioni sui gruppi ribelli”, ha dichiarato ieri il ministro degli esteri siriano Muallem.
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"Ora dobbiamo esercitare i nostri diritti costituzionali e pretendere che l'Italia esca dalla NATO"
Riceviamo e immediatamente ripubblichiamo
Comunicato del Comitato No guerra No NATO sull'attacco USA alla Siria
Due navi da guerra statunitensi, la USS Porter e la USS Ross della Sesta Flotta di stanza a Napoli, hanno attaccato la base siriana di Shayrat con 59 missili da crociera Tomahawk.
L’attacco, ordinato dal presidente Trump, è stato eseguito dal Comando delle forze navali Usa in Europa, agli ordini dell’ammiraglia Michelle Howard, che allo stesso tempo comanda la Forza congiunta della Nato con quartier generale a Lago Patria (Napoli).
L’operazione bellica è stata appoggiata dalla base aeronavale Usa di Sigonella e dalla stazione di Niscemi del sistema statunitense Muos di trasmissioni navali.
L’Italia – dove si trovano importanti comandi e basi per operazioni militari in una vasta area che dal Medioriente e Nordafrica arriva fino al Mar Nero – è un fondamentale trampolino di lancio della strategia aggressiva Usa/Nato.
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Siria tra bombe e fake news
di Fabrizio Casari
Senza lo straccio di una prova, senza nessuna verifica circa l’accertamento dei fatti e le responsabilità, senza nessuna certezza sul materiale chimico utilizzato e, con esso, sull’identità dell’eventuale possessore, gli Stati Uniti hanno sferrato un attacco a base di missili Tomahawk sulla base militare siriana di Al Shayrat. Il Presidente Trump ha così avuto il suo “battesimo del fuoco”, rito di passaggio di ogni presidente statunitense che segna il passaggio dalla sua elezione all’assunzione effettiva di ruolo.
Stavolta è toccato alla Siria, il cui governo sembra effettivamente poco entrarci con le armi chimiche che hanno avvelenato decine di vittime. Ma non c’è nessuna prova che accusi le forze armate siriane dell’accaduto, che riferiscono invece di aver centrato con i loro aerei un deposito di armi dei terroristi jahidisti, dove evidentemente erano stoccate anche quelle chimiche.
Che l’Isis e le fazioni terroristiche facenti riferimento ad Al-Nusra dispongano di armi chimiche non è un segreto: gliele hanno fornite i turchi un anno fa su indicazione statunitense.
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In Siria missili contro Putin
di Davide Malacaria
Quel che è avvenuto stanotte, nell’oscura notte siriana, è qualcosa di epocale. I missili lanciati sulla base aerea di Al-Shayrat non rappresentano solo il primo passo di un eventuale intervento militare americano contro Damasco.
Non sembra solo ripetersi il copione noto delle guerre neocon, quelle che si sono succedute dopo l’11 settembre 2001, da quando cioè tale ambito ha sequestrato e condizionato in maniera decisiva la politica estera degli Stati Uniti d’America (Afghanistan, Iraq, Egitto, Libia, Siria etc).
Quanto avvenuto stanotte è altro e ben più tragico. Perché la base bersaglio dei missili americani era usata anche dai russi, giunti in Siria a sostegno di Assad due anni fa.
Trump ha affermato che l’obiettivo è stato prescelto perché da lì sono partiti gli aerei che avrebbero sganciato gli ordigni chimici su Idlib.
Al di là della veridicità o meno dell’affermazione del presidente americano, non suffragata da alcuna prova (vedi Piccolenote), quel che resta è che i missili lanciati dalla Us navy erano diretti contro una base usata dai militari di Mosca.
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Conflitto nucleare? La palude europea
di Antonello Boassa
Quanto dovranno aspettare ancora coloro che si definiscono “pacifisti”, di “sinistra moderata”, per scegliere tra guerra e pace, tra l’aggressione imperiale USA e UE supportata da Arabia Saudita e Turchia e la difesa del proprio territorio e della propria civiltà del Libano, della Siria, dell’Iraq?
Questi militanti non hanno tanto tempo a disposizione. Perché la guerra, intendo il conflitto nucleare, sta facendo molti passi in avanti…e sarebbe bene che si schierassero. Non sono Russia e Cina che provocano ma Stati Uniti, Unione europea. Israele, Arabia Saudita, Qatar.
Sono già molti gli esperti che ritengono l’attacco chimico una false flag. Impossibile una tale azione da parte di Assad. Il bombardamento Usa dell’aeroporto in Siria come risposta all’azione “criminale” di Assad. Entusiasmo tra i jihadisti e in Israele. “Appropriato” secondo Alfano. Giusto per Gentiloni dato che Assad “è un criminale di guerra”.Tutte le persone che hanno voluto informarsi sanno bene che le armi chimiche ai ribelli sono arrivate per opera della Clinton e della Turchia e che risulta credibile la versione siriana sulla distruzione di un deposito di armamenti, di munizioni, di armi chimiche da parte dell’aviazione siriana, in quanto risulta confermata da rilievi satellitari e da testimonianze locali.
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