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La Banca Mondiale non è amica dei lavoratori né del pianeta
di Pete Dolack
Le politiche facilitano la distribuzione della ricchezza verso l'alto, indipendentemente dai costi umani e ambientali.
Ogni tanto, la Banca Mondiale pubblica un documento in cui chiede una migliore protezione sociale o almeno un trattamento migliore per i lavoratori. Gli addetti alle pubbliche relazioni credono evidentemente che abbiamo la memoria molto corta.
No, caro lettore, la Banca Mondiale non ha cambiato funzione, né gli elefanti hanno cominciato a volare. Senza alcuna ironia, l'ultimo tentativo di amnesia selettiva della Banca Mondiale è quello che chiama la sua Social Protection and Jobs, in cui sostiene che i governi nazionali del mondo debbano «ampliare notevolmente l'effettiva copertura dei programmi di protezione sociale» e «aumentare in modo significativo la portata e la qualità dei programmi di inclusione economica e del mercato del lavoro».
In modo esilarante, la Banca Mondiale intitola il suo rapporto di centotrentasei pagine, che illustra questa strategia Charting a Course Towards Universal Social Protection: Resilience, Equity, and Opportunity for All (pdf).
In questo rapporto, la Banca Mondiale scrive, a chiare lettere, che «riconosce che la progressiva realizzazione della protezione sociale universale (USP), che garantisce a tutti l'accesso alla protezione sociale quando e come ne hanno bisogno, è fondamentale per ridurre efficacemente la povertà e stimolare la prosperità condivisa». Inoltre, il rapporto si basa su un documento precedente che offrirebbe «un quadro generale per comprendere il valore degli investimenti nei programmi di protezione sociale e delineato il modo in cui la Banca Mondiale avrebbe lavorato con i Paesi clienti per sviluppare ulteriormente i loro programmi e sistemi di protezione sociale».
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Antropocene, Capitalocene e altri “-cene”
Perché una corretta comprensione della teoria del valore di Marx è necessaria per uscire dalla crisi planetaria
di Carles Soriano
La percezione di vivere in un periodo storico critico per quanto riguarda le condizioni di abitabilità sulla Terra – non solo per gli esseri umani ma anche per molti altri organismi viventi – sta guadagnando sempre più adepti tra la gente comune, gli accademici, i politici e i movimenti sociali.
Questo periodo critico è stato presentato come la crisi planetaria dell'Età dell’Antropocene e gli studi intrapresi nel presente secolo mostrano che le condizioni di abitabilità sulla Terra si stanno progressivamente deteriorando.[1] C'è anche una percezione crescente, anche se meno diffusa, della stretta relazione tra la crisi dell'abitabilità in corso e l'odierna società capitalistica mondiale. Questa percezione si basa più sull'intuizione e sulla corrispondenza storica degli indicatori della crisi planetaria col modo di produzione sociale capitalistico che su studi scientifici che dimostrano che la crisi è una necessità strutturale della riproduzione del capitale. Di conseguenza, per denominare il periodo storico attuale sono stati coniati numerosi termini alternativi ad Antropocene. Sebbene termini come Plantationocene, Chthulucene, Growthocene, Econocene, Pyrocene, Necrocene e così via possono avere un valore provocatorio, è anche vero che si basano su una comprensione incompleta della crisi in corso. Tra le alternative ad Antropocene, Capitalocene è il termine che ha subìto un sviluppo concettuale più profondo. Tuttavia, il concetto di Capitalocene non è privo di importanti malintesi sulla crisi e sul suo rapporto con i fondamenti del modo capitalistico di produzione sociale fondato sulla riproduzione del capitale.
Lasciarsi alle spalle la crisi planetaria richiede una comprensione scientifica del funzionamento della Terra come sistema naturale integrale, e a questo scopo devono essere coinvolte molte discipline delle scienze naturali.
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L’eterna primavera della speranza. Le conferenze ONU sul clima fra passi avanti e inazione
di Barbara Bernardini
La COP27 di Sharm el-Sheikh – la ventisettesima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici – si è conclusa all’alba del 20 novembre, quasi due giorni dopo il termine previsto. Per arrivare all’approvazione del piano di attuazione ci sono volute due notti di trattative ulteriori, con in mezzo un momento in cui tutto sembrava perso: Frans Timmermans, a nome della Commissione europea, si diceva pronto a lasciare il tavolo, “meglio nessun accordo che un cattivo accordo”.
Poi l’accordo è arrivato, né buono né cattivo: molte delle sintesi riportate da chi era presente e da chi ne ha analizzato i 66 punti – una ben fatta è quella di Italian Climate Network – concordano su quali siano gli aspetti positivi e quelli negativi. Il grande successo del testo finale è l’istituzione del fondo compensativo “loss and damage” che prevede un risarcimento per le perdite e i danni subiti dai paesi più vulnerabili per gli effetti di una crisi climatica che non hanno contribuito a causare. Il risarcimento dovrà arrivare dai paesi che sono i principali emettitori storici – quindi tenendo conto non solo delle emissioni attuali ma anche di quanto abbiano contribuito in passato –, ma per capire chi dovrà contribuire, chi potrà beneficiarne e in che misura, bisognerà aspettare: non è stato deciso nulla in concreto ma si rimanda a una commissione che avrà il compito di districare i nodi che ora sono stati ignorati. La Cina da che parte dovrà stare? Non ha la responsabilità storica degli Stati Uniti, e alla COP27 si è presentata come capofila del fronte dei paesi “vulnerabili”, ma per quanto tempo potrà ancora essere considerata un’economia in via di sviluppo? Al tempo stesso, quello che viene chiamato il fronte dei G77 (in contrapposizione con i paesi del G20), quanta forza negoziale riuscirebbe a mantenere se la Cina si sfilasse?
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Civiltà ecologica, rivoluzione ecologica. Una prospettiva ecologico-marxista
di John Bellamy Foster
Sui nessi tra civiltà ecologica, marxismo ecologico e rivoluzione ecologica, e dei modi in cui i tre concetti, qualora considerati insieme dialetticamente, possano essere intesi nella direzione di una nuova prassi rivoluzionaria per il XXI secolo
Quello che segue è l’adattamento di una conferenza sul tema della civilizzazione ecologica tenutasi alla John Cobb Ecological Academy a Claremont, California, il 24 giugno 2022. La conferenza si pone sulla scia della Fifteenth International Conference on Ecological Civilization di Claremont (26-27 maggio 2022). Al discorso, rivolto ad un pubblico in larga parte cinese, è seguita una lunga intervista condotta da alcuni studiosi di marxismo ecologico, intitolata Why Is the Great Project of Ecological Civilization Specific to China?, che sarà pubblicata in contemporanea, come Monthly Review Essay, sul sito web della Monthly Review. Sia la conferenza che l’intervista saranno co-pubblicate in Cina dal Poyang Lake Journal.
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Vorrei parlarvi oggi dei nessi tra civiltà ecologica, marxismo ecologico e rivoluzione ecologica, e dei modi in cui i tre concetti, qualora considerati insieme dialetticamente, possano essere intesi nella direzione di una nuova prassi rivoluzionaria per il XXI secolo. Più nel concreto, vorrei chiedere: «Come dobbiamo intendere le origini e la portata storica del concetto di civiltà ecologica? Qual è il suo rapporto con il marxismo ecologico? E come è connesso tutto ciò alla lotta rivoluzionaria mondiale che mira a superare l’attuale emergenza planetaria e a proteggere quella che Karl Marx chiamava la “catena delle generazioni umane”, assieme alla vita in generale?».[1]
Nel 2018, lo studioso di teoria culturale Jeremy Lent, autore di The Patterning Instinct: A Cultural History of Humanity’s Search for Meaning (2017), ha scritto un articolo per il sito online Ecowatch, intitolato What Does China’s ‘Ecological Civilization’ Mean for Humanity’s Future?.
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L’attualità del pensiero di Laura Conti e le ragioni di una rimozione
di Laura Centemeri
È da poco tornato in libreria e in versione e-book Questo Pianeta (Fandango libri), il libro forse più contemporaneo dell’importante produzione scientifica, divulgativa e letteraria di Laura Conti (1921-1993). A lei si deve di aver tracciato in Italia la strada, purtroppo rimasta poco battuta, di un ambientalismo scientifico e politico, capace anche di essere popolare.
Ad arrivare in libreria è la terza edizione del saggio, la cui ampia revisione era stata terminata dall’autrice nei primi mesi del 1993, e che solo oggi è stata finalmente pubblicata (le precedenti edizioni erano uscite nel 1983 e nel 1987). Dopo la morte di Laura Conti il 25 maggio 1993, infatti, la casa editrice Editori Riuniti, nonostante gli accordi presi, si disse non più interessata alla pubblicazione postuma della nuova edizione del saggio. Fu il primo segnale di una rapida rimozione che per quasi vent’anni ha relegato l’opera e il pensiero di Laura Conti nel dimenticatoio. Un oblio che per certi versi ricorda il destino a cui è andato incontro negli Stati Uniti il suo amico Barry Commoner, che Laura Conti considerava – insieme a Nicholas Georgescu-Roegen ed Eugene Odum – uno dei “maestri” dell’ambientalismo.
Eppure Laura Conti era stata in Italia per due decenni – dall’inizio degli anni 1970 fino alla sua morte – la più instancabile sostenitrice e prolifica divulgatrice di un ambientalismo scientifico e politico ugualmente esigente su entrambi i fronti. La profondità e l’originalità della sua lettura dei problemi ambientali si sono sempre combinate con un’azione concreta nelle istituzioni e nella società, a sostegno della necessità di una profonda svolta culturale da parte delle forze politiche di sinistra (a partire dal PCI, in cui militava), e del mondo ambientalista (in particolare Legambiente, l’associazione che aveva contribuito a fondare nel 1980, ma in cui finì per ritrovarsi isolata).
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Alle radici dell'Antropocene
di Ernesto Burgio
L'Antropocene può essere definito come l'era del pianeta Terra in cui una singola specie (Homo sapiens sapiens) ha preso il sopravvento su tutte le altre e ha tanto rapidamente e radicalmente trasformato l'intera ecosfera da mettere in pericolo la propria stessa esistenza.
Tra i fattori fondamentali di questa trasformazione vengono in genere indicati: lo sfruttamento sempre più intensivo da parte di Homo sapiens delle risorse energetiche e materiali e delle catene alimentari; la crescita esponenziale della popolazione umana su tutto il pianeta; il conseguente inquinamento e lo stravolgimento dei principali cicli biogeochimici. In questo quadro viene spesso trascurato quello che è l'effetto forse più drammatico: la trasformazione repentina e radicale degli ecosistemi microbici e virali che costituiscono l'essenza della biosfera e che sono i veri motori dell'evoluzione biologica da oltre 4 miliardi di anni.
Una interpretazione difficilmente contestabile è quella secondo cui tutti questi effetti, tra loro interconnessi, sono conseguenza della scelta da parte di Homo sapiens di usare la ragione a fini di dominio e la techné quale strumento fondamentale in tal senso, trascurando o comunque sottovalutando gli effetti che questa scelta avrebbe avuto sull'Altro (sugli altri esseri umani, sugli altri esseri viventi, sul pianeta stesso).
Se riconosciamo in questa scelta l'essenza stessa (anche spirituale, essenzialmente connessa al concetto di Ybris, di superamento dei limiti imposti dalla Natura o dagli dei) dell'Antropocene, possiamo meglio discernere da un lato gli strumenti più potenti introdotti dall'uomo ai fini del dominio, dall'altro gli effetti più negativi e potenzialmente distruttivi del loro utilizzo, che sono sempre più evidenti e potenzialmente irreversibili.
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Perché la transizione è verde
di L’Urlo della Terra
“Sebbene sia piuttosto vero che ogni politica radicale di applicazione delle teorie eugenetiche sarà impossibile per molti anni a venire (ragioni politiche e psicologiche lo impediranno), è importante che l’UNESCO continui a esaminare l’eugenetica con la massima attenzione, informando nel miglior modo possibile l’opinione pubblica sull’argomento e sulle sue possibili implicazioni. In questo modo, quello che oggi è considerato impensabile potrà in futuro almeno cominciare a essere preso in considerazione senza tabù di sorta.” Julian Huxley, 1946.
Nel programma di resettaggio e di Grande Trasformazione in corso tanti gli aspetti che vengono toccati, sia per trasformarli irrimediabilmente, sia per renderli obsoleti e quindi da destinare nel dimenticatoio della storia. Esiste però un aspetto che non solo è chiamato a comprendere tutti gli altri, ma ha anche origini più antiche: l’ecologia. Su questo tema vi sono questioni ampiamente denunciate e dibattute, a volte anche dagli stessi responsabili dell’ecocidio in atto. Nel tempo, denunciare il rischio ecologico e poi portare a risolverlo si è rilevato molto remunerativo per tutta l’industria, da quella chimica ed energetica a quella farmaceutica. Tutti parlano di ecologia, evidentemente a sproposito, per poi adottare strategie commerciali o politiche che rappresentano tutto l’opposto.
L’ecologia è talmente considerata che anche a Davos tra aguzzini della finanza e delle multinazionali gira una giovane ragazza in treccine che li riporta alle loro responsabilità in merito al cambiamento climatico, tanto da far percepire quasi un po’ di bonomia etica, ma è solo un attimo perché uno sguardo attento mostrerebbe subito gli artigli assassini di tutti costoro. Ormai sembra essere evidente ai più che tutta la ristrutturazione del comparto tecno-industriale si basa su retoriche ambientaliste, tanto che è stato coniato un termine specifico per evidenziare e denunciare questo fenomeno, ovviamente con un inglesismo: green wasching.
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Introduzione a "Karl Marx's Ecosocialism"
di Kohei Saito
Kohei Saito: Karl Marx’s Ecosocialism. Capital, Nature, and the Unfinished Critique of Political Economy, Monthly Review Press, 2017
Per molto tempo, l'espressione “ecologia di Marx” è stata considerata un ossimoro. Non solo i critici di Marx, ma anche molti autoproclamatisi marxisti ritenevano che Marx presupponesse come legge naturale della storia uno sviluppo economico e tecnologico illimitato e propagandasse l’assoluto dominio della natura, aspetti che contrastano entrambi con qualsiasi seria considerazione teorica e pratica di questioni ecologiche come la scarsità delle risorse naturali e il sovraccarico ai danni delle ecosfere. A partire dagli anni '70, quando le gravi minacce ambientali alla civiltà umana sono diventate gradualmente, ma indiscutibilmente, più evidenti nelle società occidentali, Marx è stato ripetutamente criticato in recenti studi sull’ambiente come anche da parte dell'emergente movimento ambientalista per la sua ingenua accettazione della comune concezione ottocentesca che sosteneva il completo dominio umano sulla natura. Secondo i critici, tale convinzione inevitabilmente lo ha portato a trascurare il carattere distruttivo immanente all'industria moderna e alla tecnologia che caratterizza la produzione e il consumo di massa. In questo senso, John Passmore si è spinto fino ad affermare che «niente potrebbe essere più dannoso dal punto di vista ecologico della dottrina hegeliano-marxiana». [1]
Negli anni successivi, la critica contro il “prometeismo” o iperindustrialismo di Marx, in base al quale lo sviluppo tecnologico illimitato del capitalismo avrebbe permesso all'uomo di manipolare arbitrariamente la natura esterna, è diventato uno stereotipo popolare. [2] Di conseguenza, non era raro sentire riproporre lo stesso tipo di critica, secondo cui la teoria di Marx, specialmente nei suoi aspetti ecologici, era fatalmente errata dalla prospettiva odierna.
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L’onnipotenza, la crescita e i processi di liberazione
di Paolo Cacciari
Le devastazioni ambientali, il surriscaldamento dell’atmosfera e le guerre mostrano in modo sempre più evidente quanto l’agente distruttivo della vita sul pianeta siamo noi, a cominciare da chi alimenta la competizione economica. La soluzione, dicono alcuni, è la tecnologia. Non c’è alcun dominio della crescita infinita a orientare lo sviluppo tecnologico. Che fare? Il primo passo è aumentare la consapevolezza del baratro dentro cui siamo precipitati. Le giovani generazioni ci stanno insegnando molto. Le donne ancora di più. Ma non basta sapere. Per avere la forza di reagire bisogna anche sentire dentro di sé le sofferenze del mondo. «Per attivarci dovremmo coinvolgere la dimensione spirituale dell’essere – scrive Paolo Cacciari nell’introduzione del libro Re Mida (La Vela, 2022), di cui pubblichiamo ampi stralci – Non sto proponendo nessuna “pappetta new age”, come ci rimprovera Mario Tronti, ma al contrario l’avvio di un processo di liberazione dai condizionamenti eteronomi, dalla sottomissione alle logiche tecnocratiche falsamente neutrali, dalla delega ai poteri costituiti. Un vero conflitto, insomma, con i poteri costituti e una lotta con noi stessi per decolonizzare le nostre menti dall’immaginario produttivista e consumista. L’idea è quella della costruzione di una società della post-crescita come progetto di autogoverno comunitario…»
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I salti di specie di virus e batteri (spillover), le zoonosi unite alle malattie determinate dagli inquinamenti, dalla cattiva alimentazione e da pratiche mediche errate (iatrogenesi) provocano una “sindemia”, una interrelazione sinergica tra più malattie e cattive condizioni di vita.
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La crisi ecologica e’ causata (indotta) dal capitalismo
di Erin McCarley
Proponiamo un articolo di Erin McCarley, giornalista e autrice indipendente statunitense, sul tema della crisi ecologica e della sua relazione con il sistema economico capitalista. L’articolo è originariamente apparso – il 16 Settembre 2022 – sul sito dell’organizzazione marxista rivoluzionaria britannica “Counterpunch“
Un terzo del Pakistan è sommerso dall’acqua. Le ondate di calore registrate ricoprono il globo facendo aumentare le temperature oltre quelle a cui gli esseri umani possono sopravvivere. I ghiacciai polari si stanno sciogliendo molto più velocemente di quanto previsto dagli scienziati. Siccità, incendi e inondazioni stanno devastando il pianeta, costringendo allo sfollamento decine di milioni di persone. E questo è solo l’inizio.
È tempo di dire la verità. Non possiamo permetterci di aspettare oltre. Non possiamo permetterci di fingere che lo stesso sistema politico-economico che ha causato i più alti livelli storici di distruzione ecologica nella storia umana sia lo stesso sistema che li risolverà. Qui, negli Stati Uniti, – il paese al mondo responsabile dei più alti livelli di emissioni di carbonio nell’atmosfera terrestre – abbiamo un compito politico e sociale molto difficile a cui far fronte. Dobbiamo dire la verità sui limiti ecologici della Terra, sulle leggi della fisica e su ciò che sta causando il collasso dei nostri ecosistemi, se vogliamo avere qualche possibilità di un futuro abitabile per noi stessi, i nostri figli e nipoti. Dobbiamo dire la verità, se nutriamo qualche speranza nella civiltà umana.
Ma nell’affermare questa verità, ci troviamo di fronte a una terribile realtà politica che pochi sono disposti ad ammettere. Molti di noi comprendono la scienza. Sappiamo che la capacità del nostro pianeta di ospitare l’uomo dipende da un equilibrio molto delicato di condizioni fisiche ed ecologiche che sono state presenti solo per un breve periodo durante la vita della Terra. La Terra esiste da miliardi di anni, ma gli esseri umani moderni, come li conosciamo, sono qui solo da circa 200.000 anni.
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La crescita si fermerà, per un motivo o per l'altro
Juan Bordera e Ferran Puig Vilar intervistano Dennis Meadows
Cinquant'anni dalla pubblicazione di The Limits of Growth (I limiti dello sviluppo): un'intervista di Juan Bordera e Ferran Puig Vilar a Dennis Meadows, coautore del Rapporto.
Questo è un anno speciale. Ricorre il 50° anniversario della pubblicazione di una delle opere più importanti del XX secolo: The Limits of Growth [I limiti dello sviluppo (nell'edizione italiana) N.d.R.]. Quell’opera che, già nel 1972, dava un chiaro avvertimento che il pianeta aveva dei limiti e poco tempo per affrontarli. Per questo motivo, uno dei principali autori, Dennis Meadows, ha rilasciato interviste ad alcuni dei più importanti media del mondo, come Le Monde o la Suddeutsche Zeitung.
Inflazione galoppante. Guerra. Problemi energetici sempre più gravi. Ondate di calore precoci e più potenti. Arresti di scienziati. Mattanze alle frontiere. Battute d'arresto sui diritti delle donne che ci riportano indietro di 50 anni ... Esattamente 50 anni. Tutto questo ha qualche collegamento?
In realtà lo ha.
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Juan Bodera: Sono passati 50 anni dalla pubblicazione del vostro libro e il vostro scenario standard del modello World3 è molto simile alla realtà; avevate previsto che la crescita si sarebbe fermata intorno al 2020. È quello che stiamo iniziando a vedere ora?
Dennis Meadows: Non avevamo fatto previsioni, avevamo detto che è impossibile "prevedere" con precisione qualsiasi cosa in cui il comportamento umano sia un fattore; quello che avevamo fatto è stato modellare 12 scenari coerenti con le regole fisiche e sociali: 12 possibili futuri. Uno di questi, lo "standard", come sapete, mostrava che la crescita si sarebbe fermata intorno al 2020. Poi tutte le variabili (produzione industriale, produzione alimentare, ecc.) avrebbero raggiunto il picco e in circa 15 anni avrebbero iniziato a diminuire inesorabilmente.
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Come l’IPCC contraddice, per viltà, sé stesso
di Il Pungolo Rosso
La prima bozza metteva in guardia rispetto agli “interessi costituiti”. Questo passaggio, che appare nella relazione, è venuto meno nella sintesi finale, vittima di quegli stessi interessi costituiti – gli interessi del capitale
Ci sono due versioni dell’ultimo rapporto IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) sul cambiamento climatico: la prima, una bozza trapelata nell’estate 2021, più radicale, basata sulla realtà dei fatti – che abbiamo a suo tempo presentato; la seconda, quella ufficiale, più edulcorata. E non è tutto: anche nella versione formale, le 2.900 pagine del rapporto hanno un tono molto diverso dalla sintesi ad uso e consumo di Policymarkers e managers, una sintesi negoziata (proprio così) con gli stessi responsabili e dirigenti governativi e del grande capitale. Premettendo alcune considerazioni, riprendiamo da Climate&Capitalism (che ha a sua volta attinto a CTXT – Contexto y Acción) un’analisi accurata, compiuta da alcuni scienziati, del lavoro di censura operato dagli interessi dominanti sul rapporto sintetico IPCC; potete leggerla in traduzione.
Quando la “scienza” è costretta a fare i conti con il modello sociale esistente, qualcosa della realtà inevitabilmente trapela: nel rapporto, ad esempio, si denunciano gli “interessi costituiti” che si oppongono ferocemente alle misure che si dovrebbero adottare per salvare il pianeta o – meglio – la vita così come la conosciamo. Senonché questa denuncia scompare nella sintesi negoziata proprio con gli stessi interessi costituiti che andrebbero attaccati, e che al di fuori delle formule ingessate delle pubblicazioni scientifiche, sono individuabili senza margini di incertezza con le lobby dei fossili, e più in generale con le grandi forze del capitalismo che spingono sull’acceleratore per continuare indisturbate ad accrescere indefinitamente la produzione di merci e servizi, e con essa la produzione di emissioni climalteranti.
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La difesa della natura: Resistere alla finanziarizzazione della Terra
di John Bellamy Foster
Questo lungo post è la traduzione di un breve saggio (qui l’originale in inglese) del sociologo americano John Bellamy Foster pubblicato sulla rivista Montly Review. Nei giorno in cui la maggioranza Draghi senza Draghi approva in Commissione il disegno di legge sulla concorrenza e apre alla concorrenza privata internazionale spiagge, acqua e quant’altro, è bene contestualizzare ciò che accade in questa nostra provincia dell’impero con quello che si progetta nel cuore del potere dell’impero basato sull’alleanza tra grande finanza anglosassone e Stato profondo americano
Il 28 ottobre 2021, i leader politici dello Stato malese di Sabah, sull’isola del Borneo, hanno firmato un accordo con la società di comodo di Singapore Hoch Standard, all’insaputa delle comunità indigene, che conferisce alla società il titolo per la gestione e la commercializzazione di “capitale naturale/servizi ecosistemici” su due milioni di ettari di un ecosistema forestale per cento o duecento anni. Sebbene la natura completa dell’accordo non sia stata divulgata, le indagini giornalistiche e la causa intentata da Adrian Lasimbang, un leader indigeno del Borneo malese, hanno rivelato che l’accordo di conservazione della natura ha permesso a Hoch Standard (una holding con due funzionari e un capitale versato dagli azionisti di soli 1.000 dollari americani, ma sostenuta da investitori privati multimiliardari non rivelati) di acquisire diritti commerciali sul capitale naturale dell’ecosistema forestale del Sabah. Le entrate derivanti dai diritti sui servizi ecosistemici, come l’approvvigionamento idrico, il sequestro del carbonio, la silvicoltura sostenibile e la conservazione della biodiversità, nel corso del prossimo secolo sono state stimate in circa 80 miliardi di dollari, di cui il 30%, ovvero 24 miliardi di dollari, andranno alla Hoch Standard. È stato stabilito che il governo del Sabah non può recedere dall’accordo, mentre Hoch Standard può vendere i suoi diritti sul capitale naturale della foresta del Sabah ad altri investitori senza il consenso del governo.
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Pilotare il clima planetario: un disegno autoritario
di Franco Piperno
Con questo testo Franco Piperno contesta, con argomentazioni che rimandano a fondamenta scientifiche, le tesi a sostegno dell’allarmismo per un incombente e irreparabile catastrofismo climatico causato principalmente dalle attività umane.
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Per rendersi conto del cambiamento climatico occorre preliminarmente capire cosa significa «clima».
Il clima è un sistema complesso che ha come componenti l’atmosfera, gli oceani, le terre emerse e le regioni coperte dal ghiaccio e dalla neve, regioni chiamate nel loro insieme criosfera.
Ogni componente è caratterizzato da «variabili di stato», e.g. la temperatura atmosferica, la salinità dei mari, l’umidità della terra, lo spessore del mantello di neve e così via.
Il cambiamento climatico interviene quando una perturbazione – detta «forcing» nel gergo tecnico –genera un flusso che altera le variabili di stato.
Più precisamente si definisce mutamento climatico ogni alterazione, che si sviluppi lungo una durata almeno decennale, dei flussi o delle variabili fisiche, chimiche, biologiche caratteristiche del sistema. La scala temporale delle decadi è usata per distinguere i cambiamenti climatici dalle vicende metereologiche che si svolgono a corto termine.
Va da sé che il clima muta continuamente da miliardi di anni; sicché il termine «cambiamento climatico» è in una certa misura ridondante.
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Decrescita: socialismo senza crescita
di Timothée Parrique e Giorgios Kallis
Le persone sembrano comprendere il concetto astratto di “illimitatezza”, ma è più difficile comprendere che il concetto non può e non dovrebbe essere applicato al concetto di crescita. Anche i socialisti devono liberarsi dell’idea che la quantità possa aumentare, quando conta solo la qualità
Importanti (eco)socialisti hanno di recente criticato il concetto di decrescita. In questo articolo vogliamo argomentare che tale critica è malriposta. Il concetto di crescita è un problema che va oltre e che è al di sopra del capitalismo. Un eco-socialismo che sia sostenibile dovrebbe rigettare ogni forma di associazione all’ideologia e alla terminologia della crescita. I socialisti del 21° secolo dovrebbero iniziare a pensare a come sia possibile pianificare delle società che possano prosperare senza la crescita. Che piaccia o meno, la crescita infatti è destinata a finire. La questione riguarda il come e in quale modo questo debba succedere, a breve o troppo tardi, per evitare disastri a livello planetario.
Ogni forma di crescita senza fine è insostenibile a livello ecologico
La tipica risposta socialista alla questione della decrescita è che il problema, in realtà, è il capitalismo, e la crescita nel capitalismo, non la crescita economica di per sé. Ma questo è il punto: nessuna crescita economica può essere sostenibile. Per ciò, un incremento degli standard materiali di vita richiede più materiali, indipendentemente dal fatto che l’economia in questione sia il capitalismo, il socialismo, l’anarchia o un’economia primitiva. La crescita negli standard di vita materiale richiede la crescita dell’estrazione di materiali e l’emissione di inquinanti (la crescita negli standard di vita in generale non richiede invece questo; ne discuteremo più avanti). Ne risulta che ora – e molto probabilmente anche in futuro – la crescita economica è fortemente correlata con l’uso di energia e di materiali. Questo fatto poi va considerato a livello globale in quanto è l’unico modo per avere un quadro completo in un’economia globalizzata.
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