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antropocene

Il capitale contro i beni comuni/3

di Ian Angus

stampa"Il capitale contro i beni comuni" è una serie di articoli sul primo capitalismo e l'agricoltura in Inghilterra.

In questa terza parte si discute dei riformatori protestanti del XVI secolo che si opposero alla crescente spinta verso la privatizzazione della terra.

La prima parte ha discusso il ruolo centrale della proprietà condivisa e dei diritti comuni alle risorse nell'agricoltura pre-capitalista. Nel 1400 quel sistema cominciò a mostrare le prime crepe, iniziando la transizione dal feudalesimo al capitalismo.

La seconda parte ha discusso i processi conosciuti come "enclosure". Alla fine del 1400, i proprietari terrieri cominciarono a sfrattare i piccoli fittavoli per aumentare i profitti, spesso creando grandi allevamenti di pecore. Nel 1530 questo cambiamento fu intensificato quando Enrico VIII si impadronì delle vaste terre della chiesa e le vendette a investitori che imposero affitti più gravosi e con una durata temporale minore. Le due trasformazioni gemelle che Marx chiamò accumulazione originaria - la terra rubata che diventa capitale e i produttori senza terra che diventano lavoratori salariati - erano ben avviate quando migliaia di contadini si ribellarono ai cambiamenti nel 1549.

 

Contro l'enclosure: gli uomini del Commonwealth

Devo minacciar loro la dannazione eterna, siano essi gentiluomini o qualunque cosa siano, che non cessano di unire casa a casa, e terra a terra, come se solo loro dovessero acquistare e abitare la terra." - Thomas Cranmer, Arcivescovo di Canterbury, 1550 [1].

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illatocattivo

La fine del mondo non avrà luogo

di Gilles Dauvé

[VI episodio della serie: Pommes de terre contre gratte-ciel, apparso su ddt21.noblogs.org; marzo 2021]

Image 001«L'apocalisse di cui vi si dice non è quella vera». (Armand Robin, Poèmes indésirables, 1943-‘44)

Il catastrofismo, che – come abbiamo visto nell'episodio precedente – a volte può tingersi di marxismo, ha il vento in poppa: un mondo sull'orlo del collasso ci sta travolgendo, è urgente agire... o forse no, se è già troppo tardi. Ma di quale collasso stiamo parlando?

 

1. Collassato

Il collasso è un'immagine che colpisce: qualcosa o qualcuno crolla. Ma l'estinzione o la scomparsa di una società, più che coincidere con uno shock o una rottura, avviene dopo un declino generalmente accompagnato da una trasformazione di lungo periodo, che spesso si estende su un arco di diversi secoli, ed è raro che la decomposizione non sia anche una ricomposizione.

«Non è perché le “risorse” stanno diventando più scarse e (quasi) tutte le attività saranno rilocalizzate radicalmente, che le attuali strutture organizzative delle nostre società scompariranno, e che il produttivismo si arresterà. A questo proposito, la rappresentazione del “picco” (che in realtà è più simile a un plateau) della produzione di combustibili fossili comporta un grosso difetto. Viene sottinteso, e a volte esplicitamente affermato, che la rarefazione di queste energie causerebbe il collasso del capitalismo. Ma la scarsità non porta alla fine dei rapporti di produzione (al contrario). Il produttivismo andrà fino in fondo, fino all'ultima goccia, se avrà campo libero. Non ci sarà una fine meccanica del capitalismo [...], ci sarà “solo” una riallocazione delle “risorse” disponibili […] e una maggiore intensità nei rapporti di sfruttamento e nell'estrazione delle materie prime. [...] L'elettricità non scomparirà, i tagli di corrente saranno sporadici. Internet non si spegnerà da un giorno all'altro: una parte della popolazione si troverà scollegata, con un accesso alla rete sempre più oneroso.» (Jérémie Cravatte)

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apocalottimismo

Il nucleare e le verità degli influencer

di Igor Giussani

DUFER AVVOCATO ATOMOIl video di Rick Dufer ‘La Verità sul Nucleare: Ambiente, Scienza ed Energia‘, pubblicato su YouTube il 6 novembre scorso e divenuto abbastanza virale (circa 95.000 visualizzazioni mentre sto scrivendo), si sarebbe potuto ragionevolmente intitolare ‘Quando clickbaiting, bias, ideologismo, cherrypicking, whishful thinking e tutte quelle brutte cose che rimproveriamo sempre agli altri le facciamo noi, allora diventano ottima e corretta informazione’.

Non si può definire altrimenti questa lunga intervista totalmente ‘sdraiata’ con Luca Romano (meglio noto sul Web come ‘L’avvocato dell’Atomo’), dove il liberal tecno-ottimista DuFer lascia campo libero al suo interlocutore senza il minimo contraddittorio per snocciolarci niente meno che la ‘Verità’, ossia un’ora e mezza di propaganda sapientemente ondeggiante tra enfasi delle (presunte) virtù del nucleare e demonizzazione delle rinnovabili.

La mia intenzione originaria era di ribattere colpo su colpo, tramite un articolo o un video reaction, ma le manipolazioni sono talmente tante che ogni tentativo si è rivelato un’impresa titanica. Dopo lunga (quasi due mesi) e sofferta riflessione sul da farsi, ho preferito rimandare alcune questioni a una fonte spesso accusata di essere ‘di parte’ ma che, per esaustività e ricchezza di informazioni, non ha eguali: mi riferisco al The World Nuclear Industry Status Report 2021 (WNISR2021). In particolare per quanto concerne i seguenti punti:

  • costi e tempistiche del nucleare: nel video vengono spacciati per attuali quelli relativi al programma francese (completato in massima parte a fine anni Ottanta), totalmente anacronistici a causa dei maggiori livelli di sofisticazione tecnica e degli standard di sicurezza odierni. Del resto, le descrizioni rose e fiori dell’Avvocato cozzano decisamente con le pessime condizioni economiche in cui versa attualmente il colosso energetico transalpino EDF e con il fallimento in cui è incorsa AREVA (vedi qui), che spiegano invece perché il direttore tecnico di Rwe Power Nuclear definisca l’atomo “un business economicamente morto”;

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comuneinfo

Essere in comune

di Paolo Cacciari

10428471 734433286637607 6151556929901130737 nLa crisi ecologica è nella sua essenza una questione etica di giustizia, in cui quelli che sono in alto tentano di mettere i ceti popolari contro la transizione ecologica (lo fa, ad esempio, il ministro Cingolani quando dice “sarà un bagno di sangue” e quando parla di “ambientalisti radicali chic, oltranzisti ed ideologici”). Che fare? Non basta rafforzare il sistema dei trattati multilaterali introducendo clausole vincolanti, spiega Paolo Cacciari, occorre “sottrarre agli stati la sovranità sull’utilizzo delle risorse naturali e cederla alle comunità locali insediate, agli abitanti dei luoghi, ai popoli indigeni…”. Significa, ad esempio, ri-territorializzare le attività economiche a cominciare dalla produzione del cibo. Ma questo può realizzarsi solo sulla base dell’esistenza di una comunità umana capace, per dirla con Jean-Luc Nancy, di “essere-in-comune”, una comunità in cui prevale la condivisione sul possesso e la convivenza sul dominio.

* * * *

La crisi ecologica, o, per dire meglio, il progressivo deterioramento degli spazi abitabili del pianeta e quindi la riduzione delle condizioni di sopravvivenza per porzioni sempre più grandi di popolazioni animali, genere umano compreso, rendono evidenti in modo clamoroso almeno due questioni politiche fondamentali: le differenti responsabilità storiche e morali delle società umane operanti nei diversi paesi; la sopravvenuta irrilevanza del principio organizzativo-giuridico del modello dello stato nazionale.

Pensiamo al diossido di carbonio. Il tempo di permanenza e di decadimento di una molecola di CO2 emessa in atmosfera varia da un minimo di trent’anni (metà delle quantità emesse) a cento anni (un terzo) e, per alcune frazioni, fino a oltre mille anni (vedi il documentato sito www.climalteranti diretto da Stefano Caserini).

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illatocattivo

Ecologia… borghese

di Gilles Dauvé

III episodio della serie: Pommes de terre contre gratte-ciel, apparso su ddt21.noblogs.org ; dicembre 2020

Image 00oi5r1Per quanto una piccola minoranza di dirigenti politici di questo mondo ostenti il proprio scetticismo riguardo ai cambiamenti climatici, la maggior parte di essi pretende di essere ecologista: all’ONU, in Vaticano, a Davos, all’università e nei media, dalla destra – incluse certe tendenze dell’estrema destra – all’estrema sinistra… tutti ecologisti. L’ecologia è parte integrante dell’ideologia dominante del XXI secolo.

 

1. Grida d’allarme e consenso

Nel 1961, l’Europa occidentale, alla quale si unirono successivamente anche il Giappone e gli Stati Uniti, si era data un organismo incaricato di promuovere il mercato, la produttività e il liberismo: l’OCSE.

Nel 1972, il «Rapporto Meadows», richiesto dal Club di Roma, che rappresentava un largo ventaglio delle élite economiche, politiche e scientifiche occidentali, metteva in evidenza le conseguenze che lo scarto crescente (e inevitabile) tra l’incremento demografico e la diminuzione delle risorse disponibili, avrebbe provocato. I limiti dello sviluppo1 fu un bestseller mondiale.

Nel 1988, la creazione di un organo di riflessione sui problemi ecologici, il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC), segnala un rovesciamento di prospettiva. La preoccupazione prioritaria non è più la mancanza di risorse (di risorse fossili, in particolare), ma il fatto che le si sfrutti troppo e che si mettano in pericolo gli equilibri indispensabili tanto alla natura quanto alla perpetuazione del mondo capitalistico.

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antropocene

Fermiamo il capitalismo che sta uccidendo il pianeta

di George Monbiot - The Guardian

bicchiereC’è un mito sugli esseri umani che resiste a ogni evidenza, cioè che mettiamo sempre la nostra sopravvivenza al primo posto. Questo è vero ma per altre specie, che quando si trovano di fronte a una minaccia imminente, come l’inverno, investono grandi risorse per evitarla o sopportarla: migrando o andando in letargo, per esempio. Per gli esseri umani la questione è diversa.

Di fronte a una minaccia imminente o cronica, come il collasso climatico o ambientale, sembra che facciamo di tutto per compromettere la nostra sopravvivenza. Ci convinciamo che non è così grave, o addirittura che non sta succedendo niente. Raddoppiamo la distruzione, sostituendo le nostre auto ordinarie con dei suv, lanciandoci verso l’oblio con un lungo viaggio in volo, bruciando tutto quanto, in un ultimo accesso di frenesia. In fondo alla nostra testa c’è una vocina che ci sussurra: “Se la situazione fosse davvero così grave, qualcuno ci fermerebbe”.

Quando ci occupiamo di questi problemi, lo facciamo in modi meschini, simbolici, comicamente inadeguati alla gravità della nostra situazione. È impossibile ravvisare, nella nostra reazione a ciò che sappiamo, il primato del nostro istinto di sopravvivenza.

 

Reazione a catena

Sappiamo che le nostre vite dipendono totalmente da sistemi naturali complessi: l’atmosfera, le correnti oceaniche, il suolo, le reti biologiche del pianeta. Le persone che studiano i sistemi complessi hanno scoperto che questi si comportano in modi coerenti.

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militant

Clima, Storia e capitale, alcune riflessioni a partire dal libro di Dipesh Chakrabarty

di Militant

come pensano le foreste eduardo kohnCrediamo che “Clima, Storia e Capitale”, il libro di Dipesh Chakrabarty recentemente pubblicato dai tipi di Edizioni Nottetempo, anche se alcune delle tesi che vi sono sostenute ci risultano tutt’altro che condivisibili, rappresenti comunque un ottimo spunto per tornare a ragionare intorno a un tema che, se per un lato non può più essere rimosso (almeno a parole) dalle agende della politica mainstream, dall’altro non può nemmeno essere ignorato da chi quotidianamente lotta per un’alternativa di società. La lettura dei due saggi in esso contenuti ci ha permesso inoltre di approfondire e chiarire alcune delle perplessità generate dall’uso sempre più in voga di un termine come Antropocene che, come avevamo provato ad argomentare in un altro post, se pure scientificamente sempre più preciso, rischia paradossalmente di depoliticizzare la questione del cambiamento climatico. Infatti, se ormai è un dato di fatto incontrovertibile che l’Antropocene sia diventato “un” tema centrale, se non “il” tema centrale, della contemporaneità, meno netta è invece la consapevolezza su quali ne siano state le cause socio-economiche e, soprattutto, quale sia la soluzione praticabile e quali i soggetti sociali potenzialmente mobilitabili. E il fatto stesso che ci si attardi ancora a ragionare sulla possibilità di una transizione a un (im)possibile capitalismo green o a sperare in interventi significativi da parte di quegli stessi governi che sono tra le cause del problema ne è forse la dimostrazione più lampante.

Proviamo quindi a prendere in prestito le parole dei due prefatori come punto di partenza per descrivere ciò che ci sembra sia ormai sotto gli occhi di tutti:

gli spettri che fino a qualche anno fa sembravano solo una lugubre e vaga minaccia che pendeva sui futuri dei nostri pronipoti sono apparsi nel nostro quotidiano con una velocità che forse in pochi si aspettavano.

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gliasini

COP26 e i militari a Glasgow

di Elena Camino

SCV15001 015 1536x1229La guerra incrementa l’effetto serra

Molti gruppi di attivisti e associazioni impegnate nella difesa dell’ambiente, della pace e dei diritti umani avevano alimentato le aspettative pubbliche su un tema centrale – ma complesso e sottostimato – della ‘lotta’ al cambiamento climatico: il ruolo e le responsabilità degli apparati militari nelle trasformazioni in atto sul nostro pianeta. I profughi fuggono dai teatri di guerra per non essere feriti o uccisi. Ma non solo. È chiaro che la guerra fa male direttamente anche ai sistemi naturali, che sono la principale fonte di sostentamento per tutti i viventi – compresi gli umani. Bombardare, minare, inquinare terreni agricoli, mari, falde, boschi riduce la produttività agricola, produce carestie e fame; obbliga intere popolazioni ad abbandonare i luoghi in cui vivevano e a migrare in cerca di luoghi in cui continuare a sopravvivere. Dunque, la violenza diretta contro le persone e la distruzione delle fonti di sussistenza sono gli aspetti più evidenti degli effetti negativi della guerra sull’ambiente e sulle comunità. L’uso delle armi contribuisce all’effetto serra sia nel ridurre la produzione di ossigeno di aree coltivate e boschi, sia nell’aumentare le emissioni di CO2 prodotte da incendi, bombardamenti, distruzioni di impianti industriali ecc. Inoltre ogni guerra scatena nuovi conflitti e provoca migrazioni, in una spirale perversa.

 

Anche preparare la guerra produce CO2

Un secondo aspetto, meno ovvio e – soprattutto – a lungo censurato, è l’insieme dei danni socio-ambientali che il sistema militare in generale causa (indipendentemente dalle azioni di guerra) con tutte le sue strutture e funzioni: dalla produzione di armamenti agli aspetti logistici (costruzione di strade, caserme, mezzi di trasporto), dai centri di formazione e addestramento alle strutture di ricerca, alla costruzione e mantenimento di basi militari e poligoni di esercitazioni. È un mondo nel mondo, con milioni di persone su tutto il pianeta impegnate al servizio della distruzione e della morte.

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illatocattivo

Il fallimento dell’ecologia politica

di Gilles Dauvé

IV episodio della serie: Pommes de terre contre gratte-ciel, apparso su ddt21.noblogs.org, gennaio 2021

Image j96001Sebbene sotto molti aspetti confliggano, ecologisti di governo, ecologisti dei «piccoli passi», ecosocialisti ed ecologisti radicali hanno un punto in comune. Che ambiscano a un incarico ministeriale, fondino una cooperativa di consumo bio, scrivano il programma per una futura «vera sinistra» o tentino di fare dell’ecologia la leva di un sovvertimento della società, tutti mettono la «questione ecologica» al centro del mondo attuale, come se oggi essa costringesse a ridefinire ciò che il capitalismo è, e in cosa consista la sua necessaria e possibile trasformazione. Tutti si vogliono allo stesso modo realisti, e si vantano di agire senza accontentarsi delle sole parole.

 

  1.   1. Il liberismo in bicicletta

A partire dagli anni ‘60 del secolo scorso, negli Stati Uniti, si è fatto avanti un ecologismo composito, incoraggiato dal bestseller di Rachel Carson, Primavera silenziosa (1962), che denunciava la strage di uccelli provocata dai pesticidi. Nel 1970 fu organizzata la prima «Giornata della Terra», più una celebrazione ufficiale che un’azione militante. Successivamente, in nome della difesa dei consumatori, Ralph Nader1 si candiderà quattro volte alla presidenza degli Stati Uniti.

In Francia, il primo partecipante ambientalista alle elezioni presidenziali del 1974, René Dumont, insisteva soprattutto sull’incapacità del capitalismo di sopprimere la fame, la sovrapproduzione e l'eccessivo consumo di energia. Secondo costui, la linea di frattura sociale non opponeva borghesi e proletari, bensì consumatori dei paesi ricchi e masse diseredate del Terzo Mondo, nelle quali si incarnavano i veri proletari moderni.

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comuneinfo

L’economia e l’ultimo giro di giostra*

di Paolo Cacciari

253611349 101594140Perfino alla conferenza di Glasgow parlano di apocalisse climatica eppure non cambia nulla. Secondo Paolo Cacciari i motivi principali dell’inerzia e dell’ignavia dei principali governi del mondo sono due: «Da una parte la capacità delle lobby dell’industria dei fossili è ancora fortissima. Dall’altra la classe politica dirigente ha una paura matta di compiere scelte che potrebbero apparire “impopolari”. Preferiscono rischiare le catastrofi piuttosto che chiedere al loro elettorato di ridurre l’uso di aerei e crociere low cost, suv a diesel, il consumo di hamburger, vestiti e scarpe d’importazione, smartphone e altre cianfrusaglie inutili e dannose. Soprattutto non sanno come fare a continuare a “far girare” l’economia senza incrementare il volume e la velocità delle produzioni di merci… Ma è esattamente questa la sfida che i paesi industrializzati devono affrontare. Per farlo serve un “cambio di paradigma”, come si suol dire. Una riconsiderazione in radice delle teorie e delle pratiche economiche…»

* * * *

Siamo stati abituati a pensare che l’economia sia solo una e che sia anche l’unica modalità d’azione possibile per soddisfare i nostri bisogni. L’economia viene presentata come la disciplina (scientifica e pratica) che ci addestra ad “ottenere di più con meno”. Si dice che un sistema economico è efficiente quando massimizza i risultati con il minimo dispendio di energie fisiche. Tutto giusto, razionale e convincente. A patto però di chiarire bene e preliminarmente il contenuto dei termini dell’equazione. Quali sono i risultati che si vogliono raggiungere? Ovvero, quali sono i bisogni che si intendono soddisfare e a beneficio di chi? E poi: quali sono i mezzi che si intendono utilizzare? Quali le forze che si vogliono mobilitare?

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lacausadellecose

A margine della Cop26 di Glasgow

di Michele Castaldo

"Quel che per te hai voluto per gli altri non desiderare"

Schermata del 2021 11 12 15 38 42Il famoso detto « Quel che per te non vuoi per gli altri non desiderare », attribuito a Gesù dall’evangelista Matteo, un principio di corretta reciprocità, ripreso da filosofi e poeti, sta subendo una metamorfosi in questi giorni con il G20 di Roma e la Cop26 di Glasgow che possiamo parafrasare così: “ Quel che per te hai voluto per gli altri non desiderare ”.

Cerchiamo di capire di cosa si tratta esattamente e da quali necessità, innanzitutto, nasce questa volontà dell’Occidente che nasconde non poche problematiche prossime venture per l’insieme dei rapporti sociali fra gli umani e di questi con il restante di tutte le altre specie che abitano questo sfortunato pianeta.

Di recente a Roma, nell’edificio detto La Nuvola di Fuksas all’Eur si sono svolti i lavori del G20, quelli formali e apparenti, perché – come si sa – quelli veri si svolgono altrove, nelle segrete stanze, dove gli occhi indiscreti del popolo non potranno mai arrivare. Ma la forza delle contraddizioni è ben più potente della capacità di contenimento delle pareti dei palazzi e tossisce, trova il modo di rumoreggiare e arrivare all’esterno e invitare chi è disposto ad ascoltare, a riflettere.

Il recente premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi ha rilasciato una intervista al Corriere della sera all’indomani della Cop26 di Glasgow, nella quale usa parole che suonano come macigni per un sistema sociale sempre più in crisi. Come si sa il Parisi non è un rivoluzionario e men che meno comunista, ma conosce la profondità del buon senso, quel buon senso d holbachiano tanto difficile da capire da chi è abituato a inseguire le lepri delle leggi impersonali dell’accumulazione capitalistica.

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ilpungolorosso

La “crescita verde” è contro la natura, un saggio di Hélène Tordjman

di Jean-Marie Harribey

Riprendiamo e traduciamo dai siti di Alternatives économiques e Alencontre un’interessantissima recensione critica di J-M. Harribey ad un’opera di H. Tordjman contro la mercificazione della natura, da poco uscita in Francia. (Avremo modo di tornare a ragionare sulle intuizioni e le contraddizioni di autori quali Illich o Ellul, ai quali Tordjman si ispira.)

glasgow 2La nostra collega e amica Hélène Tordjman ha appena pubblicato La croissance verde contre la nature. Critique de l’écologie marchand (Crescita verde contro la natura. Critica dell’ecologia di mercato), La Découverte, 2021. Questo libro sarà un punto di riferimento perché raccoglie una documentazione molto aggiornata sulla concettualizzazione e lo smantellamento della natura da parte di un capitalismo sull’orlo dell’asfissia planetaria, per la natura ma anche per l’uomo. Ora che la crisi ecologica è chiara, che non si discute più del riscaldamento globale e che aumentano gli allarmi sulla perdita di biodiversità, si potrebbe pensare che sia stato detto tutto. Forse, ma riunire in un volume una sintesi così dettagliata, precisa e piena di riferimenti sia sui molteplici attacchi alla natura sia sulle false soluzioni che vengono presentate, è un grande successo.

 

Una critica della mercificazione della natura

La questione generale di fondo che il libro mette in luce è che intraprendere la strada di una risposta di mercato alla crisi ecologica non può avere altro effetto che approfondirla. Il libro è strutturato in sei capitoli, più una densa conclusione che è, di fatto, un settimo capitolo. Su questo tornerò.

Fin dal primo capitolo, l’autrice mette alla prova il progetto di realizzare nanotecnologie, biotecnologie, scienze dell’informazione e della conoscenza (in sigla, NBIC) delle “tecnologie capaci di aumentare le prestazioni umane” (p. 21).

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illatocattivo

Il capitalismo non sarà mai ecologico

di Gilles Dauvé

«All’interno del discorso politico contemporaneo, l’ecologia è diventata ormai onnipresente: transizione energetica, capitalismo verde, riformismo ecoresponsabile… Ma se in fondo nulla cambia, se i piccoli progressi compiuti ritardano appena il montare dei pericoli, è perché l’incompatibilità tra ecologia e capitalismo non dipende dalla miopia dei suoi dirigenti: più semplicemente, essa è intrinseca alla natura stessa di questo sistema»

rifiuti11. Un’ineluttabile assenza di limiti

Definita «industriale» oppure – oggi – «postindustriale», la società moderna è fatta di imprese, ciascuna delle quali è un polo di valore che cerca di accrescersi mettendo i sistemi industriali al proprio servizio. Il ricercatore può appassionarsi alla scoperta di un nuovo processo di fabbricazione, e l’ingegnere adorare costruire dighe, ma i loro progetti diventano realtà solo se coincidono con l’interesse dell’impresa che li impiega: vendere un prodotto competitivo sul mercato, accumulare profitti, reinvestirli…

« […] lo sviluppo della produzione capitalistica rende necessario un aumento continuo del capitale investito in un’impresa industriale, e la concorrenza impone a ogni capitalista individuale le leggi immanenti del modo di produzione capitalistico come leggi coercitive esterne. Lo costringe ad espandere continuamente il suo capitale per mantenerlo, ed egli lo può espandere soltanto per mezzo dell’accumulazione progressiva. […] Accumulazione per l’accumulazione, produzione per la produzione, in questa formula l’economia classica ha espresso la missione storica del periodo dei borghesi.» (Karl Marx, Il Capitale, Libro I, cap. XXII, p. 727-31).

La prova che viviamo innanzitutto in un mondo capitalistico e non industriale, è che l’ipertrofia industriale, lungi dall’essere un fenomeno autonomo, è sottomessa alle esigenze della valorizzazione del capitale. Poco importa che una fabbrica di automobili, una miniera o un’acciaieria siano ancora funzionanti: se non sono più redditizie, le si chiude. Il borghese non ha il diritto di dormire sugli allori, e un capitalismo stazionario è sinonimo di declino. Da duecento anni, la «megamacchina» si rinnova incessantemente per costruzione, autodistruzione e ricostruzione… Conosciamo il destino della Rust Belt americana, che non significa d’altronde la fine dell’industria in quella regione, da cui proviene ancora il 40% della produzione manifatturiera del paese.

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antropocene

Note sul Rapporto IPCC

di Redazione di Monthly Review

IPCC2021 3Il 9 agosto 2021, il Gruppo intergovernativo di esperti scientifici sui cambiamenti climatici (IPCC) delle Nazioni Unite ha pubblicato “Cambiamenti climatici 2021: la base della scienza fisica”.

Questa è la Parte I del suo Sesto Rapporto di Valutazione (AR6), redatto dal 1° Gruppo di Lavoro , il quale descrive in dettaglio lo stato attuale del cambiamento climatico. La Parte I del Rapporto generale AR6 sarà seguita da altre due parti aggiuntive. L’uscita della Parte II, redatta dal 2° Gruppo di Lavoro, sul tema "impatti", è prevista per il febbraio del 2022. La Parte III, redatta dal 3° Gruppo di Lavoro, sul tema "attenuazione", dovrebbe uscire nel marzo del 2022.

Il segno di quanto siano diventate serie le questioni - con i colloqui COP26 delle Nazioni Unite sul clima a Glasgow il prossimo novembre, considerati da molti come un ultimo tentativo di raggiungere una soluzione globale a favore dell’umanità - è il fatto che già durante l'estate sono trapelate le prime bozze dei Rapporti Parte II e Parte III. Alla fine di giugno, la parte II di AR6 era pervenuta all'agenzia di stampa francese AFP (Agence-France Presse), che ha in seguito pubblicato un articolo sul Rapporto trapelato (“Crushing Climate Impacts to Hit Sooner than Feared - Impatti climatici schiaccianti colpiranno prima del temuto”.

Giorni prima della pubblicazione della Parte I, la sezione chiave della Parte III, un “Riepilogo per i responsabili politici”, è trapelato da scienziati associati a Scientist Rebellion and Extinction Rebellion Spain. Un articolo che annuncia la fuga di notizie, intitolato “IPCC Sees Degrowth as Key to Mitigating Climate Change” (L'IPCC vede la decrescita come la chiave per mitigare il cambiamento climatico), è stato pubblicato il 7 agosto dal giornalista Juan Bordera e dall'ecologo Fernando Prieto sulla rivista online spagnola Contexto y Acción (CTXT).

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conness precarie

Sette tesi sul mutamento climatico e il regime ecologico di accumulazione del capitale

di connessioni Precarie

Sette tesiCon questo contributo interveniamo per la prima volta direttamente nel dibattito politico ampio e articolato sugli effetti sociali del mutamento climatico. Da molti anni i movimenti ambientalisti hanno fatto di questa problematica una questione politica fondamentale, ma probabilmente solo oggi è indiscutibile la presenza transnazionale di una generazione in rivolta che in questi giorni si sta organizzando in vista della Cop26 che si terrà a Glasgow nel mese di novembre. Non è un caso che il movimento che in questi anni ha dato vita allo sciopero globale per il clima sia composto prevalentemente da giovani: nella formula ‘giustizia climatica’ c’è la pretesa collettiva di non vedersi rubare il futuro e l’indisponibilità a piegarsi alle promesse di istituzioni scientifiche e politiche nazionali e internazionali ‒ alle quali pure gli stessi giovani si rivolgono ‒ che su quel futuro propongono e pianificano compromessi al ribasso. È d’altra parte evidente che non saranno quelle istituzioni a offrire una soluzione ai cambiamenti in atto, perché stanno già ricostruendo la propria legittimazione proprio in nome di una “transizione ecologica” orientata al profitto. La transizione verde si presenta allora come un campo di battaglia che non può essere praticato da una sola generazione, che ridefinisce i limiti e le possibilità dei movimenti sociali, che reclama in maniera inequivocabile una presa di posizione. Pensare che l’ecologia configuri un nuovo regime di accumulazione del capitale, e con esso una nuova governance ecologica, significa per noi cercare di determinare tanto le forme in cui si stanno riarticolando la produzione e riproduzione sociale di fronte al cambiamento climatico, quanto le linee di frattura lungo le quali è possibile praticare l’iniziativa politica. La difesa della natura non offre immediatamente una possibilità di ricomposizione delle molteplici figure che subiscono in modo diversi gli effetti del cambiamento climatico; al contrario, il modo di accumulazione ecologico produce e riproduce differenze e gerarchie che solcano lo spazio transnazionale che la generazione in rivolta chiama Terra. È in questo spazio e all’interno della transizione verde del capitale che si possono cogliere alcune indicazioni che il nostro ecologismo deve continuare a praticare collettivamente, per affermare con forza il rifiuto di sottostare alle condizioni poste dalle trasformazioni in corso.

* * * *

1. Viviamo in un regime ecologico di accumulazione del capitale, un campo di tensione in cui si producono lotte parziali, non una ricomposizione dell’universale umano