
La ragione e l’indicibile: elogio della soglia
di Francesco Coniglione
C’è un luogo del pensiero dove le parole cominciano a incrinarsi. Non per difetto, ma per eccesso: giunte al limite di ciò che possono dire, si piegano, fanno silenzio, e proprio in quel silenzio accade qualcosa. Non è il nulla, non è il vuoto della rinuncia. È il punto in cui la ragione, portata fino al suo spasimo, lascia filtrare una luce che non sapeva di contenere. È lì, in quella fessura, che prende dimora il mistico.
Il mistico non è il nemico della ragione, né la ragione è la tomba del mistico. Sono piuttosto due compagni di viaggio che non possono separarsi, ma neppure confondersi. Ciascuno ha bisogno dell’altro, e ciascuno deve restare se stesso: la ragione non può fingersi mistica senza perdere il proprio rigore, il misticismo non può atteggiarsi a metafisica speculativa senza tradire la propria natura. È questa, in estrema sintesi, la lezione che attraversa come un filo rosso l’opera del primo Wittgenstein e di altri pensatori di formazione scientifica nei quali il rigore logico o matematico convive con una tensione verso l’indicibile.
La questione è tanto più intrigante quanto più si osserva un fenomeno curioso. Molti sistemi filosofici ispirati a un ideale fortemente razionalista, che costruiscono cattedrali logiche con la precisione di un orologiaio, a un certo punto devono riconoscere un limite: in qualche punto dell’edificio, splendidamente squadrato, si apre una crepa da cui entra qualcosa che non è riducibile al razionale. Un elemento che non si lascia addomesticare dalle categorie, che sfugge alla presa del concetto. È l’irruzione del mistico. Non lo chiamano così, naturalmente. Lo chiamano “intuizione intellettuale”, “principio primo”, “postulato indimostrabile”. Ma il meccanismo è spesso analogo: la catena delle ragioni deve interrompersi da qualche parte, e in quel punto, volenti o nolenti, si fa appello a qualcosa che la ragione è costretta a presupporre senza poterlo tuttavia ricondurre interamente a sé.
Lo aveva capito benissimo Pascal, che pure era un matematico di prim’ordine: «Le cœur a ses raisons que la raison ne connaît point» — il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce. Attenzione, però: Pascal non sta affatto dicendo che il cuore conosce al modo della ragione, solo con altri mezzi.
Sta dicendo qualcosa di molto più sottile: che il cuore afferra ciò che la ragione discorsiva non può incatenare nelle sue proposizioni. Il “cuore”, qui, non è il sentimentalismo psicologico, ma un diverso ordine di evidenza. E questo ci costringe a una distinzione che non è una semplice sfumatura, ma tocca il cuore stesso dell’epistemologia.
La conoscenza — l’episteme greca, la scientia latina, il Wissen tedesco — si è storicamente definita, a partire dalla svolta del logos, come un ‘afferramento’ del reale che risponde a criteri precisi: universalità, necessità, dimostrabilità, comunicabilità in forma proposizionale. Conoscere significa poter dire “so che p”, secondo una delle formulazioni classiche della conoscenza proposizionale, dove p è una proposizione vera e giustificata. Platone espulse i poeti dalla città ideale proprio perché la loro presa sul reale non rispondeva a questi requisiti: potevano dire cose vere, ma non sapevano rendere ragione di ciò che dicevano. Da allora, almeno nella linea dominante del pensiero occidentale, la conoscenza è procedura, metodo, concatenazione di prove. È il regno del logos apophantikos, il discorso che afferma o nega qualcosa di qualcosa.
La comprensione — l’intendere, il Verstehen, il comprehendere — è un’altra cosa. Non è un grado inferiore della conoscenza, né una sua forma imperfetta: è una modalità diversa di stare presso il reale. Comprendere significa cogliere un senso, abitare un significato, entrare in risonanza con qualcosa che non si lascia ridurre a proposizione. Posso comprendere il dolore di un amico senza conoscerlo nel senso scientifico del termine; posso comprendere un verso di Leopardi o una pagina di Meister Eckhart senza poterne dare una dimostrazione; posso persino comprendere me stesso, in certe illuminazioni improvvise, senza che questa comprensione si traduca in un teorema.
La conoscenza procede per dimostrazioni; la comprensione si nutre di esperienze, di simboli, di silenzi. La conoscenza esige il linguaggio nella sua funzione assertiva; la comprensione può abitare anche il gesto, lo sguardo, la musica, la preghiera. La conoscenza separa il soggetto dall’oggetto; la comprensione, nei suoi momenti più alti, non è soltanto guardare-da-fuori, ma stare-presso, o talvolta stare-dentro, ciò che si comprende.
Dunque, Pascal non stava invitando all’irrazionalismo, né dichiarava una resa. Stava riconoscendo che esistono diverse modalità di afferrare il reale, e che la ragione discorsiva non esaurisce il campo di ciò che l’essere umano può comprendere. Non conoscere: comprendere. La comprensione è più ampia della conoscenza, e la contiene senza esserne contenuta. Come un cerchio più grande che racchiude il cerchio più piccolo, ma che ha un centro diverso. La geometria stessa, notava Pascal, poggia su principi che si sentono, non si dimostrano. E quel “sentire” appartiene già a un altro ordine, che Pascal chiamava “cuore” e che noi potremmo chiamare, con minore poesia e maggiore esattezza, “intuizione fondativa”.
Ma è Wittgenstein a portare questo discorso alle sue estreme conseguenze. Nel Tractatus Logico-Philosophicus il filosofo austriaco costruisce un’impalcatura logica di impressionante rigore per tracciare il limite tra ciò che può essere detto sensatamente e ciò che, invece, può solo mostrarsi. La celeberrima conclusione è che «su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere» (§ 7). Detto così, sembrerebbe la sconfitta del mistico, il suo esilio silenzioso. Invece è esattamente il contrario. Il mistico, per Wittgenstein, non è il nonsenso di chi vaneggia. È l’indicibile che si mostra proprio attraverso i limiti del dicibile. «Non come il mondo è, ma che il mondo sia, è il mistico», scrive nella proposizione 6.44. La differenza è decisiva. La scienza, la logica, il linguaggio sensato possono descrivere come stanno le cose, come funziona il mondo, quali rapporti legano i fatti. Ma sul fatto stesso che il mondo esista, che ci sia qualcosa piuttosto che nulla, il linguaggio significativo raggiunge il proprio confine. È il confine ultimo, il muro contro cui il linguaggio sbatte e rimbalza. E in quel rimbalzo, in quella impossibilità, il mistico si manifesta.
La menzionata settima proposizione del Tractatus non va pertanto letta come una censura, ma come una porta socchiusa. Il silenzio che Wittgenstein prescrive non è il mutismo di chi non ha niente da dire; è il silenzio denso di chi ha esaurito le possibilità del linguaggio e ora può solo mostrare. Nei paragrafi conclusivi del Tractatus si possono distinguere almeno due registri del mistico: il sentimento del mondo come totalità limitata (§ 6.45) e l’inesprimibile che tuttavia si mostra (§ 6.522). Non siamo qui davanti a un misticismo sentimentale, ma a una precisa tesi filosofica: c’è dell’indicibile, e quest’indicibile non è un difetto del linguaggio ma ciò che ne rivela il limite e, insieme, la profondità.
In questo senso, il mistico traluce tra le pieghe del discorso e senza di questo resterebbe per sempre invisibile. Senza la ragione portata fino al suo limite, il mistico non potrebbe neppure essere riconosciuto come tale. Sarebbe muto, non silenzioso; assente, non velato. È la ragione, esercitata fino allo spasimo, che produce le incrinature da cui filtra la luce. Non c’è mistico senza ragione, come non c’è luce senza fessura.
La riflessione contemporanea ha colto questa tensione in modo fecondo. Raimon Panikkar, per esempio, ha elaborato un pensiero nel quale razionalità, esperienza mistica e apertura interculturale non si escludono, ma si richiamano reciprocamente. Si potrebbe dire, con efficace iperbole, che in lui la ragione non cancella la mistica e la mistica non umilia la ragione. È una formula che suona come una provocazione, ma coglie esattamente il punto: la ragione che riconosce i propri limiti non si distrugge, si compie. E l’esperienza mistica che non rinnega la ragione non è un salto nell’irrazionale, ma un’apertura ulteriore.
Del resto, la storia della filosofia è costellata di figure in cui la mistica non è alternativa al rigore speculativo, ma ne costituisce il vertice. Da Plotino, che descrive l’estasi come un contatto sovra-razionale con l’Uno, allo pseudo-Dionigi Areopagita, fino a Meister Eckhart: in ciascuno di loro la mistica non è il rifiuto della filosofia, ma il suo punto più alto, là dove la ragione, giunta al limite, si arresta e sperimenta l’indicibile. Ma qui si nasconde anche il pericolo. Non tutti i mistici resistono alla tentazione. C’è una deriva che insidia ogni autentica esperienza mistica: quella di tradursi in metafisica speculativa, di mettersi a gareggiare con la filosofia sul suo stesso terreno. È il misticismo che si fa dottrina, sistema, apparato dimostrativo. Nel momento in cui pretende di dire l’indicibile con le stesse armi della ragione discorsiva, il mistico tradisce la propria vocazione. Non è più testimone del limite, ma concorrente della dimostrazione razionale: si mette a imitare il passo della scienza proprio là dove la scienza non può più procedere. E perde: non per il potere dissolvente della scienza, ma perché pretende di diventare “scienza” dell’indicibile.
Viceversa, la ragione che si dissolve nel mistico, che abdica al proprio rigore per abbracciare l’ineffabile con troppa disinvoltura, finisce per diventare quel sonno che genera mostri. È la deriva di certi idealismi romantici, di certe filosofie che scambiano l’oscurità per profondità e il nonsenso per mistero. La ragione deve restare ragione: sobria, paziente, capace di distinguere. Solo così può condurci fino a quel confine che essa stessa non può varcare, ma che può indicare con precisione.
Alla fine, la verità di questo discorso sta in una immagine. Il silenzio non è l’assenza della parola, ma la parola che si ritrae. Il mistico non è il nulla della ragione, ma la ragione che si sporge oltre il proprio orlo. È nelle sconnessure del discorso che il mistico prende dimora, ma per riconoscerlo è necessario che la ragione venga esercitata sino al suo limite estremo, sino a quando dalle sue incrinature non filtri la luce.
Wittgenstein lo sapeva. Pascal lo sapeva. E lo hanno intuito molti matematici e logici che, dopo aver spinto la dimostrazione fino al suo punto più alto, si sono accorti che il fondamento stesso della dimostrazione riposa su qualcosa che non può essere dimostrato. Non è uno scacco. È la scoperta che la ragione, quando è veramente se stessa, conduce alla propria soglia. E lì, esattamente lì, comincia qualcos’altro. Qualcosa che non può essere detto, ma che può essere vissuto.
Non è forse questo, in fondo, il senso più profondo del filosofare?












































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