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Il vaccino come arma geopolitica

di Lorenzo Battisti

Clipboard U20340804437XD 1020x533IlSole24Ore WebFin dall’inizio questa pandemia è stata anche (e sopratutto) una questione economica e geopolitica (almeno nel mondo occidentale). Lo si è visto quando i paesi colpiti erano solo due, Italia e Cina (inizio e fine della nuova Via della Seta), trattati come appestati e condannati all’isolamento commerciale internazionale: gli altri paesi vedevano nella diffusione del virus a questi paesi un modo per rubare loro clienti sui mercati internazionali. Inoltre era un modo per bloccare il piano cinese OBOR che permetteva a questo paese di uscire dal nascente blocco americano (il Pivot to Asia di Obama). In sostanza, nessuna cooperazione o solidarietà, ma competizione.

Il gioco oggi rimane lo stesso. Sono solo cambiati i termini del problema. Ora che la malattia è diventata pandemica, ora che questa si è diffusa a tutto il globo, il primo blocco economico che ne esce approfitta della situazione per prendere spazi economici ai blocchi che non sono riusciti a uscirne. In sostanza, prima si riesce a vaccinare tutta la popolazione e più si possono perlomeno limitare i danni economici e sociali.

In questo contesto diventa centrale la vaccinazione di massa della propria società. Da qui deriva la corsa di tutti al vaccino. Facciamo quindi il punto sulle vaccinazioni e sui vaccini per capire cosa sta succedendo.

Il primo fattore da considerare è l’ostilità alla vaccinazione. Quello che, da un punto di vista individuale, è un diritto da esercitare o meno, da un punto di vista collettivo è un’arma da utilizzare contro i concorrenti economici. In questo i “complottisti” e i “negazionisti”, lungi dall’essere più intelligenti degli altri (come danno a credere e come sembrano convinti di essere) funzionano da utili scemi dei blocchi economici concorrenti. Altroché patriottismo e sovranismo.

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Forum Cina/1. Nel mondo multipolare: passato, presente e prospettive

di Giacomo Marchetti - Rete dei Comunisti

forum cina multipolare 500x300«Le discussioni sul presente e il futuro della Cina – una potenza “emergente” – mi lasciano sempre poco convinto. Alcuni sostengono che la Cina abbia scelto una volta per tutte la “via capitalista” e intenda anche accelerare la sua integrazione nella globalizzazione capitalista contemporanea. Chi propone questa ipotesi ne è abbastanza soddisfatto, e spera solo che questo “ritorno alla normalità” (essendo il capitalismo la “fine della storia”) sia accompagnato da uno sviluppo in direzione di una democrazia di stile occidentale (partiti, elezioni, diritti umani).

Costoro credono – o devono credere – nella possibilità che in questa maniera la Cina possa gradualmente raggiungere in termini di reddito pro capite il livello delle società opulente occidentali, cosa che io non ritengo possibile. La destra cinese condivide questo punto di vista. Altri deplorano tutto questo in nome dei valori di un “socialismo tradito”.

Altri si associano alle espressioni dominanti della pratica occidentale del China bashing Altri ancora, quelli al potere a Pechino, descrivono questo sentiero come “socialismo con caratteristiche cinesi”, senza essere più precisi. Comunque, ci si può fare un’idea più precisa leggendo i testi ufficiali e in particolare i piani quinquennali, che sono accurati e vengono presi piuttosto sul serio.

Nei fatti la domanda “la Cina è capitalista o socialista” è mal posta, troppo generica e astratta perché una qualsiasi risposta abbia senso nei termini di questa alternativa assoluta. Nei fatti, la Cina ha continuato a seguire un percorso originale dal 1950, forse persino sin dalla rivolta dei Taiping nel diciottesimo secolo».

Samir Amin, Cina 20131

Introduzione

Le contraddizioni aperte dagli anni ’50 nel movimento comunista dallo scontro – talvolta anche militare – tra il PCC ed il PCUS sono da sempre al centro dell’analisi e del posizionamento delle forze comuniste.

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Geopolitica dell’accordo sugli investimenti tra Unione Europea e Cina

di Giacomo Marchetti

In calce un articolo di di Stuart Lau, Wendy Wu (South China Morning Post)

cina unione europea geopolitica scaledDopo sette anni di negoziati, Cina ed Unione Europea concludono un accordo sugli investimenti, a poco più di tre settimane dall’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca.

Uno smacco per Washington, un’ancora di salvezza per Bruxelles ed un successo per la partita geopolitica di Pechino.

Il China-UE Comprehensive Agreement on Investement (CIA) dovrà essere ratificato dal Parlamento Europeo e potrebbe essere operativo già all’inizio del prossimo anno, quando il mondo potrebbe avere superato questa prova pandemica e gli equilibri tra i maggiori attori geo-politici essere profondamente mutati rispetto a quelli di un anno fa.

È il secondo accordo che la Cina conclude – dopo il RCEP di metà novembre scorso – nel periodo della tormentata transizione politica statunitense iniziata con la conclusione del processo elettorale il 3 novembre scorso.

I colloqui per questa intesa erano iniziati nel 2013.

Un anno chiave in cui la Cina vide rallentare la sua crescita impetuosa e l’amministrazione Obama, in piena strategia di contenimento cinese attraverso il Pivot To Asia, con la cornice del TPP – l’ipotesi di accordo trans-pacifico. da cui Trump si sganciò un anno dopo la sua elezione – e l’esclusione di Pechino dall’accordo tra le sei banche centrali (USA, UE, UK, Giappone, Canada e Svizzera) di fine ottobre, sembrava in grado di determinare un piano politico che consolidasse il proprio ruolo guida.

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osservatorioglobalizzazione

La lunga marcia verso la Brexit

di Luca Colaninno Albenzio

Il 30 dicembre 2020 Londra ha ratificato l’accordo per le relazioni bilaterali post-Brexit concluso con le autorità dell’Unione Europea. In questo articolo ripercorriamo le dinamiche politiche e gli ostacoli affrontati dalle parti in causa nella lunga fase negoziale

Brexit Boris JohnsonLa politica è uno specialismo che richiede preparazione, dedizione e studio[1]. Nessuno pensa di affidarsi ad un medico o ad un amministratore di condominio sol perché questi si è appena proposto sul mercato. Nell’ambito della politica ci sono varie branche, ognuna con le sue specificità, con i suoi conoscitori, con i suoi apparati amministrativi serventi.

La congruità della politica estera al tempo della globalizzazione è fondamentale per la tenuta di ogni Stato, come simmetricamente durante l’Ottocento era importante il Ministero degli Interni per il mantenimento del potere.

Il coordinamento tra i Ministeri degli Esteri e i rispettivi organi politici di vertice è una necessità ineludibile nel mondo di oggi. È nell’ordine delle cose che i Presidenti degli Stati Uniti si occupino di politica estera, pur avendo spesso Segretari di Stato di spessore. Il Presidente russo Vladimir Putin, al potere dal 1999, sebbene abbia come Ministro degli Esteri uno dei maggiori esperti del mondo diplomatico, vale a dire Sergej Lavrov, mostra di conoscere bene i maggiori dossier internazionali. Il Ministro degli Esteri cinese, Wang Li, è il fedele replicante della linea portata avanti dal Presidente Xi Jinping.

Presidenze degli Esecutivi e Ministeri degli Esteri non possono essere di fatto sedi vacanti, perché in politica estera il dilettantismo, nella migliore delle ipotesi, porta ad una ossequiosa irrilevanza.

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lantidiplomatico

Venezuela, geopolitica post-elettorale

di Geraldina Colotti

e767d089c7c8de4f8b66c765183d59a0Mentre è in corso la farsa dell’autoproclamato con la sua “consultazione popolare”, le reazioni alle parlamentari, che si sono svolte in Venezuela il 6 di dicembre, fotografano la contesa geopolitica per come si va configurando in questo scorcio del 2020. Un anno segnato dalla pandemia da coronavirus, che ha già provocato 1,57 milioni di morti (3.000 al giorno solo negli USA), quasi mezzo milione in Europa.

Un’Europa stretta nella gabbia della Ue, la cui cifra ricompatta, per l’occasione, gli interessi di banchieri, affaristi e grandi imprenditori a scapito dei settori popolari, ribadendo la stratificazione gerarchica esistente fra i suoi stessi membri. Un’Europa che vuole avere la sua fetta di torta, restando però sotto l’ombrello (Nato) del Grande Fratello nordamericano.

Il ministro degli Esteri russo, Serguéi Lavrov, ha sintetizzato adeguatamente la situazione, commentando la decisione del blocco regionale di imporre una nuova tornata di sanzioni alla Russia senza passare per gli organismi dell’ONU. L’Unione Europea – ha detto – ha rinunciato a essere uno dei poli di un sistema multipolare, continuando ad agire nell’orbita di Washington: “La politica della Germania – ha aggiunto – ci conferma che così vuole attuare Berlino, sempre che mantenga la leadership dell’Unione Europea”.

Su richiesta degli Stati Uniti, facendo riunioni a porte chiuse, la UE cerca di screditare l’ONU mediante il “meccanismo generico di imporre sanzione per violazione dei diritti umani”, ha denunciato il capo della diplomazia russa.

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osservatorioglobalizzazione

“Geopandemia”: il caos del mondo dopo il coronavirus

Andrea Muratore intervista Salvatore Santangelo

Geopandemia 1L’Osservatorio Globalizzazione presenta oggi un’ampia conversazione avuta con il professor Salvatore Santangelo sul suo ultimo saggio, Geopandemia. Decifrare e rappresentare il caos” (edito da Castelvecchi). Santangelo, classe 1976,è giornalista professionista e docente universitario. Esperto di politica internazionale e di storia del Novecento, studia la dimensione mitica nell’attualità occupandosi di “geoso­fia”, e tra le sue più recenti pubblicazioni si segnalano GeRussia (2016) e Babel (2018). Con lui abbiamo discusso delle motivazioni che lo hanno spinto a scrivere “Geopandemia”, delle dinamiche innescate dal coronavirus nella politica internazionale e nell’evoluzione della globalizzazione e delle lezioni che la storia e le culture del passato possono dare al presente per superare questa fase di crisi.

* * * *

Professor Santangelo, come ha elaborato il concetto di “Geopandemia” e l’idea che le conseguenze geopolitiche della pandemia inaugurino una nuova fase dell’era globalizzata?

“Geopandemia” è un termine “denso” e questo perché la crisi pandemica ha una sua “densità” che merita di essere esplicitata nelle sue diverse componenti, e nella mia trattazione ho scelto di dare priorità proprio a quella geopolitica: la pandemia si è inserita in un determinato contesto storico, facendo saltare equilibri già precari.

 

Quali sono le sue principali idee riguardanti la fase storica in cui ci troviamo, influenzata dal Covid-19?

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Sinophobia Inc. Capire la “macchina” anti-cinese

di Giacomo Marchetti

Di seguito un testo del Qiao Collective

qiao sinophobiaGli USA sono uno “Stato castrense”, dove il complesso militare-industriale è uno dei principali blocchi di potere che governano il Paese, qualsiasi presidente venga eletto.

I grandi gruppi nord-americani del settore delle armi sviluppano una potente opera di lobby tesa ad orientare le decisioni politiche complessive e a forgiare – attraverso i media – un’opinione pubblica che promuova la difesa dei propri obbiettivi economici, camuffandoli da necessità difensive generali.

Non sorprende che il lavoro di lobbying del complesso militare-industriale venga camuffato da giornalismo d’inchiesta indipendente, come è ben descritto nell’articolo che qui abbiamo tradotto.

È chiaro che per fare questo bisogna identificare un nemico che costituisca una minaccia vitale all’american way of life, e far sì che questa minaccia venga percepita come “comune” da numerosi Paesi – in primis i propri alleati – verso cui si possano indirizzare i flussi d’esportazioni delle armi della propria industria bellica.

Senza capire la filiera produttiva bellica complessiva è difficile comprendere la catena di trasmissione della paura, che è il cuore della disinformazione strategica, leggermente più sofisticata della fake news che nutrono le differenti teorie “cospirazioniste”, bersaglio abituale della stampa sedicente liberal.

La politica estera statunitense è il risultato della sincronizzazione dell’agenda delle maggiori corporations – tra cui l’industria delle armi -, gli orientamenti del Deep State e l’establishment politico al governo, all’interno di un orizzonte strategico comune. Il quale può avere variazioni tattiche a seconda dell’amministrazione, ma che deve riprodurre il dominio imperiale a stelle-e-strisce ed una adeguata governance delle contraddizioni sociali interne.

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La Cina pensa che gli Stati Uniti siano al capolinea

di Julian Gewirtz (Foreign Affairs) – Giacomo Marchetti

cina usa capolineaIl conflitto tra USA e Cina ha assunto la forma di un guerra fredda di nuovo tipo.

Le cose cambieranno poco se, in un ipotetico passaggio di poteri a Washington – che non si annuncia per niente lineare e forse non proprio pacifico –, vincerà Joe Biden.

Certo, lo sfidante democratico vuole ripristinare la leadership nord-americana all’interno di una cornice multilaterale abbandonata durante questi anni dall’attuale inquilino della Casa Bianca, costringendo gli Stati Uniti a trovare una forma di confronto non antagonista su alcuni dossier: dall’Accordo di Parigi sul Clima in cui vuole rientrare all’Organizzazione Mondiale della Sanità di cui vuole fermare il processo di uscita, oltre a ri-raggiungere l’UNESCO.

Biden è una atlantista convinto ed intende rafforzare il ruolo della NATO, così come la cooperazione con la UE che saranno probabilmente gli assi della propria politica di pressione sulla Cina.

Biden ha affermato di voler ricongiungersi all’Accordo sul Nucleare sull’Iran ed in generale “rivedere e potenzialmente riformulare l’intero approccio ai Paesi del Golfo”, come ha dichiarato un consulente dell’amministrazione Obama al «Financial Times».

Dalla sua prima visita all’estero da Presidente in Arabia Saudita e Israele nel maggio del 2017, Donald Trump ha consolidato sempre un legame più stretto con la petrol-monarchia araba e con l’entità sionista: dall’uscita dall’accordo sul nucleare firmato da Obama nel 2015 alla spinta per la “normalizzazione” dei rapporti con Israele da parte di alcuni Stati Arabi (EAU, Barhain e probabilmente Sudan), per non parlare della vendita di ingenti quantitativi di armi usati nella guerra in Yemen.

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sbilanciamoci

Ancora sull’ipotesi di decoupling Cina-Usa

di Vincenzo Comito

Ultimamente si parla di un forte ridimensionamento dei processi di globalizzazione. In relazione ai livelli di inquinamento allo sviluppo dell’automazione, al Covid alle politiche di Trump. Ma è molto più probabile che si verifichi un ridimensionamento e un mutamento delle sue caratteristiche

Usa Cina e1565020426713Un quadro per lo meno articolato

Il 3 ottobre 2020 abbiamo pubblicato su questo stesso sito un articolo (L’economia cinese dopo il Covid 19) che cercava di fare il punto su alcune questioni economiche rilevanti che toccano la Cina in questo momento. Tra i temi affrontati nel testo c’era quello del supposto decoupling in atto tra la Cina e gli Stati Uniti e più in generale tra la Cina ed i Paesi occidentali, argomento di cui, tra l’altro, sono pieni in questo periodo i media.

Con queste note proviamo a tornare sull’argomento, dal momento anche che il nostro interesse viene mantenuto vivo da una serie di notizie che nelle ultime settimane vengono riportate dalla stampa internazionale.

Alcune di esse mostrano un quadro molto articolato e non certamente in bianco e nero sul tema, come si poteva invece supporre. Altre mettono invece in rilievo delle tendenze che sembrano andare controcorrente rispetto all’ipotesi del decoupling e che anzi mostrano apparentemente un nuovo interesse delle imprese Usa e più in generale di quelle dei paesi avanzati per la Cina.

 

Delle situazioni molto diverse

Per quanto riguarda la prima questione, ad esempio un articolo apparso di recente sul Financial Times (Hille, 2020) sottolinea come le imprese estere che hanno una presenza produttiva nel Paese al fine di collocare i propri prodotti nello stesso, come ad esempio per il settore dell’auto è il caso dei produttori tedeschi, Usa, coreani e giapponesi, non abbiano nessuna intenzione di lasciare il Paese. Il discorso si fa diverso in parte, ma solo in parte, per quelle imprese che avevano scelto di produrre in Cina per rifornire da tale punto i mercati esteri.

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osservatorioglobalizzazione

Trump e la Cina: un braccio di ferro lungo quattro anni

di Gino Fontana

l dossier “AMERICANA” realizzato congiuntamente da Osservatorio Globalizzazione e Kritica Economica arriva alla terza puntata, la prima pubblicata sulle nostre colonne, con questo ampio e approfondito articolo di Gino Fontana, che traccia un bilancio dei rapporti tra Usa e Cina nell’era Trump

trump cinaUno spettro di aggira per gli Stati Uniti, lo spettro delle elezioni presidenziali. Quattro anni fa, in pochi avrebbero scommesso sul successo di Trump e il giorno dopo la vittoria dei repubblicani, molti si sono chiesti che ne sarebbe stato degli Stati Uniti d’America. Quattro anni di amministrazione Trump hanno portato a rivedere le priorità e gli interessi internazionali della Casa Bianca. In questo articolo, cercheremo di analizzare i quattro anni di politica estera dell’amministrazione Trump prendendo in considerazione i rapporti con un altro grande Paese, la Cina.

Cina e Stati Uniti non sono solamente legati da rapporti economici, ma rappresentano due superpotenze in grado di proiettare la loro influenza oltre i propri confini. Entrambi rappresentano un terzo del prodotto interno lordo mondiale. Pechino e Washington sono anche i maggiori investitori in spese militari, nonché i due maggiori Paesi che emettono CO2. Come già trattato in precedenti articoli, i rapporti sino-americani stanno definendo la natura dell’ordine internazionale del XXI secolo. Esistono molte opinioni differenti in merito all’evoluzione dei rapporti tra Pechino e Washington. Alcuni accademici parlano del modello “Chimerica”, sottolineando come il fattore dell’interdipendenza sia peculiare nelle relazioni tra i due giganti. Altri invece, riprendono la teoria della “trappola di Tucidide” sostenendo che le due superpotenze sono destinate allo scontro o ad una nuova guerra fredda. Come cita Mario Del pero in Ispi, report four years of Trump 2020, si tratta di un bipolarismo spurio, nel quale vi è una distribuzione di potere asimmetrica con la predominanza di un polo (quello a guida americana) sull’altro. Tuttavia, Pechino rimane in grado di sfidare la leadership di Washington, se non globalmente, almeno in alcune aree strategiche come la zona Asia-Pacifico.

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C’era una volta l’egemonia statunitense…

di Francesco Piccioni

Con un articolo di Maurizio Novelli

egemonia statunitenseGuardare le cose dal cortile di casa è confortevole, ma non permette di capire alcunché su come sta cambiando il mondo. Lo diciamo spesso, perché il provincialismo culturale o addirittura informativo della cosiddetta “sinistra” ha raggiunto livelli superati solo dalla destra fascioleghista, costitutivamente incapace di cogliere le dinamiche mondiali.

Per questo, nel nostro lavoro di informazione-formazione di una “cultura collettiva” comunista, ricorriamo spesso ai contributi più illuminanti che vengono prodotti in campo avversario. E i giornali economici – per la loro funzione di “orientamento” degli investitori – sono obbligati a dare informazioni strutturate decisamente meno taroccate di quelle che appaiono su Repubblica et similia.

Sulla tempesta che sta colpendo gli Stati Uniti, qualche giorno fa, abbiamo ripreso il punto di vista – molto pessimistico – di Stephen Roach sui destini del dollaro (uno dei pilastri dell’egemonia Usa).

A conferma indiretta, oggi Milano Finanza ospita un’analisi forse anche più “definitiva”, per mano di Maurizio Novelli, manager del Lemanik Global Strategy Fund, un fondo di investimento svizzero su mercati mondiali. Non un “teorico” della finanza, insomma, ma un operatore sul campo, che guarda alle tendenze attraverso indici aggiornati in tempo reale e deve decidere cosa fare dei miliardi che gestisce.

Fa effetto, insomma, leggere da un personaggio del genere – certo non sospettabile di simpatie marxiste – che “Il Covid ha travolto il modello economico degli Usa, ormai troppo esposto alla leva finanziaria e al peso della finanza nell’economia, dove è l’economia reale che sostiene la finanza e non viceversa.

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osservatorioglobalizzazione

Le catene globali del valore dopo la pandemia

di Andrea Muratore

Schermata del 2020 09 13 11 02 18“Attraverso le infrastrutture di comunicazione siamo riusciti ad accelerare (e quindi a trasformare qualitativamente) dei fenomeni che prima mettevano millenni ad accadere. Pensiamo al virus del morbillo: non era altro che una mutazione della peste bovina che si è trasmessa all’essere umano quando abbiamo iniziato ad addomesticare la mucca. Il morbillo ha invaso il mondo camminando, a piedi. Pensiamo all’influenza spagnola, che un secolo fa ci ha messo ben due anni per diffondersi. Questa volta invece sono bastate un paio di settimane”: quanto dichiarato alla rivista francese Le Grand Continent da una scienziata di valore come Ilaria Capua in riferimento all’esplosività della diffusione globale del coronavirus[1] si può traslare alla discussione sulle conseguenze economiche del Covid-19[2].

Il virus, prima ancora che creare ex novo fattori di instabilità nell’economia, accelera e complica le tendenze già esistenti, funge da elemento di cesura. Per alcune settimane, la globalizzazione ha preso due strade divergenti. Da un lato, è accelerata nella sua componente immateriale, con le piattaforme tecnologiche, i social network e le aziende specializzate nell’elaborazione dati e nelle discipline più innovative[3] che hanno lavorato a pieno regime acquisendo ulteriore centralità nei sistemi produttivi. Dall’altro si è gradualmente paralizzata[4] sul fronte dei commerci internazionali e della produzione industriale, facendo emergere come preponderante il tema della gestione delle catene del valore.

Le catene del valore “globali” saranno al centro di numerosi discorsi di tema politico ed economico nella fase post-pandemica[5]: e anche qui notiamo come non ci si trovi di fronte a nuovi scenari aperti dalla pandemia, ma a un’accelerazione dettata dall’impatto del virus sugli equilibri globali.

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L’imperialismo del libero scambio

di Giacomo Gabellini

00d64f387acdc434041504850ab89733Uno degli effetti generati dalla Prima Guerra Mondiale fu indubbiamente quello di imprimere una brusca accelerata al trasferimento del centro di gravità geopolitica del pianeta dal “vecchio continente” agli Usa. Un processo costellato da una serie di crisi in grado di raggiungere un’intensità tale da condurre all’implosione del Gold Standard sterlino-centrico, intrinsecamente votato alla massima limitazione delle fluttuazioni monetarie. L’instaurazione del regime aureo rappresentava un passaggio cruciale della “scalata” intrapresa dalla Gran Bretagna verso la conquista dell’egemonia globale a detrimento delle declinanti Province Unite olandesi. Un percorso che, nato dalle ceneri della Santa Alleanza, condusse all’instaurazione di un ordine europeo fondato sull’equilibrio delle forze e strutturato a sufficienza per sopravvivere alle brame imperiali napoleoniche, che indirizzò le direttrici di espansione inglesi dal “vecchio continente” verso Americhe, Asia ed Africa. Il risultato fu la formazione di un impero geograficamente gigantesco presidiato sul piano militare dalla formidabile Royal Navy e capace di associare al “centro”, costituito dai “tradizionali” possedimenti coloniali, una periferia integrata informalmente per mezzo di accordi bilaterali di libero scambio stipulati con una miriade di Paesi del mondo – molti dei quali di recente decolonizzazione. Naturalmente, laddove i trattati non conducevano all’integrazione delle nazioni firmatarie nel sistema liberoscambista egemonizzato dalla Gran Bretagna, Londra non disdegnò mai il ricorso alla forza bruta, come avvenuto con le Guerre dell’Oppio nel 1840 e nel 1857. Il cui risultato, però, fu sempre l’estensione dell’impero informale.

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tempofertile

Usa, Cina, Europa: il grande scontro. Ue e cronache del crollo

di Alessandro Visalli

usa cina ue ape10Ad oggi quattordici milioni di casi conclamati e ufficialmente comunicati di infezione da Coronavirus e seicentomila morti, cinque milioni di casi ancora attivi, di cui sessantamila in condizioni critiche o serie. Di questi circa due milioni sono nei soli Stati Uniti, e con essi sedicimila casi critici. Gli Stati Uniti procedono a record continui, nell’ordine di oltre settantamila nuovi casi al giorno, e hanno subito ad oggi centoquarantamila morti. Per rapporto alla popolazione abbiamo undicimila casi per milione di abitanti, meno del tragico Cile, che ne conta diciassettemila, ma più di tutti gli altri paesi con almeno dieci milioni di abitanti. Segue il Perù ed il Brasile, con circa diecimila, e, distante, la Svezia (settemilaseicento), Arabia Saudita, Spagna (seimilacinquecento), Sud Africa, Belgio (cinquemila), Russia, Bolivia, Portogallo ed, infine, l’Italia, che ne ha quattromila.

Insomma, gli Stati Uniti hanno il triplo dei casi per milione di abitanti rispetto a noi, anche se hanno meno morti (quattrocentotrenta contro cinquecentottanta). Una tragica statistica, questa, nella quale siamo superati solo dal Belgio e da Inghilterra e Spagna.

Ma la tragedia sanitaria porta con sé anche devastanti conseguenze economiche. Ed in particolare negli Usa. Un recente rapporto[1] del Fondo Monetario Internazionale certifica che il Covid-19 ha provocato la perdita del lavoro per quindici milioni di americani, ha posto sotto stress finanziario tantissime imprese piccole e medie (mentre le grandi, evidentemente, sono state efficacemente soccorse dalle straordinarie misure della Fed e del governo federale), e impattato in particolare sui tanti poveri che affollano le periferie americane.

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Un vincolo interno per il vincolo esterno

di Paolo Peluffo

La crisi aumenterà terribilmente il peso del debito, condizionando le nostre scelte strategiche. Carli, Ciampi e la transizione dal controllo geoeconomico americano a quello europeo. Le inutili prediche di Caffè. La decisiva quanto trascurata questione demografica

VincoloesternoDevo ringraziare Emidio Diodato per aver avviato il suo viaggio sul vincolo esterno, ovvero sulle ragioni della debolezza italiana, partendo dalla teorizzazione di quel vincolo proposto da Guido Carli nelle memorie che scrisse con me poco prima di morire 1, nei primi mesi del 1993 2. Diversi autori si sono concentrati su quella dichiarazione 3, e sul tragico pessimismo che la innervava, per dimostrare la consapevolezza di Carli, e forse non solo sua, del passo terribile che l’Italia stava per compiere con l’adesione alla moneta unica. Anzi, per esprimersi più correttamente, con l’adesione a un trattato sulla base del quale avrebbe potuto fare quel passo, non farlo, o farlo in un momento successivo agli altri contraenti, ma che costituiva una impalcatura per tutti i paesi europei basata su un vincolo esterno che si presentava irreversibile.

Tra l’altro quel passo del libro Carli lo aveva scritto prima del resto, in un dattiloscritto che aveva denominato «asterischi» e che mi aveva consegnato nei primi giorni della nostra collaborazione, anche perché derivava da un precedente volumetto di testi raccolti. Escludo quindi che fosse un moto dell’animo sfuggito per caso. Ho avuto tra le mani la copia di una raccolta con i suoi discorsi da parlamentare 4 che regalò a Carlo Azeglio Ciampi nel dicembre 1988 con questa dedica: «A Carlo Ciampi, il governatore che porterà la Banca d’Italia a integrarsi nella Banca centrale europea». La data è importante perché significa che già nel dicembre 1988 l’obiettivo di costruire un sistema europeo di banche centrali era ben definito.