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Il nuovo disordine mondiale/ ieri e oggi: la jihad imperialista
di Sandro Moiso
Peter Hopkirk, Servizi segreti a oriente di Costantinopoli, Edizioni Settecolori, Milano 2022, pp. 566, 32 euro
Arriva in libreria l’unica opera fino ad ora non ancora tradotta in italiano dello storico e giornalista inglese Peter Hopkirk (1930-2014) e dedicata, come tutte le sue precedentemente pubblicate da Adelphi, Mimesis e la stessa Settecolori, al Grande gioco, ovvero al confronto tra grandi potenze e imperi per il controllo dei territori ad oriente della Turchia fino all’Asia Centrale e all’India, vero cuore pulsante dell’impero inglese fino alla seconda guerra mondiale.
Hopkirk, che ha sempre affermato di aver iniziato a scrivere sul Grande gioco a partire dalla lettura di Kim, il capolavoro letterario-avventuroso di Rudyard Kipling, ancora una volta non smentisce la sua abilità nel trattare la materia in esame sia dal punto di vista documentario che da quello letterario, dando vita ad una narrazione in cui storia politico-militare e avventura si fondono in pagine che sicuramente non permettono al lettore di separarsi facilmente dalle stesse.
In questo caso si tratta di analizzare e raccontare lo sforzo che la Germania guglielmina, sul fare e nel corso della Prima Guerra Mondiale, mise in atto per poter scalzare, con l’aiuto dell’allora ancor parzialmente vivo impero ottomano e il richiamo all’islamismo più intransigente, la presenza britannica dai territori del Vicino Oriente, andando però ben oltre i confini e i territori compresi nello stesso.
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L’Ucraina è un trojan per la dipendenza della Germania dagli Stati Uniti
Intervista a Michael Hudson
Il mondo viene diviso in due parti. Il conflitto non è solo nazionale, Occidente contro Oriente, ma è un conflitto di sistemi economici: capitalismo finanziario predatorio contro socialismo industriale che mira all’autosufficienza per l’Eurasia e l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO). I paesi non allineati non sono stati in grado di “fare da soli” negli anni ’70 perché mancavano di una massa critica per produrre il proprio cibo, energia e materie prime. Ma ora che gli Stati Uniti hanno deindustrializzato la propria economia ed esternalizzato la produzione in Asia, questi paesi hanno la possibilità di non rimanere dipendenti dalla diplomazia del dollaro USA
* * * *
Prof. Hudson, il tuo nuovo libro “The Destiny of Civilization” è uscito ora. Questa serie di conferenze sul capitalismo finanziario e la Nuova Guerra Fredda presenta una panoramica unica della tua prospettiva geopolitica. Parli di un conflitto ideologico e materiale in corso tra paesi finanziarizzati e deindustrializzati come gli Stati Uniti contro le economie miste di Cina e Russia. Di cosa tratta questo conflitto e perché il mondo in questo momento si trova a un “punto di frattura” unico come afferma il tuo libro?
M. Hudson. L’odierna frattura globale sta dividendo il mondo tra due diverse filosofie economiche: negli Stati Uniti/NATO occidentali, il capitalismo finanziario sta deindustrializzando le economie e ha spostato la produzione alla leadership eurasiatica, soprattutto Cina, India e altri paesi asiatici insieme alla Russia fornendo materie prime e armi.
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La "mobilitazione" per lo scontro diretto con Mosca, dopo l'Ucraina
di Fabio Mini
Il generale sir Patrick Sanders, nuovo capo di Stato maggiore dell’esercito britannico (CGS) ha preceduto i grandi della Nato nella cosa più ostica per quasi tutti i suoi membri: la dichiarazione di guerra. Sebbene la dichiarazione formale non sia più necessaria, quella de facto si è sempre affiancata a essa e in molti casi l’ha sostituita. Il Giappone dichiarò guerra agli Usa con l’attacco di Pearl Harbour minuti dopo (o prima) della dichiarazione formale. Inoltre la guerra può iniziare non solo con i primi colpi di cannone o le scaramucce di frontiera, ma con la stessa preparazione della guerra. La Prima guerra mondiale fu innescata, pretesti a parte, dalle mobilitazioni specie se irreversibili, come dissero i generali allo zar titubante. La mobilitazione era già allora una dichiarazione di guerra de facto. Perciò, per garantire la sorpresa veniva fatta nel segreto o simulata, o veniva sbandierata con la propaganda per aumentare la deterrenza o accendere gli animi o nascondere la propria debolezza. Bene, Sanders, al prestigioso think tank Rusi (Royal United Services Institute), chiama Gran Bretagna e Nato alla mobilitazione contro la Russia. In pratica confida nella mobilitazione – la più grande ed esplicita dichiarazione di guerra – per la dissuasione di Putin che, a suo dire, si è già dimostrato refrattario alla deterrenza militare e perfino economica. Ovviamente a fin di bene, per evitare la guerra, prevenirla e non farla. Chiede di “mobilitare l’esercito per far fronte alla nuova minaccia: un pericolo chiaro e presente che si è concretizzato il 24 febbraio quando la Russia ha usato la forza per impadronirsi del territorio dell’ucraina, un Paese amico del Regno Unito”.
La guerra a cui si riferisce non è quella in atto tra Russia e Ucraina, ma quella tra Nato e Russia. La prima è forse già perduta:
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La Nato mondiale e la prospettiva multilaterale
di Alberto Bradanini
Al vertice Nato di Madrid del 30 giugno scorso, Il presidente turco ha ufficialmente ritirato l’obiezione di Ankara all’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato. I tre paesi hanno firmato un apposito memorandum trilaterale[1]. Erdoğan ha così lasciato cadere la sua riserva dopo aver ottenuto significative concessioni da parte delle due nazioni nordiche, ormai campioni di tutela dei diritti umani solo sulla carta (basti ricordare la sudditanza a Washington/Londra di governo/magistratura svedesi sulla vicenda di Julian Assange).
A pagare le conseguenze di ciò saranno i curdi, che combattono una battaglia storica per la sopravvivenza. A tale riguardo, si constata curiosamente che non è mancato qualche transitorio prurito di preoccupazione per i combattenti curdi, i quali secondo le bizzarrie di alcuni osservatori verrebbero protetti dalle truppe americane/mercenari – che occupano da anni e illegalmente le terre siriane dove si produce petrolio – quando invece sono stati utilizzati come carne da cannone, insieme a Isis, Al Qaeda etc. per spodestare Bashar Al Assad, nemico di Israele. Quella pur esteriore preoccupazione a favore dei curdi, subito caduta davanti alle superiori esigenze di incorporamento dei due paesi nordici nella Nato, resta tuttavia meritevole di apprezzamento.
Se l’aspirazione del popolo curdo all’autodeterminazione merita il massimo rispetto – sebbene nel diritto internazionale essa debba fare dialetticamente i conti con il principio contrario di intangibilità delle frontiere – ciò che fa difetto nella narrativa dominante è l’assenza di analoga sensibilità verso altre popolazioni, in Europa e altrove, nei confronti delle quali l’aspirazione ad autodeterminarsi viene platealmente ignorata per le esigenze del dominus atlantista.
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Quanto durerà la guerra in Ucraina?
l'AntiDiplomatico intervista il Generale Fabio Mini
Nella prima intervista del marzo scorso, con un successo di letture e critica straordinario, il generale Mini aveva offerto al pubblico de l’AntiDiplomatico uno spaccato completo di quello che sarebbe accaduto per la miopia dell’approccio Ue e Nato nel conflitto ucraino. La lettura è altamente consigliata anche oggi.
A quattro mesi di distanza torniamo a sollecitare le riflessioni del Generale Mini, in una fase che appare drammaticamente decisiva per il futuro degli interessi strategici nazionali e più in generale per la tenuta delle relazioni internazionali.
* * * *
Generale nella precedente intervista a l’AntiDiplomatico del 10 marzo lei dichiarava che per uscire dall’impasse l’Italia, cito testualmente, avrebbe dovuto: “Negoziare, finirla con il pensiero unico e la propaganda, aiutare l’Ucraina a ritrovare la ragione e la Russia ad uscire dal tunnel della sindrome da accerchiamento non con le chiacchiere ma con atti concreti. E quando la crisi sarà superata, sperando di essere ancora vivi, Italia ed Europa dovranno impegnarsi seriamente a conquistare quella autonomia, dignità e indipendenza strategica che garantisca la sicurezza europea a prescindere dagli interessi altrui.” 4 mesi dopo che cosa si sente di aggiungere a questa affermazione?
Soltanto una constatazione: il superamento della crisi si allontana ogni giorno di più. Le iniziative di pace sono sempre di meno e mentre la via per il disastro sta diventando un’autostrada, quella per la fine del conflitto non solo è un sentiero di montagna, ma è anche bloccato da un masso enorme fatto d’interessi contrastanti e cinismo.
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La Cina, il conflitto russo-ucraino e il nuovo ordine multipolare
di Giambattista Cadoppi*
La posizione ufficiale della Cina sulla questione ucraina è a sostegno agli accordi di Minsk, che stabilivano un compromesso accettabile per le parti. Pechino non si è pronunciata esplicitamente sul riconoscimento della Crimea come parte della Russia, in quanto è portata a sostenere solo accordi bilaterali tra i contendenti e non situazioni di fatto. Il ministro della Difesa cinese ha affermato però che gli Stati Uniti sono “colpevoli dell'escalation del conflitto” in Ucraina e, dunque, della sua “sirianizzazione"
Critiche dell’azione sovversiva americana
La Cina ha criticato il colpo di stato a Kiev che ha destituito il legittimo presidente Janukovyć e il doppio standard, applicato sempre dagli americani, per cui se la Russia si lamenta quando le vengono messe basi ai suoi confini allora gli Stati indipendenti possono fare ciò che vogliono. La Cina, invece, se mette delle basi navali alle Isole Salomone oppure nella Guinea Equatoriale minaccia la sicurezza degli USA, anche se queste sono a migliaia di chilometri di distanza e a volte a decine di migliaia di chilometri.
La Cina si è astenuta dal condannare la Russia, disapprovando le sanzioni illegali che gli Stati Uniti e i suoi vassalli hanno inflitto a Mosca. Gli Stati Uniti possono rubare i soldi di altre persone o di Stati in qualsiasi momento, quando non gli piace qualcosa, come insegna anche l’Afghanistan, ma gli altri Paesi non possono opporsi.
È evidente che gli Stati Uniti hanno calcolato male le conseguenze della guerra. Le sanzioni occidentali si sono basate sulla falsa premessa che l’economia russa fosse altamente vulnerabile. I cambiamenti dell’economia russa negli ultimi anni sono stati ignorati. Gli occidentali hanno creduto in un mito creato da loro stessi. Invece di schiacciare la Russia, le loro sanzioni hanno portato a un’inflazione dilagante in casa propria e Biden è quasi certo di perdere le elezioni di medio termine. L’Europa è anche in condizioni peggiori. Il sostegno all’Ucraina sta soffocando l’Occidente con l’inflazione, come non si vedeva da anni.
Il presidente cinese Xi Jinping ha criticato le sanzioni unilaterali, definite “arbitrarie”, e le loro ricadute sui Paesi in via di sviluppo, incitando i “principali Paesi sviluppati” ad adottare politiche economiche “responsabili”.
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Guerra in Ucraina e Nuovo Ordine Mondiale
di Raffaele Picarelli
Proponiamo gli atti del seminario “Guerra in Ucraina: effetti nell’economia, nella finanza e nelle relazioni internazionali” tenuto dal dr Raffaele Picarelli al Circolo Arci di San Giuliano Terme sabato 4 giugno su iniziativa del Comitato Popolare Sangiulianese in collaborazione con le seguenti associazioni: Ita-nica di Livorno, il Laboratorio della solidarietà di Livorno, Codice Rosso e la Libera Università Popolare di Livorno.
Raffaele Picarelli, saggista ed esperto di questioni economico-finanziarie e di relazioni internazionali, ha offerto una approfondita e organica disamina a 360° dei processi in corso ormai da anni nell’economia occidentale e degli effetti provocati dalla guerra in Ucraina e, soprattutto, dalle sanzioni comminate alla Russia dai Paesi occidentali che consente di comprendere parte delle verità sottaciute dalla narrazione mediatica main stream, ma anche di avere una quadro organico delle dinamiche geopolitiche che sottostanno al conflitto.
Questo il breve abstract della prima parte della relazione che risulta estremamente utile oltre che per la comprensione degli scenari in essere, anche per fornire strumenti di analisi e di lotta politica per gli attivisti.
“La guerra in Ucraina ha amplificato e accelerato processi già in corso in Occidente, legati agli anni della pandemia ed agli effetti della crisi sistemica cominciata nel 2008.
Inflazione, primi segni di recessione, blocco o difficoltà nelle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, aumento dei tassi di interesse, caduta di valore di tutti gli asset finanziari: queste tendenze risultavano già in atto a partire dal terzo trimestre del 2021.
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La NATO cambia pelle?
di Michela Arricale
Un anno fa, nel Giugno 2021, la NATO ci informava che la guerra era cambiata e che questa non si combatteva più solo con le armi convenzionali, ma anche attraverso strumenti cosiddetti ibridi, ideati cioè per scopi altri rispetto alla guerra ma comunque funzionali ad obiettivi strategici. Ad esempio, l’informazione viene identificata come uno di questi strumenti ibridi, ed è pertanto - ci dicono - da considerare come una vera e propria minaccia alla sicurezza qualsiasi campagna di disinformazione attraverso le cd fakenews, se e quando questa sia in grado di incidere sulle dinamiche democratiche di un Paese alleato mettendone a rischio la stabilità.
Pertanto, le analisi sulle minacce alla sicurezza avrebbero dovuto – da allora in poi - comprendere non solo scenari militari convenzionali, ma anche questi scenari ibridi. Poiché le analisi sulle minacce comprendono anche la predisposizione delle risposte a queste minacce, è diventato altresì necessario allargare le competenze strategiche della NATO per permetterle di adattarsi a tali mutamenti di prospettiva.
E è per questi motivi che i capi di Stato e di Governo hanno deciso di aggiornare lo Strategic Concept della NATO, il documento politico che guida e concerta l’azione dell’Alleanza Atlantica e che sarà formalizzato nel prossimo summit di Madrid, il 28,29 e 30 Giugno.
Non solo l’informazione – ci raccontano gli esperti della NATO - ma anche l’ambiente web, l’economia, lo Spazio e persino il cambiamento climatico dovranno entrare a far parte degli scenari di sicurezza da analizzare in chiave bellica per assicurarsi i propri obiettivi strategici.
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Hic sunt leones
di Piero Pagliani
1. Un buon modo per smettere di sognare e cercare di vedere la realtà così com'è, è analizzare il ragionamento dell'avversario. Posto quindi che per decreto ministeriale è nostro avversario tutto ciò che non è “Occidente”, qualsiasi cosa ciò voglia dire, o non si assoggetta all'Occidente, riporto brevi estratti di due analisi, una dal campo russo e l'altra da quello cinese [1].
Il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, al Forum Economico di San Pietroburgo, il 17 giungo u. s.:
Gli Stati Uniti, dopo aver dichiarato la vittoria nella Guerra Fredda, si sono anche dichiarati messaggeri di Dio sulla terra, privi di obblighi, ma solo portatori di interessi che hanno dichiarato sacri. Non sembrano aver notato che sul pianeta si sono formati nuovi potenti e sempre più assertivi centri. Ognuno di essi sviluppa il proprio sistema politico e le istituzioni pubbliche secondo il proprio modello di crescita economica e, naturalmente, ha il diritto di proteggerli e di assicurare la sovranità nazionale… . I cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo sono basilari, cruciali e inesorabili. Ed è un errore credere che in un momento di cambiamenti così turbolenti si possa semplicemente tener duro o aspettare che passi finché tutto si rimette in riga e ritorna come prima. Perché non sarà così!
E ora la “Strategia dei tre cerchi” nelle parole di Cheng Yawen, dell'Istituto per le Relazioni Internazionali e Affari Pubblici dell'Università di Studi Internazionali di Shanghai:
Cento anni fa, i vertici del Partito Comunista Cinese proponevano la via rivoluzionaria “accerchiare le città partendo dalle campagne”. In questo momento di “cambiamenti senza precedenti”, la Cina e i paesi in via di sviluppo hanno bisogno di interrompere l'ordine centro-periferia della contemporaneità e l'azione dei Paesi occidentali di prevenzione e repressione dei Paesi non occidentali, nonché di migliorare la solidarietà e la cooperazione nelle aree “rurali” globali.
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L’incubazione della guerra/3. Il conflitto nel Donbass del 2014
di Sergio Cararo
Il violento colpo di stato armato, compiuto a Kiev alla fine di febbraio 2014 ha aperto il vaso di Pandora della guerra in Ucraina, sia nelle regioni russofone dell’Est (Donetsk e Lungansk), sia sul fronte interno contro le minoranze russofone, le organizzazioni comuniste e antifasciste.
Il pretesto della violenta rivolta conosciuta come la seconda “Euro Maidan” fu il rifiuto dell’allora presidente ucraino Janukovič di firmare l’Accordo di associazione all’Unione europea, su cui insisteva pesantemente la Ue.
A tale scopo fu organizzata una provocazione contro la polizia, la risposta di questa fu registrata su video e diffusa immediatamente dai media occidentali. Tutto ciò avveniva alle 4 del mattino, sulla piazza centrale della capitale ucraina (la Maidan che significa appunto piazza), dove, “in modo perfettamente casuale”, si trovavano già diverse troupe, che registravano tutto su video e lo trasmettevano.
Fu l’innesco che scatenò la seconda “Majdan” che, sotto la direzione dell’ambasciata USA e con le visite di incoraggiamento in piazza dei leader europei, si trasformò in colpo di stato armato.
Sono state sfacciate le interferenze negli affari interni dell’Ucraina con senatori e diplomatici USA (Biden, McCain, Nuland) e Presidenti ed ex presidenti polacchi (Gribauskajte, Kaczyński, Kwaśniewski, Wałęsa) che arrivavano di persona a Majdan appositamente per incoraggiare le persone nella loro rivolta contro governo. Il primo sangue a Kiev venne versato il 22 gennaio 2014, quando viene uccisa una persona ed accusata la polizia.
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Menti raffinatissime
di Rosso Malpelo
L’età del disordine, ovvero chi semina vento raccoglie tempesta
La caduta di un impero, quando non avviene per una sconfitta militare, è spesso preceduta da una fase di estremo disordine. Un caos volutamente diffuso per l’incapacità di mantenere il controllo imperiale con strategie di ordine e stabilità che contemperino ed armonizzino i diversi interessi dei territori e delle popolazioni assoggettate con quelli del potere centrale. Quando viene meno ciò che è stato definito soft power, ovvero la pervasività culturale del potere imperiale attraverso meccanismi di seduzione del suo modello sociale e culturale, non resta che la forza bruta per assicurarsi la tenuta del potere su vaste aree e molteplici nazioni, i cui interessi soffocati e subordinati, creano faglie di scontro e divisioni all’interno dell’impero. Incapace di governare le forze centrifughe così generate, l’oligarchia imperiale risponde con il caos, ovvero con la diffusione della frammentazione e del disordine, nella convinzione suicida che sia più facile governare un insieme frammentario di elementi, caotico ed in conflitto tra loro, con la preponderante forza militare di cui l’impero dispone. E’ la teoria del martello di Abraham Maslow, “se l’unica cosa che hai è un martello inizierai a trattare tutto come fosse un chiodo”, meglio poi che i chiodi siano molti e piccoli anziché pochi e grandi.
Gli USA hanno raggiunto l’apice della propria parabola imperiale tra la fine degli anni Ottanta ed i primi anni Novanta del secolo scorso, ovvero dalla fase di decadenza e successiva dissoluzione dell’impero antagonista-nemico, cioè l’URSS. Si prospettò in quegli anni per gli USA un dominio assoluto del mondo e per un certo periodo di tempo andò esattamente così (vedere alla voce PNAC).
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Gott mit uns
di Lanfranco Binni
Non c’è tempo per un presente che rifiuta la storia e i suoi processi lunghi, complessi e contraddittori. I poteri senza storia di un capitalismo totalitario che assolutizza l’unico presente di un modo di produzione malthusiano e dei suoi devastanti miracoli finanziari, in un mondiale cortocircuito di imperialismi, guerre economiche e territoriali, stanno producendo il naufragio delle magnifiche sorti e regressive della globalizzazione occidentale. La guerra statunitense alla Russia in territorio europeo, una pragmatica resa dei conti con l’ex Unione Sovietica (conti aperti dal 1917), per la conquista delle sue materie prime, per il dominio militare ed economico dell’intero continente europeo di cui anche la Russia fa parte, sta producendo risultati inattesi e pericolosamente prevedibili. La guerra ucraina, dopo otto anni e 100 giorni di aggressioni Nato (non solo ad abbaiare) sul fronte orientale dell’Europa, sta producendo un nuovo Afghanistan “nel cuore dell’Europa”, per una guerra di lunga durata “sul campo”, con l’obiettivo di ridisegnare un preteso nuovo ordine mondiale a guida statunitense; sullo sfondo, la guerra (per ora) economica con la Cina (conti aperti dal 1949), i cambiamenti climatici in atto e inarrestabili, le epidemie connaturate allo “sviluppo” estrattivista, la crisi profonda (senza opportunità) del neoliberismo e delle sedicenti liberal-democrazie occidentali.
Pesi e misure
Sul piano geopolitico la tendenza in atto è alla guerra globale come continuazione dell’economia: c’è uno stretto legame tra la guerra economica (sanzioni, dazi e affini) e le atomiche «tattiche» di nuova generazione, tra il mercato globale delle armi e le politiche di guerra occidentali e atlantiste sul fronte sud (Siria, Libia, territori occupati della Palestina, fino al Niger), sul fronte est ai confini della Russia, sul fronte sud-est (Afghanistan, Iran) e sul fronte indo-pacifico.
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L’UE dopo l’Ucraina
di Wolfgang Streeck
Illuminante! Buona lettura, Giuseppe Germinario
La guerra è padre di tutti e re di tutti.
Supponendo che la storia dell’Unione Europea inizi con la Comunità Economica Europea (CEE), costituita nel 1958, essa è durata ormai quasi due terzi di secolo. È iniziata come un’alleanza di sei paesi che amministrava congiuntamente due settori chiave dell’economia del dopoguerra, il carbone e l’acciaio, rendendo superfluo per la Francia ripetere l’occupazione della valle della Ruhr, che aveva contribuito all’ascesa del revanscismo tedesco dopo la prima guerra mondiale Sulla scia della guerra industriale della fine degli anni ’60, e in seguito all’ingresso di altri tre paesi, Regno Unito, Irlanda e Danimarca, la CEE si è trasformata nella Comunità Europea (CE). Dedicata alla politica industriale e alla riforma socialdemocratica, la CE doveva aggiungere una “dimensione sociale” a quello che stava per diventare un mercato comune. Dopo, dopo la rivoluzione neoliberista e il crollo del comunismo, quella che ora è stata ribattezzata Unione Europea (UE) è diventata sia un contenitore per i nuovi stati-nazione indipendenti dell’Est desiderosi di unirsi al mondo capitalista, sia un motore di riforma neoliberista, fornitura- side economics e New Labourism in ventotto paesi europei. È anche diventato saldamente radicato nell’ordine globale unipolare dominato dagli americani dopo la “fine della storia”.
L’Unione Europea degli ultimi tre decenni è stata un microcosmo regionale di quella che è stata chiamata iperglobalizzazione. 1 In effetti, era in modo significativo un modello continentale di dimensioni ridotte per il capitalismo globale integrato che era l’obiettivo finale di coloro che all’epoca sottoscrivevano il Washington Consensus.
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La NATO, un amico pericoloso
di Valeria Poletti
In seguito all’invasione russa dell’Ucraina, dopo duecento anni di neutralità la Svezia e dopo più di 70 anni la Finlandia, entrambe si candidano ad entrare nell’Alleanza Atlantica, aprendo la strada ad un aumento della presenza di truppe NATO nelle regioni del Nord Europa1. La neutralità come status cessa di avere una sua posizione all’interno del diritto internazionale. I piccoli Paesi e quelli meno armati tendono a schierarsi, all’interno dell’antagonismo Est-Ovest, con uno dei blocchi ricostituitisi, dopo la fine della Guerra Fredda e l’implosione dell’Unione Sovietica, in un gioco pericoloso nell’Atlantico e nell’Indo-Pacifico.
Un pericolo che viene da lontano
Nel 1999, la NATO ha bombardato la Serbia per sottometterla alla secessione del Kosovo. La guerra contro la Jugoslavia è stata la prima diretta a cambiare gli equilibri regionali e a mettere in crisi l’ordinamento degli Stati nazionali, è stata la prima in cui l’Occidente capitalista ha scelto di promuovere il conflitto settario – quello portato avanti dai musulmani di Bosnia e del Kosovo – e farsene strumento per disintegrare l’unità nazionale di un Paese e annullarne la sovranità.
Dopo di allora, nell'aprile 2009 l'Albania e la Croazia hanno completato il processo di adesione alla NATO e lo stesso è avvenuto per il Montenegro nel 2017. Attualmente sono in corso le procedure per l’adesione all’Alleanza della Bosnia Erzegovina. Anche il Kosovo, che ospita la base KFOR2 di Camp Bondsteel (la più grande base statunitense nei Balcani), ha recentemente chiesto di entrare come membro del Patto atlantico: secondo quanto riporta il Fatto Quotidiano, «per la presidente del Kosovo Vjosa Osmani, la crisi e il conflitto in Ucraina potrebbero estendersi alla regione balcanica, e per questo è importante che la Nato acceleri il processo di adesione all’Alleanza in primo luogo di Kosovo e Bosnia- Erzegovina.
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Il nuovo disordine mondiale / 15: Follow the money!
di Sandro Moiso
Il nemico non è, no non è
oltre la tua frontiera;
il nemico non è, no non è
al di là della tua trincea
(Il monumento – Enzo Jannacci, 1975)
Nonostante la versione patinata di stile hollywoodiano della guerra fornita dalla propaganda occidentale, che continua a parlare di vittoria di Kiev e della NATO, ballando una sguaiata rumba sia sulla pelle dell’orso russo (non ancora acquisita, però, come trofeo) che su quella delle vittime civili e militari di entrambi i fronti in guerra, i fatti degli ultimi giorni, se non delle ultime ore, rivelano uno scenario ben diverso da quello così superficialmente descritto. Soprattutto per quanto riguarda le alleanze economiche, politiche e militari che gravitano intorno agli Stati Uniti e all’Europa e che vanno man mano disfacendosi lungo i confini orientali di quest’ultima,
Un’immagine che potrebbe riassumere per tutte lo stato delle cose sul campo è quella della parziale resa e ritirata dall’acciaieria Azovstal di Mariupol dei buona parte dei difensori.
Simbolo dell’”eroismo” e della “resistenza” ucraina1 nel corso dei primi 82 giorni di una guerra destinata a durare ed allargarsi negli anni a venire, paradossalmente, è stato anche il primo contingente militare ucraino ad entrare, seppur parzialmente, in conflitto con Zelensky e il suo governo, proprio per il tentativo di quest’ultimo, molto simile a quello di Hitler con le truppe tedesche assediate a Stalingerado nell’inverno tra il 1942 e il 1943, di elevare i militari ad eroi destinati al martirio senza tentare di far alcunché, nemmeno sul piano delle trattative per cercare di salvarne almeno un certo numero.
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