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Riappropriarsi del tempo e ridurre l’orario di lavoro
Mario Agostinelli
Lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero (Aristotele).
1. Tempo e velocità hanno un limite
Il mondo non ha più tempo da perdere. Siamo nel mezzo della crisi energetica più rilevante nella storia dell’umanità. Se per gioco volessimo rappresentare con personalità conosciute le generazioni che succedendosi hanno “plasmato la memoria” su cui risiede la nostra civiltà occidentale – a scelta da Pitagora a Pericle a Cesare a Carlo Magno a Marco Polo a Napoleone a Marx, ad Einstein a Feynman, fino ad Obama – sarebbe sufficiente spalmare su un grande palco una novantina di illustri individualità – (90 personalità x 25 anni a generazione =2250 anni di storia). Ma se volessimo prevedere quanti nuovi personaggi potranno salire d’ora in avanti su quel palco, dovremmo riflettere che, almeno a detta del mondo scientifico più responsabile e accreditato, non potremmo andare oltre alle quattro o cinque unità, se i nuovi “leader” si limitassero a replicare il “business as usual”, con i conseguenti effetti irreversibili e devastanti sul clima e la temperatura del pianeta.
In pratica, la velocità di trasformazione e di sfruttamento delle risorse naturali e lavorative è giunta al punto tale da pregiudicare, con gli effetti di manomissione dei cicli naturali, il mantenimento della biosfera e la sopravvivenza della specie.
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I terminator del lavoro
Giuseppe Nicolosi e Fabrizio Fassio
Nel futuro la disoccupazione sarà generalizzata. È la previsione che segue le analisi sull’automazione delle attività produttive. Una tesi che ritorna ciclicamente, da oltre cinquant’anni, ogni volta che viene annunciata qualche innovazione tecnologica
Lo scorso anno ha provocato un certo scalpore in Italia un articolo del saggista britannico John Lanchester pubblicato dalla London Review of Books e tradotto in italiano da Internazionale intitolato Il capitalismo dei Robot. Il testo di Lanchester consta di una documentata analisi della situazione planetaria del lavoro sotto la pressione dello sviluppo tecnologico e dell’automazione. Tra i dati più spettacolari presentati da Lanchester spiccano la netta vittoria di Watson, ultimo software Ibm in materia di intelligenza artificiale, al gioco a quiz televisivo Jeopardy!, i successi del traduttore di Google e l’annuncio di Terry Gou, fondatore di Foxconn, della sua intenzione di sostituire il milione di dipendenti della celebre azienda elettronica con dei robot. Come scrive Lanchester: «Se mettiamo insieme tutte queste cose, possiamo iniziare a capire perché molte persone pensano che sia in arrivo un grande cambiamento basato sull’influenza dell’informatica e della tecnologia sulla nostra vita quotidiana».
Che molte persone pensino qualcosa del genere è senz’altro vero, basti citare titoli di grande successo come Postcapitalismo di Paul Mason (Il Saggiatore) o altri importanti lavori pubblicati recentemente come Rise of robots di Martin Ford. Sul palco delle Ted Conference, seguite da centinaia di migliaia di persone sui canali video di Youtube, si susseguono giovani e brillanti pensatori che, nel nome del reddito di cittadinanza, snocciolano grafici e tabelle che rivelano impietosamente il trend progressivo e inesorabile della fine del lavoro sotto la pressione dell’automazione.
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Precarity save the Queen! Il salario minimo della Corona
Il regime europeo del salario 1
di Lavoro Insubordinato
Quando si tratta di lavoro Buckingham Palace è come McDonald’s. Entrambi i palazzi, quello della regina e quello del fast food più globale del mondo, assumono con «contratti a zero-ore». Insomma, «che mangino brioche!», o meglio, hamburger. È noto infatti che il Big Mac Index inventato dall’Economist a metà degli anni ’80 è diventato uno strumento per misurare non solo il potere d’acquisto, ma anche il salario minimo, o meglio quello che il Regno Unito chiama ormai living wage, un modo di tagliare indiscriminatamente i servizi di welfare in cambio della mera sopravvivenza. La Burgernomics è il segno dei tempi, la nuova Realpolitik del lavoro che riduce il benessere al rapporto tra il lavoratore e il suo hamburger.
Un salario di sopravvivenza
Il contratto a zero ore non è una novità e già nel 2013 se ne contavano più di un milione. Ѐ il cavallo di troia con cui nel 1998 la Gran Bretagna ha introdotto, con il National Minimum Wage Act, la precarietà: si tratta di lavoro a chiamata, senza garanzie, senza orari di lavoro prefissati, senza malattie, senza ferie, un po’ come i voucher nostrani.
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Il «sogno cinese» alla prova della classe. Un’intervista a Pun Ngai
di Giorgio Grappi e Devi Sacchetto
Il Parlamento Europeo discute se la Cina debba essere considerata o no un’economia di mercato, moltiplicando le critiche all’interventismo dello Stato cinese negli affari economici. Sono tuttavia molte le imprese anche europee che in questi anni hanno approfittato dei rigidi regimi del lavoro imposti da Pechino. Altrettante sono quelle che sperano nell’imminente arrivo di investimenti cinesi per rilanciare il loro fatturato. Dopo aver ricoperto il ruolo di «fabbrica del mondo» per mansioni a basso valore aggiunto, oggi il ruolo della Cina sta drasticamente cambiando. Il protagonismo delle aziende cinesi, insieme alla strategia nota come Nuova via della Seta, che promette ingenti investimenti nel settore delle infrastrutture, fa gola a molti attori in ogni angolo del globo. Nell’epicentro dell’Europa colpita dalla crisi, la vicenda del porto del Pireo, oggi controllato dalla cinese Cosco grazie ad una concessione trentennale che ne ha rilanciata la posizione globale, è solo il più importante esempio di come la Cina sia più che mai vicina. Sappiamo però poco delle trasformazioni in atto nel paese.
Nel corso degli ultimi anni lo sviluppo economico cinese pare aver imboccato una nuova strada, con delocalizzazioni verso l’interno del paese e all’estero, mentre alcuni commentatori hanno sottolineato l’emergere di un’ampia classe media.
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Requiem per il tempo libero
di Salvatore Cavaleri
Appunti a voce alta dopo la lettura di "24/7. Il capitalismo all'assalto del sonno", di Jonathan Crary
Generalmente la mattina faccio colazione davanti al computer. Controllo se la puntata che avevo messo a scaricare si è completata, apro Facebook, guardo la mailing list con cui facciamo i passaggi di consegne tra colleghi di lavoro, accendo Radio 3e altre banali attività che ormai vanno in automatico. Poi, dopo la sigaretta, vado in bagno, faccio una partita ad un videogioco online e mentre faccio la doccia attivo la riproduzione casuale di Spotify. La seconda colazione la faccio al bar con Giro e gli altri genitori vicino la scuola dei nostri figli. Ogni mattina escono fuori due o tre idee che ci faranno svoltare definitivamente - tipo brevettare il passeggino per adulti o mettere su una band rocksteady – poi ci si saluta e si va a lavorare.
Il lavoro che faccio comprende alcune attività che atterrebbero generalmente alla normale vita quotidiana, tipo passare del tempo a parlare con dei ragazzi, pranzare insieme, giocare alla Play Station e anche dormire durante i turni di notte. Per i contatti con i vari servizi con cui ho a che fare, poi, vado in giro, mando qualche mail, ricevo un po' di messaggi via fax e passo diverse ore al telefono con i colleghi.
La sera, prima di andare a casa, passo dal negozietto bangla che per fortuna fa orario continuato e compro quelle due cose che sono terminate all'ultimo momento.
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E se il lavoro fosse senza futuro? (II Parte)
Perché la crisi del capitalismo e quella dello stato sociale trascinano con sé il lavoro salariato
Giovanni Mazzetti
Quaderno Nr. 4/2016 - Formazione online - Periodico di formazione on line a cura del centro studi e iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo
Qui la parte precedente.
Presentazione quarto quaderno di formazione on line
Proponiamo qui la seconda parte del testo “E se il lavoro fosse … senza futuro? Perché la crisi del capitalismo e dello Stato sociale trascina con sé il lavoro salariato” (qui la prima parte). Per ragionare su questo interrogativo bisogna, ovviamente, non avvicinarsi al lavoro in modo ingenuo. Mentre nella sezione precedente abbiamo collocato il lavoro salariato in un prospettiva storica, e cioè abbiamo ricostruito l’evoluzione della sua recente affermazione nella storia dell’umanità, qui cerchiamo di individuare le trappole nelle quali il senso comune normalmente cade, nel ragionare sulle prospettive delle possibilità di sviluppo di questo rapporto sociale.
Parte Terza. Il lavoro salariato al di là del senso comune
Capitolo Sesto
Uno dei maggiori contributi di Gramsci alla comprensione di come le forme del pensiero non siano mai univoche e non abbiano lo stesso valore riguarda, com’è noto, la sua critica del cosiddetto “senso comune”, cioè della rappresentazione di sé come organismo sociale che di volta in volta finisce col prevalere nella società. Normalmente, questa rappresentazione soffre, a suo avviso, di gravi limiti. Innanzi tutto si fonda quasi sempre su un pensiero disgregato, privo di unità, con convinzioni sconnesse, che spesso non hanno alcuna coerenza e rigore logico.
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The Jobs Act Effect, dall’Europa all’Italia e ritorno
di Lavoro Insubordinato
L’«entusiasmo» per il presunto aumento dell’occupazione e della stabilità dei rapporti di lavoro prodotto dal Jobs Act è durato ben poco. Nel primo trimestre del 2016 i dati rivelano un netto calo di assunzioni in coincidenza della riduzione degli sgravi fiscali. L’aumento delle assunzioni è infatti meno del 33,4% rispetto al primo trimestre del 2015. Dati alla mano è evidente che la crescita occupazionale è stata solo un temporaneo abbaglio. Se lo scorso anno l’esonero contributivo era pari al 100% per i primi tre anni, da gennaio 2015 è del 40% per soli due anni. Insomma, le assunzioni o le trasformazioni contrattuali sono strettamente legate alla consistenza dell’incentivo ma, laddove non c’è più risparmio totale, il contratto a tutele crescenti chiaramente non è più appetibile. Del resto, un’alta percentuale dell’aumento rilevato consiste nella conversione di contratti a tempo determinato in contratti a tutele crescenti, dovuti agli sgravi fiscali previsti per il primo periodo della loro introduzione. Gli sgravi sono infatti riservati alle cosiddette «nuove assunzioni», di nome ma non di fatto. I cosiddetti «furbetti del Jobs Act» sono stati smascherati qualche mese fa, quando l’INPS si è accorto che molti lavoratori erano stati licenziati per poi essere riassunti in un secondo momento, affinché le aziende potessero godere della decontribuzione. In alcuni casi, il giochetto messo in pratica consisteva nell’indurre i lavoratori a licenziarsi, per assumerli poi con un’altra azienda o cooperativa creata ad hoc e operativa nello stesso luogo di lavoro.
Il passaggio da contratti a tempo determinato al contratto a tutele crescenti viene venduto come un successo ma, oltre a non costituire un aumento reale dell’occupazione, non garantisce nessuna crescita della stabilità del lavoro.
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E se il lavoro fosse senza futuro?
Perché la crisi del capitalismo e quella dello stato sociale trascinano con sé il lavoro salariato
Giovanni Mazzetti

Parte prima. Il posto del lavoro salariato
Chi, tra venti o trenta anni, cercherà di descrivere la fase storica che noi, individui del mondo sviluppato, stiamo attraversando oggi si troverà di fronte un fenomeno apparentemente inspiegabile. La grande industria ha da lungo tempo raggiunto e superato il culmine della sua fioritura, e viene sempre più sostituita dai servizi come pilastro dello sviluppo1. Dunque un fenomeno preconizzato da Marx agli albori dell’industrializzazione - quando aveva sostenuto che l’espansione dell’industria sarebbe inevitabilmente sfociata in una situazione nella quale “la creazione della ricchezza reale sarebbe venuta a dipendere sempre meno dal tempo di lavoro e dalla quantità di lavoro impiegato e sempre di più dalla potenza degli agenti messi in moto nel lavoro”, e cioè dalla qualità di quest’ultimo - si è concretamente avverato. Il fattore determinante della produzione, come tutti ormai riconoscono, è infatti diventato “lo sviluppo della scienza ed il progresso della tecnica”. Ma tutto ciò non si è accompagnato ad un mutamento sociale che, sempre ad avviso di Marx, avrebbe dovuto intrecciarsi con quello tecnico, e avrebbe dovuto riguardare il modo in cui viene sperimentato l’arricchimento e viene reso possibile l’ulteriore sviluppo. Se la ricchezza aggiuntiva viene a dipendere sempre meno dalla quantità di lavoro, è infatti evidente che “il tempo di lavoro erogato non può più essere ciò che la misura”.
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L’etica della sfiga
Alberto De Nicola, Augusto Illuminati
Partiamo da un assunto generale. Essere lavoratori produttivi non è una fortuna, ma una sfiga (kein Gluck, sondern ein Pech) affermava Marx e questo vale sia nel lavoro fordista che in quello postfordista, sia per l’operaio di fabbrica tradizionale che della sharing economy, sia per partite Iva che per altre figure. Si tratta infatti di produttività non in senso materiale, di oggetti fisici, ma di plusvalore comunque estratto.
Quindi, come ieri eravamo contro l’ideologia e l’etica del lavorismo fordista, oggi dobbiamo stare in guardia contro l’etica dei nuovi lavori postfordisti. Se ieri (ma in certi ambienti ancora oggi) si cercava di nobilitare lo sfruttamento industriale socialista o capitalista con la partecipazione morale degli sfruttati, oggi è in corso un tentativo insidioso di sua legittimazione ideologica in forma di auto-inganno, quel lavoro precario e intermittente che sta diventando la regola in tutti i campi. Ciò avviene proprio in quei settori che funzionano da battistrada e parametri della precarietà generalizzata: in primo luogo l’industria culturale e l’Università, modelli di autoimprenditorialità e autosfruttamento in nome dell’eccellenza, del merito e del riconoscimento. Gli altri settori seguiranno, quale che sia il loro grado di durezza materiale.
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Diritto del lavoro, il diritto del più forte
La sentenza di Nola contro gli operai FCA
di Andrea Vitale
Sempre più frequenti e numerose diventano le sentenze con cui la magistratura conferma il licenziamento di lavoratori, rei di aver violato il cosiddetto “obbligo di fedeltà”. Tale orientamento investe tutti i diversi livelli della magistratura, dai tribunali, alle corti di appello, alla cassazione. Fra tutte queste sentenze, quella che risulta più emblematica e significativa è quella del tribunale di Nola del giugno 2015 (tribunale di Nola, n. 18203/2015 del 04/06/2015, rg. n. 5996/2014). In essa viene confermato il licenziamento di ben cinque fra i più conosciuti e combattivi operai di avanguardia della FCA di Pomigliano, sanzionando direttamente con la massima punizione possibile, quella espulsiva, i comportamenti e le critiche che costoro hanno rivolto all’azienda di cui erano dipendenti, critiche, per giunta, espresse all’esterno dello stabilimento e non in orario lavorativo. La chiarezza con cui il giudice illustra nel dispositivo della sentenza le ragioni della sua grave decisione rendono questa sentenza una sorta di manifesto dell’attuale orientamento della magistratura. Ecco perché nel nostro ragionamento avremo come principale riferimento ed oggetto di critica proprio questo singolo provvedimento.
Essenziale premessa
Per chiarezza di esposizione e per rendere più comprensibile al lettore il nostro discorso, ricostruiamo sommariamente gli episodi che hanno portato al licenziamento dei cinque operai, con l’avvertenza però che la nostra attenzione si concentrerà sugli aspetti più generali ed emblematici della vicenda e della sentenza.
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Il nuovo fordismo individualizzato
Lelio Demichelis
Davvero siamo felicemente usciti dal fordismo del 900? Oppure siamo semplicemente dentro a una nuova fase della Grande Narrazione tecnica e capitalista?
Davvero il lavoro è cambiato, oggi, in tempi di terza (o già di quarta, con la digitalizzazione) rivoluzione industriale, rispetto alla prima di fine Settecento? Davvero siamo felicemente (e finalmente!) usciti dal fordismo greve e pesante del ‘900 per approdare al post-fordismo leggero, flessibile e virtuoso, alla produzione snella, all’economia della conoscenza e all’era dell’accesso, alla new economy degli anni ’90 e ora alla sharing economy e agli smart jobs – e qualcuno (Paul Mason) immagina persino un favoloso post-capitalismo? Oppure siamo semplicemente (e drammaticamente) dentro a una nuova fase della Grande Narrazione tecnica e capitalista?
Se carattere tipico e definitorio del fordismo era la produzione industriale di massa basata sull’impiego di lavoro ripetitivo e generalmente senza particolari qualifiche e specializzazioni («Io» – diceva Henry Ford – «non riuscirei mai a fare la stessa cosa tutti i giorni, ma per altri le operazioni ripetitive non sono un motivo di orrore. L’operaio medio desidera un lavoro nel quale non debba erogare molta energia fisica, ma soprattutto desidera un lavoro nel quale non debba pensare»), il post-fordismo si caratterizzerebbe invece per l’adozione di tecnologie e criteri organizzativi che pongono una particolare enfasi sulla specializzazione e sulla qualificazione del lavoro e delle competenze nonché sulla flessibilità dei lavoratori.
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Sguardi incrociati sui luddisti ed altri distruttori di macchine
Il ruolo della tecnica nella problematica del mutamento sociale
di Michel Barillon
Quelli che ci trattano da "distruttori di macchine", dovremmo trattarli noi, in cambio, da "distruttori di uomini."
- Günther Anders [*1]
Per una rilettura della Rivoluzione Industriale
Recentemente, nello spazio di un anno, senza alcuna concertazione, le case editrici francesi hanno pubblicato quattro opere che riguardano la distruzione delle macchine [*2]. Fino ad allora, gli editori, riflettendo in questo l'attitudine della maggior parte degli storici, avevano dimostrato assai poco interesse alle rivolte contro le macchine avvenute all'alba della Rivoluzione industriale. Ciò era essenzialmente dovuto al fatto che quei movimenti venivano percepiti come la manifestazione di un "oscurantismo tecnologico", una reazione arcaica nei confronti di una dinamica storica che si presume si svolgesse sotto gli auspici del "Progresso". Lo attestano i manuali di storia: così, quando i fatti in questione non vengono puramente e semplicemente ignorati, vengono presentati come un "reazione primitiva" [*3]. Nell'arte della negazione, David S.Landes appare come un virtuoso: su circa 750 pagine di un libro consacrato alla nascita e alla crescita del capitalismo industriale, non dice niente dei disordini sociali che hanno segnato l'inizio dell'industria tessile in Inghilterra nei primi decenni del 19° secolo. Ai suoi occhi, "la Rivoluzione industriale insieme al matrimonio della scienza con la tecnica costituiscono il culmine di millenni di progresso industriale". E tale acme apre una nuova era di espansione illimitata, a partire da un "progresso cumulativo della tecnica e della tecnologia, un progresso autonomo" ancora più sfrenato dal momento che tradizioni e pregiudizi vengono abbandonati [*4].
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La disoccupazione al di là del senso comune
di Giovanni Mazzetti
Quaderno Nr. 2/2016 a cura del Centro Studi e Iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo
Presentazione
Poco meno di vent’anni fa, nel 1997, aprivamo il nostro Quel pane da spartire. Teoria generale della necessità di redistribuire il lavoro sostenendo che “in quasi tutti i paesi economicamente sviluppati sta finalmente prendendo corpo un orientamento sociale embrionalmente favorevole ad una redistribuzione del lavoro. Ci sono titubanze, continui ripensamenti e aspre resistenze. C'è una grande difficoltà a concepire una riduzione d'orario che, al pari di quasi tutte quelle intervenute in passato, lasci il salario invariato o addirittura lo veda aumentare. Ma il problema sembra ormai essere stato comunque posto sul tappeto in modo irreversibile. L'elevata disoccupazione, che ha quasi ovunque raggiunto i più alti livelli dopo la crisi degli anni trenta, rafforza questa tendenza e sollecita qualche intervento pubblico diretto a favorire prime sporadiche redistribuzioni all'interno di singole aziende in crisi. In qualche raro caso sono le stesse parti sociali a concordare riduzioni del tempo di lavoro, come un espediente per evitare il puro e semplice licenziamento di una quota rilevante della forza-lavoro.”
Ma quella nostra anticipazione delle tendenze in atto era decisamente sbagliata. Faceva affidamento su una ragionevolezza del senso comune che non ha preso corpo nemmeno col precipitare della crisi degli ultimi dieci anni.
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Meno lavoro o più lavoro nell’età microelettronica?
Un problema annoso ancora irrisolto
di Giovanni Mazzetti
Quaderno Nr. 1/2016 a cura del Centro Studi e Iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo. Con questo saggio inizia l’attività di formazione on-line da parte del Centro Studi. Si prevede la pubblicazione a cadenza almeno mensile di documenti che in qualche modo inquadrino in modo semplice il problema della necessità di redistribuire il lavoro
Il presente saggio, di marzo 2016, Meno lavoro o più lavoro nell’età microelettronica?, riprende un tema che è stato recentemente approfondito dal libro di Riccardo Staglianò Al posto tuo (Einaudi 2016), nel quale è stata fornita una forte conferma della tesi a suo tempo enunciata nelle ricerche del Centro. In un serrato confronto con le tesi di Adam Schaff e di Paola Manacorda, si cerca di rispondere al quesito posto dal titolo, dimostrando che la società incontrerà crescenti difficoltà a riprodurre il rapporto di lavoro salariato. Le vicende degli ultimi trent’anni dimostrano la fondatezza di questa ipotesi, ulteriormente suffragata della moltitudine di esempi contenuti nel lavoro dello Staglianò.
Una varietà di teorie, una contraddizione o un malinteso?
Possono due studiosi che fanno riferimento ad un medesimo sistema teorico, giungere a conclusioni addirittura opposte nell'analisi delle conseguenze di lungo periodo del diffondersi della microelettronica? In altre parole, è giusto che esistano molte e diverse teorie dell'età microelettronica o è possibile e necessario giungere ad un'unica teoria, pur con le inevitabili differenze di accento su questo o quell'aspetto del problema, su questa o quella mediazione? E cioè, il giungere a conclusioni analitiche opposte, pur battendo la stessa via, non è forse il segno di una contraddizione nella rappresentazione teorica che le sostiene?
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L'era dei robot e la fine del lavoro
Un bene o un male per l'umanità?
di Fabio Chiusi
È un giorno qualunque, nell’era dei robot, e il lavoratore tipo esce di casa per recarsi in ufficio. Le macchine, per strada, si guidano da sole. Il traffico pure: si dirige da sé. Lo sguardo può dunque alzarsi sopra la testa, dove, come ogni giorno, droni consegnano prodotti e generi alimentari di ogni tipo – oggi, per esempio, il pranzo suggerito dal frigorifero “intelligente”. Sul giornale – quel che ne resta – gli articoli sono firmati da algoritmi. Giunto alla pagina finanziaria, il nostro si abbandona a un sorriso beffardo: il pezzo, scritto da un robot, parla delle transazioni finanziarie compiute, in automatico, da altri algoritmi.
Entrato in fabbrica, poi, l’ipotetico lavoratore di questo futuro (molto) prossimo si trova ancora circondato dall’automazione; per la produzione, ma anche per l’organizzazione, la manutenzione, perfino l’ideazione del prodotto: a dirci cosa piace ai clienti, del resto, sono ancora algoritmi. Quel che mi resta, pensa ora senza più sorridere, è coordinare robot, o robot che coordinano altri robot. Finché ne avranno bisogno.
Ma per quanto ancora? Per rispondere, basta tornare al presente. Nei giorni scorsi, l’intelligenza artificiale di Google chiamata ‘AlphaGo’ ha umiliato il campione Lee Sedol in uno dei giochi più complessi, astratti, e dunque tipicamente umani – così pensavamo – mai esistiti: il millenario Go.
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