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Il piano inclinato dei salari e la «politica dei redditi»
Aldo Barba e Giancarlo De Vivo
Sarebbe paradossale se tutto il recente discutere sui bassi salari che affliggono i lavoratori italiani si risolvesse in un ulteriore passo sulla strada che dalla fine degli anni '70 ha visto la loro con-dizione economica e sociale muoversi costantemente e significativamente verso il basso. Eppure, questo rischia di essere l'esito della «riforma» della contrattazione che Confindustria, il ministro Damiano, Cisl, Uil e almeno una parte della Cgil sembrano voler adottare. Tale riforma infatti prevede, nelle parole del ministro, che «il contratto nazionale... sul piano salariale deve recuperare le perdite provocate dall'inflazione», mentre attraverso la contrattazione aziendale «una parte della produttività dev'essere distribuita ai salari e non solo trattenuta dalle imprese» (Il Manifesto, 3 novembre 2007). A questa linea fanno un battage continuo editorialisti dei più diffusi quotidiani italiani - «economisti in servizio permanente effettivo», li ha chiamati Eugenio Scalfari. Alla Confindustria non pare vero, e dichiara urgente la riforma della contrattazione.
Se questa riforma passasse, i lavoratori dovrebbero lottare per il contratto nazionale al solo fine di cercare di ottenere quello che con la scala mobile avevano senza muovere un dito.
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La repressione burocratica del dissenso
Intervista a Dino Greco
Abbiamo chiesto a Dino Greco di commentare la due giorni del direttivo nazionale della Cgil.
Gli abbiamo chiesto un commento articolato, che toccasse cioè i tre aspetti a nostro giudizio più significativi di quella riunione. Da un lato il merito di un documento finale che, approvato con 82 voti favorevoli, 31 contrari e un astenuto, nella sostanza valuta positivamente l’esperienza referendaria realizzata al fine di approvare il protocollo firmato a luglio con il governo. Dall’altro lato la democrazia interna. È chiaro a tutti che nel sindacato si è ormai aperto un processo contro la Fiom e la sinistra interna. Lo stesso documento contiene infatti l’impegno ad aprire «un percorso di autovalutazione interna al sindacato» che, di fatto – come bene ha affermato Gianni Rinaldini -, mette sul banco degli imputati il voto sul protocollo del comitato centrale della Fiom e l’atteggiamento della sinistra interna.
Infine, un giudizio sulla reazione che queste realtà (Fiom e sinistra interna) devono contrapporre all’atteggiamento del gruppo dirigente Cgil.
Ecco quello che ci ha detto Dino Greco.
La prima osservazione è che il comitato direttivo si è caratterizzato, sin dalle prime battute, e cioè dalla relazione di Epifani, come un attacco frontale al dissenso interno.
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