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vocidallestero

Gli errori fatali del fondamentalismo finanziario spiegati da un premio Nobel

di William Vickrey

JS117282273 500x350Nel mese di ottobre 1996, il premio Nobel per l’Economia William Vickrey pubblicò un articolo che illustrava “I 15 errori fatali del fondamentalismo finanziario”: per esempio il sacro terrore del deficit e del debito pubblico, legato a erronee analogie tra comportamento economico del singolo e azione dello Stato. Queste fallacie sono rimaste ben vive – o meglio, sempre più vive – nel dibattito pubblico, e lo hanno anzi permeato, trovando un’applicazione concreta, dai risultati disastrosi, nelle regole di Maastricht. Per questo oggi abbiamo scelto di ripresentarne alcune, con la spiegazione del perché si tratta di ragionamenti sbagliati e – se tradotti in pratica – forieri di inutili sofferenze. Quelle che in un’eurozona intrappolata in questi errori, purtroppo, sono ormai evidenti agli occhi di tutti.

* * * *

In campo economico, una grande parte delle teorie convenzionali oggi prevalenti negli ambienti finanziari, ampiamente utilizzate come base per le politiche governative, nonché pienamente accettate dai media e dall’opinione pubblica, si basa su analisi parziali, su ipotesi smentite dalla realtà e su false analogie.

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vocidallestero

Neoliberalismo, l'ideologia alla radice di tutti i nostri problemi

di George Monbiot

reagan thatcherUn grande articolo di George Monbiot sul Guardian rintraccia le origini e lo sviluppo di quella teoria neoliberale che dagli anni ’80 ha pervaso le nostre società, ma i cui presupposti sono stati preparati con sorprendente cura e determinazione già da molti decenni prima.  Monbiot  sottolinea in particolare lo strano carattere “anonimo” di questa ideologia: pur profondamente penetrata nella coscienza collettiva, non ha nemmeno un nome ben definito, e così coperta da un vago anonimato risuona quasi come un sistema naturale, rendendo ancora più difficile identificarla e contrapporvisi.  In questo sta il fallimento storico della sinistra, che nel momento peggiore della crisi del sistema neoliberale  si ritrova senza aver elaborato alcuna proposta alternativa.

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Immaginate se il popolo dell’Unione Sovietica non avesse mai sentito parlare del comunismo. L’ideologia che domina le nostre vite, per la maggior parte di noi non ha un nome. Menzionatela nelle vostre conversazioni e avrete in risposta una scrollata di spalle.

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tempofertile

Nancy Fraser, “Contro il neoliberismo progressista, un nuovo populismo progressista”

di Alessandro Visalli

specchi nPrendo dal sito di Rifondazione Comunista la traduzione di due brevi interventi di Nancy Fraser tratti a loro volta dal sito della rivista “Dissent”: “The end of progressive liberalism”, e “Against new progressive neoliberalism, a new progressive populism”.

Nancy Fraser è una importante filosofa politica che insegna a New York, nata nel 1947 ha scritto con Axel Honneth “Redistribuzione o riconoscimento?”.

Nel saggio che indichiamo nel titolo la Fraser sottolinea come le forze che favoriscono la finanziarizzazione e la globalizzazione delle imprese, quindi la deindustrializzazione in occidente e l’industrializzazione con modalità selvagge nei paesi in cui i lavoratori sono meno protetti (e la fiscalità può essere piegata agli interessi delle aziende internazionalizzate) hanno conquistato il Partito Democratico americano attraverso l’affermazione di una ‘egemonia’ in senso gramsciano.

In sostanza questo risultato è stato ottenuto perché “hanno presentato queste politiche, palesemente contrarie ai lavoratori, come progressiste”. E nella tradizione della sinistra questa parola ha una forza irresistibile.

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una citta

Il compromesso socialdemocratico

Gianni Saporetti intervista Salvatore Biasco

democrazia pallacordaLa fine del compromesso fra capitalismo e democrazia, fra mercato e controllo pubblico, causata anche da fattori oggettivi, e l’affermazione di un’ideologia neoliberista che, nella soggezione culturale della sinistra, ha finito per diventare pensiero unico; politica dell’offerta, alleggerimento dello Stato, flessibilizzazione del mercato del lavoro, arretramento sui canoni di protezione sociale; il fallimento del partito leggero, della “democrazia del pubblico”. Intervista a Salvatore Biasco.

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Pos­sia­mo par­ti­re dal "com­pro­mes­so so­cial­de­mo­cra­ti­co”? Che co­s’è?

Il com­pro­mes­so so­cial­de­mo­cra­ti­co è sta­to un con­nu­bio di prin­ci­pi de­mo­cra­ti­ci e par­te­ci­pa­ti­vi con il mer­ca­to, che la­scia­va al­le im­pre­se il com­pi­to di crea­re oc­cu­pa­zio­ne e in­no­va­zio­ne, ma al con­tem­po ne di­sci­pli­na­va il com­por­ta­men­to. Da que­sto pun­to di vi­sta, le im­pre­se era­no con­ce­pi­te co­me una sor­ta di be­ne pub­bli­co sog­get­te a uno scru­ti­nio pub­bli­co nel qua­le lo Sta­to ave­va una fun­zio­ne di di­re­zio­ne, sup­plen­za, au­si­lio. Quin­di le im­pre­se non so­no le ar­te­fi­ci in­con­tra­sta­te di de­ci­sio­ni che por­ta­no al be­nes­se­re so­cia­le.

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la citta futura

Restaurazione liberista e criminalizzazione della povertà

di Renato Caputo

La restaurazione liberista sta portando a una crisi sociale senza precedenti nel mondo a capitalismo avanzato, alla quale le classi dominanti rispondono con la criminalizzazione della povertà

e227c5af3a18ee1cc25c4272eefd632c XLL’Osservatorio pensioni dell’Inps il 30 marzo ha reso noto che il 76,5% delle donne percepisce meno di 750 euro al mese, collocandosi così al di sotto della soglia di povertà, in compagnia di oltre 11 milioni di pensionati, ovvero 6 su 10. Nel 26% dei casi, rimanendo sotto i 500 euro al mese, la pensione è al di sotto del livello di povertà assoluta. Sono i brillanti risultati della riforma Fornero, passati con un supporto bipartisan in parlamento e senza suscitare significative proteste da parte delle stesse forze sindacali. Tale riforma si accaniva, ancora una volta sui più deboli, le donne, la cui età pensionabile è stata elevata di ben 5 anni. L’attacco alle pensioni non è finito con il governo Monti, ma è stato portato avanti, anche se in forme meno aperte, dallo stesso governo Renzi.

Inoltre, con il blocco delle rivalutazioni degli assegni pensionistici medi e medio-bassi, come denuncia un’indagine dello Spi presentata il 4 aprile, l’abbassamento del livello delle pensioni porta gli anziani a dover risparmiare progressivamente persino sul cibo, sempre più razionato e di cattiva qualità, e sulle cure mediche e dentistiche, con inevitabili conseguenze sulle aspettative di vita. Così il 17.5% di anziani, al solito più donne che uomini, si vede costretto a saltare o il pranzo o la cena. Del resto si tratta di un problema che non colpisce i soli pensionati, considerato che, dovendo pagare i costi della crisi, Il 57% delle famiglie è stata costretta a diminuire quantità e qualità della spesa.

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ist onoratodamen

Trump: questa non è soltanto l’America, questo è il mondo del Capitale

di Giorgio Paolucci

Kafka hallwayE si sta come quei viaggiatori ferroviari di Kafka

“…che hanno subito un sinistro in un tunnel, e precisamente in un punto da dove non si vede più la luce dell’ingresso, e quanto a quella dell’uscita, appare così minuscola che lo sguardo deve cercarla continuamente e continuamente la perde, e intanto non si è nemmeno sicuri se si tratti del principio o della fine del tunnel.

Cento anni fa, per l’esattezza il 23 febbraio del 1917 secondo il calendario russo dell’epoca e il 10 marzo secondo quello in uso nel mondo occidentale, aveva inizio in Russia, nel pieno della prima guerra mondiale, quel processo rivoluzionario che si sarebbe concluso nell’ottobre successivo con l’insaturazione della Repubblica Federativa Socialista Sovietica Russa, il primo governo dichiaratamente ispirato ai principi del marxismo rivoluzionario e avente nel suo programma il definitivo superamento del modo di produzione capitalistico e la costruzione di una società socialista.

Finita la guerra, martoriati dalla disoccupazione, dalla fame e dalla miseria, nel 1919 insorsero anche i proletari ungheresi e tedeschi, mentre in Italia ebbe inizio una lunga serie di scioperi e di forti scontri sociali - il cosiddetto biennio rosso - che culminarono, nel settembre del 1920, con l’occupazione di quasi tutte le maggiori fabbriche dell’Italia del Nord.

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vocidallestero

Il mito della crescita attraverso il libero scambio

di Patrick Kaczmarczyk

Il sito di analisi politica ed economica Makroskop, curato da Heiner Flassbeck e Paul Steinhardt, passa al vaglio in questo documentato articolo il mito neoliberista secondo cui il libero mercato sarebbe sinonimo di crescita e benessere per tutti, mentre il protezionismo foriero di povertà e disastri. Giungendo alla conclusione che un’analisi senza pregiudizi della storia economica degli ultimi due secoli permette di affermare l’opposto: il libero mercato non porta affatto vantaggi a tutti e un certo protezionismo può giovare allo sviluppo economico di un paese, come risulta in particolare se si esamina il periodo precedente alla Prima guerra mondiale, proprio quello solitamente usato come prova a sostegno delle tesi neoliberiste

TTIP 620x372Il protezionismo conduce alla guerra e alla stagnazione, il libero scambio inevitabilmente alla crescita. Questa storiella è un paradosso neoliberista da prima del 1913. Vale la pena dare un’occhiata più attenta alla storia.

Da quando Donald Trump è diventato presidente, ha cominciato a circolare la paura del protezionismo. Eminenti economisti attraverso i mass media ci mettono in guardia all’unisono contro le sventure che il protezionismo avrebbe già apportato all’umanità.

A questo proposito sempre più spesso si traccia un confronto con il periodo precedente alla prima guerra mondiale, che in letteratura notoriamente segna la fine della prima era della globalizzazione. Gabriel Felbermayr, dirigente dell’IFO – Institut für Wirtschaftsforschung (Istituto per la ricerca economica) di Monaco –  sezione commercio estero, vede la fine della globalizzazione in arrivo già prima delle elezioni americane in novembre e fa risalire al crescente protezionismo la catastrofe della prima guerra mondiale (1914 – 1918) (vedi qui). Il messaggio è chiaro: appena limitiamo in qualche modo il libero scambio, questo ci porta al disastro economico.

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operaviva

Il rovescio della libertà

Tramonto del neoliberalismo e disagio della civiltà

Massimo De Carolis

scott moore bailout artNella storiografia economica si è diffuso da tempo il vezzo di designare i tre decenni successivi alla seconda guerra mondiale con l’espressione les trente glorieuses: una formula coniata in origine per il miracolo francese del secondo Dopoguerra, che col tempo è stata progressivamente estesa all’intero mondo occidentale. Per chi sia abituato a privilegiare, nella storia, la dimensione strettamente politica, l’attribuzione disinvolta di un titolo così onorifico può forse destare qualche perplessità, pensando alle tensioni generate in quegli anni dalla guerra fredda, dalla minaccia nucleare o dall’asprezza dei conflitti ideologici e sociali. Se ci si concentra però sui soli parametri economici, è difficile negare che l’economia di mercato abbia messo a segno, in quei decenni, un risultato a dir poco straordinario. La crescita è stata consistente e ininterrotta, il tenore di vita della stragrande maggioranza della popolazione occidentale è considerevolmente migliorato e le disuguaglianze sociali si sono ridotte in modo significativo.

Al confronto, la fase storica successiva offre, a uno sguardo retrospettivo, uno spettacolo decisamente meno incoraggiante. Quelli che si succedono, a partire dagli anni Ottanta, sono anni senza gloria, afflitti da crisi continue, da effimeri entusiasmi e grandi delusioni, destinati a sfociare in una crisi di lunga durata e nella drastica esplosione delle disuguaglianze.

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contropiano2

Stakanovismo e controriforme nel capitalismo neoliberista

di Paolo Massucci*

Il potere di condizionamento dei messaggi ideologici nella presente fase del capitalismo

trasferimentoIn una edificante serata del popolare festival di San Remo di quest’anno abbiamo avuto il piacere di assistere alla presentazione di una “nuova” figura nel panorama ideologico neoliberista: quella dello Stachanov nostrano. Si tratta di un impiegato pubblico modello, il quale, in quarant’anni di lavoro, non ha fatto neppure un giorno di malattia ed inoltre ha accumulato ben 239 giorni di ferie non godute. Ci si potrebbe chiedere -se fosse cosa seria- se la ricerca medica stia studiando il caso, per scoprire i segreti della “salute miracolosa”. Invece, riguardo ai 239 giorni di ferie non godute -se fosse vero-, saremmo curiosi di sentire anche il parere della moglie, se mai ne avesse.

E’ notizia di questi stessi giorni che Boeri, presidente dell’INPS, il quale si è distinto per il tentativo -ad oggi fallito- di sacrificare la pensione di reversibilità per i superstiti, intenderebbe intensificare i controlli medico-fiscali per i dipendenti pubblici assenti per malattia. E, con l’occasione, richiederebbe di aumentare, da quattro a sette, le ore giornaliere di reperibilità per le visite di controllo del medico fiscale per i dipendenti in malattia del settore privato, uniformando così la durata della reperibilità dei dipendenti privati a quella dei dipendenti pubblici. Per questi ultimi infatti detta durata era già stata portata da quattro a sette ore dal ministro Brunetta del governo Berlusconi.

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chefare

Le contraddizioni sociali del capitalismo

di Nancy Fraser

Pubblichiamo un estratto da La fine della cura (Mimesis)

1 5537001 v1Come il regime liberale prima di esso, così anche l’ordine statal-capitalistico si dissolse nel corso di una crisi prolungata. A partire dagli anni Ottanta, gli osservatori lungimiranti potevano vedere emergere i lineamenti di un nuovo regime, destinato a diventare il capitalismo finanziario dell’epoca presente.

Globale e neoliberale, sta promuovendo tagli pubblici e privati del welfare nello stesso momento in cui recluta le donne nella forza lavoro salariata. Sta dunque scaricando il peso del lavoro di cura sulle famiglie e sulle comunità, mentre diminuisce la loro capacità di svolgerlo. Il risultato è una nuova organizzazione dualistica della riproduzione sociale, mercificata per coloro che possono permettersela e privatizzata per quanti non possono farlo, visto che alcune componenti della seconda categoria forniscono lavoro di cura per coloro che appartengono alla prima in cambio di (bassi) stipendi. Nel frattempo, la combinazione della critica femminista e della deindustrializzazione ha definitivamente privato il “salario familiare” di ogni credibilità.

Quell’ideale ha fatto così posto all’attuale e più moderno principio del “doppio reddito familiare”.

Il vettore principale di tali sviluppi e la caratteristica distintiva di questo regime è l’inedita centralità del debito.

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tempofertile

Wolfgang Streeck, “Come sarà la nostra società nei prossimi anni?”

di Alessandro Visalli

william hogarth tailpiece1In questo articolo, pubblicato da Sinistrainrete, e tradotto da Franco Senia, Wolfgang Streeck torna sul tema della previsione, compiendo uno dei più organici e radicali esercizi di pessimismo che si possano leggere sulla letteratura internazionale.

Già in “Come finirà il capitalismo ”, del 2014 (su New Left Review) aveva pronosticato l’esaurimento del capitalismo, nella forma che conosciamo, per effetto di un insostenibile stress, disancorante la legittimazione di sistema. Uno stress riferibile ai tre fenomeni sinergici della fine della crescita economica, dell’aumento dell’indebitamento e della crescita delle ineguaglianze. Non è difficile vedere come siano tre etichette dello stesso fenomeno. In sostanza, rifiutando la visione neoclassica (di derivazione dalla fisica dell’ordine dell’ottocento) di un sistema che tende naturalmente, prima o poi, all’equilibrio, Streeck crede che il degrado continuerà fino ad un crollo complessivo, graduale ma irresistibile, a termine del quale, dopo un certo tempo caotico, emergerà qualcosa di nuovo che oggi non può essere previsto (in tono più ottimista è anche l’opinione di Paul Mason in “Postcapitalismo”).

Questo è il punto cruciale.

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effimera

Metamorfosi del rapporto capitale-lavoro: l’ibridazione umano-macchina

di Andrea Fumagalli

NONE Deep Dream Cristina VatielliL’attuale fase del capitalismo si fonda su tecnologie di linguaggio che necessitano un’attività relazionale e riproduttiva. La relazione linguistica è alla base delle economie di apprendimento e di rete e di riproduzione sociale. La produzione cosiddetta “immateriale” acquista sempre più peso. Non siamo più nel Postfordismo, termine oggi desueto ma utile negli anni Ottanta per designare i primi timidi tentativi di fuoriuscire dalla crisi del Fordismo, ma siamo nel pieno del capitalismo cognitivo e forse, addirittura, di fronte al suo superamento.

L’immaterialità della produzione non ha un modello omogeneo di organizzazione. Di conseguenza, abbiamo una flessibilità del lavoro di matrice doppia: trasversale e verticale. Trasversale: perché riguarda i diversi ambiti settoriale al cui interno il linguaggio e le sue modalità di trasmissione e codificazione dettano il tipo di organizzazione del lavoro. Verticale: perché il linguaggio implica una nuova forma di divisione del lavoro, che definiamo cognitiva, che si innesta, trasformandola, sulla classica divisione smithiana del lavoro.

A seconda del tipo di attività è possibile registrare diversi livelli di cooperazione sociale, a seconda del grado di autonomia della produzione.

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carmilla

Il conflitto sociale che viene, tra guerra e populismo

di Sandro Moiso

Emilio Quadrelli, SULLA GUERRA. Crisi Conflitti Insurrezione, Red Star Press 2017, pp. 276, € 18,00

guerra e terrorismo 4991Oggi la guerra non è più una tendenza
bensì un dato di fatto
” (E. Quadrelli)

Seguo con estremo interesse e, ormai, da più di dieci anni il lavoro di pubblicista di Emilio Quadrelli. A partire, almeno, da quegli straordinari reportage pubblicati dieci anni fa su “Alias”, supplemento settimanale del “Manifesto”,1 in cui l’autore dava voce alle donne protagoniste delle rivolte delle banlieues oppure delle violenze collegate alla presenza militare della Nato nei Balcani, soltanto per citarne due dei più interessanti.

Ne ho sempre apprezzato la ricerca militante unita ad una passione che è raro trovare persino nel pensiero antagonista e di sinistra. Non sempre ho completamente condiviso i presupposti teorici ed ideologici2 su cui basa le sue analisi, ma ho comunque sempre ritenuto le sue narrazioni e proposte un buon punto di partenza per discutere delle contraddizioni del presente e delle prospettive della società e delle lotte di classe in questa fase di senescenza dell’imperialismo occidentale.

Tale impressione mi è stata confermata dal testo edito di recente dalla Red Star Press che affronta, senza mezzi termini, il problema della guerra in cui siamo già immersi. Anche se, troppo spesso, molti sembrano non essersene ancora accorti.

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la citta futura

Perché perseverare in politiche economiche irrazionali?

di Renato Caputo

La classe dirigente del nostro paese non perde l’occasione di mostrarsi diligente nell’applicazione di misure, necessarie alla salvaguardia dei rapporti di produzione, che ci stanno conducendo alla rovina

e9fcb8acde61eb494aab6368cbb53892 XLIl capitalismo, nella sua fase superiore di sviluppo, diviene un modo di produzione sempre meno difendibile con argomenti razionali. Come giustificare un sistema in cui gli otto super miliardari censiti da “Forbes”, che certamente non hanno bisogno di lavorare, detengono una quantità di ricchezza superiore a 3,6 miliardi di persone, in massima parte lavoratori, che costituiscono la metà meno ricca della popolazione mondiale? E la situazione sta rapidamente peggiorando, visto che gli stessi dati Oxfam mostrano come nel 2016 l’1% più ricco, che non ha bisogno di lavorare, ha accumulato maggiori ricchezze del 99% che in massima parte lavora, ha lavorato o aspira a farlo.

Tale modo di produzione non è irrazionale solo in quanto ingiusto e fondato sullo sfruttamento, che provoca spaventose differenze di reddito, ma in quanto sta destinando a una rovina sempre più irreversibile il sistema ambientale del nostro pianeta, da cui dipende la sopravvivenza stessa del genere umano. Anche in questo caso la situazione sta rapidamente precipitando, come mostrano due recenti indagini dell’Organizzazione mondiale della sanità che denunciano come il degrado sempre più rovinoso degli ecosistemi comprometta gravemente la salute, in primo luogo dei bambini. L’Oms stima che più di una morte su quattro tra i bambini sotto i 5 anni (1 milione e 700 mila bambini, il 26% dei 5,9 milioni di decessi all’anno) sia imputabile all’inquinamento dell’ecosistema.

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mauro poggi

Moriremo ordoliberisti? 

di Mauro Poggi

merkel draghi ordoliberismo 499Le Monde Diplomatique pubblica un buon articolo sull’ordoliberismo, l’ideologia socioeconomica neoliberista  di matrice teutonica che sta alla base del sistema europeo e ne conforma tutta la logica. È un articolo piuttosto lungo, anche a volerlo riassumere come ho cercato di fare. Nonostante ciò, è una lettura che raccomando: conoscere quali sono i postulati in base a cui ci vengono imposte oggi le politiche che riguardano il nostro quotidiano può essere un buon tonico per  rinvigorire il nostro spirito critico, infiacchito dalla lunga crisi che quelle stesse politiche hanno prodotto.

Inoltre, è sempre utile constatare che i sostenitori del pensiero unico, quelli che rimproverano agli irriducibili del primato della politica di voler risolvere i problemi di oggi con strumenti culturali vecchi di mezzo secolo, alla fin fine propongono soluzioni basate su teorie nate novant’anni fa.

Se c’era ancora bisogno della prova del pericolo che i referenda rappresentano per il funzionamento delle democrazie moderne, eccola“. (Der Spiegel, il 6 luglio 2015, commentando la vittoria dell’OXI al referendum greco).

Questa reazione esprime il contrasto fra due concezioni di governo: la prima,  propriamente politica, per cui il suffragio popolare dovrebbe prevalere sulle regole contabili e il potere eletto dovrebbe poter scegliere di cambiare le regole se è questo che il popolo gli chiede; la seconda, tecnico-burocratica, che  al contrario subordina l’azione di governo e la volontà popolare alla stretta osservanza di un ordine.

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