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Prometeo, il sapere o la finzione
di Bruno Accarino
Com'è noto, ci si può insediare a capo del Ministero dell'Università e della pubblica istruzione senza essere in grado di distinguere una tesi di laurea - anche già rilegata, e dunque agevolmente riconoscibile - da una giraffa o da un pianoforte, e non è detto che col tempo la capacità di orientarsi si accresca granché. Questo esordio disinvolto non impedisce di essere legislativamente efficaci, anzi micidiali, sia pur ottemperando pedissequamente agli imperativi del ministero dell'economia e propinando, insieme ai tagli di bilancio destinati a cancellare le strutture pubbliche della formazione in Italia, un po' di chiacchiere alla buona e alla rinfusa e qualche pistolotto parenetico sulla meritocrazia. Inutile contare i casi di promozione dell'incompetenza e dell'inesperienza e di formazione scapigliata della classe dirigente.
Ma è venuto il momento di spezzare una lancia a favore della Gelmini e di altri ministri che ne condividono il profilo: ci vuole molto altro per dirigere un ministero? A quale parametro standard si commisurano le capacità di chi è titolare di così significativi poteri decisionali?
Per molti decenni la risposta più diffusa è stata: il ministro è una figura decorativa, chi dispone, senza neanche proporre, è una fitta rete di poteri di sottogoverno e di burocrazia di Stato la cui prima caratteristica è quella di sopravvivere a qualsiasi spostamento, e perfino a qualsiasi terremoto, elettorale. Ci aspettavamo da La Russa che si appropriasse dei complicatissimi scenari dei war games della guerra fredda o che acquisisse una cultura polemologica del dopo-Clausewitz? Basta e avanza quel poco che riesce a farfugliare. Nella divisione sartoriale del lavoro, da una parte il politico ricuce il consenso, dall'altra il burocrate tesse la tela sottile della padronanza cognitiva dei fatti. A lui spetta la gestione delle cose vere, che ha anche il vantaggio di essere meno capricciosa, meno effimera, meno ruffiana. E più aderente ai fatti.
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Berlusconi è un pericolo estremo. Serve un sussulto dei democratici
di Alberto Burgio
Una sentenza della Corte costituzionale è un atto giuridico, non politico. Che può tuttavia avere serie conseguenze politiche. Cominciamo da qui.
Sulla base del ricorso presentato da alcuni magistrati, la Corte ha svolto un ragionamento geometrico. Il Lodo Alfano contraddice un principio materiale (il principio di uguaglianza, scritto nell’articolo 3 della Costituzione) e, per ciò stesso, anche un principio formale (che impone il ricorso a una legge costituzionale, in caso di deroga a uno o più principi scritti in Costituzione).
Eccepire di fronte a questo sillogismo è certo possibile ma è solo un tributo a interessi di parte. E comunque è ormai del tutto inutile. Per nostra fortuna la Corte ha deciso, cassando la legge. Punto e a capo.
Le conseguenze politiche di questa decisione possono e debbono essere profonde. Cozza contro un ostacolo insormontabile una strategia eversiva dispiegatasi durante l’intera parabola politica di Silvio Berlusconi. Viene al dunque uno scontro la cui posta in gioco non è l’orientamento politico di un esecutivo, ma la forma stessa del governo, la logica del rapporto tra governanti e governati, tra potere e cittadinanza.
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Scacco matto
di Carlo Bertani
La concomitanza della sentenza della Corte Costituzionale e del maxi risarcimento (750 mln) per l’affaire Mondadori, più la presentazione dell’associazione “Italia Futura” di Luca di Montezemolo e, in aggiunta, l’apertura della procedura d’infrazione per l’Italia per deficit eccessivo – che comprende anche altri Paesi, ma che per l’Italia è stata motivata per “problemi strutturali” – non sono certo casuali. E’ uno di quei momenti nei quali la storia gira di boa: solo lo skipper attento se n’avvede. Il destino di Silvio Berlusconi – delle sue televisioni, delle sue battute e delle sue puttane – francamente, giunti a questo punto, c’appassiona ben poco.
Starà a lui decidere se accettare un compromesso che preveda una clausola di salvaguardia per il suo patrimonio, oppure decidere di salire con Bossi fino alla “Ridotta della Valtellina”.
Rimanendo in metafora, il 7 Ottobre 2009 è paragonabile allo sbarco in Sicilia del 10 Luglio 1943: il 25 Luglio, l’8 Settembre ed il definitivo 25 Aprile furono solo le ovvie conseguenze.
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G8 Genova. La strana, ma non troppo, storia di un’assoluzione
di Giuliano Giuliani
De Gennaro non colpevole di istigazione alla falsa testimonianza. Il gup decide in soli quindici minuti, un record. Ma viene rinviato a giudizio l’ex questore Colucci che avrebbe dichiarato il falso, C’è il corrotto, manca il corruttore
GENOVA - Le sentenze vanno rispettate (molti lo dicono, pochi lo fanno), ma si possono commentare. Allora, l’assoluzione di De Gennaro, accusato di istigazione alla falsa testimonianza, si può commentare ricordando la cronologia dei fatti.
Sabato 21 luglio 2001, alle 16.15, arriva a Genova in questura il prefetto Arnaldo La Barbera, che assume di fatto il comando delle operazioni di ordine pubblico. E dopo quell’ora, a Genova, di rilevante succede soltanto la macelleria messicana della Diaz. Possibile che De Gennaro non sapesse di questa rilevante visita a Genova? La Barbera va alla Diaz, e quando si rende conto di come vanno le cose lascia il campo, immagino per non macchiare il suo eccellente curriculum di poliziotto antimafia (aveva arrestato Brusca e gli assassini di Falcone e Borsellino). La Barbera è morto nel 2002 e si è portato nella tomba pezzi di verità.
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All'indomani della bocciatura del Lodo Alfano
E' sempre complicato dare un giudizio in corso d'opera sul casin(ò) istituzional-partitico italiano senza restare invischiati nelle sabbie mobili dell'"intelletto politico", che guarda il Palazzo e crede di trovarvi (tutto) il Reale, o della informazione spettacolaristica. In questo, l'autorappresentazione del potere propria dei regimi post-democrazia rappresentativa - quello italiano è un buon sismografo della transizione in atto - non aiuta. Fatta questa avvertenza, si può tentare di vedere come si stanno disponendo i pezzi dopo la bocciatura del lodo salva-Berluska. Al minino, avremo verificato se e in che misura sono all'opera alcune vecchie "regole" dell'agire politico e come la sintassi democratica postmoderna le sta riformulando.
Primo. Ritorna la piazza come ultima istanza ma è sempre più difficile riempirla
«A sentenza politica risponderò politicamente». Berlusconi, al quale non si può negare fiuto politico, sa di rischiare tutto anche solo per logoramento. E sa di non potersi fidare degli "amici".
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Un miracolo che sa di fallimento
di Paolo Berdini
Anche se nulla ancora emerge dall’informazione televisiva che ci inonda con le immagini delle inaugurazioni delle case per i terremotati dell’Aquila, il tragico fallimento dell’esperienza guidata da Bertolaso sta iniziando ad essere evidente a tutta la popolazione aquilana, anche a quella che aveva creduto alla favola delle new town. Ma proprio quando gran parte della stampa grida al miracolo della realizzazione di (poche) case in tempi rapidissimi, come è possibile parlare di fallimento? È che nella popolazione abruzzese inizia a rendersi evidente la cinica disinvoltura con cui il governo li priverà per molti anni a venire del bene più prezioso che essa aveva: le città, i borghi, i centri storici.
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L'albero e la foresta
Scritto da Leonardo Mazzei
Quel che i promotori della manifestazione del 19 settembre non possono dire
Berlusconi è un pericolo per la libertà di informazione in Italia? Certamente sì. Ma quale “libera informazione” avremmo se Berlusconi non fosse mai esistito? Ecco una domanda antipatica che la sinistra “politicamente corretta” evita come la peste.
E’ di oggi la notizia dell’adesione all’appello di Repubblica (primi firmatari i giuristi Cordero, Rodotà e Zagrebelsky) di Bernard-Henry Levy, cioè di uno dei guru del pensiero unico liberista, atlantico e sionista. Quale possa essere il suo modello di “libera informazione” è fin troppo facile da immaginarsi. E’ solo un esempio, ma basta e avanza per capire che c’è del marcio, e non solo in Danimarca.
In Italia – sia chiaro – la situazione è davvero pessima, ma come sta il resto dell’occidente? Ai fini della polemica nostrana l’albero berlusconiano è un comodo bersaglio, ma esso si colloca dentro due grandi fenomeni cento volte più importanti (la foresta, appunto, che non si vuol vedere).
Il primo si chiama concentrazione mediatica. Berlusconi ne è un esempio, ma nel mondo richiama immediatamente un altro nome, quello di Rupert Murdoch, che però per la sinistra italiana è quasi un eroe, vista la polemica che i suoi mezzi di informazione conducono contro il premier italiano. Il fenomeno della concentrazione (al di là di Berlusconi e Murdoch) è comunque globale. Come affrontarlo? Silenzio totale.
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Il razzismo istituzionale del governo
di Luigi Ferrajoli
Pubblichiamo la relazione del filosofo all'incontro «La frontiera dei diritti. Il diritto alla frontiera» organizzato a Lampedusa da Magistratura democratica, dal Medel e dal Movimento per la Giustizia
È con un senso di sgomento e di mortificazione civile che siamo oggi qui a Lampedusa per discutere della vergognosa politica italiana in materia di immigrazione: delle scandalose leggi razziste e incostituzionali varate dall'attuale governo contro gli immigrati, fino alla criminalizzazione della stessa condizione di immigrato irregolare; dei respingimenti di massa illegittimi, in violazione del diritto d'asilo, di migliaia di disperati che fuggono dalla fame, o dalle persecuzioni o dalle guerre; delle violazioni dei diritti e della dignità della persona negli attuali centri di espulsione, e più ancora nei lager libici nei quali gli immigrati respinti vengono destinati; delle centinaia di morti, infine - fino alla tragedia dei 73 eritrei lasciati annegare in mare lo scorso agosto, dopo 21 giorni alla deriva - vittime della disumanità del nostro governo, immemore della lunga tradizione di emigrazione del nostro paese.
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Irresistibile attrazione
Scritto da Leonardo Mazzei
Perché alla sinistra italiana piace tanto Gianfranco Fini
Genova, festa del Pd, mercoledì 26 agosto. L’ex vicepresidente del Consiglio del governo della mattanza genovese del luglio 2001 torna sul luogo del delitto e rivendica: «So che molti di voi non apprezzeranno, ma sono stato soddisfatto per la sentenza della Corte europea: come italiano sono stato felice che il carabiniere sia stato inequivocabilmente assolto per legittima difesa».
Fischi? Contestazioni? Silenzio imbarazzato? Niente di tutto questo. Come ci informa il Corriere della Sera: «dalla platea della città di Carlo Giuliani parte un applauso. Neanche un fischio, una contestazione, un rumore di seggiola. Niente. Fini quasi non ci crede: “Mi fa piacere che applaudiate”».
Per Fini, Genova è stata un trionfo, una tappa del suo smarcamento virtuale dal Padrone di Arcore. E’ un percorso iniziato da tempo, che alla festa del Pd ha vissuto un’indubbia accelerazione. Si tratta di un fatto che suscita almeno tre domande. La prima: perché lo fa, qual è l’obiettivo politico? La seconda: perché lo fa adesso? La terza: perché alla sinistra piace così tanto?
Il percorso recente del “nero abbronzato”
Prima di provare a rispondere a queste tre domande, delle quali la terza è certamente quella più importante, conviene ripercorrere le vicende più recenti del “nero abbronzato” (la definizione, informano le cronache, circolava scherzosamente nella platea genovese) che ha sostituito il “Pavone sgonfiato” sullo scranno più alto di Montecitorio.
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Strage di Bologna: il depistaggio palestinese
Cosa dice davvero la tanto citata intervista a Ilich Ramirez Sanchez "Carlos"
Germano Monti
Per una Destra che non vuole solo governare, ma procedere ad una profonda ristrutturazione dell’assetto istituzionale del Paese, ripulire l’album di famiglia dalle immagini più imbarazzanti è una necessità. In altre parole, voler riscrivere la Costituzione repubblicana e antifascista richiede ineluttabilmente la riscrittura della propria storia politica… naturalmente, se si è o si è stati fascisti.
Lo stragismo rappresenta sicuramente la pagina più nera della storia italiana contemporanea, con il suo intreccio perverso fra manovalanza fascista, apparati – più o meno occulti - dello Stato e interferenze atlantiche. Fra tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia, quella alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980 è stata la più feroce, ed anche l’unica in cui è stata raggiunta una verità giudiziaria, con la condanna definitiva dei fascisti Ciavardini, Fioravanti e Mambro.
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Perché non possiamo liberarci dalla mafia
Luigi Cavallaro
È un esperimento mentale che mi è già accaduto di suggerire tempo addietro, e immutato essendo rimasto il contesto vale forse la pena di riproporlo.
Immaginate d’essere a Palermo, nella piazza dove si erge l’imponente Palazzo di Giustizia, e da lì di risalire per il corso Olivuzza, uno degli assi principali del popolare quartiere Zisa-Noce. Non avrete percorso nemmeno cinquanta metri dal luogo dove si amministra la giustizia civile e penale che vi sembrerà d’esserne mille miglia lontano. Vi trovate infatti in una zona in cui non c’è alcuna forma di controllo né per il commercio, né per l’edilizia, né per il traffico, né per altro: chiunque può allestire una bancarella e vendere quel che vuole, chiunque può occupare lo spazio pubblico con un gazebo, sedie e tavolini, chiunque può parcheggiare come e dove crede, chiunque può piazzarsi ad un incrocio con una motoape (“a lapa”, come si chiama qui) e smerciare frutta e verdura, pesce, pane, perfino ricci appena pescati.
Le autorità pubbliche non si curano di questo proliferare di attività “autogestite”, cioè fuorilegge: negli ultimi otto anni, i residenti del quartiere – tra cui chi scrive – hanno contato sei interventi della polizia municipale, cessati i quali (cioè andati via i vigili) tutto è tornato come prima. Non parliamo della polizia tributaria o dei nuclei antisofisticazioni dell’azienda sanitaria locale: gli “ambulanti-stanziali” del luogo non sanno nemmeno chi siano, come non sanno dell’obbligo di emettere gli scontrini fiscali o di regolarizzare i rapporti di lavoro. Perfino l’azienda municipalizzata che cura (così dice) la pulizia rispetta lo status quo e si guarda bene dal rimuovere nottetempo le cassette di frutta vuote di cui tutti si avvalgono per delimitare il loro “posto di lavoro”.
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Crisi della politica, e della democrazia
di Alberto Burgio
In un breve e complicato discorso di un mese fa, il presidente Napolitano esortò a non confondere la crisi della politica (che c'è) con la crisi della democrazia (a suo parere inesistente) e indicò nelle istituzioni repubblicane un riferimento fondamentale al fine di evitare pericolose confusioni. Non è semplice districarsi. Cos'è la crisi della politica? È crisi di efficacia? Di credibilità e prestigio? È crisi morale o istituzionale? Soprattutto: può, in una repubblica democratica, darsi crisi della politica senza che la qualità della democrazia ne venga intaccata?
In una democrazia, sinonimo di sovranità popolare, è essenziale il rispetto delle norme, a cominciare da quella fondamentale, che racchiude i principi-base del patto tra cittadini e istituzioni. Se accettiamo questo schema elementare, allora sembra difficile concordare con il presidente. La crisi è profonda e investe precisamente il fondamento della nostra democrazia. Limitiamoci a nominare pochi esempi.
La Costituzione del 1948 è pacifista e l'Italia è in guerra da una quindicina d'anni. La Costituzione indica nel lavoro il fulcro della democrazia, considera il lavoro subordinato un soggetto unitario, meritevole di protezione e titolare di diritti inalienabili, e da oltre dieci anni i governi non fanno che ridurre tutele, cancellare diritti, accrescere precarietà e segmentare il lavoro dipendente.
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Lo spaventapasseri e la vera catastrofe
di Paolo Barnard
* le fonti dell’articolo in calce
Angelino Alfano e Joseph Cassano. Ovvero: lo spaventapasseri e la catastrofe, oppure, il fantasma degli idioti e la concretezza del vero male. Poi ci sono Giorgio e Laura. Parto da questi ultimi. Sono due lavoratori italiani (storie vere), licenziato il primo e cassintegrata con azienda in fallimento la seconda, padre separato lui e fidanzata lei. Laura è incinta di due settimane, lo avevano pianificato, ma ora il problema è duplice: manca il reddito sicuro e all’orizzonte sale lo spettro di una vita co.co.pro o peggio, visto che anche il compagno è precario. Questo getta su di lei l’ombra della decisione più tremenda: abortire? La depressione le sta annebbiando l’esistenza, nonostante i suoi 29 anni. Laura affronta oggi un naufragio di speranze prima ancora di averci potuto provare. Giorgio ha guai ancor più seri: un affitto e mezzo da pagare che non può più permettersi, e dunque la scelta forzata è la riunione sotto un unico tetto con l’ex moglie e la figlia. Ma ciò significa il ritorno nella stessa gabbia di due persone che si erano sbranate fino alla rottura, e già allora le conseguenze sulla piccola erano state pesantissime, fa pipì a letto e non parla più.
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Cronache di Bananaland
di Carlo Bertani
Ho da tempo affermato che non guardo più la televisione, ed è vero. Trovandomi, però, in vacanza in un luogo dove non giunge nemmeno il segnale per le comuni “chiavette” a banda (pressappoco) larga, ho dovuto “nutrirmi” delle verità delle due mamme, RAI e Mediaset.
La prima curiosità che mi ha assalito, è che stavo ricevendo notizie sul G8 organizzato da Silvio Berlusconi dalle emittenti di proprietà di Silvio Berlusconi, oppure controllate da Silvio Berlusconi come Presidente del Consiglio, dove si citavano giornali di proprietà della famiglia Berlusconi.
Prima domanda: è ancora l’Italia o siamo diventati il Bananaland?
La seconda, più che una domanda, è l’approfondimento di un’omissione che viene data per scontata: il presidente cinese Hu-Jin-Tao è dovuto tornare in Cina per la rivolta dei turcomanni del Xinjiang.
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Ucciderli da piccoli
di Valerio Evangelisti
Il metodo lo potremmo definire “ucciderli da piccoli”. Consiste nell’individuare gruppi di individui potenzialmente pericolosi, in quanto notoriamente ostili al sistema o a certi suoi aspetti, e incarcerarli o comunque angariarli in via preventiva, subissandoli di capi d’imputazione. Ciò in nome di lievi reati del passato prossimo o remoto, ingigantiti a livello di crimini colossali, oppure di reati non ancora commessi ma che potrebbero commettere in futuro.
E’ questa la linea adottata dal governo, con la connivenza di settori della magistratura (nessuno si illuda che tutti i magistrati siano dei Falcone / Borsellino: basti vedere certe cene sospette di loro illustri esponenti), dell’opposizione (?) e delle forze dell’ordine. Ne sono dimostrazione i 21 arresti di studenti dell’Onda di due giorni fa, e le perquisizioni in tutta Italia.
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