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Di Battista e D’Orsi, analisi di due giornate particolari

di Alessio Mannino

WhatsApp Image 2026 06 30 at 01.29.51.jpegIn vista delle elezioni politiche del 2027 parrebbe muoversi qualcosa. Almeno per chi, come il sottoscritto, adotta come regola la sempre più diffusa opzione dell’astensionismo militante. Non potendo fisicamente presenziare, ho guardato online la conferenza del 7 giugno scorso a Roma con Thomas Fazi, Gabriele Guzzi e Alessandro Di Battista e la prima assemblea di Agorà, movimento fondato dallo storico Angelo D’Orsi, svoltasi a Torino sabato 27 giugno. Mentre nella seconda si è dato vita a una realtà che aspira dichiaratamente a portarsi “dalle piazze al parlamento”, la prima si è conclusa di fatto rimandando ogni eventuale decisione operativa a quando vedrà la luce il testo finale della nuova legge elettorale. Un rinvio legato a considerazioni tecniche che in realtà non rappresenta, a mio avviso, la principale differenza fra le due iniziative. Ma andiamo con ordine.

Riguardo alle idee, la sovrapposizione è quasi totale. Stessa denuncia del “sistema della guerra” (ben illustrato, in particolare, da Andrea Zhok ad Agorà). Stessa frontale opposizione alla stolida russofobia di Bruxelles. Stessa radicale condanna del genocidio israeliano dei palestinesi. Stessa accusa all’inguaribile sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti. Stessa avversione all’Unione Europea. Stessa apertura ai Brics. Stessi, anche, bersagli polemici (come quell’escrescenza confindustriale che risponde al nome di Calenda, chiamato in causa direi anche troppo ossessivamente da D’Orsi). Perfino, in sostanza, le stesse battaglie, inclusa l’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali (oggetto di una proposta di referendum da parte dell’associazione di Di Battista, “Schierarsi”, e citato da D’Orsi fra i punti programmatici).

Stessa consapevolezza, infine, sul fatto che, ammesso e non concesso si riesca a raccogliere le firme e aggirare la soglia del 3%, far eleggere qualche parlamentare nel breve-medio periodo si ridurrà, se va bene, alla visibilità che un’ideale pattuglia di guastatori deve poi conquistarsi in aula. L’unico punto uscito in più a Roma è stato quello, di sapore grillo-casaleggista e messo difatti sul piatto da Di Battista, della democrazia diretta come strumento attivabile per fornire ai cittadini non rappresentati un’arma, molto in teoria, un minimo incisiva.

Il movimento lanciato con intento “gramsciano” da D’Orsi parte schierando una serie di intellettuali e attivisti con un alto livello di cultura politica. Ma come ha più o meno ammesso D’Orsi stesso, non si può pensare di cercare il consenso con un “partito di intellettuali”. E in questo senso, dovrebbero rinfrancare le ripetute sottolineature sull’importanza sia del radicamento territoriale che della comunicazione di massa. Senonché, infiorare una presentazione di citazioni colte che pochi colgono e non porre apertamente la questione dei fondi non depone a favore di un’azione conseguente alle intenzioni. Perché significa restare su un piano sostanzialmente culturale, più che politico. O, se si vuole, politico sì, ma indirizzato a priori a un elettorato già sensibilizzato. Sono evidenze che saltano agli occhi. E un osservatore onesto, a maggior ragione se sottoscrive gran parte se non tutte le posizioni espresse, deve farle presente.

Così come corre l’obbligo di far notare che, fra le questioni del futuro “governo ombra” che D’Orsi già vagheggia, non sarebbe dovuta mancare l’immigrazione. Non foss’altro perché siamo arrivati a una situazione tale per cui chiunque intenda candidarsi anche solo a un consiglio comunale è chiamato, su questo, a dire la sua. Affrontare fin da subito tale nodo è, obbiettivamente, ineludibile. Non perché debba corrispondere, come avviene a destra, alla preoccupazione numero uno. Ma perché è la cartina di tornasole per capire se e quanta distanza vi sia da una sinistra, come nel caso di Avs, che fa da stampella dell’intollerabile Pd. A riguardo, l’unico passaggio rilevante è stato quando D’Orsi, per liquidare la remigrazione, ha citato Kant (!) e la distinzione fra hostis (nemico) e hospes (ospite), parlando di diritto all’ospitalità universale. Non esattamente un buon viatico. Di sicuro, non dal punto di vista comunicativo. Ma neppure da quello di contenuto, perché se è vero che l’immigrato funge da capro espiatorio, le vittime sacrificali del meccanismo che origina a un tempo pregiudizio razzista e illusione no border siamo tutti quanti noi qua in basso.

Anche nell’incontro con Di Battista e Guzzi della gestione del fenomeno migratorio non si è parlato. Tuttavia, in questo caso, non proponendosi i relatori di avanzare un progetto politico vero e proprio (o almeno non ancora), l’oblio è giustificabile. Ma è proprio il non aver sciolto la riserva che offre l’elemento di differenziazione netta fra la giornata di Roma e quella di Torino. Sembra abbastanza chiaro, infatti, che Di Battista non voglia in nessun modo bruciarsi per galoppare lancia in resta verso i mulini a vento. Ma piaccia o no (anzitutto al diretto interessato), è lui l’unica figura con il carattere da centravanti di sfondamento che servirebbe per rompere i confini di quella che si definisce, con termine in verità da archiviare, area del dissenso. Altri con un profilo analogo che assommino qualità di trascinatore, una già ampia notorietà e, allo stesso tempo, un’istintiva carica di radicalità, molto semplicemente non ci sono. Non solo, ma con tutti i difetti anche pesanti che l’inesperienza dell’età comporta, la sua associazione è vivaddio composta, in buona misura, da giovani. E i giovani, possibilmente formati (il che non è), non costituiscono soltanto un investimento per il futuro, ma anche una fonte di vitalità e di freschezza che, in genere, drammaticamente mancano all’appello quando è ora di mobilitarsi.

Tirando le somme, in estrema sintesi abbiamo un’Agorà che, sin dal nome prescelto, ha le sembianze di un’avanguardia intellettualmente agguerrita, ma non si sa quanto appetibile per il cittadino medio. E qui, permetterete un accenno personale: chi scrive, avendo cominciato a fare il giornalista sul nazionale in quel samizdat scintillante d’intelligenza critica che era la Voce del Ribelle di Massimo Fini, ha a che fare da sempre con la nicchia più informata e culturalmente sensibile, che è appunto una nicchia. E va bene così, ma solo a patto che si rimanga, com’è nella controinformazione, in una prospettiva meta-politica, per l’appunto giornalistica e divulgativa. Non quando si va a caccia di voti. Dall’altro lato, abbiamo un possibile frontman, il solo capace di sormontare percentuali da albumina, che aspetta di capire se effettivamente ha chances per non fare la fine di un Marco Rizzo qualsiasi, che si presenta a ogni tornata per uscirne puntualmente trombato.

Ora, per quel poco che conta il parere di chi non si sente portato alla politica in senso stretto ma per mestiere se ne occupa da vent’anni (ofelé fa el to mestè), il mio piccolo suggerimento a entrambi è uno solo: dopo le elezioni, se vorranno rendere duraturo il loro impegno, mettano in cima alla lista di priorità la formazione degli iscritti. Movimento, partito o associazione che sia, non importa. L’importante è formare una coscienza politica strutturata, che è la precondizione per tentare quell’impresa titanica che si chiama, gramscianamente, contro-egemonia. Su questo, se ci desse da fare seriamente, offro fin da ora le mie modeste competenze. Perché da qui non si scappa: senza una scuola politica l’accartocciamento su sé stessi, sul lungo termine, è matematico. È come voler creare un corpo senza sistema nervoso. Il fallimento del M5S originario si deve in larga parte a questo deficit mai volutosi colmare.

Non ci si può affidare solo sulle poche, in genere canute, teste più attive. Occorre – sempre per stare al Gramsci caro a D’Orsi – istruire le altre, quelle di buona volontà ma prive di conoscenze. E in un significato non generico, bensì squisitamente politico. Ci aveva provato, bisogna dire, il movimento “Indipendenza” fondato da Gianni Alemanno (adesso imbarcatosi con Vannacci, e stendiamo un pietoso velo su quella scena grottesca in cui il primo, appena uscito dal carcere, lamentava le privazioni dei detenuti, e il secondo, al suo fianco, appena due secondi dopo sentenziava che i detenuti ci devono marcire, nelle patrie galere). Ugo Mattei lo sta facendo a partire da Generazioni Future. Marco Guzzi, fondatore di Darsi Pace, lo fa su un versante più spirituale (e, vorrei dire, terapeutico). Per il resto, il nulla. Ma se non si dà agli attivisti un adeguato bagaglio – storico, filosofico, giuridico, geopolitico, di sociologia, massmediologia e psicologia sociale, e sarebbe meglio anche psicologia tout court, questa sconosciuta – ci si condannerà a lavorare con persone animate dalle migliori intenzioni, ma poco meno che analfabete su quella “tinozza piena d’acqua sporca” (Nietzsche) che è la politica.

Vasto programma, lo so. Perché formare implica disporre di formatori, e il fior di studiosi e analisti fuori dai giri, che pure ci sono, dovrebbero mettersi a disposizione facendo volontariato. E non tutti hanno un ego che glielo consente. In secondo luogo, formare avrebbe senso se poi l’apprendimento fosse finalizzato a fare una cernita selettiva, poniamo, per le candidature al giro successivo. Altrimenti, il tutto si ridurrebbe a una pochade, a corsi online per passare la serata davanti al pc acculturandosi un po’. E qua sono i leader e leaderini, di solito, a guardare di traverso l’elevazione dei seguaci a classe potenzialmente dirigente. Infine, formarsi acquisterebbe un autentico valore se non si limitasse all’acquisizione di nozioni, ma a far propria una visione sufficientemente organica dei princìpi a cui ispirarsi. Una bussola d’orientamento che separi ciò che è fondamentale (il primato del politico sull’economico, cioè degli svantaggiati sui redditieri) da ciò che è secondario (com’è il fissarsi, oramai veramente paranoico, su cosa ha detto o fatto uno a proposito dei vaccini nel biennio pandemico, segno che a qualcuno il Covid ha preso non ai polmoni, ma al cervello).

Ma su questo, siamo decisamente in alto mare. Anche se arrivarci sarebbe meno difficile di quel che può sembrare. Beninteso una volta che si sia stabilito, cari amici sovranisti, che non è solo la “sovranità” la posta in gioco, ma la nostra condizione di esseri umani con una dignità. E a darci palesi indicazioni sulla profondità del disagio è l’insofferenza sociale ed esistenziale nei confronti di un sistema di vita alienante che, al di là della triade Usa-Israele-Ue, comprime per sua stessa essenza la forza vitale, i bisogni primari, le esigenze più profonde. Un terzo degli italiani, cosa storicamente mai accaduta, vive da solo, come ricordavo l’anno scorso in un’inchiesta su questo giornale web. Siamo all’impoliticità di massa, altro che politica.

Ecco, se vuole rivelarsi utile e con un avvenire post-elettorale, una forza che si dice di rottura dovrebbe farsi tramite della voglia di riscatto che pulsa tra frustrazione, rabbia e sdegno per il furto quotidiano di vita che scambiamo per normalità. E per farlo, a umilissimo giudizio dello scrivente, è necessario anzitutto tradurre il sapere su cause, colpevoli e complicità (anche quelle dell’uomo della strada) nel corpus teorico di una contro-élite di popolo. Perché la storia la fanno le minoranze. Purché sappiano intercettare, rielaborare e volgere a fini alternativi i motivi di scontento più sentiti dalle maggioranze. E ora torno alla mia torretta d’avvistamento di cause, mi auguro, non tutte perse.

PS. Solidarietà agli ultimi che ancora davano credito ai diarchi di Democrazia Sovrana e Popolare. Si spera stiano ora aprendo finalmente gli occhi sul personalismo egomaniacale e tragicomico settarismo della non premiata coppia, fatalmente scoppiata. Tare non esclusive, sia ben chiaro, di questi due soggetti. Ai quali, comunque, auguriamo ogni bene. Nel campo dell’ippica. Sebbene facessero più ridere il Mandrake e Er Pomata, però.

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Comments

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Nuno
Wednesday, 08 July 2026 19:00
Non ho capito la parte sull'immigrazione con un riferimento a avs da cui non si comprende se l'autore vorrebbe che i movimenti di di battista e d'orsi fossero più per un controllo stringente dell'immigrazione tipo blocco navale e /o remigrazione o tendenza ad accogliere e/o sanatoria.
Comunque il fatto che di battista non ne parli non è un bel segnale
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