Di Battista e D’Orsi, analisi di due giornate particolari
di Alessio Mannino
In vista delle elezioni politiche del 2027 parrebbe muoversi qualcosa. Almeno per chi, come il sottoscritto, adotta come regola la sempre più diffusa opzione dell’astensionismo militante. Non potendo fisicamente presenziare, ho guardato online la conferenza del 7 giugno scorso a Roma con Thomas Fazi, Gabriele Guzzi e Alessandro Di Battista e la prima assemblea di Agorà, movimento fondato dallo storico Angelo D’Orsi, svoltasi a Torino sabato 27 giugno. Mentre nella seconda si è dato vita a una realtà che aspira dichiaratamente a portarsi “dalle piazze al parlamento”, la prima si è conclusa di fatto rimandando ogni eventuale decisione operativa a quando vedrà la luce il testo finale della nuova legge elettorale. Un rinvio legato a considerazioni tecniche che in realtà non rappresenta, a mio avviso, la principale differenza fra le due iniziative. Ma andiamo con ordine.
Riguardo alle idee, la sovrapposizione è quasi totale. Stessa denuncia del “sistema della guerra” (ben illustrato, in particolare, da Andrea Zhok ad Agorà). Stessa frontale opposizione alla stolida russofobia di Bruxelles. Stessa radicale condanna del genocidio israeliano dei palestinesi. Stessa accusa all’inguaribile sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti. Stessa avversione all’Unione Europea. Stessa apertura ai Brics. Stessi, anche, bersagli polemici (come quell’escrescenza confindustriale che risponde al nome di Calenda, chiamato in causa direi anche troppo ossessivamente da D’Orsi). Perfino, in sostanza, le stesse battaglie, inclusa l’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali (oggetto di una proposta di referendum da parte dell’associazione di Di Battista, “Schierarsi”, e citato da D’Orsi fra i punti programmatici).
Stessa consapevolezza, infine, sul fatto che, ammesso e non concesso si riesca a raccogliere le firme e aggirare la soglia del 3%, far eleggere qualche parlamentare nel breve-medio periodo si ridurrà, se va bene, alla visibilità che un’ideale pattuglia di guastatori deve poi conquistarsi in aula. L’unico punto uscito in più a Roma è stato quello, di sapore grillo-casaleggista e messo difatti sul piatto da Di Battista, della democrazia diretta come strumento attivabile per fornire ai cittadini non rappresentati un’arma, molto in teoria, un minimo incisiva.
Il movimento lanciato con intento “gramsciano” da D’Orsi parte schierando una serie di intellettuali e attivisti con un alto livello di cultura politica. Ma come ha più o meno ammesso D’Orsi stesso, non si può pensare di cercare il consenso con un “partito di intellettuali”. E in questo senso, dovrebbero rinfrancare le ripetute sottolineature sull’importanza sia del radicamento territoriale che della comunicazione di massa. Senonché, infiorare una presentazione di citazioni colte che pochi colgono e non porre apertamente la questione dei fondi non depone a favore di un’azione conseguente alle intenzioni. Perché significa restare su un piano sostanzialmente culturale, più che politico. O, se si vuole, politico sì, ma indirizzato a priori a un elettorato già sensibilizzato. Sono evidenze che saltano agli occhi. E un osservatore onesto, a maggior ragione se sottoscrive gran parte se non tutte le posizioni espresse, deve farle presente.
Così come corre l’obbligo di far notare che, fra le questioni del futuro “governo ombra” che D’Orsi già vagheggia, non sarebbe dovuta mancare l’immigrazione. Non foss’altro perché siamo arrivati a una situazione tale per cui chiunque intenda candidarsi anche solo a un consiglio comunale è chiamato, su questo, a dire la sua. Affrontare fin da subito tale nodo è, obbiettivamente, ineludibile. Non perché debba corrispondere, come avviene a destra, alla preoccupazione numero uno. Ma perché è la cartina di tornasole per capire se e quanta distanza vi sia da una sinistra, come nel caso di Avs, che fa da stampella dell’intollerabile Pd. A riguardo, l’unico passaggio rilevante è stato quando D’Orsi, per liquidare la remigrazione, ha citato Kant (!) e la distinzione fra hostis (nemico) e hospes (ospite), parlando di diritto all’ospitalità universale. Non esattamente un buon viatico. Di sicuro, non dal punto di vista comunicativo. Ma neppure da quello di contenuto, perché se è vero che l’immigrato funge da capro espiatorio, le vittime sacrificali del meccanismo che origina a un tempo pregiudizio razzista e illusione no border siamo tutti quanti noi qua in basso.
Anche nell’incontro con Di Battista e Guzzi della gestione del fenomeno migratorio non si è parlato. Tuttavia, in questo caso, non proponendosi i relatori di avanzare un progetto politico vero e proprio (o almeno non ancora), l’oblio è giustificabile. Ma è proprio il non aver sciolto la riserva che offre l’elemento di differenziazione netta fra la giornata di Roma e quella di Torino. Sembra abbastanza chiaro, infatti, che Di Battista non voglia in nessun modo bruciarsi per galoppare lancia in resta verso i mulini a vento. Ma piaccia o no (anzitutto al diretto interessato), è lui l’unica figura con il carattere da centravanti di sfondamento che servirebbe per rompere i confini di quella che si definisce, con termine in verità da archiviare, area del dissenso. Altri con un profilo analogo che assommino qualità di trascinatore, una già ampia notorietà e, allo stesso tempo, un’istintiva carica di radicalità, molto semplicemente non ci sono. Non solo, ma con tutti i difetti anche pesanti che l’inesperienza dell’età comporta, la sua associazione è vivaddio composta, in buona misura, da giovani. E i giovani, possibilmente formati (il che non è), non costituiscono soltanto un investimento per il futuro, ma anche una fonte di vitalità e di freschezza che, in genere, drammaticamente mancano all’appello quando è ora di mobilitarsi.
Tirando le somme, in estrema sintesi abbiamo un’Agorà che, sin dal nome prescelto, ha le sembianze di un’avanguardia intellettualmente agguerrita, ma non si sa quanto appetibile per il cittadino medio. E qui, permetterete un accenno personale: chi scrive, avendo cominciato a fare il giornalista sul nazionale in quel samizdat scintillante d’intelligenza critica che era la Voce del Ribelle di Massimo Fini, ha a che fare da sempre con la nicchia più informata e culturalmente sensibile, che è appunto una nicchia. E va bene così, ma solo a patto che si rimanga, com’è nella controinformazione, in una prospettiva meta-politica, per l’appunto giornalistica e divulgativa. Non quando si va a caccia di voti. Dall’altro lato, abbiamo un possibile frontman, il solo capace di sormontare percentuali da albumina, che aspetta di capire se effettivamente ha chances per non fare la fine di un Marco Rizzo qualsiasi, che si presenta a ogni tornata per uscirne puntualmente trombato.
Ora, per quel poco che conta il parere di chi non si sente portato alla politica in senso stretto ma per mestiere se ne occupa da vent’anni (ofelé fa el to mestè), il mio piccolo suggerimento a entrambi è uno solo: dopo le elezioni, se vorranno rendere duraturo il loro impegno, mettano in cima alla lista di priorità la formazione degli iscritti. Movimento, partito o associazione che sia, non importa. L’importante è formare una coscienza politica strutturata, che è la precondizione per tentare quell’impresa titanica che si chiama, gramscianamente, contro-egemonia. Su questo, se ci desse da fare seriamente, offro fin da ora le mie modeste competenze. Perché da qui non si scappa: senza una scuola politica l’accartocciamento su sé stessi, sul lungo termine, è matematico. È come voler creare un corpo senza sistema nervoso. Il fallimento del M5S originario si deve in larga parte a questo deficit mai volutosi colmare.
Non ci si può affidare solo sulle poche, in genere canute, teste più attive. Occorre – sempre per stare al Gramsci caro a D’Orsi – istruire le altre, quelle di buona volontà ma prive di conoscenze. E in un significato non generico, bensì squisitamente politico. Ci aveva provato, bisogna dire, il movimento “Indipendenza” fondato da Gianni Alemanno (adesso imbarcatosi con Vannacci, e stendiamo un pietoso velo su quella scena grottesca in cui il primo, appena uscito dal carcere, lamentava le privazioni dei detenuti, e il secondo, al suo fianco, appena due secondi dopo sentenziava che i detenuti ci devono marcire, nelle patrie galere). Ugo Mattei lo sta facendo a partire da Generazioni Future. Marco Guzzi, fondatore di Darsi Pace, lo fa su un versante più spirituale (e, vorrei dire, terapeutico). Per il resto, il nulla. Ma se non si dà agli attivisti un adeguato bagaglio – storico, filosofico, giuridico, geopolitico, di sociologia, massmediologia e psicologia sociale, e sarebbe meglio anche psicologia tout court, questa sconosciuta – ci si condannerà a lavorare con persone animate dalle migliori intenzioni, ma poco meno che analfabete su quella “tinozza piena d’acqua sporca” (Nietzsche) che è la politica.
Vasto programma, lo so. Perché formare implica disporre di formatori, e il fior di studiosi e analisti fuori dai giri, che pure ci sono, dovrebbero mettersi a disposizione facendo volontariato. E non tutti hanno un ego che glielo consente. In secondo luogo, formare avrebbe senso se poi l’apprendimento fosse finalizzato a fare una cernita selettiva, poniamo, per le candidature al giro successivo. Altrimenti, il tutto si ridurrebbe a una pochade, a corsi online per passare la serata davanti al pc acculturandosi un po’. E qua sono i leader e leaderini, di solito, a guardare di traverso l’elevazione dei seguaci a classe potenzialmente dirigente. Infine, formarsi acquisterebbe un autentico valore se non si limitasse all’acquisizione di nozioni, ma a far propria una visione sufficientemente organica dei princìpi a cui ispirarsi. Una bussola d’orientamento che separi ciò che è fondamentale (il primato del politico sull’economico, cioè degli svantaggiati sui redditieri) da ciò che è secondario (com’è il fissarsi, oramai veramente paranoico, su cosa ha detto o fatto uno a proposito dei vaccini nel biennio pandemico, segno che a qualcuno il Covid ha preso non ai polmoni, ma al cervello).
Ma su questo, siamo decisamente in alto mare. Anche se arrivarci sarebbe meno difficile di quel che può sembrare. Beninteso una volta che si sia stabilito, cari amici sovranisti, che non è solo la “sovranità” la posta in gioco, ma la nostra condizione di esseri umani con una dignità. E a darci palesi indicazioni sulla profondità del disagio è l’insofferenza sociale ed esistenziale nei confronti di un sistema di vita alienante che, al di là della triade Usa-Israele-Ue, comprime per sua stessa essenza la forza vitale, i bisogni primari, le esigenze più profonde. Un terzo degli italiani, cosa storicamente mai accaduta, vive da solo, come ricordavo l’anno scorso in un’inchiesta su questo giornale web. Siamo all’impoliticità di massa, altro che politica.
Ecco, se vuole rivelarsi utile e con un avvenire post-elettorale, una forza che si dice di rottura dovrebbe farsi tramite della voglia di riscatto che pulsa tra frustrazione, rabbia e sdegno per il furto quotidiano di vita che scambiamo per normalità. E per farlo, a umilissimo giudizio dello scrivente, è necessario anzitutto tradurre il sapere su cause, colpevoli e complicità (anche quelle dell’uomo della strada) nel corpus teorico di una contro-élite di popolo. Perché la storia la fanno le minoranze. Purché sappiano intercettare, rielaborare e volgere a fini alternativi i motivi di scontento più sentiti dalle maggioranze. E ora torno alla mia torretta d’avvistamento di cause, mi auguro, non tutte perse.
PS. Solidarietà agli ultimi che ancora davano credito ai diarchi di Democrazia Sovrana e Popolare. Si spera stiano ora aprendo finalmente gli occhi sul personalismo egomaniacale e tragicomico settarismo della non premiata coppia, fatalmente scoppiata. Tare non esclusive, sia ben chiaro, di questi due soggetti. Ai quali, comunque, auguriamo ogni bene. Nel campo dell’ippica. Sebbene facessero più ridere il Mandrake e Er Pomata, però.













































s. m. e f. e agg. Chi o che favorisce l’immigrazione.
Riferimento:
https://www.treccani.it/enciclopedia/immigrazionista_(altro)/
Ergo, in base alla definizione esatta di cui sopra,il Prof Angelo D'Orsi è immigrazionista perchè lui non prevede alcun limite di alcun tipo per tutti gli extracomunitari che vogliano entrare in Italia e nella UE, insomma, un Immigrazionista con la I Maiuscola!!
Stessa identica cosa dicasi per chi ripete a pappagallo la vulgata propagandistica immigrazionista di TV e giornaloni dé sinistra, La Setta ( = La 7 TV ) in pole position , secondo la quale combattere le immigrazioni rifiutando i soccorsi, cioè agire contro le leggi del mare, equivale a essere nel campo del razzismo e dell'apartheid e il motivo è molto semplice perché in questo modo ossia permettendo sempre e ovunque soccorsi e accoglenza a tempo illimitato in Italia e paesi UE significa sostanzialmente invece volere accogliere tutti gli extracomunitari di qualunque tipo.
Della serie: chi di pappagalaggio ferisce gratuitamente, di pappagalaggio radical chic perisce, aoù, sò soddisfazioni pappagallesche..........!!
In altre parole: le critiche sono come il piccione, tornano sempre indietro!!
@ Per eventuali terzi lettori non immigrazionisti.
1, "Ci sono tre miliardi di poveri che bussano alle porte di casa nostra dai Paesi meno evoluti dei nostri? Bene, bisogna farli entrare. Basta ragionare un istante e si capisce che non si può fare. Quindi la retorica dell’accoglienza va subito a farsi benedire. Non possiamo accogliere tre miliardi di stranieri poveri, non possiamo accoglierne trecento milioni e neanche trenta milioni. Possiamo regolare dei flussi di immigrazione legale e controllata, così entrano in Ue e negli Stati Uniti un paio di milioni di persone all’anno che mirano a restare. Così facendo in Italia ad esempio si è formata negli anni una presenza di oltre cinque milioni di stranieri residenti, con altri milioni che hanno ottenuto la nostra cittadinanza. Ci sono poi circa mezzo milione di immigrati clandestini, ogni anno vengono firmati circa 40mila decreti di espulsione, l’anno scorso sono sbarcate illegalmente sulle nostre coste 145.898 persone, quest’anno ad oggi altre 57.911. Siamo il Paese Ue con il maggior sbarco di clandestini, il 90% dei decreti di espulsione non viene reso esecutivo. L’Ue paga poi la Turchia di Erdogan con svariati miliardi di euro per trattenere sul suo territorio in condizioni al limite del disumano 5 milioni di profughi provenienti dai vari contesti critici mediorientali a partire da quello siriano. L’Italia con il ministro del Pd Marco Minniti applicò un modello analogo pagando la Libia che realizzò una serie di campi dì concentramento per trattenere i migranti irregolari in transito, modello poi saltato per via del caos in cui versa il Paese nordafricano.
Insomma, l’immigrazione è il fenomeno più difficile da gestire della contemporaneità e sembra funzionare solo il modello delle regole rigide (vedi Australia e Giappone). Se apri le maglie, come hanno fatto Italia e Stati Uniti negli ultimi anni, i trafficanti di uomini ne approfitteranno e l’immigrazione clandestina provocherà tre effetti certificati: bassa manovalanza per datori di lavoro in nero che potranno così abbattere i salari di alcune mansioni a danno dei ceti medio-bassi; aumento della criminalità e della conflittualità sociale; progressiva percezione di insicurezza da parte della popolazione residente nei quartieri più poveri. "
estratto da:
"Gli immigrati e la "deportazione"
di Mario Adinolfi - 10/11/2024
https://www.ariannaeditrice.it/articoli/gli-immigrati-e-la-deportazione
Commento
Ragionamenti che non fanno una grinza per chiunque non sia immigrazionista col deretano degli altri!
2. "Svezia e Danimarca, sì alla remigrazione. Che in Italia è tabù", di L. Volonté per LNBQ, 17 giugno 2026
La Svezia ha approvato una legge sulla “buona condotta”, ideata per espellere gli immigrati che non rispettano le regole. Promossa una riforma simile anche in Danimarca. In Italia il tema resta tabù, a causa della sinistra.
Proseguimento:
https://lanuovabq.it/it/svezia-e-danimarca-si-alla-remigrazione-che-in-italia-e-tabu
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"Svezia, il mito multiculturale infranto dal boom di violenza", di Lorenza Formicola per LNBQ, 7 febbraio 2025
Un tempo ai vertici della classifica europea per qualità della vita e legalità, il "paradiso" svedese nel giro di dieci anni si è trasformato in un inferno dominato da gang e attentati. È il fallimento dell'immigrazionismo a oltranza.
In Svezia dicono che la strage di Örebro – a 200 km a ovest di Stoccolma – racconti uno «scenario americano». L’attentato, che ha coinvolto un’università riconvertita anche in un centro per immigrati, certo riporta alla mente le sparatorie di massa nelle scuole statunitensi di qualche anno fa. E se restano ancora oscure matrice e dinamica, quel che per il primo ministro svedese Kristersson è «il peggior omicidio di massa nella storia del Paese» resta l’ennesimo atto di terrore in un Paese già soggiogato da una violenza diffusa.
Nel mese di dicembre, sono state registrate venti esplosioni e sequestrate altrettante bombe. Gennaio ha contato la media di un attentato al giorno, tra cui diverse bombe piazzate sui balconi in centri un tempo residenziali, oggi utsatta, zone vulnerabili caratterizzate da un’alta concentrazione di residenti extraeuropei e da immigrati di seconda e terza generazione
E non è certo Örebro la prima città che vede gravi incidenti nelle scuole. Nel marzo 2022, uno studente di 18 anni ha accoltellato a morte due insegnanti in una scuola superiore nella città meridionale di Malmö. Due mesi prima, un sedicenne era stato arrestato dopo aver ferito con un coltello un altro studente e un insegnante in una scuola nella cittadina di Kristianstad. Nell’ottobre 2015, tre persone furono uccise in un attacco in una scuola di Trollhättan da un aggressore armato di spada, poi ucciso dalla polizia.
Una discesa agli inferi improvvisa, brutale, omicida. In dieci anni la Svezia, un tempo il paradiso della legalità, sempre ai vertici della classifiche per qualità della vita e con il mito di uno dei paesi più sicuri d’Europa, è precipitata in una crisi criminale feroce ed implacabile.
Mentre nella maggior parte dei Paesi europei si è registrato un calo delle morti per arma da fuoco, il regno scandinavo segue la tendenza opposta. È in cima all’elenco europeo stilato dal Consiglio svedese per la prevenzione della criminalità (Brå) con 4 decessi per arma da fuoco per milione di abitanti, rispetto ad una media europea di 1,6. «Nessun altro Paese preso in esame nello studio mostra un incremento paragonabile a quello della Svezia», si legge nel rapporto.
Proseguimento:
https://lanuovabq.it/it/svezia-il-mito-multiculturale-infranto-dal-boom-di-violenza
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Quando in Italia si concretizzerà nella realtà uno scenario pessimo come quello svedese di cui sopra, continuando di questo passo nel breve termine capiterà anche da noi, gli immigrazionisti pennivendoli radical chic di TV e giornaloni diranno che la colpa è degli italiani razzisti che non li hanno voluti integrare e delle autorità italiane che non fanno rispettare la legge, insomma, il solito loro immigrazionismo col deretano degli altri da due lire bucate, intanto però la Svezia ha già preso provvedimenti a quanto pare di una certa serietà, meglio tardi che mai, ma TV e giornaloni italiani, e non solo italiani, muti come pesci, chissà come mai.....!!
2B. "Sudafrica, la remigrazione che non fa notizia e parte dal basso", di L. Formicola per LNBQ, 7 luglio 2026
Il Sudafrica si mostra essere la prima nazione al mondo ad applicare la remigrazione con successo e velocemente. Tutto, però, fai da te. Perché le rivolte (e i rimpatri) nel Paese sono spontanee e avvengono sotto il naso di un Governo che non sa proprio come arrestare la rabbia.
Proseguimento:
https://lanuovabq.it/it/sudafrica-la-remigrazione-che-non-fa-notizia-e-parte-dal-basso
Commento
Ma TV e giornaloni italiani, e non solo italiani, muti come pesci, chissà come mai.....!!
3, Giappone, premier Takaichi contro immigrazione di massa: “Meglio popolazione ridotta che stranieri incompatibili e poco qualificati”
Secondo quanto riportato, il premier avrebbe espresso una posizione molto netta sul tema migratorio: “Meglio che la popolazione si riduca piuttosto che riempire il paese di immigrati poco qualificati provenienti da culture aliene. Preservare lo stile di vita del Giappone conta più del lavoro a basso costo. Possiamo risolvere la crisi della natalità senza affidarci a stranieri incompatibili. Non hai più un paese quando diventi minoranza”
di Redazione
18 Maggio 2026
Proseguimento:
https://www.ilgiornaleditalia.it/news/esteri/786704/giappone-premier-takaichi-contro-immigrazione-di-massa-meglio-popolazione-ridotta-che-stranieri-incompatibili-e-poco-qualificati.html
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“In tempi dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”, George Orwell
Come mai, dei tre grandi perdenti della seconda guerra mondiale, Germania, Italia e Giappone, solo il Giappone si può ancora permettere di rifiutare l'immigrazione di massa?
Risposta: ha piena sovranità monetaria e pure inscalfibile, vedasi:
https://www.vocidallastrada.org/2021/07/la-monetizzazione-del-debito-e-la-falsa.html#more
non fa parte della NATO e sebbene abbia ancora numerose basi militari americane, queste sono detestate dai giapponesi:
https://www.tvsvizzera.it/tvs/giappone%2C-sempre-meno-persone-favorevoli-a-basi-usa/90117151
PS articolo di ottobre 2025
insomma, non si sono americanizzati , ben sapendo che rischi in negativo avrebbero corso e quindi il modello caotico di melting pot americano e quello prossimo di melting pot europeo li rifiutano orgogliosamente e più che giustamente!!