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Coronavirus e dintorni , laboratorio Italia
Grande esercitazione "tutti ai domiciliari e tutti in guerra"
di Fulvio Grimaldi
Tornate alle vostre superbe ruine, /All’opere imbelli dell’arse officine, /Ai solchi bagnati di servo sudor. / Il forte si mesce col vinto nemico, / Col novo signore rimane l’antico; / L’un popolo e l’altro sul collo vi sta. / Dividono i servi, dividon gli armenti; / Si posano insieme sui campi cruenti / D’un volgo disperso che nome non ha /Alessandro Manzoni, Adelchi, Atto III).
Per “l’un popolo e l’altro” possiamo intendere correttamente "Oligarchie globalizzatrici" e "loro euro- e italo-domestici".
Ciao ragazzi, ciao di Adriano Celentano, buona risposta al “solo in casa” contiano:
Nooo, nooo ! Ciao ragazzi, ciao. Voglio dirvi che… un giorno sono venuti a prendere anche me (te, lei, lui, noi) e non c’era più nessuno a protestare (tranne i detenuti, non quelli ai domiciliari come tutti, buoni buoni, ma gli altri, in carcere).
Un bignamino dell’esercitazione
E così vi traccio l’evoluzione di quanto ci stanno facendo attraverso la serie di titoli che, via via, ho immaginato per l’articolo che stavo pensando, mentre si passava, di doccia scozzese in doccia scozzese, fino al l’obnubilamento e alla sottomissione generali, dall’allarme forsennato, alla rassicurazione paterna, alla tranquillizzazione così così, a seconda dei propagandisti di turno, al catastrofismo assoluto. E dunque allo stato d’assedio proclamato dal Conte Pippo lunedì sera e spalmato sul colto e l’inclita a dosi maggiorate dai cantori di Big Pharma e dello Stato di Polizia.Volevo vedere come sarebbe andata a finire prima di scrivere e, nel frattempo c’erano da seguire altre baracconate, specie mediorientali, dei dirittioumanisti da plutocrazia.
Coronavirusando
La traccia dell’ultima mesata è questa:
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Gli abissi del potere: il “Deep State” tra mito e realtà
di Lucio Mamone
Torna sulle nostre colonne Lucio Mamone, che ci parla del tema del “Deep State” statunitense, recensendo il saggio “The Deep State: The Fall of the Constitution and the Rise of a Shadow Government” scritto dall’ex funzionario del governo di Washington Mike Lofgren e parlando delle dinamiche che regolano i rapporti di forza nella capitale dell’impero a stelle e strisce
La vittoria nordamericana nello scontro epocale con l’Unione Sovietica ha lasciato presagire l’avvento di una lunga epoca d’espansione per la liberaldemocrazia e di egemonia mondiale per gli Stati Uniti stessi. Questa attesa diffusa ha trovato la sua espressione più consapevole e conseguente, nonché la più fortunata, nell’idea di «fine della storia» di Francis Fukuyama, autore divenuto così improvviso interprete dello spirito del tempo. Tempo però assai breve, poiché l’ironia della storia, che punisce puntualmente i sogni troppo affrettati di imperi millenari, ha prontamente intessuto per l’Occidente un intreccio di sfide inattese, dal terrorismo jihadista all’ascesa cinese, e di clamorosi fallimenti, dagli insuccessi militari in Nordafrica e Medio oriente alla crisi economica del 2008. È bastato così il primo decennio del millennio sia per smorzare l’entusiasmo dei profeti, che per produrre una profonda disaffezione e sfiducia all’interno della società occidentale verso quel modello politico-economico che avrebbe dovuto rappresentare il coronamento di millenni di evoluzione sociale. Non sarebbe tuttavia corretto dire che l’idea di «fine della storia» sia stata semplicemente sostituita da una nuova visione, più realistica o pessimistica a dir si voglia, quanto più che quel presentimento di compimento della parabola moderna abbia assunto la forma del timore, quasi claustrofobico, di essere intrappolati in un sistema obsolescente e incapace di riformarsi. D’altra parte la reazione alle ripetute crisi da parte delle classi dirigenti occidentali, quella statunitense in testa, si è tutta concentrata sul tentativo di mantenimento dello status quo e di convincimento circa l’impossibilità di un’alternativa, lasciando sempre più emergere il carattere impositivo dell’ideologia neoliberale di «fine della storia».
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Dai “contenitori dell’ira” ai “contenitori di potere”
di Alessandro Visalli
All’avvio del secondo decennio del nuovo secolo il mondo si trova in una fase di caos sistemico a fatica tenuto a freno dalle potenze politico-militari declinanti e dai sistemi di ordine monetari del mondo liberale. Ne sono segno la sempre maggiore fragilità della fase finanziaria del capitalismo, costantemente sull’orlo di una crisi sistemica, che viene rinviata utilizzando tecniche per loro natura insufficienti, mentre la dittatura del pensiero di economisti morti da tempo e degli interessi che questi servivano, e servono, impedisce azioni necessarie per allontanare l’amaro calice.
Mentre tutti gli spazi residui, con i tassi da tempo sotto zero e i bilanci delle Banche Centrali carichi di titoli “spazzatura” e malgrado ciò i principali istituti di credito zavorrati da portafogli a dir poco dubbi (quello della Deutsche Bank è valutato dai mercati ad un terzo del valore di libro), sembrano esauriti, arriva puntuale il ‘cigno nero’ di un’epidemia che rischia di fermare i luoghi più dinamici dell’economia mondiale, sovraccaricare i sistemi pubblici di sicurezza sanitaria e imporre spese fiscali ingenti per evitare fallimenti a catena, individuali ed aziendali. L’intera Europa, Germania in primis ma Italia immediatamente dietro, entra in questa congiuntura nelle peggiori condizioni possibili, resa fragile dall’ossessione per la crescita a mezzo di esportazioni, ottenuta comprimendo selvaggiamente il mercato interno e per esso la capacità di resilienza del sistema pubblico di sicurezza sociale (sanità, istruzione, sistemi territoriali ed a rete, etc..). In un sistema economico mondiale che ha scelto di sacrificare la stabilità sociale, e quindi politica, sull’altare del profitto (ovvero della protezione dell’appropriazione privata del surplus), e per ottenere questo risultato ha spinto sull’interconnessione guidata dalle grandi aziende monopoliste e oligopoliste, il rallentamento del commercio internazionale suona come una campana a morte.
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Intervista a Thomas Fazi
di Bollettino Culturale
Thomas Fazi è un giornalista, saggista e traduttore italiano, tra i più importanti divulgatori della MMT nel nostro paese. In questi anni ha pubblicato due importanti libri: “La battaglia contro l’Europa” e “Sovranità o barbarie”.
In rete è possibile trovare numerosi suoi articoli pubblicati per Senso Comune e Sbilanciamoci o raccolti nella famosa piattaforma Sinistra in rete. Possiede un proprio sito web.
1. Lei è uno dei massimi esperti della MMT in Italia. Vorrei sapere che legami ha questa teoria economica con il marxismo e la ritiene la chiave per rilanciare l’economia italiana?
Innanzitutto ci tengo a precisare che io, più che un esperto, mi ritengo un mero divulgatore della MMT che ha avuto la fortuna di conoscere e di lavorare a stretto contatto con uno dei fondatori della teoria in questione, Bill Mitchell – lui sì un vero esperto –, e dunque di abbeverarsi direttamente alla fonte del sapere, per così dire! Fatta questa doverosa premessa possiamo continuare. Ora, a prima vista i legami tra la MMT e la teoria marxista potrebbe apparire piuttosto deboli. Quest’ultima si occupa soprattutto dei rapporti interni al mondo della produzione, mentre la MMT si occupa soprattutto dei rapporti tra la sfera della produzione e quella delle politiche economiche e in particolare delle politiche di bilancio. In questo senso, la MMT ha un rapporto molto più stretto con la teoria keynesiana e soprattutto post-keynesiana, di cui rappresenta per certi versi un’evoluzione. Se analizziamo la questione più a fondo, però, emergono diversi punti di contatto con la teoria marxista. La MMT, infatti, mostra come i rapporti di forza interni al mondo della produzione – quelli, cioè, che intercorrono tra capitale e lavoro – siano una diretta conseguenza delle politiche economiche, nella misura in cui sono queste ultime a determinare, tra le altre cose, il tasso di occupazione e dunque il potere contrattuale delle classi lavoratrici. L’analisi della MMT è dunque implicitamente un’analisi di classe (ma per certi versi lo stesso si potrebbe dire, per gli stessi motivi, anche della teoria (post-)keynesiana, a prescindere dagli usi e abusi che ne sono stati fatti nel corso della storia).
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Chi sono i veri antisemiti?
Nicola Carella intervista Ronnie Barkan*
Le accuse infamanti di antisemitismo a chi critica Israele, il razzismo della destra, le contraddizioni della sinistra, il Piano Trump per la Palestina. Ce ne parla un dissidente israeliano
Ronnie Barkan è un dissidente israeliano e un attivista della campagna per i diritti del popolo palestinese Bds e dei movimenti contro le politiche di colonialismo, occupazione militare e apartheid del governo israeliano. Attualmente vive a Berlino dove, insieme ad altri due attivisti, sta sostenendo un processo per aver definito pubblicamente le politiche di Israele «crimini contro l’umanità».
* * * *
Ronnie, per inquadrare innanzitutto il tuo attivismo, quali sono a grandi linee gli obiettivi politici che ti spingono ad agire in un contesto come quello tedesco in generale e berlinese in particolare?
Credo che il nostro ruolo di attivisti debba essere volto superare le ingiustizie sistemiche e affermare i diritti o i valori per i quali crediamo valga la pena lottare. In secondo luogo, come individuo, sono anche nato in un contesto specifico, in cui i miei diritti e i miei privilegi mi vengono consegnati e garantiti a spese degli «altri». Tutto ciò che riguarda la creazione del progetto sionista in Palestina ruota attorno a questa semplice nozione: i privilegi per un gruppo etnico sono a spese di tutti gli altri, specialmente se gli altri sono gli indigeni di quella terra. Chiunque pensi che lo Stato di Israele sia stato istituito per qualsiasi altro scopo è quantomeno poco informato sulla questione. Esattamente per come qualsiasi persona bianca consapevole dell’apartheid in Sudafrica o durante la schiavitù in Nord America, il mio parlare e agire per l’abolizione del sionismo è qualcosa di naturale, è il risultato diretto e più ovvio dell’essere nato in quel sistema di oppressione.
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Sardine, Iowa, Cina, 5stelle
di Fulvio Grimaldi
Piccoli odiatori ittici suicidati con il concorso di Benetton e Toscani, grandi odiatori "progressisti" e i loro assalti al voto in Iowa, alla Cina, ai 5stelle, alla legge uguale per tutti
USA: onta del partito dell’odio, caro agli odiatori nostrani
Trump, il più odiato dagli odiatori seriali. Nelle primarie Democratiche dello Iowa ennesima vittoria di Trump, a dispetto dei tanti ricatti accettati e subiti, sul duo Deep State-Partito Democratico delle guerre al mondo, del Russiagate sgonfiato e dell’impeachment fallito. Ora il presidente, vincitore tra i repubblicani con oltre il 90%, appare lanciato, dai successi economici e dall’occupazione mai così alta, verso il secondo mandato. Una presidenza che si spera più aderente alle promesse di distensione e multilateralismo che avevano portato alla disfatta di Hillary, la gorgone venerata dal “manifesto”.
La campagna del 2016, fu condotta dalla cosca Obama-Clinton con una pletora di metodi sporchi contro il più o meno sinistro Bernie Sanders, prima ancora che contro il pronosticato sconfitto Trump (per il quale fu inventata la grottesca balla dell’intervento russo). Con il nuovo sabotaggio di Sanders da parte del solito Comitato Nazionale Democratico, per eliminare un concorrente sgradito al sistema plutocratico e guerrafondaio, i democratici sono ricorsi a trucchi scandalosi, screditandosi davanti ai loro elettori e facendo ridere il mondo intero. Un risultato che aveva subito visto vincere Sanders (poi confermato per numero di voti) è stato oscurato per giorni di traccheggiamenti e, poi, attraverso l’imbroglio di una app fornita da un miliardario sostenitore del Partito Democratico, Reid Hoffman, stravolto a favore dell’outsider di Sistema, Pete Buttigieg, per supposta prevalenza di delegati.
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Perché il Partito Laburista ha subito questa sconfitta elettorale?
di Víctor Taibo
Le circostanze oggettive per una vittoria di Corbyn sono state presenti negli ultimi quattro anni, ma gli errori politici si pagano, ed a volte sono molto costosi
Le elezioni in Gran Bretagna hanno stabilito un’impattante vittoria di Boris Johnson e del Partito Conservatore. Con 13.966.565 voti, il 43,6%, i Tory hanno raggiunto una comoda maggioranza assoluta di 365 deputati, ottenendo 47 nuovi scranni rispetto alle elezioni del 2017. Nonostante il fatto che l’incremento di consenso sia stato abbastanza limitato, di solo 329.881 voti (l’1,2%), la notizia del forte arretramento del Partito Laburista capeggiato da Jeremy Corbyn ha sconvolto le fila della sinistra, di ampi settori della classe operaia e della gioventù britannica, e di attivisti in tutto il mondo.
Capire cosa è successo è un compito primario per preparare le future battaglie di lotta di classe che, inevitabilmente, scoppieranno con forza sotto il mandato di questo sciovinista reazionario. E questo esige, senza dubbio, un serio esame delle cause di questa sconfitta, non solo per rispondere alle menzogne della classe dominante e dei suoi mezzi di comunicazione – infangati fino al collo in una campagna di falsificazioni e calunnie contro il candidato laburista -, ma anche per non cadere in spiegazioni superficiali che cercano di nascondere le responsabilità di Corbyn, dei dirigenti di Momentum e dei vertici sindacali in quanto accaduto. Solo traendo lezioni politiche da questi eventi, per amare che siano, si potrà rinforzare e costruire un’alternativa capace di superare l’incubo dei governi Tory.
Campagna di diffamazioni… e qualcosa in più
La chiave di queste elezioni è stata l'emorragia di voti subita da Corbyn, che rispetto alle elezioni del 2017 ne ha persi 2.582.853, scendendo dal 40% al 32,2%. I mezzi di comunicazione borghesi hanno mentito in maniera lampante, presentando questo risultato come il peggiore dal 1935, ma in realtà Corbyn ha raccolto oltre 10 milioni di voti, più di quelli che prese Blair nella sua ultima vittoria elettorale del 2005, e molto più del 29% raggiunto da Gordon Brown nel 2010.
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Cambia il mondo, dopo la Brexit
di Guido Salerno Aletta
Viviamo in un paese di ciechi, e i media ne sono i primi responsabili. Come nelle peggiori dittature fasciste, le notizie che smentiscono la “narrazione” dominante non esistono. E quando pure sono costretti a darle, devono essere sminuite e depotenziate nelle loro implicazioni destabilizzanti.Cambia il mondo, dopo la Brexit di Dante Barontini - Guido Salerno Aletta
Questo fenomeno è facile da vedere nel caso dei movimenti sociali e politici, ma è ancora più ferreo – se possibile – con i fenomeni economi, politici e internazionali che svuotano ciò che resta del “pensiero unico della globalizzazione”, incrinato definitivamente dalla crisi iniziata nel 2007-2008.
La Brexit, per esempio, è stata affrontata ridicolizzando uno dopo l’altro i leader britannici fautori dell’uscita dalla Ue. Compito facile, in effetti, con gente come Farage e Boris Johnson, un po’ meno con Theresa May; ma comunque molto al di sotto della semplice necessità di capire le implicazioni della Brexit.
Il solo fatto che dopo 70 anni un paese di prima fila rompa il patto originario, cui aveva aderito sempre con molte riserve, avrebbe dovuto far capire che un’era volge al tramonto. Si è preferito negarlo e minacciare – in forma di “previsioni autorevoli” sui giornali, molto più direttamente nelle sedi istituzionali – sfracelli economici dopo questa dolorosa “rottura”.
Ciò che sta morendo, lo diciamo da qualche anno ormai, è la fase storica della cosiddetta “globalizzazione”. Quella situazione per cui le “dinamiche di mercato” prevalgono e si impongono a tutte le altre formazioni istituzionali (Stati, governi, alleanze regionali, ecc), il che implicava anche un rovesciamento forte di dominanza della sfera economica – costitutivamente internazionale, perché globali, sulla sfera politica.
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Il Piano del Secolo
di Francesco Cappello
Nel Nuovo Secolo Americano la Soluzione finale: il Piano del Secolo
Martedì scorso Trump ha annunciato un piano di pace, il Piano del Secolo, a soluzione del conflitto israelo-palestinese, redatto unilateralmente da Usa e Israele e promosso da Trump in completo accordo con Netanyahu.
Più che un piano di pace, una provocazione, tesa a legittimare lo stato di schiavitù permanente del popolo palestinese. Provocazione rimandata al mittente dalla maggioranza dei paesi della Lega araba e dall’Autorità palestinese, del tutto esclusi dalla partecipazione alla sua redazione.
Anche le Nazioni Unite hanno respinto il piano. Esso infatti ignora le più elementari norme del diritto internazionale nonché le decine di risoluzioni che l’ONU ha prodotto nel corso del tempo intorno al conflitto israelo-palestinese. Come si sa l’ONU ha, infatti, riproposto a più riprese la soluzione del conflitto, basata su due Stati – Israele e Palestina – pienamente sovrani all’interno delle frontiere riconosciute pre-1967, soluzione che Trump scavalca a piè pari con la sua soluzione a due stati che ignora i confini del 1967 e che prevede Gerusalemme sotto la piena sovranità israeliana quale capitale «indivisibile» dello stato israeliano, esito peraltro prevedibile da quando Trump ha recentemente deciso di trasferirvi la propria ambasciata.
Netanyahu ha significativamente dichiarato a commento del piano che fin quando lui sarà al potere “i palestinesi non avranno mai uno stato“.
In sostanza al popolo palestinese vengono ora ufficialmente negati autodeterminazione e sovranità sul proprio territorio. La Convenzione di Montevideo, definita sin dal 1933, stabiliva, infatti, che gli stati sono unità sovrane con confini definiti, costituite da una popolazione e un proprio governo; la sovranità sul proprio territorio è, perciò, espressa dal popolo insieme alla possibilità di stipulare accordi in piena autonomia con altri stati.
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Complesso militare industriale, ambizioni europee, crisi della Nato
di Redazione Contropiano
Sintesi di alcune delle relazioni e contributi al convegno di Napoli sul complesso militare industriale europeo
La complessa costruzione del complesso militare industriale europeo (Walter Lorenzi)
(…) Riteniamo che tutti questi stadi di sviluppo siano stati raggiunti da tempo dal capitalismo europeo, ovviamente in forme asimmetriche, riproducendo a livello continentale centri e periferie in funzione della massimizzazione dei profitti dei cosiddetti “campioni” europei.
Ad esso manca, per essere valorizzato al massimo nel conflitto con le altre potenze, un complesso militare/industriale adeguato al livello di sviluppo delle proprie forze produttive e finanziarie.
Da tempo, la Commissione Europea (CE) sottolinea le inefficienze e la frammentazione del settore militare. Il confronto con gli stati uniti salta agli occhi. L’Europa conta 178 sistemi di armamenti (rispetto a 30 negli USA), 17 tipi di carri armati (uno statunitense), 29 tipi di fregate e di cacciatorpediniere (4 USA), e 20 tipi di caccia (rispetto ai sei delle forze armate americane). Gli investimenti nella difesa dei paesi europei rappresentano l’1,34% del prodotto interno lordo, mentre gli usa arrivano al 3,2% del PIL.
Vediamo allora come la UE sta cercando di risolvere questo gap, per rispondere ad un’esigenza non rinviabile, alla luce dell’aumento esponenziale dei fronti di guerra ai propri confini e a livello planetario.
Il 13 giugno 2018 la CE ha presentato le sue proposte finanziarie nel campo della difesa e della sicurezza per il prossimo bilancio comunitario 2021-2027. Il nuovo fondo europeo per la difesa (EDF), avrà una dotazione settennale di 13 miliardi di euro, che significa un considerevole aumento di spesa rispetto 2,8 miliardi del precedente. Il fondo riserverà 4,1 miliardi per finanziare progetti di ricerca. Altri 8,9 miliardi andranno a co-finanziare il costo di prototipi, a cui si aggiungono circa 6,5 miliardi per adeguare le infrastrutture europee al transito di assetti militari (military mobility).
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Oltre la destra e la sinistra: la necessità di una nuova direzione
di Andrea Zhok
1) Lo scenario contemporaneo
Due grandi tendenze caratterizzano la politica dell’ultimo quarto di secolo nel mondo occidentale. La prima, e più importante, è rappresentata dal trionfo del modello liberale con i connessi processi di globalizzazione; e in maniera concomitante, dalla crescita di reazioni di rigetto di tali processi (dai ‘no-global’ degli anni ’90, al ‘populismo’ e ‘sovranismo’ odierni).
La seconda tendenza, derivativa, è una crisi profonda delle categorie politiche di ‘destra’ e ‘sinistra’; tale crisi si è manifestata sia come ‘crisi d’identità’ che in cortocircuiti e ribaltamenti concettuali, dove posizioni tradizionalmente ascrivibili alla ‘sinistra’ sono state assimilate dalla ‘destra’ e viceversa.
Questi due processi vanno intesi insieme e sono parte di una medesima configurazione. La prima tendenza è quella strutturalmente portante e definisce il carattere della nostra epoca, come epoca del trionfo della ‘ragione liberale’ (e della sconfitta del suo principale competitore storico, dopo la caduta del muro di Berlino). In mancanza di avversari la ragione liberale ha accelerato le tendenze di sviluppo interne, e segnatamente i processi di movimentazione globale di merci, forza-lavoro e capitale. Quest’accelerazione ha riportato alla luce i limiti del progetto politico liberale e capitalistico, che dopo la crisi finanziaria del 2008 appaiono manifesti a chiunque non sia ideologicamente accecato.
Il rimescolamento odierno delle categorie di ‘destra’ e ‘sinistra’ è un effetto diretto dell’apogeo, e della concomitante crisi, della ragione liberale. Una chiara manifestazione ne è stato lo scivolamento negli anni ’80 e ‘90 della ‘sinistra’ occidentale (comunisti e socialisti) su posizioni liberali, facendo proprie le istanze di ciò che fino a poc’anzi era il ‘nemico’.
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Mitologie contemporanee: Craxi e la classe politica della prima repubblica
di Franco Romanò
Parte prima
Gli anniversari sono dei passaggi importanti e anche obbligati: non stupisce quindi che il nome di Bettino Craxi sia di questi tempi uno dei più citati fra coloro che prima o poi ritornano. Il problema è come se ne parla e se ne discute e può essere molto utile farlo perché su quella drammatica stagione politica prima si torna a riflettere e meglio è. Pensando al dibattito in corso, non c’è da stupirsi che le sirene della riabilitazione abbiamo preso a suonare, in modo prima flebile poi più deciso, ma non mi sembra questa l’operazione più pericolosa in corso. Ancor più subdole, infatti, sono le sirene più alte che intonano dei peana alla Prima Repubblica, contrapponendola al degrado attuale della cosiddetta classe dirigente; infondo la totale o parziale riabilitazione di Craxi invocata da molti è un problema minore dentro quest’altro. L’argomentazione fondamentale di chi eleva peana alla Prima Repubblica è che quella classe politica era ben superiore a questa di oggi. Che tale pensiero si formi anche in ambienti che dovrebbero sentirsi imbarazzati a proporlo e che il pretesto sia il ventennale della morte di Bettino Craxi assume anche dei tratti involontariamente comici perché quella stagione segnò la fine della Prima Repubblica ed è difficile per definizione che un organismo politico in fase terminale possa essere scelto in qualche modo come esempio, seppure per contrapporlo a quella odierna. L’obiezione, in questo caso, sarebbe che c’è di mezzo la Seconda Repubblica, causa di tutti i mali: ma come è nata quest’ultima? Silenzio. Ripartiamo dunque dal problema più grande: la Prima Repubblica.
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Francia, a che punto è la protesta contro la riforma delle pensioni
di Giulia Giogli
Cinque settimane di sciopero e nessuna prospettiva di porre fine alla crisi a breve termine. Descrizione dettagliata della riforma e delle posizioni delle diverse organizzazioni in lotta
Mentre il movimento sociale contro la riforma delle pensioni entra nel suo 46 ° giorno di manifestazioni, il testo “due in uno” - un disegno di legge ordinario e un disegno di legge organico – sarà presentato al Consiglio dei ministri il 24 gennaio prima di essere esaminato dall'Assemblea nazionale dal 17 febbraio.
La riforma
Mercoledì 11 dicembre Edouard Philippe, il Ministro degli Interni, ha illustrato le linee generali della futura riforma delle pensioni. Nel complesso ha confermato l'architettura del futuro piano pensionistico "universale" che rappresenta la misura di punta del programma presidenziale di Emmanuel Macron durante la campagna presidenziale del 2017 e delineato nel rapporto Delevoye pubblicato a luglio.
Nel corso delle ultime settimane, il Ministro degli Interni si è concentrato sul fornire risposte a domande che finora sono state lasciate a grandi incognite e che hanno sollevato enormi malumori nella società civile, riversandosi nei più lunghi scioperi che la Francia abbia mai conosciuto, facendo anche chiarezza su alcune aree della riforma, compreso il suo calendario per l'attuazione. Ma quali sono i principali punti della riforma?
Creare un unico piano pensionistico "universale"
Attualmente esistono quarantadue piani pensionistici, ciascuno con le proprie regole. Emmanuel Macron si è impegnato durante la campagna presidenziale del 2017 a creare un “sistema pensionistico universale in cui un euro conferito dia gli stessi diritti” a tutti.
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Su Craxi
di Gianpasquale Santomassimo
Mi pare di capire che il film di Amelio, per le sue caratteristiche, non è in grado di suscitare una riflessione di carattere storico su personalità e ruolo di Bettino Craxi.
Vedo ribaditi in rete giudizi consolidati, che appartengono al tempo della battaglia politica dell’epoca che sancì la sua eliminazione dalla vita politica.
La riduzione della sua vicenda a pura cronaca criminale di corruzione e malversazione, da un lato, e dall’altro la difesa acritica del suo operato, in nome di un malinteso “orgoglio socialista” che non sa interrogarsi a fondo sulla distruzione di una grande tradizione politica e ideale, che non avvenne esclusivamente ad opera di agenti esterni.
Eppure il tempo trascorso dovrebbe favorire almeno lo sforzo di un giudizio equanime su una figura che ebbe un enorme rilievo nella vita politica italiana.
Premetto che detestavo Craxi, per molte ragioni, politiche, culturali, addirittura antropologiche (non tanto lui, su questo piano, quanto il mondo che attorno a lui si era creato). Però sono passati vent’anni dalla sua morte, e chi si occupa di storia deve cercare di distaccarsi, pur ricordandoli, dai giudizi del tempo.
E inoltre - fatto non secondario - perché abbiamo visto all’opera i suoi nemici, che conquistarono il potere anche attraverso le forme della sua eliminazione.
Più che altro vorrei suggerire, ripromettendomi di tornarci sopra in maniera più distesa, alcuni filoni di discussione e di ragionamento.
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Colonialismo, Berlino 1885- Berlino 2020: è il turno della Libia
di Fulvio Grimaldi
Bombe inesplose tra Tehran e Tripoli
Le notizie-bomba che vi nascondono sono: 1) Un cyberattacco USA che con ogni probabilità, secondo il NYT, nella notte dell’8 gennaio ha abbattuto il Boeing 737-800 ucraino sopra Tehran, con i suoi 176 passeggeri ed equipaggio e che forse darà il via alla battaglia finale tra patrioti e vendipatria iraniani; 2) Il generale Soleimani, che aveva lo status diplomatico, era in missione di pace con piena consapevolezza USA. Era stato invitato a Baghdad dal premier iracheno Abdul Mahdi per mediare nella contesa tra Iraq e Arabia Saudita. Gli americani ne erano al corrente e ne hanno approfittato per allestire la trappola e ucciderlo. 3) il regime fantoccio dei Fratelli musulmani a Tripoli, difeso dagli stessi tagliagole Isis e Al Qaida che, per conto Usa-Nato-Turchia, hanno imperversato in Siria, Iraq, Nigeria e a cui corrono in soccorso gli sponsor neocolonialisti che pretendevano di combatterli. Allora servivano a frantumare Siria e Iraq, oggi li si impiega per spartirsi la Libia, come si progetta dai convenuti a Berlino.
Si abbattono torri, si abbattono aerei....
La prova degli occultamenti relativi all’abbattimento dell’aereo sopra Tehran nella notte della risposta iraniana all’assassinio del generale Qassem Soleimani, viene pubblicata nientemeno che dal New York Times, standard aureo del giornalismo imperiale e guerrafondaio. Pur di vantarsi di un crimine riuscito, a volte i suoi apologeti si scordano della riservatezza. Di Libia e degli irresponsabili e fieri sguatteri Nato, Conte, Di Maio e Guerini, che cianciano di interventi più o meno armati, più o meno nazionali o internazionali, parliamo dopo.
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