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Sull’esito delle elezioni in Gran Bretagna
RP. intervista Joseph Halevi
RP. Come prima cosa ti chiedo una considerazione generale della sconfitta del partito laburista clamorosa in termini di seggi. Tenendo conto che la vittoria dei conservatori era comunque data per scontata.
JH. Fino a qualche tempo fa, quando anche Boris Johnson si vedeva bocciare le sue iniziative del parlamento, mi sembrava fosse su una linea meno catastrofica di Teresa May, che stava veramente distruggendo il partito conservatore. La scelta di Johnson per riprendere in mano la politica dei conservatori è stata proprio quella di andare alle elezioni e come le ha gestite. Però secondo me queste sono cose superficiali.
Secondo me il problema fondamentale sono i laburisti, i quali sono entrati in una crisi che rischia di essere di non ritorno. Come, anche se in condizioni completamente diverse, i socialdemocratici tedeschi sono in una crisi di non ritorno: loro oggi sono al 15%, mentre erano un partito del 40%. In Gran Bretagna non c’è lo stesso tipo di situazione, con la medesima politicizzazione che c’è in Europa continentale, quindi la dinamica è diversa, però un partito che sta sul 30% diventa non agibile, diventa non spendibile perché non è un sistema pluralistico al livello politico. È un sistema che si basa su due partiti, che possono fare qualche alleanza qua e là, occasionalmente, però devono essere tutti e due in una situazione maggioritaria, dal punto di vista dei seggi (cioè essere sempre nella situazione di diventare maggioritario). Se uno dei due non ha la maggioranza dei seggi, può rimanere fuori per decenni. Come è accaduto ai laburisti negli anni trenta con la spaccatura introdotta da MacDonald e sono stati fuori fino al 1945; quando, sostanzialmente, è stata la guerra a fargli vincere le elezioni. Perché, anche se la guerra l’ha condotta Churchill, era cambiata l’idea presso la classe lavoratrice inglese che con la vittoria il mondo sarebbe stato diverso per ciò che li riguardava, i diritti, ecc.
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Il ritorno del capitalismo in Russia
di Fabrizio Poggi
L’atteggiamento di molta pubblicistica di sinistra nei confronti della Russia odierna si divide in due grandi filoni. Da un lato, una perenne venerazione di tutto quanto promani da Mosca, ignorando persino le critiche rivolte al Cremlino anche dai comunisti del KPRF, di cui, pure, spesso ci si fa portavoce. Dall’altro, il completo silenzio su qualsiasi manifestazione dell’opposizione che non sia quella liberal-borghese o confessionale, come se altra non ne esistesse.
Non ci è capitato di leggere nulla, ad esempio, sui duecento dipendenti licenziati dai supermarket SPAR e SemJA di Pietroburgo, caricati il 30 dicembre dalla polizia mentre stavano picchettando gli uffici di Intertorg, chiedendo il pagamento di 10 milioni di rubli di salari arretrati. I lavoratori erano dipendenti di un’agenzia interinale, “scomparsa”; così, i funzionari di Intertorg, ritenendosi estranei alla cosa, hanno chiamato i reparti speciali della milizia per disperdere i manifestanti.
Lo stesso giorno, a Mosca, una cinquantina di custodi addetti a manutenzione e pulizia dei caseggiati del rione “Lomonosov” avevano chiesto un incontro col direttore dell’impresa semi-pubblica di gestione, per lamentare l’organico ridotto alla metà, il non esser ammessi al convitto (sono tutti migranti da altre Repubbliche dell’ex URSS, con salari dai 20 ai 27mila rubli: 3-400 euro) anche in caso di malattia, se non dopo le 18, mancata fornitura di tenute invernali e di materiali per le riparazioni. Il direttore li sbatte fuori dell’ufficio e loro cominciano la protesta in strada. Risultato: tutti alla stazione di polizia e in tribunale; il rischio è condanna e espulsione dalla Russia.
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Pensare l’Italia
Giacomo Bottos intervista Lucio Caracciolo
Lucio Caracciolo – direttore di Limes – in questa intervista indaga una pluralità di temi connessi ad alcuni nodi di fondo relativi alla storia, alla posizione geopolitica e all’economia italiane, facendo emergere un tema di grande importanza: l’assenza di fondamenti comuni di una visione relativa al futuro del Paese, che siano condivisi dalle classi dirigenti, è una delle questioni principali che impedisce di impostare una strategia efficace per affrontare alcuni dei più annosi problemi italiani.
* * * *
Limes, nei suoi venticinque anni di vita, si è ciclicamente occupata dell’Italia in molteplici numeri della rivista. Si può dire che la sua stessa nascita nel 1993, in un periodo di forti cambiamenti sul piano internazionale e nazionale, sia legata anche all’idea della necessità per l’Italia di assumere maggior consapevolezza strategica e capacità di definire le proprie priorità in un quadro in cui venivano meno molti dei punti fermi che avevano caratterizzato il contesto precedente?
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Note sulla fase politica
Autunno 2019
del Collettivo Tazebao
In un momento in cui la velocità degli avvenimenti molto spesso supera di gran lunga la capacità dei compagni di elaborarne una lettura di classe per poi orientare la propria pratica, il Collettivo Tazebao, attraverso la redazione e diffusione periodica delle Note di fase, punta a socializzare il proprio dibattito e sintesi politica, al fine di contribuire al confronto e alla crescita del movimento comunista e proletario. Auspichiamo che questo sforzo sia utile non solo alle realtà politiche e soggettive a esso interessate, ma anche allo sviluppo e all’arricchimento della nostra stessa discussione e del nostro lavoro politico sul territorio. Per questo invitiamo tutti a farci pervenire osservazioni, critiche, proposte di confronto, collaborazione e quant’altro venga ritenuto giusto o necessario
Sulla situazione internazionale
Il 15 dicembre, sarebbero dovuti scattare nuovi dazi degli Usa nei confronti di 160 miliardi di dollari di prodotti cinesi, ma due giorni prima Trump annunciava un’intesa che li congelava, affermando che le trattative condotte avrebbero portato a “molti cambi strutturali ed acquisti massicci di prodotti agricoli, energetici e manifatturieri”. Si è aperto così un nuovo capitolo nella lotta all’insegna del protezionismo tra Usa e Cina [1], inaugurato da Trump con i dazi annunciati già nella primavera del 2018 su acciaio e alluminio, a cui è arrivata immediatamente la risposta della Cina, con contro dazi su una lista di 128 prodotti made in Usa. Finora, Pechino pare comunque essere stata in vantaggio complessivo nel conflitto commerciale, con perdite leggermente inferiori rispetto a quelle statunitensi, grazie alla svalutazione dello yuan rispetto al dollaro, che consente alle merci cinesi di essere ugualmente competitive sul mercato interno degli Usa nonostante l’incidere dei dazi sui prezzi.
Beninteso, l’annuncio di Trump a metà dicembre è solo una tregua in un conflitto commerciale che è parte della più vasta contraddizione interimperialista tra gli Usa e la Cina, nella quale per gli Stati Uniti non è in ballo semplicemente il proprio pesante deficit commerciale, ma, strategicamente, il primato imperialista mondiale. In particolare, con il progetto della “nuova via della seta”, l’imperialismo cinese punta a creare un’area globale, dai propri confini fino all’Africa, dove esportare capitali e di cui controllare i mercati. Quest’area investe anche l’Europa, dunque direttamente l’area della Nato, rispetto alla quale gli Usa stanno utilizzando pressione economica, politica e culturale per colpire l’avanzamento cinese.
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“Razionalità della demarcazione”. Contributo al dibattito su scienza e guerra
di Flavio Del Santo*
Ho seguito con grande attenzione il dibattito su scienza e guerra tra Angelo Baracca[1] e Vincenzo Brandi,[2] recentemente apparso su Contropiano.
Desidero iniziare raccogliendo l’appello di Angelo Baracca il quale, nella sua risposta a Brandi[3] affermava: “i miei allievi sarebbero i più indicati per dire se il mio Manuale Critico di Meccanica Statistica del 1979, impostato secondo questa concezione [storico-materialistica], riesca a fornire un’interpretazione del ricorso a metodi statistici più convincente dell’affermazione implicita che sono imposti dalla natura dei processi macroscopici.”
Poiché sono stato un allievo di Angelo Baracca quando egli era professore di fisica all’Università di Firenze, vorrei cogliere l’occasione per rispondere a questo commento e riaffermare alcune delle idee che sono al centro del presente dibattito, cercando però di contestualizzarle nel panorama contemporaneo.
Questo intervento non vuole essere una difesa delle posizioni di Baracca (che tuttavia tendo a condividere), ma cercherò piuttosto di mettere in luce come queste posizioni si siano evolute e diffuse dagli anni Settanta ad oggi; sviluppi di cui probabilmente nessuno dei due autori è completamente al corrente. Al contempo, però, ritengo che alcune precisazioni di carattere generale debbano essere giustapposte al commento critico di Vincenzo Brandi, il quale sembra puntare nella direzione tradizionale di una scienza “oggettiva” e “neutrale”.
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Il secondo Brexit, lotte di classe in Francia e il “Che fare” che ci aspetta
di Paolo Azzaroni
In Inghilterra il mondo del lavoro soffre di una malattia che si direbbe incurabile. Miseria, precarità, angoscia, sentimento di abbandono.
Da 15 anni e più, sinistra e destra l’hanno spinto nel vicolo cieco del neoliberismo. Le politiche di austerità condotte dall’Unione Europea hanno sostenuto profitti colossali e la loro trasformazione in rendite speculative. In inghilterra, come in Francia o, ancora peggio in Italia o in Grecia si lavora con una pistola puntata dietro la schiena, o non si lavora affatto o in modo precario. Salari e prestazioni sociali si sciolgono come neve al sole.
Gli Stati si trasformano in Stati provvidenza per le multinazionali : miliardi di euro di regali senza l’ombra di una contropartita, esoneri fiscali che si aggiungono all’evasione fiscale. La politica dell’offerta ha creato una situazione di Keinesismo alla rovescia : La provvidenza va ai piu ricchi e l’austerità è riservata alla grande maggioranza, in una parola, al mondo del lavoro.
Le popolazioni europee le hanno provate tutte : Si è votato a destra e non ha funzionato, si è votato a sinistra idem con patate, si è provato con l’estrema sinistra (in Grecia), peggio ancora. C’è chi ha accusato Alexis Tsipras e i suoi amici di tradimento e c’è chi l’ha finalmente assolto dicendo che non poteva fare diversamente.
In realtà sinistra e estrema sinistra sono, oggi, unite come due dita della stessa mano. Se tradimento c’è stato, esso va cercato in un’epoca piu remota. Bisognerebbe rimontare al periodo in cui gli azionisti delle grandi imprese ( vi ricordate quando li si chiamava Capitale Avanzato ?) hanno lanciato un deal con i dirigenti dei partiti detti « progressisti », rottamando cosi il vecchio Stato clientelare, le sue banche, le sue imprese di Stato, e la sua moneta… Vi ricordate i buoni del tesoro al 12% al netto delle tasse ? Ebbene oggi , in cambio abbiamo il MES ovvero il furto organizzato dei risparmi popolari.
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Qui sème la misère, récolte la colère!
La generalizzazione del conflitto in Francia e il ruolo delle giovani generazioni
di Noi Restiamo
Oggi in Francia si svolge il terzo sciopero generale in meno di due settimane, il terzo momento di culmine della protesta che è andata montando all’annuncio di una nuova riforma pensionistica da parte dell’Alto Commissario alle pensioni e dirigente di En Marche! Jean-Paul Delevoye. L’opposizione a questo provvedimento sembra pronta a durare a lungo, nonostante la dura repressione da parte del governo; il tentativo di divedere il movimento giocando su un ricatto generazionale è stato rispedito al mittente, mostrando la forza di un blocco sociale ricompostosi sul terreno delle lotte reali. È importante dunque seguire da vicino queste mobilitazioni, nelle quali la nostra generazione ricopre un ruolo centrale, anche perché la loro portata oltrepassa i confini francesi e investe anche alcuni pilastri del progetto UE.
La prima giornata di sciopero interprofessionale, il 5 dicembre, ha bloccato il paese e, al di là di ogni aspettativa, è riuscita a portare in piazza 1,5 milioni di persone, alcune delle quali hanno scioperato per la prima volta. Già dalle linee guida rese note il 10 ottobre appariva chiaro che dietro la retorica dell’avanzamento verso un sistema universalistico si nascondeva un progetto di livellamento verso il basso delle prestazioni: aumento di fatto dell’età pensionabile da 62 a 64 anni se si vuole godere della pensione piena, introduzione di un sistema di calcolo a punti che scollega i contributi versati da un valore fisso, colpendo soprattutto le donne e i lavoratori con carriere precarie e discontinue, incentivi al prolungamento dell’attività lavorativa e al passaggio a fondi pensionistici privati.
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Qualche considerazione sulle elezioni generali nel Regno Unito del 12 dicembre 2019
di Antiper
Le elezioni inglesi sembrano aver prodotto un esito chiaro: Boris Johnson e i Conservatori hanno vinto, Jeremy Corbyn e la “sinistra” hanno perso, il “popolo” inglese vuole la Brexit.
Ma le cose stanno davvero in questo modo?
I risultati. Una prima osservazione da fare è la seguente: dato il carattere uninominale del sistema elettorale inglese i Conservatori, pur avendo raccolto solo il 43% dei voti hanno ottenuto il 56,1% dei seggi (365 su 650) [1]. I Laburisti non sono stati penalizzati perché con il 32% dei voti ottengono il 31,23% dei seggi. Penalizzati sono stati semmai i partiti minori che in nessun collegio (o quasi) potevano essere maggioritari (ad esempio i Liberali hanno raccolto l’11% dei voti e l’1,6% dei seggi). E già questo dovrebbe farci riflettere sul carattere “democratico” di un sistema politico in cui una minoranza diventa una netta maggioranza e in cui i grandi partiti vengono premiati a scapito dei piccoli.
Dai dati si ricava che i pro-Brexit non sono affatto una larga maggioranza e questo va detto per capire meglio la situazione e non certo per consolare gli europeisti (che non meritano per nulla di essere consolati).
La vittoria dei conservatori. Il partito Conservatore non ha conquistato molti voti (+1,2% rispetto al 2017) e ha potuto fare “man bassa” di seggi solo grazie a due elementi (oltre a quello del sistema elettorale): 1) Il “voto utile” del Brexit Party che alle europee aveva preso il 30,5% [2] e il 12 dicembre ha preso il 2% (i Conservatori avevano raccolto alle europee l’8,8% e questo spiega anche la sostituzione di Theresa May con Boris Johnson); 2) L’arretramento del Labour che perde il 7,9% rispetto al 2017 (anche se fa addirittura +18,5% rispetto alle europee, con il recupero dei voti persi verso i liberali a giugno).
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L’impunità di classe al tempo del MES e della Prescrizione
Media falsari per omissione
di Fulvio Grimaldi
Metabolizzata l’affettuosa gelosia di quella Francia che, dagli illuministi e dal 1789, passando per la Comune e arrivando a un anno e passa di fenomenali lotte dei Gilet Gialli, pur decimati, tra morti e mutilati, dalle emergenze fascistoidi di Macron, fino agli scioperi di milioni e di giorni, di ogni categoria, che stanno paralizzando la Francia e riducendo, nel confronto, a nanetti da giardino nel parco dei signori i vari Landini, Furlan e Barbagallo, torniamo alle nostre miserie. Che nessuno esplicita con minore pudore di quanto ci riesca il giornalismo dei nostri media.
* * * *
Coloro che leggono queste note, tra epicurei che ne godono e stoici che le soffrono, sanno quanto mi sono strappato i capelli per le inversioni di rotta e gli arretramenti dei Cinquestelle (riferendomi sempre a quelli che ne sono responsabili, s’intende) e quanto me li sono inceneriti per essermi troppo a lungo ostinato a fidarmi di loro. Ho scritto anche un titolo “dal bene maggiore al male minore”. C’è chi, a questo proposito, lapalissianamente osserva che il meno peggio è comunque un peggio. Io rispondo con la stessa logica elementare, ma inoppugnabile: è quanto passa il convento. E allora cosa vogliamo fare? Chiudere il convento? Magari come Napoleone, che tanto bene fece in questo?
Cinque Stelle, il male minore. Quanto male, quanto minore?
E qui mi viene da pensare che i nostri Cinquestelle stanno a quanto noi avremmo voluto che fossero, come i mangiapreti Mazzini e Garibaldi stavano al Bonaparte che liquidava monasteri e sparava sugli altari.
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Francia: chi ha ferro ha pane
di Giacomo Marchetti
Giovedì 5 dicembre è iniziato lo sciopero generale in Francia contro la riforma del sistema pensionistico.
Ma la riuscita è stata molto più rosea delle più ottimistiche aspettative e costituisce un ulteriore stimolo per la sua continuazione ed estensione con effetto domino che “rischia” di abbattersi sull’esecutivo.
Secondo i dati “ufficiali”, non degli organizzatori, e quindi senz’altro notevolmente al ribasso, sono stati censiti 510.000 manifestanti in 70 città fuori Parigi, secondo il decryptage di Le Monde…
Per darvi un idea della sproporzione, il quotidiano francese – che comunque dichiara di avere compiuto una stima non esaustiva sul totale – parla di 25.000 a Marsiglia, mentre la CGT del dipartimento di Marsiglia fornisce la cifra di 150.000 persone. Lo stesso a Tolosa: 33.000 per la Prefettura, 100.000 per gli organizzatori!
E rileva comunque una presenza significativa anche nei centri minori oltre a Parigi, Marsiglia, Bordeaux, Lione, Tolosa, comunque molto inferiore alle stime date dai cronisti di testale locali che conoscono meglio le città di cui scrivono…
Le nombre jaune,pagina creata durante la marea gialla per fornire una contabilità precisa, date le cifre diffuse ufficialmente dall’Esecutivo al limite del ridicolo, parla di 1.143.450 partecipanti!
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Marco Revelli, “Turbopopulismo”
di Alessandro Visalli
Nell’epoca in cui austeri dizionari on line, come quello della Treccani, coniano termini come “sovranismo psichico”[1], riprendendo un Rapporto del Censis[2] ed avviando una polemica[3] ben meritata, l’illustre sociologo torinese Marco Revelli, di cui abbiamo già letto altro[4] si impegna in una damnatio di quel che identifica come un populismo 3.0.
Il libro del politologo e sociologo torinese (anzi cuneese) ex Lotta Continua e poi Bobbio boys[5], sembra interessante soprattutto per questo: è perfettamente espressivo dello spiazzamento della migliore cultura della sinistra italiana.
Una cultura che è forse di sinistra, ma certamente da lungo tempo completamente disancorata con la tradizione socialista[6], se pure nella radice dalla quale proviene l’ex ribelle fattosi pompiere torinese è mai stata connessa[7].
Ciò che accade nel presente a Revelli appare chiaro da un lato e completamente oscuro dall’altro. È in corso quella che chiama una “rivolta dei margini”, un ‘ribollire’ di periferie in fibrillazione (p.56). Svolgendo sotto questo profilo un’analisi simile nella descrizione, ma del tutto opposta nella presa di posizione, a quella che ad esempio abbiamo letto nel lavoro del geografo Guilluy[8], Revelli individua una precisa rappresentazione dell’inversione tra sinistra e destra negli esiti elettorali che dal 2016, sempre più chiaramente, si sono accumulati (Brexit, Trump, fino ai Gilet Gialli). Ma ritrova, proprio come Guilluy, una conferma anche nelle vittorie del centro, quella di Macron in Francia, che ottengono il successo esercitando una loro forma populista, come fece, peraltro Renzi nella sua breve parabola[9]. Quel che si sta verificando è dunque una rivolta, precisamente “dei margini”.
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Dall’odio del “manifesto” al manifesto dell’odio
Quando le colori,le sardine vanno a male
di Fulvio Grimaldi
Che ci fanno Bill Gates, Ted Turner e George Soros con Extinction Rebellion?
“Non siamo contro il Sistema” (I fondatori delle “Sardine” toscane: Danilo Maglio, Cristiano Atticciati, Matilde Sparacino, Benard Dika)
Una cosa è certa: questo PD degli Zingaretti, Marcucci, Lotti, Orfini, Guerini, non è mai stato in grado e non lo sarà mai di produrre una mobilitazione di massa, estesa sul territorio, come quella oggi in atto con le “sardine”. Per quanto possa poi risultargli favorevole nel voto. Chi sa dar vita a fenomeni del genere, solitamente effimeri, ma di grande impatto momentaneo grazie alla sinergia con un sistema mediatico controllato dagli stessi che innescano tutte le rivoluzioni colorate. Di cui sono una manifestazione le “sardine”, assieme ad altre analoghe, nelle loro più recenti invenzioni improntate a un odio sconfinato per coloro che dannano come odiatori. Sono tutti quelli che escono dal seminato, ossia non condividono, non si assoggettano, si permettono dissensi nei confronti del Sistema. Che è un nome asettico per non dire establishment, o élite, o Cupola, o padroni del mondo.
Infatti cosa proclamano in primo luogo e come caposaldo politico-ideologico i capibranco “sardine” di Firenze? “Non siamo contro il Sistema”. Non sono, quindi, contro coloro che il Sistema lo disegnano, attuano, reggono: i dominanti. Ne consegue, forzando neanche tanto: noi siamo con il Sistema, magari un tantinello critici (ma tutto scompare nell’odio per Salvini e il populismo), con l’establishment, con il Deep State, l’élite, l’UE, la Nato, la Green New Economy integrata dal catastrofismo ambientale, con l’annullamento delle identità e lo sradicamento dei popoli, con ogni criminalità organizzata, ogni forma di terrorismo, con il capitale che tutti ci governa e cui sono connaturati il totalitarismo di comunicazione e sorveglianza, le guerre sociali, economiche e militari.
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L'intento dei costituenti, il rispetto della legalità e... il problema della crescita e dell'occupazione
di Quarantotto
I. Mi trovo a fare la premessa introduttiva di un post creato da un insieme di commenti di Francesco Maimone. Un discorso che rientra tra i tanti che non vanno dispersi (e talora ho mancato nel tentare queste operazioni di valorizzazione della ricchezza, cognitiva e costituzional-legalitaria, racchiusa nei migliori interventi svolti sul blog. Ma le mie forze hanno un limite...).
La prima cosa che mi viene da dire riguardo al tema che tratta Francesco, collegato al precedente, post, è questa: una delle frasi fatte che più mi colpisce, per il suo ottuso autolesionismo, e la sua mediocrità ideologica e culturale, è quella che viene spesso, anzi direi in modo quasi automatico, attaccata alla affermazione "La Costituzione italiana è la più bella del mondo" (affermazione che, a sua volta, mi ha sempre visto diffidente, per la sua sospetta enfasi che, generalmente, nasconde una totale strumentalizzazione fuorviante dell'armonia complessa della Costituzione del 1948, o, peggio, l'assoluta ignoranza al riguardo).
La frase di replica in questione, di cui francamente non se ne può più, è "Ma la "tua" Costituzione non ti ha protetto da..." (di volta in volta, può essere la disoccupazione, l'approvazione di Maastricht, l'avvento dell'euro, dell'Unione bancaria, o qualsiasi altra grande sciagura che ha afflitto la nostra Patria negli ultimi decenni). Ed infatti la frase è espressa anche nella variante "Sì ma, la Costituzione più bella del mondo non ha impedito che...".
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Le lunghe radici di un tramonto*
Intervista a Gian Mario Cazzaniga1
Oggi, in particolar modo nei paesi anglosassoni (con Corbyn e Sanders2), stiamo assistendo a un rinnovato interesse nei confronti dell’idea di socialismo. All’interno di tale processo, attivisti e intellettuali di diverse provenienze politiche e nazionali manifestano fascinazione, ma al tempo stesso sconcerto, rispetto alla tradizione della sinistra italiana, in particolar modo alla storia del Partito comunista italiano. Può quindi immaginarsi fin da subito quale possa essere la prima domanda che venga in mente a un interessato interlocutore straniero.
Com’è che voi, che eravate così bravi, siete finiti così male? (risata). Esattamente. Proviamo a specificare. Cosa rimane del Gramsci politico e della sua creatura, il Pci? Quali sono i principali motivi della sua caduta in disgrazia? Possono essi spiegare la timida ascesa e il rapido declino di Rfondazione comunista, nonché l’attuale deserto politico nella sinistra italiana3?
Partiamo dall’episodio cruciale dello scioglimento. Quando, a seguito della proposta di Occhetto, iniziò una discussione all’interno del Pci sullo scioglimento del partito e sulla sua trasformazione in un nuovo soggetto politico, le resistenze rispetto a tale prospettiva furono abbastanza forti, e pur tuttavia difendevano un’idea di partito che certamente era esistito in passato, ma che non corrispondeva più alla sua configurazione del momento. D’altra parte, vi fu sicuramente qualche ragione se una larga maggioranza del suo gruppo dirigente perseguì un certo tipo di scelte, anche con una certa coerenza. Occorre quindi rivedere la storia del partito nelle sue diverse fasi, a partire dalla riforma togliattiana del 1944-45, per capire che cosa abbia fatto la grandezza del Pci e che cosa motivi anche la sua evoluzione successiva. Una parabola che, sebbene possa risultare più chiara agli storici, certamente non è stata compresa dal corpo centrale dei suoi iscritti e militanti.
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Dalle piazze alle urne. Lotte di classe in Spagna
di Militant
I risultati delle elezioni generali spagnole del 10 novembre 2019, la quarta convocazione elettorale per elezioni politiche negli ultimi quattro anni, a solo sette mesi dalla precedente votazione, celebrata ad aprile, confermano un panorama politico-elettorale bloccato, in cui rimangono irrisolti tutti i principali nodi della crisi multilivello che sta interessando il Paese iberico nell’ultimo decennio.
Nella precedente, brevissima legislatura Pedro Sánchez, il segretario del Partito Socialista, ha rifiutato le proposte di formare un governo di coalizione provenienti da Unidas Podemos. Un accordo che avrebbe comportato sia la necessità di realizzare politiche sociali in controtendenza rispetto alle politiche di austerity portate avanti anche dai governi a guida socialista negli ultimi anni, sia un netto cambiamento di atteggiamento verso l’indipendentismo catalano da parte di Sánchez e dei socialisti, con l’apertura di un tavolo di negoziato sulla riforma delle autonomie e/o il riconoscimento del diritto di autodeterminazione, e la fine della criminalizzazione e giudiziarizzazione del conflitto politico catalano. Sánchez e la dirigenza socialista hanno deciso invece di convocare elezioni anticipate, puntando ad aumentare i consensi elettorali e i seggi in parlamento, per poter poi formare un governo, sebbene di minoranza, ma con basi più solide e negoziare accordi puntuali da una posizione di maggiore forza. Alla fine, però, a Sánchez, come si dice in lingua castigliana, le salió el tiro por la culata, cioè il colpo, invece di uscire dalla canna del fucile, gli è uscito dal calcio, rimanendone così vittima.
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