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sollevazione

Nietzsche e il transumanesimo

di Massimiliano Cannata*

Nel ponderoso e impegnativo saggio Nietzsche l’iperboreo (ed. il melangolo)Paolo Ercolani, filosofo dell’Università “Carlo Bo” di Urbino, ricercatore presso il “Dipartimento di scienze dell’uomo” traccia un percorso molto preciso mettendo in guardia il lettore dalla pericolosa prospettiva, alimentata da una significativa schiera di cantori acritici della potenza tecnologica, che vede come attuabile il sogno dell’uomo di ogni tempo: essere immortale. Sgombriamo subito il campo da un equivoco: Ercolani non è certo un “apocalittico”, conosce bene il digitale, lo adopera nelle sue lezioni quotidiane, se ne serve per rendere più capillare ed efficace il suo insegnamento, frequenta i Social dove instaura un vivace dialogo con colleghi, studenti, fruitori dei suoi scritti. Dove sta allora il problema, verrebbe da dire? Il problema esiste perché viviamo in un tempo ricco di opportunità, come dimostrano le straordinarie applicazioni dell’IT e delle reti neurali: promettono un allungamento della vita, un potenziamento delle capacità diagnostiche, persino la possibilità di regolare il traffico liberandoci da questa “prigione” della modernità, ma non tutto converge verso un reale progresso della condizione umana. Qualcosa non funziona se si guarda all’innalzamento dei rischi fisici e informatici, al generale male di vivere che coglie le generazioni trasversalmente, al solipsismo tecnologico nuova malattia del nostro tempo, all’emersione dell’homo stupidus stupidus, contraltare di quella specie sapiens che sembrava inattaccabile, come ben tratteggiato da un celebre saggio di Vittorino Andreoli (ed. Rizzoli).

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lantidiplomatico

Eurosuicidio: lo spengleriano tramonto dell'Europa

di Giuseppe Masala

Gabriele Guzzi, Eurosuicidio, Fazi Editore (2025)

È di questi giorni l'uscita di un'opera di importante respiro culturale scritta dal giovane economista Gabriele Guzzi. Si tratta del libro Eurosuicidio che tenta di fare luce sull'integrazione europea, vista da un'ottica non consolatoria, non retorica, ma improntata sulla realtà dei fatti.

L'integrazione europea, la nascita della moneta unica, è stata lo snodo storico più importante del continente degli ultimi cinquanta anni e sta comportato il completo sgretolamento – quasi una dissoluzione secondo l'autore – dei paesi europei, delle loro democrazie, delle loro economie e delle loro società. Appunto, per dirla con le parole dello stesso Guzzi, si è trattato di un vero e proprio suicidio, anzi di un eurosuicidio, come viene definito in maniera emblematica e quasi riecheggiando (forse inconsciamente) Oswald Spengler.

La tesi di fondo dell'opera è che l'attuale crisi dell'Unione Europea non sia figlia di un accidente della storia, ma sia dovuta a cause strutturali – intrinseche – al progetto stesso nato sulle macerie della seconda guerra mondiale.

Non saprei come dare torto all'autore. L'Europa è solo un trattato (come autorevolmente sostiene la stessa Corte Costituzionale tedesca) dunque non ha costituzione, e conseguentemente è priva di democrazia. Ma allo stesso tempo, vorrebbe ergersi a faro mondiale delle democrazie del mondo.

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manifesto

I sedicenti patrioti che non difendono l’acciaio italiano

di Emiliano Brancaccio

Affrontare le crisi senza uno straccio di coordinamento internazionale affidandosi ai soli capitalisti privati. Potremmo chiamarlo “sovranismo padronale” e sintetizza bene le compulsioni del governo italiano in tema di ristrutturazioni

Affrontare le crisi senza uno straccio di coordinamento internazionale affidandosi ai soli capitalisti privati. Potremmo chiamarlo “sovranismo padronale” e sintetizza bene le compulsioni del governo italiano in tema di ristrutturazioni industriali. Il caso dell’acciaio è emblematico.

Quando si dice che di necessità si può fare virtù: l’eredità storica di paese carente di materie prime ci ha resi virtuosi nella produzione di acciaio. La siderurgia italiana è tra le più efficienti dal punto di vista del riciclo: circa l’85 percento del prodotto deriva da rottame ferroso, a fronte di una media europea del 60 e una media mondiale di appena il 30 percento. Per questa ragione, l’industria italiana è complessivamente anche la più pulita in assoluto: rispetto alla media mondiale, emettiamo meno della metà di tonnellate di anidride carbonica per ogni tonnellata di acciaio realizzata. Inoltre, a riprova del fatto che il problema principale non riguarda la quantità di occupati, l’acciaio italiano viene realizzato con livelli di produttività senza pari in larga parte del mondo: dal 25 al 35 percento di valore aggiunto in più per addetto rispetto ai principali concorrenti Ue.

Certo, la crisi in corso riguarda principalmente gli impianti ex-Ilva, che sono produttori della quota residua di acciaio primario, ossia non riciclato, di poco superiore al 10 percento nazionale.

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contropiano2

Bye bye Europa. La strategia Usa punta all’America Latina e alla competizione con la Cina

di Sergio Cararo

Il documento sulla Strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump pubblicato venerdì si propone di “ripristinare la preminenza americana nell’emisfero occidentale”, rilanciando esplicitamente la dottrina Monroe, nata per contrastare qualsiasi ingerenza europea nell’emisfero occidentale e in seguito utilizzata per giustificare gli interventi militari statunitensi in America Latina. Contestualmente indica un esplicito bye bye ai vecchi partner europei, anzi li indica quasi esplicitamente come dei competitori.

La frammentazione del mercato mondiale e la riorganizzazione imperialista fondata su blocchi regionali, economici e geopolitici, va prendendo forma piuttosto nitidamente.

Ma se sull’America Latina si torna ad ambizioni egemoniche e linguaggi ottocenteschi, è proprio sull’Europa che il documento di 33 pagine utilizza un linguaggio nuovo definendola a rischio di “cancellazione della civiltà” dovuta al declino economico, alla crisi demografica, alle politiche migratorie permissive e all’erosione della libertà di espressione.

In un paragrafo, appena più rassicurante per i governi europei già andati nel panico, è scritto che “l’Europa resta tuttavia strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti”, ma il rapporto manifesta una visione piuttosto diversa rispetto al passato, sottoposta a giudizi non certo lusinghieri per i partner storici europei finora giudicati affidabili, dal dopoguerra in poi, da ogni amministrazione Usa.

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poliscritture

Ridotto a “insopportabile leggerezza delquotidiano”?

Il comunismo nel buio (15)

di Ennio Abate

Ho ritrovato questa mia nota polemica del 1995. Riguarda uno scritto di Luciano Amodio, letto quando frequentavo la redazione milanese di Manocomete. Conferma – oggi cosa evidente e amara – che lo “spostamento”, teorizzato da un’area della intellettualità di sinistra nella Milano degli anni ’90, era un abbandono definitivo della questione del comunismo.

* * * *

1. Meglio morto che ridotto a Quotidiano. Meglio bandire la parola comunismo dal vocabolario piuttosto che triturare “la Cosa”, “la Causa”, “la Possibilità”, facendo così del comunismo – da secoli (da sempre, forse) questione di profondità – una questione “di superficie”.1 (E col massimo rispetto per il Quotidiano – s’intende – che “puro” appare mostruoso quanto il “puro” comunismo!). Così vorrei sintetizzare la mia prima, sconsolata e polemica, impressione dopo la lettura di «Il comunismo o “l’insopportabile leggerezza” del quotidiano» di Luciano Amodio (Manocomete, 1, giugno 1994).

2. Col rischio di apparire custode di ortodossie o amministratore, da nessuno delegato, di lasciti storici, pongo un problema: il comunismo è innegabilmente ridiventato un’incognita, una questione sprofondata. Ma – fossimo nell’epoca della morte del comunismo o – come altri sostengono – del suo massimo occultamento – come di esso si deve parlare? Lo consideriamo ancora tra le questioni “di profondità”?

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contropiano2

L’incerta strada per “la pace” in Ucraina

di Dante Barontini

Seguire l’andamento delle trattative tra Stati Uniti e Russia per porre fine alla guerra in Ucraina è difficile per tutti. Ma non è impossibile capire il senso in cui vanno. L’importante è fare una “tara” drastica sui media occidentali – divisi da tra reazionari trumpiani speranzosi e “dem” guerrafondai – e badare al sodo anziché alla propaganda.

Una prova della difficoltà? Eccola. La ex prestigiosa Cnn, di stretta osservanza “bideniana”, sa quanto noi cosa si siano detti gli inviati di Trump (Witkoff e Kushner) nelle cinque ore di colloquio con Putin e Ushakov. Che è poi quanto riferito dai rispettivi portavoce: “la delegazione statunitense ha illustrato le proposte di correzione al piano avanzate dall’Ucraina in Florida e la Russia ha spiegato cosa gli sembrava accettabile e cosa no”.

La sintesi sta in una bozza di piano in 27 punti, ora, e quattro documenti di accompagnamento dal contenuto sconosciuto. La delegazione è poi ripartita da Mosca direttamente per Washington, senza fermarsi a Bruxelles dove Zelenskij stava attendendo insieme agli europei. Dettaglio che chiarisce quanto sia “potente” il peso politico della UE e della stessa Kiev in questa trattativa.

Un po’ poco per imbastire un pezzo interessante… E dunque cosa fa l’ex prestigiosa Cnn? Si sbizzarrisce in dettagli psicologici su Putin – come se disponesse di referti medici o di “confessioni inconfessabili” – che vanno da “Putin non vuole la pace”, ma “ama essere supplicato”, fino al definitivo “È utile fare un passo indietro e guardare il mondo e l’invasione russa attraverso i suoi occhi”. Segue analogo trattamento psicoanalitico per spiegare la “condiscendenza” di Trump verso il “dittatore russo”.

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pressenza

Caso D’Orsi e Barbero: Contro la censura di guerra martedì sit it a Torino

di Paolo Ferrero

La capitale sabauda, nell’ultimo mese, è stata teatro di un deciso salto di qualità sul piano dell’impedimento della libera circolazione delle idee. E’ bene comprenderlo a fondo per poterlo fermare, prima che sia troppo tardi.

Nel mese di novembre è stata impedita una conferenza del Professor Angelo D’Orsi, contro la russofobia, al Polo del 900. La censura è stata sollecitata dagli onorevoli Calenda e Picerno ed è transitata dal sindaco di Torino, il piddino Lorusso.

Nei giorni scorsi, i salesiani di Torino hanno ritirato la disponibilità all’utilizzo del Teatro Grande Valdocco – che era stato regolarmente concesso e affittato – impedendo in questo modo la conferenza dei professori Alessandro Barbero e Angelo D’Orsi su “ La democrazia in tempo di guerra. Non sappiamo chi, questa volta, abbia fatto pressioni per far saltare tutto ma certo debbono aver portato argomenti molto convincenti… Interessante notare che il giornale “la repubblica”, nel dare la notizia della censura, ha titolato: “Democrazia in tempo di guerra, annullato l’incontro filorusso con gli storici D’Orsi e Barbero”.

Questo titolo, che riassume la calunnia di cui viene fatto oggetto chiunque si opponga alla guerra, ci dice tre cose :

– Parlare di democrazia in tempo di guerra viene oggi etichettato come posizione filo russa. Si tratta palesemente di una calunnia, di una fake news in quanto il dibattito verteva sull’Italia e non sui rapporti tra questa e la Russia. Siamo quindi nel regno della disinformazione gestita dai media main stream.

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lafionda

Qatargate: il grande circo europeo che non chiude mai

di Giuseppe Gagliano

A Bruxelles c’è uno scandalo che non conosce stagioni. Non va in vacanza, non chiude per festività, non rispetta turni. È il Qatargate, che tre anni dopo continua a fare più audience di qualunque Commissione d’inchiesta e soprattutto a dimostrare una verità imbarazzante: l’Unione Europea è bravissima a parlare di trasparenza, purché nessuno si azzardi a indagare davvero.

La nuova puntata è andata in onda il 3 dicembre, quando una commissione parlamentare ha deciso che l’immunità dell’eurodeputata Alessandra Moretti poteva tranquillamente saltare. Voto maggioritario, solenne indignazione di lei (“è un voto politico”), autosospensione dal partito come da manuale e tutti pronti a fingere stupore. Curiosamente, la decisione arriva proprio quando la stessa area politica è già travolta dallo scandalo che coinvolge Mogherini e Sannino. Ma sarà certamente un caso, come sempre a Bruxelles.

Per Elisabetta Gualmini, invece, è andata diversamente: immunità salva, applausi in sala e sospiri di sollievo. La differenza? Ufficialmente, la mancanza di prove sufficienti. Ufficiosamente, la solita geometria variabile delle maggioranze europee, dove un voto vale più della giustizia e i numeri decidono ciò che la morale non riesce nemmeno a inquadrare.

Nel frattempo, Evangelia Kaili, la protagonista originaria del Qatargate, continua a rilasciare interviste da Abu Dhabi come se nulla fosse. Dice che il Belgio non è un posto sicuro per i politici.

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piccolenote

Usa. Il Capo del Pentagono nella tempesta

di Davide Malacaria

Il Capo del Pentagono Pete Hegseth è finito un’altra volta nell’occhio del ciclone: dopo l’attacco a una barca venezuelana sospettata di trasportare droga, avrebbe dato l’ordine di uccidere i sopravvissuti.

Hegseth afferma di non aver dato lui l’ordine e che non era presente quando è stato impartito e Trump lo sostiene, ma le accuse montano. Apparentemente questa tempesta sembra nascere dalla necessità di chiudere la porta sia a nuove aggressioni contro le barche venezuelane sia, soprattutto, alla guerra che incombe su Caracas, rimuovendo dalla scacchiera il pezzo più ingaggiato in questa criminale determinazione.

Ma è davvero così? In realtà, la questione è più complessa. Hegseth è solo un esecutore, la tragica partita si deciderà nello scontro tra neocon e Trump, con i primi che vogliono a tutti i costi la guerra mentre Trump continua nella sua muscolare indecisione, non fosse altro che perché sa che lo spettacolo dei marines che ritorneranno in patria dentro sacchi di plastica – e ce ne saranno se attacca – lederà non poco la sua immagine.

A volere a tutti i costi questa guerra sono i neoconservatori, i quali non hanno nulla da perdere, dal momento che da decenni governano gli Usa da dietro le quinte lasciando che altri si prendano le responsabilità delle loro sanguinarie follie. E, nello specifico, contano sul Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio, che più di altri sta spingendo per l’attacco.

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comidad

La NATO è un libro di fiabe e una cosca d'affari

di comidad

Sta circolando una narrazione secondo la quale l’amministrazione Trump starebbe cercando una via negoziale per uscire dal conflitto in Ucraina, mentre i paesi europei si sarebbero fossilizzati in una posizione bellicista senza sbocco. La premessa di questa narrazione appare inconsistente, dato che gli USA non hanno attualmente la competenza e la determinazione per condurre un negoziato. Il regime russo lo sa benissimo, ma la sua propaganda è impostata su un’immagine di equilibrio e ragionevolezza, perciò Putin non può negarsi a incontri diplomatici, per quanto avviati dagli USA all’insegna della cialtroneria. La propaganda è uno strumento tipico dei regimi ancora in grado di esprimere una mediazione interna e una sintesi politica, mentre negli USA e in Europa la cosiddetta politica procede in base ai colpi di mano e ai fatti compiuti delle lobby d’affari, per cui non può esserci una propaganda dotata di un filo narrativo unico, ma soltanto spot pubblicitari in funzione di questo o quel business. I governi europei devono far finta di prepararsi a un conflitto con la Russia perché ciò consente di far circolare qualche centinaio di miliardi per le solite cosche d’affari. Un vero riarmo infatti non è una semplice questione di soldi e appalti, ma riguarda il mettere in campo una serie di risorse in termini di energia, materie prime e impianti. Nel mitico riarmo europeo non si scorge nulla del genere, e la pubblicistica UE a riguardo è, non a caso, fondata su scarsi dati concreti e moltissime elucubrazioni geopolitiche.

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contropiano2

Cala lo spread, ma non per merito del governo

di Guglielmo Forges Davanzati

La recente “promozione” dei conti pubblici italiani da parte di Moody’s (da Baa3 a Baa2) e la riduzione dello spread sono stati salutati dal Governo come successi storici. Una verifica più attenta di ciò che è successo può, però, indurre a dubitare dell’interpretazione dell’Esecutivo. Vediamo perché.

Innanzitutto, va messo in evidenza il radicale cambiamento di opinione su questi temi da parte dell’attuale maggioranza e della sua leader: nel 2018, Giorgia Meloni definiva il giudizio delle agenzie di rating “attendibile come la previsione di una cartomante”, aggiungendo che le istituzioni che valutano la solidità dei conti pubblici di un Paese sono niente altro che “pagliacci”.

In effetti, vi sono buone ragioni per dubitare dell’efficacia e della trasparenza del loro operato, nello svolgimento del loro compito di valutare la capacità di uno Stato di rimborsare il debito: gli errori commessi sono stati clamorosi, a partire dall’assegnazione di un buon giudizio a Lehman Brothers poco prima del suo fallimento, per continuare con la valutazione positiva attribuita a Parmalat a ridosso del crack finanziario e per finire con l’apprezzamento dei mutui subprime in concomitanza con l’ondata di insolvenze.

Vi è di più, dal momento che alcuni economisti attribuiscono la crisi finanziaria globale del 2007-2008 proprio agli errori di valutazione commessi dalle agenzie di rating.

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lantidiplomatico

Trump negozia le condizioni di resa dell'Ucraina, UE fuori dalla realtà e dalle trattative

di Clara Statello

 

Le trattative per la pace in Ucraina sono le trattative per la resa dell’Ucraina. Non è la Federazione Russa a dover accettare le condizioni degli Stati Uniti – o men che mai dell’UE – ma sono gli Stati Uniti a dover negoziare con la Russia le condizioni per una sconfitta dignitosa e meno dolorosa possibile per l’Ucraina. 

Washington non ha le carte per imporre dure condizioni od ottenere importanti concessioni da Mosca.

Questa situazione non è più eludibile e l’Occidente, a poco a poco, ne sta prendendo atto.

 

Irrealismo occidentale

“Irrealistico” è l’aggettivo che ha caratterizzato la giornata di ieri. Dopo la lunga riunione al Cremlino tra il presidente russo Vladimir Putin e gli inviati di Trump, i lamentosi cori delle prefiche occidentali non si sono fatti attendere.

Owen Matthews ha pubblicato sul Telegraph un articolo che più che un’analisi politica è una presa di coscienza già dall’intitolazione: Putin è ora al posto di guida. Sottotitolo: L'Europa non ha un piano alternativo realistico, né può permettersi di sostenere la continua guerra dell'Ucraina. 

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lantidiplomatico

La guerra ibrida permanente

di Andrea Zhok

Oggi è stata ufficializzata la notizia della presa di Pokrovsk da parte dell'esercito russo e simultaneamente la conquista di Volchansk.

Nell'ultimo mese l'esercito russo ha conquistato 505 kmq di territorio, che per un paese grande come l'Ucraina è ancora poco, ma che segnala una chiara progressione rispetto al periodo precedente.

L'onnipresenza dei droni rende le rapide avanzate con carri armati e autoblindati impossibili, ma questo rende anche le conquiste fatte più resistenti a eventuali contrattacchi.

I segnali di un declino delle capacità operative ucraine al fronte sono evidenti, e tuttavia i segni di una fine rapida del conflitto sono controversi.

Dal fronte alcuni comandanti ucraini hanno inviato a Zelenski la comunicazione che, in caso di sua firma di un accordo che comporti il ritiro dal Donbass, essi non obbediranno.

Naturalmente in una guerra moderna questo è più un gesto che un'effettiva prospettiva di resistenza a oltranza: se dovessero venir meno, per decisione centrale, i rifornimenti, il fronte collasserebbe in poche settimane.

Così come collasserebbe se gli USA ritirassero, come hanno minacciato di fare a più riprese, la fornitura di informazioni satellitari e di intelligence.

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lantidiplomatico

Attacchi preventivi? “Altro che ‘proattivi’: siamo già in guerra anche senza pretesti”

di Fabio Mini

Attenendomi alle dichiarazioni pubbliche del Comandante supremo della Nato, generale Cristopher Cavoli e sulla base della conoscenza della sintassi operativa, ho desunto che la Nato non solo in campo cyber, ma in tutti i sensi e domini, è già in guerra contro la Russia e attaccherà per prima. Sta già mobilitando le forze di tutti i Paesi per quella “difesa” che si dovrebbe realizzare con un attacco preventivo sulla Russia talmente devastante da impedirle perfino di rispondere. “Perché – dice Cavoli – se non ci riusciamo al primo colpo, ci aspetteranno 15 anni di guerra di logoramento”.

In quest’ottica è inutile farsi delle illusioni. Qualcuno per conto nostro ha deciso che siamo in guerra e anche contro chi. Perdono così di valore tutti i distinguo di casa nostra e tutte le dichiarazioni ufficiali dei russi che non si sognano nemmeno di attaccare la Nato. A meno che… una decisione già presa nel 2022 e da allora in piena fase di strutturazione delle forze, anche nucleari, perseguita in barba alla fondamentale correzione di rotta imposta dal presidente Trump all’Aja. Al termine del vertice Nato è stato ufficialmente dichiarato che non si considera la Russia una minaccia a breve termine (da ora a 3 anni), nemmeno a medio termine (da 3 a 10 anni) ma, proprio a volercela tirare, a lungo termine (oltre 10 anni). Tale dichiarazione è stata ignorata dai principali alleati e dalla Nato stessa che invece considerano la Russia come nemico permanente. A prescindere da cosa potrà succedere da qui a 3 o 10 anni e anche da ciò che accadrà all’Ucraina.

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lantidiplomatico

La piazza e il potere che neutralizzano gesti e Palestina

di Mjriam Abu Samra e Pasquale Liguori

Chiunque abbia studiato la storia dei movimenti sa che c’è un momento in cui il conflitto autentico smette di abitare l’emotività e si fa politica.

Accade, ad esempio, quando la protesta non si accontenta più di sfilare o di rappresentarsi, ma raggiunge i luoghi in cui il potere opera, si consolida, si narra. Per questo le redazioni, gli studi televisivi sono sempre stati spazi decisivi nelle grandi fratture del Novecento.

Dalla presa e chiusura delle grandi testate borghesi durante la rivoluzione russa del 1917 alla collettivizzazione di giornali e tipografie nella Spagna del ’36; dagli scioperi e blocchi dell’ORTF nel maggio francese alle grandi proteste contro il gruppo Springer nella Germania del ’68; dalle mobilitazioni del ’67 a Hong Kong, che presero di mira anche organi di stampa coloniale, fino agli assedi dei media di Stato durante le rivoluzioni arabe del 2011: la lista è lunga, diversissima, e nei suoi intrecci racconta una sola cosa.

La stampa non è mai stata un osservatore imparziale. È parte dell’infrastruttura di potere.

Non è un’opinione. È un fatto storico.

Quando un movimento diventa serio, la prima reazione del potere non è la repressione poliziesca: è il panico dei suoi giornali.

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lantidiplomatico

Ah, la cara vecchia propaganda di guerra

di Caitlin Johnstone*

Proprio mentre si diffonde la notizia che Trump ha dato a Maduro un ultimatum per lasciare immediatamente il Venezuela se vuole salvarsi la vita, il Wall Street Journal, di proprietà di Murdoch, ha pubblicato un articolo di propaganda bellica incredibilmente sfacciato intitolato "Come le gang venezuelane e i jihadisti africani stanno inondando l'Europa di cocaina".

"Il Venezuela è diventato un importante trampolino di lancio per enormi volumi di cocaina spediti verso l'Africa occidentale, dove i jihadisti stanno contribuendo a trafficarla in Europa in quantità record", inizia l'articolo, che si spinge a sottolineare che "la campagna di pressione dell'amministrazione Trump contro il leader venezuelano Nicolás Maduro, che si sostiene sia fortemente coinvolto nel traffico di droga, ha attirato l'attenzione mondiale sul ruolo del Paese nel traffico di droga".

L'articolo di propaganda è chiaramente rivolto sia agli europei che agli americani, sottolineando la battuta del Segretario di Stato Marco Rubio del mese scorso, secondo cui gli europei "dovrebbero ringraziarci" per aver fatto esplodere presunte navi della droga provenienti dal Venezuela, perché, a suo dire, parte di quella droga finisce in Europa.

C'è tutto. Accrescere il sostegno internazionale per una guerra per un cambio di governo. Spaventare i "jihadisti". Il dittatore malvagio e spaventoso. L'intero pacchetto di propaganda bellica.

I mass media lo fanno ogni volta che l'impero americano si agita per la guerra. E la stampa di Murdoch è sempre la più eclatante trasgressore.

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micromega

Il nuovo volto del capitalismo: quando le élite uniscono lavoro e capitale

di Nicolò Bellanca

 

Nel nuovo capitalismo i redditi da lavoro si sommano a quelli da capitale. Spetta alla sinistra immaginarne una vera democratizzazione.

Il capitalismo sta cambiando, ma non nel modo in cui molti pensano. La tesi è provocatoria: stiamo assistendo non tanto alla sparizione delle classi sociali, quanto alla loro trasformazione radicale. E questo ha conseguenze enormi per le politiche redistributive della sinistra.

 

Oltre Marx: quando tutti sono capitalisti e lavoratori

Nel capitalismo classico, quello descritto da Marx e Ricardo, le classi erano nettamente separate: da un lato i capitalisti che vivevano di rendite, dall’altro i lavoratori che vivevano di salario. Oggi questa distinzione è sempre meno netta. L’economista Branko Milanović ha coniato un termine per descrivere questo fenomeno: homoploutia – dal greco “stessa ricchezza”. Si riferisce a quella fetta crescente di popolazione che appartiene contemporaneamente al decile più ricco sia per redditi da capitale che per redditi da lavoro. Negli Stati Uniti, circa il 30% del top 10% rientra in questa categoria – vale a dire il 3% della popolazione totale.

Sono manager, professionisti, imprenditori che guadagnano stipendi elevati e al contempo accumulano patrimoni significativi. La loro identità di classe è ibrida: capitalisti-lavoratori o lavoratori-capitalisti. Non sono più la borghesia rentier di un tempo, ma neppure i salariati tradizionali.

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Zerocalcare, Scurati e gli altri come “fascisti irrisolti” (con test per scoprire se lo sei anche tu)

di Emanuele Maggio

Gli intellettuali italiani, nei confronti del fascismo, si dividono ancora in due categorie: coloro che impediscono a se stessi di essere fascisti e coloro che non impediscono a se stessi di essere fascisti.

I primi, poiché impediscono a se stessi di essere fascisti, lo vorrebbero impedire anche agli altri. Costoro non concedono a se stessi la libertà (diremmo quasi la tentazione) di essere fascisti.

Essi non sono liberi di essere antifascisti, ma sono obbligati a essere antifascisti, e dunque vorrebbero estendere universalmente tale obbligo.

A obbligarli hanno un poliziotto nella testa, e concludono che tutti dovrebbero averlo. Il loro antifascismo è una posizione di principio ideologica, oppure un comando morale, non una scelta politica razionale e motivata.

I secondi, coloro che non impediscono a se stessi di essere fascisti, si dividono a loro volta in due categorie: quelli che, liberi di essere fascisti, scelgono di essere fascisti (o postfascisti o parafascisti) e quelli che, liberi di essere fascisti, scelgono di essere antifascisti.

L’antifascismo di questi ultimi è l’unico autentico, in quanto scelta consapevole e libera, responsabile e concreta di fronte alla storia, ricostruibile razionalmente a ritroso nelle sue tesi fondanti.

Non c’è alcun valore nell’essere antifascisti, se non si è liberi di esserlo, ovvero: se non si è liberi di essere fascisti, e se non si lascia anche gli altri liberi di essere fascisti, affinché anche gli altri possano diventare antifascisti liberi.

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analisidifesa

Il caso (clinico) di Kaja Kallas. Come ha potuto l’Europa ridursi così?

di Gianandrea Gaiani

Le ultime dichiarazioni dell’Alto Commissario europeo per la Politica Estera e di Sicurezza, Kaja Kallas, impongono (o almeno dovrebbero imporre) una seria riflessione sulla qualità politica e culturale della Commissione von der Leyen e dei suoi massimi esponenti, che stanno portando l’Europa non solo al disastro economico e all’irrilevanza strategica ma anche al ridicolo, allo scherno, al disprezzo, al pubblico ludibrio presso la comunità internazionale.

Kallas non è nuova a gaffes leggendarie come quando auspicava la dissoluzione della Federazione Russa in repubbliche in guerra tra loro (con 6,500 testate nucleari in libertà?) o quando si distinse in un dibattito acceso con la Cina mostrando di non sapere chi avesse vinto la Seconda guerra mondiale. Giornalisti e opinionisti cinesi hanno più volte mostrato stupore e incredulità per questo Alto commissario Ue che ”parla come una liceale”.

Nel marzo scorso presentò (nella foto sotto), insieme al Commissario alla Difesa e Aerospazio Andrius Kubilius, il “Joint White Paper for European Defence Readiness 2030” (Libro bianco congiunto per la prontezza della difesa europea 2030), definito pomposamente Libro Bianco ma composto da appena 22 paginette piene di banalità.

Più recentemente il segretario di stato Marco Rubio non ha neppure voluto incontrarla nell’ambito dei colloqui per portare la pace in Ucraina e del resto Kallas è riuscita ad andare sopra le righe anche in questa circostanza facendosi promotrice di un piano che ribalta la percezione della realtà.

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seminaredomande

Alcuni aspetti dello stato dell’Ucraina dopo tre anni di guerra

di Francesco Cappello

Il collasso militare delle forze armate ucraine su tutti i fronti di guerra è praticamente generalizzato e senza speranza. In Ucraina c’è ormai un fallimento strategico che coinvolge la sfera militare, demografica, economico-finanziaria, infrastrutturale e politica

Gli ucraini hanno visto insieme alla perdita enorme di vite umane e alla distruzione del loro paese una profonda corruzione di cui si sono macchiate le autorità che hanno intascato in larga misura gli aiuti finanziari occidentali mentre guadagnavano anche dal commercio abusivo di armi occidentali nei mercati neri.

 

L’Ucraina sta esaurendo soldati, soldi e popolazione

Dal 40% al 50% degli ucraini hanno disertato o risultano assenti ingiustificati. Due terzi dei reclutati disertano ogni mese, e circa 10.000 soldati lasciano il fronte mensilmente perché feriti o perché deceduti. Il tasso di reclutamento (quasi sempre coatto) che era di 30.000 persone al mese è collassato – l’effettiva numerosità delle truppe è ridotta dalle troppe diserzioni e morti. Oggi c’è un peggioramento drastico, anche di questi numeri. Ha circolato la proposta di abbassamento dell’età della leva a 22 anni insieme all’ipotesi di arruolamento delle donne.

Si stima che l’Ucraina ospiti ora meno di 30 milioni di persone, un calo drastico rispetto ai 44 milioni del 2021. Inoltre i suoi tassi di mortalità e natalità sono rispettivamente il più alto e il più basso del mondo. La guerra ha provocato milioni di sfollati interni e quasi 6,9 milioni di rifugiati che hanno cercato protezione in Europa e altrove.

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sollevazione

Europarlamento: in guerra contro la Russia

di Leonardo Mazzei

Prenderli sul serio oppure no? La domanda si ripresenta, dopo l’ennesima dichiarazione di guerra alla Russia approvata dal parlamento europeo. Molti pensano che ormai i documenti che escono da quella cloaca massima del bellicismo Ue-Nato siano solo carta straccia. Chi scrive ha un’idea un po’ diversa, dato che quell’assemblea esprime pur sempre gli orientamenti dei maggiori raggruppamenti politici europei. E non è poco.

Naturalmente, il parlamento europeo non è affatto rappresentativo del sentimento prevalente nei popoli del continente, ma di sicuro il voto del 27 novembre ci dice tutto su quel che pensano i decisori politici. Ma quanto contano davvero questi decisori? Più precisamente, quanto conta ancora l’Unione europea? A questa domanda bisogna dare una risposta precisa. Fortunatamente l’Ue conta sempre meno, ma sfortunatamente conta ancora abbastanza per impedire che il più piccolo spiraglio di pace produca qualche effetto.

Dunque – e paradossalmente, visto lo stato comatoso delle sue istituzioni – nell’essenziale l’Unione europea continua a contare fin troppo. Conta non tanto in virtù della propria forza, ma per la concordanza di obiettivi con una parte fondamentale del deep state americano e con la Nato. In quattro anni di guerra l’allineamento tra Ue e Nato è stato totale, e continua a esserlo nonostante Trump. Un fatterello che vorrà pur dire qualcosa, al pari della posizione di Rubio a Ginevra, dell’opposizione di molti parlamentari repubblicani ai 28 punti del piano di Witkoff, della “strana” pubblicazione delle sue conversazioni riservate con i russi.

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lantidiplomatico

"Attacchi preventivi" della Nato? Il Generale Andrei Gurulëv sintetizza la pianificazione strategica russa

di Fabrizio Poggi

La Russia non aspetterà che un eventuale conflitto passi a quella che l'Occidente definisce una fase "convenzionale". In caso di una guerra di vasta portata, i sistemi di comando e controllo e le infrastrutture della NATO collasserebbero rapidamente sotto i colpi russi. Questa, in estrema sintesi, la risposta alla malsana idea esposta al Financial Times dall'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo del Comitato militare NATO, secondo cui l'Alleanza atlantica sta considerando approcci più duri di dissuasione nei confronti di Mosca: in sostanza, la NATO starebbe valutando l'idea di lanciare un "attacco preventivo" contro la Russia in risposta ai presunti crescenti "attacchi ibridi".

«Stiamo valutando di agire in modo più aggressivo e preventivo piuttosto che reattivo», ha detto Dragone, aggiungendo che il termine stesso di "attacco preventivo" viene già interpretato dall'Alleanza come una forma di "azione difensiva". In questo contesto, il generale e deputato della Duma Andrei Gurulëv evidenzia su Moskovskij Komsomolets come l'Occidente abbia più volte indicato gli anni 2028-2030 come arco temporale per una probabile guerra con la Russia e sottolinea come questo rappresenti un elemento di pianificazione strategica. L'aumento dei bilanci militari, i programmi di mobilitazione di Germania, Francia e altri paesi, dice il generale, insieme alle discussioni sul dislocamento di armi nucleari in Polonia e ora in Ucraina, fanno tutti parte dell'architettura a lungo termine dello scontro.

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sinistra

Rinascita e caduta cinese

di Salvatore Bravo

Si susseguono nella sinistra radicale e comunista gli interventi a sostegno della Cina socialista. L’ammirazione è sostenuta da alcuni dati indiscutibili. In primis la sconfitta della povertà assoluta e, non è secondaria, la capacità del Partito comunista cinese di attrarre i capitali esteri al fine di sostenere lo sviluppo della Cina nel suo complesso. La Cina non si è lasciata cannibalizzare dai capitalisti come fu dopo la caduta dell’Unione Sovietica per la Russia. Nella Russia di Boris Eltsin lo sfruttamento e la privatizzazione dei servizi sociali portarono a una notevole riduzione dell’aspettativa di vita dei russi. Nel 1994 l’aspettativa di vita era di 64 anni. L’Eden che i russi si attendevano dal capitalismo si trasformò in un incubo reale che falcidiava sogni e vite umane. Non è possibile dimenticare Mikhail Sergeyevich Gorbachev, già pensionato, nel discutibile spot con la nipotina Anastasia nel 1997 per pubblicizzare l’americana Pizza Hut commercial. Lo spot non fu tramesso nelle TV russe, ma diede l’impressione agli occidentali che la Russia fosse ormai terra di conquista dei “capitali” e che la storia fosse finita sotto la bandiera del mercato in cui con le merci si vendono e svendono anche le culture dei popoli e la dignità degli uomini. La classe dirigente russa si svelò nella sua verità, essa era corrotta e aveva abbandonato la nazione al suo destino. Il successo di Putin non può che essere spiegato con il terrore introiettato dai russi dopo la caduta dell’Unione Sovietica di diventare nei fatti una colonia dei capitalisti umiliata nell’identità culturale e con il pericolo di essere smembrata in stati facilmente dominabili.

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contropiano2

Chi gioca alla guerra su Taiwan

di Michelangelo Cocco*

Una doverosa premessa. Quella dei taiwanesi di preservare l’indipendenza del proprio governo e la loro democrazia è un’aspirazione ammirevole. Tuttavia Pechino avanza rivendicazioni storiche su un territorio il cui status è indefinito secondo il diritto internazionale.

La contraddizione tra aspirazioni taiwanesi e rivendicazioni cinesi era stata risolta lasciandola irrisolta, con Pechino fautrice nei rapporti con Taipei del cosiddetto “consenso del 1992”, raggiunto tra rappresentanti cinesi e taiwanesi e, in quelli bilaterali, del principio “una Cina”, al riconoscimento del quale ha subordinato l’instaurazione delle relazioni diplomatiche con il resto del mondo.

Sia il “consenso del 1992” che “una Cina” (mai accettati dal Partito progressista democratico che governa Taiwan dal 2016), nella sostanza, riconoscono che esiste una sola Cina (seppur con opposte interpretazioni, a Pechino e Taipei, su chi ne sia il legittimo rappresentante).

I principali attori coinvolti avrebbero dovuto preservare questa ambiguità politica, invece il prepotente riemergere dei nazionalismi ha fatto sì che si sia intrapresa la strada opposta, quella di un pericoloso tira e molla sull’isola, trasformata in un terreno di scontro di interessi contrapposti. Alcuni in particolare hanno preso letteralmente a “picconare” in maniera irresponsabile quel prezioso compromesso.

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contropiano2

Italia. Portuali, Palestina e la nuova unità contro l'imperialismo

di Geraldina Colotti*

Greta Thunberg, Francesca Albanese, Roger Waters. Tre volti noti a livello internazionale, rispettivamente un'attivista climatica, una relatrice Onu, e un famoso cantante rock, co-fondatore dei Pink Floyd. Tre figure appartenenti a generazioni diverse, in qualche modo simbolo del loro tempo: Waters ricorda gli anni '70, anni di rottura e messa in questione sistemica del modello capitalista, in cui era costume riprendere nelle piazze l'invito di Che Guevara a innescare “10, 100, 1.000 Vietnam”.

Albanese rappresenta la coerenza costituzionale contro gli effetti della crescente balcanizzazione del mondo e dei cervelli, che mostrano la contraddizione flagrante fra la legittimità del diritto e la legalità borghese, calpestata con arroganza in spregio delle leggi internazionali. Greta mostra la solitudine delle giovani generazioni orfane della memoria storica, però “costrette” a crescere e a fare esperienza di fronte alla violenza del modello capitalista, e a passare dalle lotte settoriali a quelle generali.

Tre figure che hanno marciato a fianco (in modo concreto o simbolico) della lotta dei portuali di Genova, il 28 novembre 2025, e nella successiva giornata di sciopero generale, organizzata con successo dai sindacati di base (100.000 persone).

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Gli Stati Uniti fanno fuori il regime di Kiev. Non serve più…

di The Islander

Andriy Yermak si dice “disgustato” dalla mancanza di supporto dopo il raid NABU. Non dovrebbe esserlo. Chiunque capisca come funzionano gli imperi sa esattamente cosa è appena successo: nel momento in cui smetti di essere strategicamente utile, non sei più protetto, vieni cancellato. E agli occhi dei sostenitori dell’Ucraina, l’utilità di Yermak è venuta meno nel momento in cui è diventato un ostacolo alla definizione dell’accordo a porte chiuse.

La coreografia della sua caduta racconta la storia. La NABU, lo strumento di precisione di Washington che lavora in nero come agenzia anticorruzione, non distrugge la vita del più potente alleato di Zelensky, a meno che il copione non sia stato approvato a un livello superiore.

Yermak si è dimesso nel giro di poche ore. Nessuna protesta. Nessuna resistenza. Poiché aveva capito qualcosa che Zelensky si rifiuta ancora di accettare, quando gli americani decidono che la purga è necessaria, l’unica domanda che rimane è chi verrà estromesso per primo.

Zelensky crede davvero che sacrificando i propri complici possa proteggere se stesso. Immagina che gettare Yermak in mare gli salverà la pelle. È l’ultima illusione di un uomo già sull’orlo del baratro, la convinzione che la lealtà alla macchina gli comprerà la pietà. Dovrebbe guardare negli occhi Saakashvili.

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sinistra

Il regime epistemologico neoliberale e i suoi amici: Daniel Innerarity

di Patrizio Paolinelli

La società della conoscenza ha un alter ego: la società dell’ignoranza. È questa l’indovinata ipotesi di lavoro del filosofo spagnolo Daniel Innerarity contenuta nel suo libro, La società dell'ignoranza. Sapere e potere nell'epoca dell'incertezza, (Castelvecchi, Roma, 2024, pp. 206). Ipotesi calata nel nostro mondo ipertecnologico e con la quale siamo invitati a riflettere sulla controversa relazione tra sapere e non sapere. Poiché della società della conoscenza si scrive e si discute da anni, Innerarity pone l’enfasi sulla trascurata ignoranza in un denso libro composto da una serie di articoli e saggi brevi. Ognuno dei pezzi tratta un tema relativo alla produzione, alla fruizione e all’istituzionalizzazione del sapere in questo primo scorcio del XXI secolo.

Diciamo subito che Innerarity nobilita l’ignoranza e allo stesso tempo la mette in questione. Operazione oggi necessaria perché la proliferazione delle conoscenze è talmente consistente da obbligare gli individui a confrontarsi con l’aumento della propria mancanza di competenza, ovvero, a misurarsi col crescere della propria ignoranza. Il tema è indubbiamente all’ordine del giorno in un mondo in cui la scienza, la tecnologia e l’informazione hanno acquisito un ruolo determinante nella transizione epocale di cui tutti siamo testimoni. Il problema, come al solito, è il punto di vista con cui si leggono i cambiamenti sociali. E Innerarity chiarisce il suo: in un contesto di sovrapproduzione di contenuti quando si parla di ignoranza dobbiamo occuparci essenzialmente dell’ignoranza “di cui nessuno è colpevole, se non le circostanze reali che, in tutto o in parte, la rendono inevitabile.”

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aldous

Fisica e politica

di Alberto Giovanni Biuso

scenza politica mortellaro.jpgWolfgang Pauli, uno degli iniziatori della fisica quantistica, una volta diede la seguente risposta, a proposito di un articolo che gli era stato sottoposto: «das ist nicht einmal falsch», ‘non è neanche sbagliato’, poiché i suoi contenuti non avevano semplicemente senso. Nel 2002 alcuni articoli sulla gravità quantistica scritti a Parigi dai fratelli Igor e Grichka Bogdanov vennero giudicati al loro apparire uno scherzo proprio perché i loro contenuti erano privi di senso. E tuttavia questi articoli erano riusciti a ottenere giudizi positivi nelle procedure di peer review, la valutazione che le riviste scientifiche danno degli articoli loro proposti. Il procedere della faccenda mostrò che non si trattava di una burla, che i Bogdanov avevano scritto i loro testi con intenzioni ‘scientifiche’ serie. In ogni caso ben cinque riviste, tre delle quali molto prestigiose, avevano pubblicato dei testi che erano intrisi di affermazioni errate o assurde.

Si tratta di un episodio molto grave, il quale si spiega anche con lo stallo nel quale la fisica teorica è impantanata da quasi ormai mezzo scolo. Dopo lo sviluppo delle prime teorie quantistiche si era pervenuti negli anni Sessanta al cosiddetto Modello standard di tali teorie. Da allora non si è registrato alcun progresso sostanziale e anzi i grandi obiettivi della conciliazione tra teoria dei quanti e relatività e della unificazione delle quattro forze fondamentali della materia in una Grande Teoria Unificata si sono rivelati completamente fallimentari.

La teoria che sembrava poter conseguire tale obiettivo si chiama Teoria delle stringhe, diventata poi Teoria delle Superstringhe. Questa teoria è un esempio eclatante di ciò che il fisico quantistico Lee Smolin non esita a definire la situazione tragica della fisica teorica contemporanea: «Per parlar chiaro, abbiamo fallito: abbiamo ereditato una scienza, la fisica, che aveva continuato a progredire a tale velocità così a lungo che spesso veniva presa a modello per altri generi di scienza. La nostra comprensione delle leggi della natura ha continuato a crescere rapidamente per oltre due secoli, ma oggi, nonostante tutti i nostri sforzi, di queste leggi non sappiamo con certezza più di quanto ne sapessimo nei lontani anni Settanta» (L’universo senza stringhe. Fortuna di una teoria e turbamenti della scienza, Einaudi, Torino 2007, p. X).

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I furbetti della manipolazione e dell’indignazione

di Sergio Cararo

In soli tre giorni abbiamo assistito a un combinato disposto di disinformazione, manipolazione e stigmatizzazione teso a coprire e rimuovere eventi politicamente scomodi per la narrazione dominante.

Il primo è avvenuto venerdì quando l’attenzione politica e mediatica si è concentrata quasi esclusivamente nell’incursione alla sede del quotidiano La Stampa allo scopo evidente di oscurare lo sciopero generale dell’Usb e dei sindacati di base contro “La Finanziaria di guerra” del governo Meloni.

Il copione si è ripetuto tra sabato sera e domenica mattina quando, tra telegiornali serali e giornali domenicali, è stata oscurata una enorme manifestazione popolare contro il governo puntando esclusivamente ad amplificare la “stigmatizzazione” delle parole della relatrice speciale dell’Onu Francesca Albanese nel corso della manifestazione, tra l’altro distorcendone spudoratamente il senso e le parole stesse.

Aver usato Francesca Albanese come target di questa offensiva disinformativa e manipolante ha consentito alla classe politica e ai mass media di evitare di riferire e commentare una manifestazione pienamente riuscita sul piano della partecipazione e che proprio governo, mass media al servizio dello stesso e apparati sionisti avevano ardentemente sperato che non riuscisse. Un certo giornalismo-avvoltoio sperava magari in scontri o qualche vetrina sfasciata. Ma sono rimasti delusi, ragione per cui hanno ritenuto di dover oscurare una manifestazione con decine di migliaia di persone.

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lantidiplomatico

La guerra degli zombie europei alla Russia

di Giuseppe Masala

Nel contesto del sempre più evidente disinteresse di Washington per la Nato e la UE la posizione bellicista di molte capitali europee assume sempre di più la logica del giocatore d'azzardo che per non perdere tutto rilancia. Quella che preparano a Londra, Parigi e Berlino è sempre di più una guerra degli zombie contro la Russia 

Mentre sul campo di battaglia ucraino appare sempre più evidente la rotta delle truppe del regime di Kiev, sul piano della diplomazia a rompere l'inerzia è il piano di pace proposto da Trump che poi non è altro che la presa d'atto di ciò che il conflitto armato ha decretato e che, al massimo, può essere visto come il tentativo da parte della Casa Bianca di limitare i danni militari, diplomatici ed economici innanzitutto per gli USA, ma anche per i suoi scriteriati vassalli europei.

Definire scriteriato il comportamento europeo non può essere considerato esagerato perchè chiaramente fondato sulla completa negazione della realtà ovvero l'evidenza che l'Ucraina ha perso la guerra nonostante l'enorme aiuto della Nato, degli USA e della UE sia sul piano militare che su quello diplomatico ed economico. Va detto che per i paesi europei questa è una realtà difficilissima da accettare perché sancisce la completa e catastrofica sconfitta anche della Nato e della UE come istituzione. Alla luce di questo si comprendono i tentativi europei di questi giorni di riuscire a sabotare le trattative di pace sia portando Zelensky dalla propria parte, sia usando metodi poco ortodossi tra alleati come quello di divulgare intercettazioni tra il plenipotenziario americano Witkoff e i suoi interlocutori russi.

Alastair Crooke: I segni precursori della guerra sono già in atto. L'Iran è il bersaglio di un'intensa lotta politica per definire il futuro post-Trump

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Domenico Moro: Sequestro di Maduro: un episodio della terza guerra mondiale a pezzi

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Alastair Crooke: Indurre Trump a un attacco contro l'Iran? Netanyahu negherà il suo "certificato kosher" a un accordo con l'Iran se i missili iraniani saranno omessi

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Pier Giorgio Ardeni: Contro l’imperialismo da gangster rovesciamo il tavolo dell’alleanza e rilanciamo il multipolarismo

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Mario Sommella: Giustizia e potere: dall’impunità dei potenti alla trappola della separazione delle carriere

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Il Pungolo Rosso: L’inesistente “buona guerra” di Massimo Cacciari

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Luigi Alfieri: Trumpismo, malattia senile dell’americanismo?

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Antonio Martone: Giovani d’oggi

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Alessandro Visalli: A Trump ‘piace vincere’. Note sull’Iran e l’avvio della “Campagna delle Guerre” USA

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Carlo Formenti: La lotta alla guerra è priva di prospettive se non è funzionale alla lotta antimperialista e anticapitalista

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Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli: La Cina e la lotta antimperialista su scala planetaria

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Tiberio Graziani: Dalla pace multilaterale alla pace selettiva: il Board of Peace come tassello della dottrina Trump

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Pasquale Liguori: Contro la polizia morale. Antisemitismo e microfascismi a partire da un recente caso editoriale

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Antonio Evangelista: Sabra e Shatila, Bucha, Nord Stream, Novgorod...La scena del crimine che non torna

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Qui una recensione di Ciro Schember

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Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo

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Qui un estratto del volume

Qui comunicato stampa

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Qui la prefazione di Thomas Fazi

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Qui la quarta di copertina

 

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Qui una recensione del volume

Qui una slide del volume

 

2025 03 05 A.V. Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF

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Qui quarta di copertina

Qui un intervento di Gustavo Esteva attinente ai temi del volume

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Qui una scheda del libro

 

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Qui la premessa e l'indice del volume

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Qui la seconda di copertina

Qui l'introduzione al volume

 

 

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Qui il volume in formato PDF

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Qui l'indice e la quarta di copertina

 

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Qui la quarta di copertina

 

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Qui la quarta di copertina

 

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Qui una anteprima del libro

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Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Terry Silvestrini

Qui una recensione di Diego Giachetti

 

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Qui una presentazione del libro

 

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Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto

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Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Ciro Schember

 

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Qui la quarta di copertina

 

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Qui la quarta di copertina

Qui l'introduzione

 

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Qui l'introduzione al volume

 

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Qui una recensione del libro

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Qui la quarta di copertina

 

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Qui la quarta di copertina

 

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Qui la quarta di copertina

Qui una presentazione

 

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Qui una recensione di Luigi Pandolfi

 
Enrico Grazzini è giornalista economico, autore di saggi di economia, già consulente strategico di impresa. Collabora e ha collaborato per molti anni a diverse testate, tra cui il Corriere della Sera, MicroMega, il Fatto Quotidiano, Social Europe, le newsletter del Financial Times sulle comunicazioni, il Mondo, Prima Comunicazione. Come consulente aziendale ha operato con primarie società internazionali e nazionali.
Ha pubblicato con Fazi Editore "Il fallimento della Moneta. Banche, Debito e Crisi. Perché bisogna emettere una Moneta Pubblica libera dal debito" (2023). Ha curato ed è co-autore dell'eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro" ” , 2015. Ha scritto "Manifesto per la Democrazia Economica", Castelvecchi Editore, 2014; “Il bene di tutti. L'economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011; e “L'economia della conoscenza oltre il capitalismo". Codice Edizione, 2008

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Qui l'indice del libro e l'introduzione in pdf.

 

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Qui la quarta di copertina

Ancora leggero

Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto

La Democrazia sospesa Copertina

Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Giuseppe Melillo

 

 

cocuzza sottile cover

Qui l'introduzione di Giuseppe Sottile

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