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Che fare nella crisi?
Ascanio Bernardeschi intervista Alan Freeman
La crisi del capitalismo ha come cause la questione ecologica, la natura dell’accumulazione capitalistica e le crescenti diseguaglianze fra nazioni. L’immissione di liquidità non può risolvere questi problemi. Serve il ritorno del protagonismo delle classi lavoratrici e una politica estera indipendente
Alan Freeman, uno dei principali economisti della Greater London Authority ai tempi di Ken Livingstone, è stato docente universitario ed è uno dei massimi esponenti della scuola del Temporary Single System Interpretation (TSSI). Ha pubblicato, come autore e curatore, diversi libri sulla teoria del valore di Marx. Attualmente è condirettore del Geopolitical Economy Research Group e anche in tale veste è autore di diversi libri sui cambiamenti che stanno intervenendo a livello geopolitico. Le sue pubblicazioni si possono trovare qui.
Dopo l’intervista a Domenico Moro, continuiamo con Alan, che ringraziamo per la disponibilità, le nostre interviste a economisti e lavoratori militanti sulla situazione che si va affermando a seguito della pandemia che ha investito il modo e soprattutto i paesi a conduzione liberista, molto più impreparati ad affrontare l’emergenza sanitaria.
* * * *
Domanda (D). Alan, la pandemia da Covid-19 ha senz’altro fatto da detonatore della crisi economica e l’ha inasprita. Noi riteniamo però che essa sia intervenuta in un momento già critico per l’economia mondiale e che pertanto non possa essere considerata l’unica responsabile dei problemi economici che stiamo vivendo. Per te qual è la natura di questa crisi?
Risposta (R). Tutte le crisi sono la conseguenza di una combinazione di cause. Il problema non è di utilizzare questo fatto ovvio in una maniera facile e superficiale per evitare decisioni difficili, come fanno molti commentatori, ma, per poter agire, di identificare in ciascuna crisi particolare quali cause particolari operano.
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‘È il virus economico, stupido!’. Naturalizzazione della crisi e ritorni al futuro del capitalismo zombie
di Fabio Vighi
La risposta globale alla crisi da coronavirus ha visto, da una parte, la richiesta incondizionata del ritorno a una fantomatica ‘normalità’, e dall’altra l’intervento massiccio delle banche centrali impegnate nell’esercizio, ormai dilagante, della creazione di fiumi di denaro dal nulla. Ma mentre il futuro torna al passato e la crisi si naturalizza, il capitalismo va esaurendo i conigli da estrarre dal proprio cilindro
Nel mettere in ginocchio la catena di montaggio globale, il virus ci ha posto di fronte a una scelta ontologica, di quelle che capitano una sola volta nella vita: o tornare alle condizioni preesistenti, o iniziare a politicizzare forme di socializzazione alternative a quelle che ci hanno portato il contagio. Per quanto rivelatasi illusoria, l’apertura dello sguardo sul possibile di ‘un altro mondo’ è stata senza dubbio l’unica conseguenza entusiasmante dell’isolamento da pandemia. In questo senso, però, è significativo osservare come tutti i dibattiti mediatici su Covid-19 siano stati predefiniti dal mandato ideologico del ripristino dello status quo ante. Per quanto la crisi possa aver prodotto, nel nostro immaginario, scenari sociali diversi da quelli imposti dalla circolazione del capitale, in modo fin troppo prevedibile ha trionfato l’esigenza del ritorno al business as usual. Almeno una cosa, dunque, è certa: la risposta globale alla pandemia conferma la nostra rinuncia a mettere in discussione le basi materiali e ideologiche di una società del lavoro ormai avviata all’implosione. Evidentemente, si dirà, non siamo ancora pronti a investire energie e passioni politiche nella progettazione di un altro modello sociale – ma, si potrebbe controbattere, se non ora, quando? L’irresistibile bisogno di ‘normalità pre-covidiana’ sembrerebbe ratificare la nostra perversa sottomissione ai diktat di una forma esausta di razionalità economica che continua a essere vista come l’unica strada percorribile, nonostante le voragini che ormai ci inghiottono. In estrema sintesi, l’accumulazione capitalista deve continuare ad absurdum.
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La crisi? Inizierà a settembre. E assomiglia purtoppo al 1929
di Maurizio Novelli, Lemanik
L’esasperazione del modello basato sui profitti generati da un eccesso di leva finanziaria e da una finanza fuori controllo ha fallito. E ha prodotto il risultato opposto: la nazionalizzazione del sistema causata da eccessi di speculazione finanziaria, esattamente quanto accaduto dopo la crisi del 1929
La fine del lockdown può certamente indurre a pensare che la crisi sia ormai in fase di superamento e da qui in avanti possiamo iniziare a scontare una ripresa dell’attività economica ed un ritorno alla normalità. Ma in realtà, la crisi inizia adesso.
Più passa il tempo e più emerge chiara la sensazione che il settore finanziario non sembra aver capito l’impatto e le implicazioni di lungo periodo di questi eventi né di quello che accadrà all’economia reale.
Sebbene le analisi di consenso si concentrino in prevalenza sui rischi di ricadute dovute a possibili ritorni del contagio, è molto più importante pensare alle conseguenze economiche che ci attendono senza ulteriori ipotesi.
Ipotizzare altri danni provenienti dai rischi di un ritorno dei contagi non credo sia un esercizio utile, anche perché se dovesse accadere, tutti siamo consapevoli di quello che potrebbe accadere. È molto più interessante invece cercare di capire cosa ci si puo’ attendere, dando per scontato che il problema pandemico sia risolto, e ipotizzando quindi uno scenario “virus free”.
L’economia mondiale è arrivata all’appuntamento con il Covid 19 nella peggiore delle situazioni possibili, con alta vulnerabilità al debito e alla leva finanziaria speculativa, e la pandemia ha avuto un effetto catalizzatore su tutta una serie di problemi che ormai erano evidenti da tempo.
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Dialogo sopra un libro, un virus ed altri “smottamenti”
Il Lato Cattivo intervista Raffaele Sciortino
I nostri quattro lettori sanno che non siamo usi a piaggerie. Ma quando – in ambito teorico o pratico – qualcosa di proficuo, valido o stimolante da altri viene fatto, e fortuna vuole che ce ne giunga notizia, non esitiamo certo a darne atto.
È già da qualche tempo che avevamo intenzione di parlare del libro di Raffaele Sciortino, I dieci anni che sconvolsero il mondo. Crisi globale e geopolitica dei neopopulismi (Asterios, Trieste 2019). Si tratta di un contributo importante per la teoria comunista, uno dei rari provenienti dall’arido contesto italiano. Contributo importante – dicevamo – perché riesce a tenere assieme, in una visione articolata e di ampio respiro, il corso economico del modo di produzione capitalistico nel decennio inaugurato dalla crisi mondiale del 2008, con quello delle relazioni internazionali e della lotta di classe nelle sue forme di manifestazione peculiari, in un fertile tentativo di comprendere come questi diversi piani agiscano gli uni sugli altri. In ciò risiede la differenza rispetto alla gran parte della pubblicistica consacrata a questi temi ognuno per sé, non da ultimo per la capacità dell’Autore di intuire il punto di caduta verso cui si dirige il movimento reale – nel bene e nel male, ovvero nei suoi esiti possibili tanto potenzialmente sovversivi quanto eventualmente disastrosi.
La rilevanza accordata al piano delle relazioni internazionali non mancherà di far storcere il naso a qualcuno, e vale la pena spendere qualche parola al riguardo per difenderne la legittimità. In termini generali, la rinnovata intensità della contesa nell’arena geopolitica è in tutta evidenza un tratto saliente del periodo aperto dalla crisi del 2008. Tutte le questioni che la mondializzazione, nella sua fase ascendente, sembrava aver spazzato via per sempre tornano all’ordine del giorno in forme anche inedite. È in questo quadro complessivo che si inscrive il cosiddetto “ritorno della geopolitica”: guerra dei dazi fra Cina e Stati Uniti, tensioni crescenti all’interno dell’Unione Europea fra paesi del Sud e paesi del Nord, riconfigurazione in divenire di tutta l’area denominata MENA (Middle East North Africa)… la lista non è esaustiva, ma basta a rendere l’idea.
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Idee e proposte per affrontare la prossima crisi economica
di Emiliano Gentili
Una lunga riflessione sulla fase attuale di crisi vista nella prospettiva dei comunisti
Premessa
Ad avermi spinto a scrivere questo articolo è stata senz’altro la voglia di veder tornare i comunisti nuovamente competitivi nell’arena politica. Lontano dall’idea di redigere un improbabile “ricettacolo” politico, ho cercato – ed è questa la prima caratteristica di queste pagine – di stimolare il lettore comunista ad un’auto-riflessione sulle modalità della propria personale attività di militanza, e del contesto nel quale essa è inserita. Una delle ragioni della vastità degli argomenti trattati, così come della grande varietà degli input forniti nonché del modo disorganico con cui vengono forniti, sta proprio nel carattere pedagogico di questo lavoro, che lascia ai lettori parte della responsabilità di collegare dati e riferimenti e trarne indicazioni utili, semplici idee, ma anche riflessioni autonome. Partendo da una descrizione critica della situazione politica ed economica attuale (La situazione attuale, La gestione capitalista della crisi) si passa a considerare l’odierno attivismo comunista, mostrando alcune ragioni delle nostre difficoltà politiche e tentando di individuare problematiche e insufficienze da risolvere (L’atteggiamento dei comunisti oggi). Nell’ultima sezione (Proposte pratiche), analizzando le recenti innovazioni tecnologiche del sistema produttivo e i mutamenti organizzativi che queste stanno generando al suo interno, si individuano nella “rete delle competenze” e nell’accorciamento della filiera produttiva due elementi fondamentali per riflettere in maniera innovativa su come articolare le future lotte politiche. Se questo, in breve, è lo scheletro di questo lavoro, il suo obiettivo dichiarato (nel finale) è quello di stimolare ulteriori contributi da parte di altri militanti.
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Il vecchio di fronte al thàlatta
di Michele Castaldo
Che sia, quello attuale, un periodo confuso e di magra per le sparute forze ideali che si richiamano al comunismo è fuori discussione. Che si allunghi perciò la lista di chi scrive necrologi nei confronti degli oppressi e sfruttati, pure. Che gli intellettuali e professoroni di “sinistra” facciano la fila per la respirazione bocca a bocca al capitalismo in crisi, passi, è una storia che si ripete. Ma che si pretenda addirittura di impartire lezioni su cosa sia o debba essere un movimento di massa, beh, è troppo! Dunque, per dirla con Totò, ogni limite ha una pazienza! E in certi casi la si perde, come in questo periodo, nei confronti di personaggi circondati da aureola di cartone.
Mi riferisco al professor Gianfranco La Grassa, un nome una garanzia, che in un articolo su questo sito suona la campana a morto per la lotta degli oppressi e sfruttati. Dopo un corposo articolo in cui cincischia fra autori alla ricerca del tempo che fu, scarta l’economia – da “bravo” economista - per ergersi a consigliere politico e sparare nel mucchio. Sentiamolo: «[…] Sottolineo che si deve attaccare a più non posso l’economicismo, l’assenza totale di ogni analisi dell’evoluzione politica e sociale in quest’epoca di sempre crescente disordine e conflittualità internazionale». Ovvero in una fase di caos dell’economia e della politica, molti direbbero della “geopolitica”, come se a un certo punto la storia la facesse la geografia piuttosto che le forze sociali in rapporto ai mezzi di produzione, ecco che il professorone tira fuori dal profondo dell’anima liberaldemocratica l’anatema: «Non si cerchi però, nel breve (e forse medio) periodo, di voler riproporre la “riscaldata minestra” del conflitto sociale o addirittura “di classe”».
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Il dilemma del debito
di Michael Roberts
Molte volte, ho accennato su questo blog a come l'aumento del debito globale riduca la capacità delle economie capitalistiche ad evitare collassi e a trovare un modo rapido per poter recuperare . Come ha spiegato Marx, il credito è una componente necessaria per oliare le ruote dell'accumulazione capitalistica, rendendo possibile il finanziamento relativo a progetti più ambiziosi e più ampi, nel momento in cui solo i profitti riciclati non sono più sufficienti; e a fare circolare il capitale in maniera più efficiente per gli investimenti e la produzione. Ma il credito diventa debito, e per quanto esso aiuti ad espandere l'accumulazione di capitale, se i profitti non si materializzano in una maniera che sia sufficiente a soddisfare quel debito (vale a dire, a ripagarlo insieme agli interessi per i finanziatori) ecco che allora il debito diventa un fardello che comincia a rosicchiare i profitti e la capacità di espandersi del capitale).
Per il resto, sono due le cose che accadono: per far fronte a quelli che sono gli obblighi per il debito esistente, le imprese più deboli sono costrette a chiedere più prestiti per coprire i servizi del debito, di modo che così il debito si impenna a dismisura. Inoltre, il ritorno per quello che è il rischio sul prestito per i creditori, ora può sembrare ancora più elevato, rispetto all'investimento in capitale produttivo, soprattutto se il beneficiario è il governo, un debitore molto più sicuro. In questo modo, la speculazione sulle attività finanziarie, fatta sotto forma di obbligazioni e di altri strumenti di debito, aumenta. Ma se c'è una crisi nella produzione e negli investimenti, questa forse è in parte causata dagli eccessivi costi dei servizi di debito, ed ecco che allora la capacità delle imprese capitaliste di riprendersi, e di dare inizio ad un nuovo boom, viene indebolita dall'onere del debito.
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1918 + 1929 = 2020? Senza mappa in terre economiche sconosciute
di José A. Tapia*
Una crisi economica senza precedenti è ora iniziata. Il 23 aprile è stato comunicato che nel corso delle ultime cinque settimane, oltre 26 milioni di persone avevano presentato domande di disoccupazione negli Stati Uniti. Questi 26 milioni facevano parte dei 159 milioni di americani che erano stati impiegati a febbraio, poco prima che le politiche per mitigare l'epidemia di coronavirus avessero fermato l'economia domestica. Picchi simili di disoccupazione si verificano sostanzialmente in ogni paese del mondo.
Naturalmente, ora tutti "sanno" che la causa di questa crisi economica mondiale è la pandemia di COVID-19, e sarà difficile discuterne, allo stesso modo è difficile argomentare con l'idea che l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando nel giugno 1914 fu la causa della prima guerra mondiale, o gli embargo dell'OPEC furono la causa della crisi economica globale della metà degli anni '70, o la mancanza di regolamentazione e le frodi nei mercati finanziari furono la causa della Grande Recessione. L'idea che la nostra economia sia intrinsecamente stabile e che solo eventi esterni la spingano verso l'instabilità e la crisi è il principio guida dell'economia tradizionale ed è anche molto radicata nella psiche comune dei nostri tempi. Ma i fatti forniscono una prova evidente che è il contrario: la nostra economia è intrinsecamente instabile e tende a destabilizzarsi abbastanza frequentemente, circa una volta al decennio nei tempi moderni, con o senza innescare eventi come pandemie, "shock" nei mercati petroliferi o " frode "di banche e operatori finanziari.
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"Perché il sistema capitalistico è praticamente morto"
di Francesco Piccioni
Trovare un titolo così su un quotidiano economico dedicato specificamente alla finanza, diciamolo, è sorprendente. Scorrendolo, poi, abbiamo riscontrato notizie e spiegazioni delle trasformazioni avvenute nei “mercati” che mettono a fuoco esattamente i problemi sistemici.
Ancora più sorprendente, per un lettore italiano cresciuto ad editoriali stile Giavazzi-Alesina-Giannini-Cottarelli, è il fatto che questa attenzione ai fattori strutturali sia opera di un investitore istituzionale, a capo di un importante fondo di investimento svizzero. Non di un professorino cresciuto come un pollo in batteria alla Bocconi e passato direttamente dai banchi di studente alla tribuna di “teorico” grazie all’abilità nel maneggiare modellini econometrici (matematica applicata, insomma, non economia).
Il mestiere dell’autore si vede dall’attenzione a passaggi di tecnica finanziaria davvero poco noti ai non addetti ai lavori, e questo può distrarre l’attenzione del lettore non “addestrato”. Ma i passaggi sintetici, e i giudizi espressi sulle “svolte” dell’economia capitalistica degli ultimi 30 anni, sono quasi da saggio marxista. Chiari, semplice, soprattutto veri.
Marxismo inconsapevole, certo. Ma se così è vuol dire che è la realtà economica ad affermarsi, con tale evidenza che anche chi è stato formato su altri princìpi teorici (neoliberisti, in questo caso) è costretto ad arrivare alle stesse conclusioni.
C’è un perché questo riesca “naturale” ad un investitore istituzionale, uno che mette le mani quotidianamente nei “mercati” comprando e vendendo, speculando e guadagnando (oppure non più), e invece risulti impossibile ai “commentatori” ed editorialisti prima citati. Un investitore gioca con soldi veri, deve avere risultati tangibili. Gli altri sono pagati – anche dagli stessi investitori – per raccontare un mondo diverso da quello reale, in cui gli investitori possano liberamente sguazzare.
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Default totale. Per un’uscita anticapitalistica dalla crisi
di Giulio Palermo*
In questo articolo, propongo una riflessione ad ampio raggio sul ruolo che può avere il ripudio del debito pubblico in Europa in questa crisi economica e finanziaria. Ben inteso, la crisi è mondiale e l’Europa non ne è certo l’epicentro. Anzi, l’Unione europea sta mostrando la sua subalternità nei rapporti imperialistici mondiali e la sua impreparazione rispetto a questa accelerazione delle contraddizioni che già viveva prima del coronavirus.
Dallo scoppio della crisi del debito pubblico europeo, nel 2009, la strategia del capitale finanziario è stata quella di isolare e colpire gli stati, uno a uno, per costringerli ad accentuare lo sfruttamento dei lavoratori. Ora questa strategia è saltata. Ora è l’intero capitale finanziario europeo ad essere in crisi e il suo salvataggio richiede un forte aumento del debito pubblico di tutti gli stati europei. Molti dei quali, subito dopo i salvataggi, in un contesto di blocco produttivo senza precedenti nella storia del capitalismo, si ritroveranno, tutti assieme, con livelli di debito tecnicamente inesigibili.
Questo riduce drasticamente i margini di attuazione del vecchio motto “divide et impera”. Il capitale finanziario dovrà colpire simultaneamente gli stati in crisi di solvibilità e questo è oggettivamente un punto di debolezza per il capitale. Ma la sua debolezza principale è che, in questa fase, la crisi colpisce innanzi tutto le banche e le imprese e non è affatto detto che gli stati dell’Unione possano o debbano salvarle.
In questo passaggio decisivo della crisi del capitale, è importante esplicitare gli interessi della classe lavoratrice che, come sempre, subisce le decisioni senza poter prendere parola. Anche se non è certo sul terreno della finanza pubblica che i lavoratori sono abituati a lottare, è proprio da qui che proviene l’attacco frontale che il capitale finanziario sta sferrando contro di loro.
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Econ-apocalypse: aspetti economici e sociali della crisi del coronavirus
di Riccardo Bellofiore
Il testo è la sbobinatura di un intervento orale svolto online il 10 aprile 2020 per la Confederazione Unitaria di Base, con qualche piccola correzione e aggiunta, ma mantiene lo stile colloquiale. Mi sono giovato di alcuni commenti di Francesco Saraceno. (R.B.)
1. La crisi non è ‘esogena’: natura e forma sociale.
Quello che proverò a fornire è un inizio di scrematura dell’orizzonte problematico in cui leggo questa crisi. Vado per punti, in un discorso che si articola in diversi movimenti.
Primo movimento. Questa crisi non è, come spesso si legge, una crisi ‘esogena’, cioè qualcosa che da un esterno (la natura) investe la sfera economica. Se vogliamo, questa è una crisi ‘semi-esogena’ perché per un aspetto è indipendente dalla forma sociale, ma nella grande sostanza è invece legata a doppio filo all’organizzazione capitalistica della produzione, della circolazione delle merci, della distribuzione e dei modi di vita. Non è vero neanche che questa crisi giunga inaspettata. Una crisi del genere di quella che stiamo attraversando fu prevista, per esempio, nel 2005, sulla rivista Foreign Affairs, in un articolo preveggente sulla prossima pandemia.
Questa crisi mette in evidenza il rapporto perverso tra società e natura, che è peraltro già stato al centro della discussione, negli ultimi anni, in merito al cosiddetto ‘cambiamento climatico’, ma non è mai stato veramente preso sul serio dalla politica e dalla politica economica. Certo, si potrebbe dire che il problema non è il capitalismo, ma la struttura industriale. Le cose però non stanno proprio così. Il primato di una produzione tesa all’estremo al fine di una estrazione di profitto si è andato ad accompagnare ad un approfondimento della diseguaglianza globale, in alcuni casi in modo anch’esso estremo, dunque a malnutrizione, a forme di agricoltura e allevamento intensivi, al sovraffollamento abitativo, ad una urbanizzazione eccessiva. Tutto ciò ha fatto sì che trasmissioni virali che avrebbero altrimenti avuto una evoluzione lenta hanno visto una drammatica accelerazione.
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Il Coronavirus detonatore di una nuova crisi globale
di Zosimo
Dal cuore del capitalismo globale, gli USA, matura una crisi economica di proporzioni inedite che dovrebbe porre fine ad un trentennio di dominio assoluto del neoliberismo
L’avvento dell’emergenza COVID-19 negli USA sta mettendo a nudo la realtà e le contraddizioni del sistema politico ed economico. Dopo aver cercato in tutti i modi di ignorare e posticipare l’entrata nella crisi, quando la gravità’ della situazione ha messo la classe politica con le spalle al muro ecco che allora si è messo in moto anche qui il processo che già è stato vissuto in Cina e in Europa, ma naturalmente tutto in salsa americana.
Innanzitutto la direzione politica della crisi ha evidenziato le divisioni e le differenze esistenti nel paese: il Presidente Trump, sia per atteggiamento personale e politico di fondo, sia sotto la pressione di molte potenti lobbies, ha cercato fino all’ultimo di non interrompere del tutto il rituale capitalistico della produzione e del consumo. Non che le sue controparti democratiche si siano comportate in modo differente. Magari in modo meno eclatante e visibile ma anche loro sono rimasti ad osservare finché hanno potuto. Poi alcuni, e tra questi si è distinto il Governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, hanno capito che era il momento di intervenire con risolutezza, per non rimanere del tutto travolti dalla valanga dell’emergenza sanitaria in arrivo. Ed hanno scavalcato Trump che poi nei giorni e settimane successive è stato costretto ad inseguire per non perdere credibilità’ di fronte alla gran parte della popolazione.
Un’emergenza sanitaria che negli USA è esplosa in modo fragoroso nei numeri e nella velocità di diffusione tanto da assicurare nel giro di pochi giorni alla potenza imperialista per eccellenza del capitalismo globalista contemporaneo la triste e non invidiabile leadership mondiale per numero di contagi.
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Dal coronavirus alla crisi mondiale: il tempo della necessità è arrivato
di Paolo Azzaroni
Il 24 gennaio 2020 si sarebbe verificato in Germania il primo caso europeo di COVID-19.
Nel marzo 2020 le borse mondiali iniziano a crollare. La crisi sistemica è aperta.
Nessuno può con certezza definire il livello di correlazione di questi due avvenimenti. Nessuno può comunque negare che i due fatti siano correlati.
Se, malgrado i soliti rumori ricorrenti, non ci si poteva aspettare l’arrivo del Covid-19, tutti si aspettavano però l’esplosione della bolla finanziaria.
La risposta globale alla crisi del Covid-19 è diventata uno scenario all’interno del quale si cominciano a cercare i rimedi alla crisi mondiale.
E’ nella produzione d’angoscia e nella repressione che i grandi argentieri del Globalismo e dell’Unione Europea cominciano a pianificare i rimedi per uscire indenni dalla crisi.
Per meglio capire la gravità della situazione vorrei fare un passo indietro.
Commentando un mio recente articolo «Brexit, lotte di classe in Francia e il “che fare” che ci aspetta», un compagno commentava :
“Lo sviluppo capitalistico richiede una crescente quantità di capitali da investire nella produzione per mantenere il profitto nonostante la caduta tendenziale del suo saggio, tanto più in una fase di trasformazione profonda del modo di produzione.”
La mia risposta:
“La caduta tendenziale del saggio di profitto, evocata in questo intervento, è probabilmente all’origine del grande mutamento che, a più riprese, ci ha ricordato lo stesso compagno: riunione della commissione trilaterale (1975) e ristrutturazione profonda del tessuto industriale mondiale.
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Coronavirus: cigno nero o neoliberismo al capolinea?
di Fabrizio Venafro, Salvatore Bianco
Un evento imprevedibile di cui l’uomo non è responsabile, che impone soluzioni emergenziali a costo di infrangere le libertà democratiche, e che si trasforma in un’ennesima occasione di profitto capitalistico. Questa la vulgata dominante sulla pandemia, da contrastare in nome di un nuovo paradigma
Un nuovo strano spettro si aggira per il mondo: è il cigno nero del coronavirus. Secondo questa curiosa interpretazione, che riprende la fortunata formula adoperata dall’epistemologo ed ex trader Nassim N. Taleb per intendere ogni evento non prevedibile a impatto catastrofico (Il cigno nero. Come l’improbabile governa la nostra vita, Il Saggiatore, 2008), il Covid-19 sarebbe un accadimento altrettanto casuale e improvviso, al pari di un qualsiasi cataclisma naturale che si abbatta sulla terra. Eppure, se proviamo ad azionare a ritroso la macchina del tempo e neppure di molto, scopriamo negli ultimi vent’anni uno stillicidio di Sars, Mers, Ebola.
Al Forum di Davos, nel 2018, l’Oms lanciava l’ennesimo allarme, dichiarando che era in arrivo una nuova pandemia, che gli Stati erano impreparati e che, soprattutto, «non c’era modo di fermarla». A nulla poi sono serviti i pareri di illustri epidemiologi che hanno bollato come «prevedibilissima» l’attuale pandemia, per arrestare l’uso alquanto disinvolto dell’espressione mutuata da Taleb. Quello stesso giorno a Davos, nel tempio della finanza mondiale dove ancora risuonavano le parole della rappresentante dell’Oms, Sylvie Briand, i convenuti non persero l’occasione per imbastire una narrazione celebrativa intorno alle magnifiche sorti e progressive del neoliberismo.
Ebbene in queste settimane con forza crescente si sta riproponendo, con lo spauracchio del cigno nero esibito, una forma analoga di racconto oggettivo e asettico, che cela un intento neutralizzante.
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Scenari della “grande frattura”
di Andrea Zhok
Assistere ad un evento di portata storica, sapendo che è tale, è un privilegio raro. Spesso gli eventi storici si celano sotto spoglie oscure e solo a posteriori si scopre che una soglia decisiva è stata passata. Nel caso dell’epidemia di Covid-19 possiamo dire con ragionevole certezza che si tratta di una soglia storica decisiva, che si sta dispiegando davanti ai nostri occhi.
Il privilegio di questa nostra posizione è che di principio potremmo esercitare qualche influenza sul percorso: oggi si fa la storia.
Nell’analisi storica, anche della storia corrente, previsioni e profezie sono roba da scommettitori, ma ciò che si può esaminare razionalmente sono le tendenze di fondo. E dunque, quali tendenze possiamo rintracciare negli eventi cui stiamo assistendo?
1) Il mondo di ieri
L’irruzione dell’epidemia sul palcoscenico mondiale ha creato le condizioni per una planetaria rottura dell’inerzia, un brusco risveglio. Le coscienze occidentali hanno vissuto nell’ultimo mezzo secolo in una dimensione di artificio crescente, con l’opprimente impressione di abitare un vortice in perenne accelerazione e senza via d’uscita. Il processo noto come “globalizzazione” (o più correttamente, “seconda globalizzazione”, dopo quella che precede la prima guerra mondiale) è stato presentato con i caratteri di un ‘destino ineluttabile’. È stato così presentato costantemente e ricorrentemente dall’intellighentsia progressista, liberale, neoliberale, ma anche dalla maggior parte dei sedicenti ‘conservatori’.
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Il covid-19, l'inadeguatezza del capitalismo e la necessità della pianificazione
di Domenico Moro
Una crisi potenzialmente più profonda di quella del 1929
Quella davanti a cui ci troviamo è una sorta di “tempesta perfetta”, che dimostra l’inadeguatezza storica del modo di produzione dominante, quello capitalistico. Infatti, la Pandemia del Covid-19 interviene in un momento delicato per l’economia mondiale, in cui la ripresa ciclica perdeva vigore anche a causa di eventi come la Brexit, i dazi protezionistici e il rallentamento dell’economia tedesca. In gran parte del mondo più avanzato e industrializzato le attività sono bruscamente rallentate e in certi settori fondamentali sono del tutto o quasi del tutto ferme. Metropoli come New York, Madrid e Milano sono in quarantena.
Solo in Italia si calcola che il 60% delle attività produttive sia bloccato. Ciò significa che ogni settimana si perdono 10-15 miliardi di Pil. I primi decreti del governo hanno bloccato a casa quasi otto milioni di lavoratori pari al 44% dei dipendenti attivi, ma tale percentuale è destinata a crescere per i nuovi blocchi previsti dal governo. L’entità della perdita di Pil e soprattutto di aziende e posti di lavoro dipenderà dalla durata della serrata che, a sua volta, dipenderà dalla durata della pandemia. Gli esperti dicono che anche dopo il superamento del picco bisognerà mantenere in atto misure di contenimento, che continueranno a gravare sull’attività produttiva anche perché prima di avere la disponibilità di un vaccino passerà un anno e c’è la possibilità che a dicembre prossimo si verifichi una recrudescenza della pandemia influenzale. Secondo le parole di Draghi le conseguenze economiche e lavorative della pandemia saranno “bibliche”.
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Epidemie, complotti, crisi e sfere di cristallo
di Piotr
La povera gente seguiva a piedi i carrettelli carichi di due magri sacconi e di quattro seggiole sciancate; e nelle brevi soste fatte per riprender fiato, per asciugare il sudore grondante dalle fronti terrose, scambiava commenti sulle notizie del colera, sull’origine della pestilenza, sulla fuga generale che spopolava la città. I più credevano al malefizio, al veleno sparso per ordine delle autorità; e si scagliavano contro gl’ «italiani», untori quanto i borboni. Al Sessanta, i patriotti avevano dato a intendere che non ci sarebbe stato più colera, perché Vittorio non era nemico dei popoli come Ferdinando; e adesso, invece, si tornava da capo! Allora, perché s’era fatta la rivoluzione? Per veder circolare pezzi di carta sporca, invece delle belle monete d’oro e d’argento che almeno ricreavano la vista e l’udito, sotto l’altro governo? O per pagar la ricchezza mobile e la tassa di successione, inaudite invenzioni diaboliche dei nuovi ladri del Parlamento? Senza contare la leva, la più bella gioventù strappata alle famiglie, perita nella guerra, quando la Sicilia era stata sempre esente, per antico privilegio, dal tributo militare? Eran questi tutti i vantaggi ricavati dell’Italia una?... E i più scontenti, i più furiosi, esclamavano: «Bene han fatto i palermitani, a prendere i fucili!...» Ma la rivolta di Palermo era stata vinta, anzi la pestilenza, secondo i pochi che non credevano al veleno, veniva di lì, importata dai soldati accorsi a sedare l’insorta città...
(Federico De Roberto, I Viceré, 1894)
1. In questi giorni vengono segnalati come “interessanti” alcuni video. Non sono stati prodotti in diretta connessione con la crisi Covid-19 ma in questi giorni stanno ricevendo nuova attenzione e hanno una rinnovata circolazione. Uno è italiano e l'altro sembra statunitense.
In quello italiano vengono dette cose anche esatte sulla finanziarizzazione mentre nei sottotitoli scorrono strani testi che parlano (ovviamente con prudenti punti di domanda qua e là) di “complotti mondialisti” e di “Illuminati”.
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Crisi, pandemia e comunismo
di Michele Castaldo
I grandi eventi sollecitano curiosità, ricerca, approfondimenti, apprendimento, riflessioni, polarizzano le persone secondo interessi e determinano orientamenti. Il coronavirus mi pare che sia entrato prepotentemente in scena ponendo una serie di questioni che magari fino al giorno prima si discutevano con apatico distacco. La storia umana, come ogni altra storia di tutte le specie della natura, impone i suoi ritmi chiamando ognuno a misurarsi con i problemi posti. E purtroppo, se dovessimo misurare la tenuta del modo di produzione capitalistico dalla capacità della sinistra di esaminarlo per abbatterlo, potremmo dire che vivrebbe in eterno.
Nel mio articolo precedente, “Il virus dell’uomo capitalistico”, scrivevo: «Dobbiamo avere la consapevolezza di non sapere cosa vuol dire comunismo, ma di sapere quello che ormai la gran parte della specie umana non dovrebbe più volere, ovvero la supremazia delle leggi della concorrenza e del mercato che hanno dominato il mondo per oltre 500 anni».
Mi avventuravo però in una previsione scrivendo: «Pertanto nel caos che da oggi sempre di più aumenterà con scenari a noi sconosciuti è necessario trovare la forza di denunciare le cause della crisi dell’attuale modo di produzione, e prepararsi a stare al posto che ci compete», quasi a prevedere certe proposte che sarebbero venute fuori a indicare “che fare” da parte di organizzazioni e personaggi illustri.
In queste note ne prendo due a campione, di un personaggio e di una organizzazione, per una prima e serena riflessione al riguardo.
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Note sulla crisi economica II
di Pungolo Rosso
Tempesta finanziaria, interventi emergenziali, lacrime e sangue per il proletariato
Dalla stesura del testo Il “cigno nero” e’ qui (13 marzo), la situazione è andata peggiorando a grandi passi, fino a sfiorare scenari catastrofici. I dati economici, le dichiarazioni dei personaggi chiave e le decisioni dei più importanti centri di governo dell’economia mondiale si susseguono a ritmo incalzante.
La situazione è in costante evoluzione e si fatica a seguirne gli sviluppi. Dopo i crolli record di tutte le Borse mondiali, di cui si dà conto nelle note che seguono, Wall Street e le altre piazze finanziarie internazionali hanno fatto registrare aumenti record, che travalicano i rimbalzi tecnici legati ai riacquisti di titoli per monetizzare i capital gains guadagnati con le vendite allo scoperto, e testimoniano innanzitutto di una estrema volatilità dei mercati borsistici che, con ogni probabilità, si protrarrà a lungo.
Si fanno quindi sentire le conseguenze delle manovre monetarie assolutamente eccezionali messe in campo dalla FED, dalla BCE e dalle altre Banche Centrali e gli imponenti stanziamenti di bilancio che tutti gli Stati imperialistici stanno preparando. Non c’è dubbio che l’insieme di questi interventi sarà finalizzato al sostegno del sistema (banche e grandi imprese, in primis), costi quello che costi. Ma i capitalisti di tutti i paesi già si interrogano sul che fare e con quali strumenti affrontare la crisi, quando sarà forse sotto controllo l’epidemia di covid-19 ma infurierà quella economica, la disoccupazione di massa, i probabili rincari dei generi di prima necessità, ecc.
Non possiamo prevedere la strada specifica che ciascuno Stato percorrerà, ma è certo che la classe lavoratrice tutta dovrà fronteggiare un’offensiva di inusitata violenza, in cui la crescita del nazionalismo e gli appelli all’unità “di tutto il popolo” assumeranno sempre più minacciosamente i caratteri di un ultimatum verso le masse affinché si prostrino davanti alle rapaci esigenze capitalistiche, mentre le avanguardie di classe verranno additate come “nemici della patria” da perseguire e disperdere.
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I fantasmi di una recessione prossima ventura
Le sue implicazioni sul piano di classe e su quello internazionale
di Gianfranco Greco
L’incendio della Grenfell Tower è la tragedia che ha riguardato un grattacielo, o meglio un termitaio, in cui erano accatestati/alloggiati poveri, immigrati, gente comune che ha avuto origine dall’incendio, nel 2017, di pannelli altamente infiammabili che costituivano il rivestimento esterno del medesimo grattacielo, pannelli il cui utilizzo – dato tristemente rilevante – consentiva un miserevole risparmio di 2,5 euro a metro quadro ma che – a causa della loro pericolosità – erano stati già banditi dal resto d’Europa. Al tirar delle somme quello spregevole risparmio, in linea con le regole auree dell’economia borghese, ha avuto quale tragico corrispettivo la morte di 78 persone.
Il fattaccio della Grenfell Tower emblemizza, con cruda trasparenza, le crescenti criticità che involgono una realtà britannica tutta sospesa all’interno di una stucchevole pantomima, la Brexit, che, contrariamente ai desiderata di settori della borghesia britannica che hanno sempre considerato il permanere del Regno Unito nella UE come fastidioso orpello capace di mortificare i sogni degli hardbrexiters, tutti presi a favoleggiare di una “Singapore on Thames”, ossia un regno della finanza ultra-liberista completamente avulso da regole sul lavoro e sull’ambiente, è rimasta impantanata in tutta una serie di problemi, risolti i quali ne sorgerebbero – come per le teste dell’Idra di Lerna – altri ancora. Stando a tale scenario Londra metterebbe a profitto la fuoriuscita dall’Unione europea attestandosi quale spazio di intermediazione tra il sistema finanziario Usa e società della UE il cui preminente obiettivo sarebbe l’accesso ai mercati statunitensi.
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Grande Recessione e teoria macroeconomica: una crisi inutile?
di Giancarlo Bertocco e Andrea Kalajzic
La crisi finanziaria del 2007-08 e la successiva Grande Recessione hanno indotto molti economisti a riconoscere che il modello teorico elaborato a partire dagli anni Settanta del secolo scorso aveva un limite fondamentale che consisteva nel trascurare il sistema finanziario e il fenomeno delle crisi. In altri termini, il modello sosteneva che non si sarebbero potute verificare crisi analoghe alla Grande Depressione degli anni Trenta e alla Stagflazione degli anni Settanta del secolo scorso.
Questa è la regione per la quale gli economisti non sono stati in grado di prevedere l’arrivo della crisi poiché, come ha sottolineato Turner: “Non puoi vedere arrivare una crisi se hai teorie e modelli che ipotizzano che le crisi non sono possibili” (A. Turner, Between Debt and the Devil, Princeton University Press, 2016). Le crisi che si verificarono nel secolo scorso spinsero gli economisti a sostituire la teoria dominante con una teoria alternativa. La Grande Depressione determinò l’abbandono della teoria neoclassica e l’affermazione della teoria keynesiana. La Stagflazione, invece, spinse gli economisti a sostituire la teoria keynesiana con una nuova versione della teoria neoclassica che sottolineava l’assoluta efficienza delle forze del mercato. A differenza di quanto successo nel secolo scorso, la crisi contemporanea non sta spingendo gli economisti a sostituire il modello dominante, noto tra gli addetti ai lavori come il New Keynesian Dynamic Stochastic General (DSGE) Model, con una teoria alternativa.
Secondo alcune recenti indagini, circa il 75% degli economisti sostiene che il fatto che il modello dominante trascurasse il sistema finanziario non costituisce una ragione sufficiente per sostituirlo con un modello alternativo.
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Gli ultimi bagliori del neoliberismo ovvero “lo struzzismo economico” al tramonto (si spera)
di Antonio Carlo
ALBERTO MINGARDI, La verità vi prego sul neoliberismo, Marsilio, Venezia, 2019, pp. 398
ALBERTO ALESINA, CARLO FAVERO, FRANCESCO GIAVAZZI, Austerità quando funziona e quando no, Rizzoli, Milano, 2019, pp. 343
Entrambi i volumi qui analizzati sono l’espressione più chiara di quello che chiamo “lo struzzismo economico” o accademico, che consiste nel nascondere la testa davanti ad una realtà inguardabile. Tale fenomeno concerne non solo larga parte delle teorie economiche, ma anche la statistica: così fingiamo di credere che in USA i disoccupati siano solo 5-6 milioni, mentre i 24-40 milioni di scoraggiati che lavoro non lo cercano più perché sono disperati, non vengono considerati disoccupati ma inattivi o uomini persi, e cioè scomparsi dalle statistiche della forza lavoro; inoltre accettiamo tranquillamente che venga considerato occupato chi il lavora anche un’ora alla settimana, come l’operaio a tempo pieno dell’industria o il pubblico dipendente1. Inoltre dal 2010 parliamo di ripresa nei paesi avanzati (che detengono la gran parte della ricchezza mondiale) anche se assai spesso l’incremento del PIL non basta neanche a pagare il peso degli interessi sul debito pubblico , un debito pubblico nel quale non conteggiamo spessissimo il debito del settore della previdenza, dell’assistenza e della sanità2.
Quando i problemi che la realtà pone appaiono irresolubili il contegno del sistema consiste nel nascondere la testa sotto la sabbia.
Il primo dei volumi qui analizzato difende il neoliberismo che non è responsabile di tutti i mali del mondo; ovviamente il vero responsabile è il capitalismo nel suo complesso, nell’ambito del quale il neoliberismo è solo una pessima teoria economica i cui difensori hanno legittimato anche le dittature di Pinochet e di Videla.
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Il mondo fantastico va avanti
di Michael Roberts
Il mondo fantastico continua. Negli Stati Uniti e in Europa, gli indici dei mercati azionari hanno raggiunto nuovo massimi storici. Anche i prezzi delle obbligazioni si avvicinano ai massimi storici. Gli investimenti, sia in azioni che in obbligazioni, stanno generando enormi profitti per le istituzioni finanziarie e per le compagnie. Per contro, nell'economia «reale», in particolare quella dei settori produttivi e dell'industria dei trasporti le cose vanno in maniera deprimente. L'industria automobilistica mondiale si trova in grave declino. Nella maggior parte delle compagnie automobilistiche, i licenziamenti dei lavoratori sono già stati messi in agenda. Nelle compagnie delle maggiori economie, i settori manifatturieri si stanno contraendo. E come misurato dai cosiddetti "Purchasing Manager Indexes" (PMI) [indici dei direttori degli acquisti], che sono indici che misurano la situazione e le prospettive della compagnie, stanno rallentando e ristagnando anche i grandi settori dei servizi.
Ieri, è stata resa pubblica l'ultima stima della crescita del PIL reale degli Stati Uniti. Nel terzo trimestre di quest'anno (giugno-settembre), l'economia degli USA si è espansa in termini reali (vale a dire, dopo che è stata dedotta l'inflazione dei prezzi) secondo un tasso annuo del 2.1%, in calo rispetto al 2,3% del precedente trimestre. Sebbene questa sia, storicamente una crescita modesta, l'economia degli Stati Uniti sta facendo meglio di qualsiasi altra grande economia.
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Ancora su i dieci anni che sconvolsero il mondo
di Piero Pagliani
Raffaele Sciortino, I dieci anni che sconvolsero il mondo. Crisi globale e geopolitica dei neopopulismi, Asterios, Trieste 2019, pp. 312, euro 25,00
I libri che permettono di orientarsi tra quanto sta succedendo, non sono poi molti. Sono invariabilmente scritti da autori che non si concentrano su un solo punto – tipicamente l’economia – ma prendono in considerazione la complessità delle società umane e della loro storia.
A parte il II e III libro del Capitale di Marx, che io consiglio sempre di ripassare, per quanto riguarda la letteratura contemporanea non italiana suggerirei per iniziare coi lavori di Giovanni Arrighi, Karl Polanyi, Samir Amin, David Harvey e Michael Hudson (non specifico le opere perché si trovano facilmente con una ricerca sul web).
Per quanto riguarda l’Italia la scelta ricade su pochi autori che condividono una particolare caratteristica “esogena”: non essere noti al pubblico che si forma sulle pagine culturali, economiche o politiche dei media mainstream.
Ma l’Italia è un Paese dove si stanno ancora a sentire due economisti che quando la Lehman Brothers fallì scrissero su un prestigioso quotidiano che non ci sarebbe stato alcun contagio, che la crisi dei subprime sarebbe stata passeggera ed era dovuta sostanzialmente al fatto che il pubblico statunitense non sapeva calcolare il montante quando chiedeva un prestito.
Non sapendo nulla di economia, ma conoscendo quasi a memoria i lavori degli autori sopra citati, io affermai invece (assieme a pochi altri) che c’era da aspettarsi una crisi almeno decennale. Non ci voleva in realtà un grande sforzo d’immaginazione e fui persino troppo ottimista.
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Bolla finanziaria. È in arrivo la (seconda) tempesta perfetta?
di Giovanna Cracco
L’estate più pazza del mondo, così è stata definita la stagione da poco conclusa. E lo è stata, indubbiamente. Ma non per il Papeete, la caduta del governo giallo-verde, la nascita di quello giallo-rosso ecc. Non per le vicende italiane, insomma. La follia si è manifestata nei mercati finanziari europei e statunitensi: da una parte, alcuni dati non si sono storicamente mai registrati prima, dall’altra ce ne sono di già visti nel 2007, prima dell’esplosione della bolla dei subprime. A mettere insieme le tesserine del puzzle, l’immagine che si viene formando è molto più che preoccupante.
Parliamo di finanza, materia tecnica complicata, cercheremo di semplificarla.
Nel mercato dei titoli di Stato si registrano tassi negativi. La quotazione cambia di giorno in giorno, ma il quadro generale da agosto è che i bond sovrani a dieci anni di Germania, Francia, Svizzera, Olanda, Finlandia, Danimarca, Austria, Svezia e Giappone hanno rendimenti sotto lo zero, e quelli di Spagna e Portogallo sono a un passo dall’averli. Per la prima volta nella storia, il 21 agosto la Germania ha emesso un Bund a 30 anni a tasso negativo (-0,11%), collocando 824 milioni su 2 miliardi, arrivando così ad avere rendimenti negativi su tutte le durate dei titoli, a breve e a lunga scadenza.
Anche le obbligazioni corporate (emesse da società private) a tripla A iniziano ad andare sotto lo zero. L’indice Bloomberg Barclays Euro Corporate Bond registra il 27 agosto rendimenti negativi per il 46% dei titoli, in una crescita vertiginosa dato che erano appena il 3% a dicembre 2018 (vedi grafico 1, pag. 8).
La logica è la medesima in entrambi i comparti: è la domanda crescente da parte degli investitori che porta i rendimenti in territori negativi. Semplificando all’estremo, significa che pago per investire il mio capitale invece di guadagnarci, un controsenso in termini.
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