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Gioco e teologia del denaro
di Mario Pezzella*
Nessuno dei personaggi del Giocatore[1] che non sia indebitato con qualcun altro: già dalle prime pagine, apprendiamo che il generale ha ricevuto, da poco, un prestito, che egli stesso deve soldi al protagonista (e gli dà un acconto di 120 rubli), che Polina ha urgente bisogno di danaro per pagare un creditore – “altrimenti sono perduta”. La catena del debito, nel corso del romanzo, diventerà universale, soffocante e minacciosa. Essa è ben lungi dall’essere una semplice sequela di transazioni economiche, anche perché nessuno si aspetta veramente di essere pagato, anzi tutto il contrario. Il credito viene concesso nell’aspettativa che il beneficiario non possa mai estinguerlo e così si trasformi da debitore in servo: il dominio su Polina è il vero scopo che ha spinto De Grieux a prestare danaro al generale (mentre lui stesso, probabilmente, deve restituirlo ad altri): “Voleva semplicemente dire che lui la dominava, che la teneva come incatenata”(58). Il possesso del danaro concede la libertà, la sua mancanza inchioda alla schiavitù. La relazione servo padrone di Hegel si è completamente finanziarizzata. Il motore profondo delle vicende del romanzo è la totale ipoteca concessa dal generale a De Grieux, che potrebbe essere sanata solo con la morte della ricca zia, di cui dunque tutti si augurano senza alcuno scrupolo la dipartita.
La catena del debito non si impone solo sul piano economico e morale, stimola anche un profondo e perverso impulso erotico ed anzi al di fuori del legame che esso istituisce non si può concepire nessuna relazione d’amore o d’amicizia.
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The RS Interview: incontro con Walter Siti
di Christian Raimo
Una lunghissima intervista di uno dei rubrichisti di punta di “RS” al magnifico scrittore recente Premio Strega. Mettetevi comodi
Allora, scusami c’è del rumore, perché sta arrivando il monsone qui a Roma.
“Sento un bambino”.
No, è una povera gatta che ha paura dei tuoni. Io partirei più che da una domanda, da una meta-domanda. Questa sarà l’ennesima intervista che subisci prima dello Strega, dopo lo Strega… Ti chiedevo se non hai paura di diventare banale. Probabilmente in quest’ultimo mese hai rilasciato una quantità di interviste che ti basteranno per dieci anni. Io stesso ne ho lette molte. E sicuramente quello che non ti manca è un deficit di consapevolezza sul perché scrivi, su come scrivi, quali sono i tuoi temi, etc… Una delle cose che ho notato, anche, è che – come molto spesso capita – quando bisogna fare un’intervista a una persona la cui opera non si può riassumere in un gesto, in una sintesi da titolo, vengono fuori domande un po’ vaghe.
“Il problema è che il grosso delle interviste sono per la radio o la televisione, dove uno è assolutamente sicuro di dire delle banalità perché ti chiedono di rispondere in 50 secondi a cose che richiederebbero molto più di tempo, dove dialoghi con persone che non sanno minimamente che cos’è la letteratura, a cui importa – semmai, se va bene – giusto dei temi di cui parli nel tuo libro. E da una parte ti dispiace di scontentare degli sconosciuti, quindi finisci per dare delle risposte banalissime e anche troppo perbene.
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La "rimozione" di Massimo Recalcati
Sebastiano Isaia
Le categorie e i concetti elaborati dal pensiero psicoanalitico vanno maneggiati con estrema cura, alla stregua di materiale esplosivo ad alto potenziale distruttivo. Questa regola appare tanto più sensata, quando quei concetti e quelle categorie vengono usati come griglie concettuali attraverso cui leggere la realtà sociale in generale, e la sfera del Politico in particolare. Facilmente lo psicoanalista si muove in questi ambiti come il metaforico elefante che, sognando di avere acquisito le fattezze di una splendida libellula, decide di danzare in una stanza piena di preziosi cristalli. Il disastro e pressoché inevitabile.
Insomma, sto parlando di Massimo Recalcati, noto psicoanalista «di scuola lacaniana» e uno dei massimi teorici dell’antiberlusconismo militante. Nell’articolo pubblicato ieri da Repubblica, Recalcati ha preso di mira la strategia del PDL tesa ad accreditare «Berlusconi come statista ponderato», una strategia che secondo il nostro si fonda «su quello che in termini strettamente psicoanalitici si chiama “rimozione della realtà”».
«Di cosa si tratta quando in psicoanalisi parliamo di “rimozione della realtà”? Accade esemplarmente nella psicosi. Prendiamo una storia clinica narrata da Freud: una madre colpita dalla tragedia della perdita prematura di una figlia la sostituisce con un pezzo di legno che avvolge in una coperta che tiene amorevolmente in braccio sussurrandogli tutte quelle parole dolci e affettuose che la figlia morta non potrà più sentire. Questa sostituzione implica la negazione delirante di una realtà troppo dolorosa per essere riconosciuta come tale».
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Il caldo fa male
Mario Tronti e l’enciclica Lumen fidei
di Maria Turchetto
Che dire dell’entusiastica accoglienza che Mario Tronti riserva all’enciclica Lumen fidei (L’Enciclica e la critica dell’individualismo)?
Da un certo punto di vista lo capisco. A noi anziani il caldo fa male, tanto male. Ci frigge quei pochi neuroni che restano e qualche volta non ce la facciamo proprio più a pensare come si deve. Quando capita a me, mi ficco sotto il ventilatore con la Settimana enigmistica – che richiede solo una parvenza di pensiero. Tronti si è ficcato sotto il ventilatore a fare il giochino “quale pezzo dell’enciclica è stato scritto da papa Ratzinger e quale da papa Bergoglio?”.
Il quiz è suggerito da Rino Fisichella nell’introduzione all’edizione paolina di Lumen fidei. Suggerito in modo per l’appunto enigmistico, imbrogliando le carte in perfetto stile pretesco: “Papa Francesco con Lumen fidei si pone in continuità con il magistero di Benedetto XVI”, anzi riconosce esplicitamente “che ha ricevuto dal suo predecessore del materiale che ha voluto poi rielaborare”, insomma il grosso l’ha scritto Ratzinger, eppure “è pienamente un testo di Papa Francesco”, “può essere ritenuta l’ultima enciclica di Benedetto e la prima di Francesco”. Ragazzi! Sembra il mistero della trinità, Dio è uno, ma anche trino, è trino, ma anche uno, ecc. finché il cervello va in pappa. Tronti però a questo punto della lettura era ancora abbastanza lucido e ha tagliato corto: è un testo scritto a quattro mani e il giochino per l’estate è indovinare l’attribuzione delle varie parti all’uno o all’altro papa. Divertente!
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Il nuovo realismo è un totalitarismo
di Fabio Milazzo
Apologia della doxa.
Il “nuovo realismo” è letteralmente una trovata geniale. Il paradigma, reso recentemente famoso da Maurizio Ferraris, che ne è il promotore in Italia, e da quella fucina di idee progressiste che è il gruppo La Repubblica[1], è riuscito a ritagliarsi un posto nelle asfittiche e claustrofobiche chiacchierate della filosofia italiana. Ma cos’è questa postura intellettuale che tanto credito sembra ottenere da personalità quali Umberto Eco – che, a dir la verità, già dai tempi de I limiti dell’interpretazione ha operato una svolta anti-ermeneutica – e dalle tante teste pensanti riunitein convegni quali quello di Bonn[2]?
Fondamentalmente è un ritorno ai fasti della doxa (δόξα), l’opinione comune, ciò contro cui si erge il pensiero filosofico fin dalle sue origini pre-socratiche[3]. Detta in maniera brutale, ma forse anche efficace, il nuovo realismo afferma la consistenza oggettiva della realtà, al di là di ogni fenomeno interpretativo. Il suo principale avversario non può che essere il Nietzsche che nel noto frammento postumo dichiarava profeticamente:
«Contro il positivismo, che si ferma ai fenomeni: “ci sono soltanto fatti”‘, direi: no, proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni. Noi non possiamo constatare nessun fatto “in sé”; è forse un’assurdità volere qualcosa del genere. “Tutto è soggettivo”, dite voi; ma già questa è un’interpretazione, il “soggetto” non è niente di dato, è solo qualcosa di aggiunto con l’immaginazione, qualcosa di appiccicato dopo.
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Maitre-à -penser. Sulla fine degli intellettuali
di Benedetto Vecchi
Un sentiero di lettura sulla produzione culturale. Dai saggi dello storico Eric Hobsbawm al «forte» relativismo culturale di Rino Genovese, allo sciame dell'intelligenza collettiva in Rete. Gramsci, Sartre, Roosevelt Benda e il movimento 5Stelle. Il manifesto, 18 giugno 2013
La sua morte è stata annunciata più volte, per essere in seguito altrettanto repentinamente smentita. Il primo che ne ha stilato un obituary, attraverso un libro segnato da una malcelata nostalgia per il passato alle sue spalle, la cui popolarità è inversamente proporzionale alla conoscenza delle tesi lì espresse, è Julien Benda, che ne Il tradimento dei chierici denunciava la scomparsa dell'intellettuale custode di valori universali a favore di un personaggio pubblico impegnato nell'agone politico. Il tradimento, stava nella rinuncia alla sua separatezza dalla mondanità: separatezza tanto importante quanto indispensabile per continuare a illuminare la caverna dove uomini e donne vivono, diradando così le ombre che impediscono la ricerca della verità. Tempo un decennio - il Tradimento dei chierici fu pubblicato nel 1927 - e gli intellettuali diventarono una presenza abituale nella sfera pubblica, grazie alle loro prese di posizione contro il fascismo e il nazismo, ma anche per l'impegno, al di là dell'Oceano, nel New Deal del presidente Franklin Delano Roosevelt. Sempre negli anni Trenta, dal carcere Antonio Gramsci scriveva le note sull'intellettuale organico come una conseguenza della modernità capitalistica. La partecipazione dell'intellettuale alla vita pubblica, più che decretarne la morte, segnalava il potere che esercitava nell'arena politica.
La gabbia della parcellizzazione
È stato dunque l'intellettuale organico la figura che, nel bene e nel male, si è imposta nel Novecento. Anche il maître-à-penser caro a Jean-Paul Sartre era un intellettuale che si incamminava sulla strada dell'impegno politico, rivendicando un'autonomia di giudizio dal partito che doveva rappresentare la classe, ma si considerava tuttavia organico a un progetto di trasformazione radicale della società.
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Elvio Fachinelli. Su Freud
Mario Porro
Elvio Fachinelli (1928-1989) riconosceva a Freud il merito indiscusso di avere aperto il campo di una ricerca sui rapporti interindividuali, una “nexologia” umana (da nexus, legame, intreccio). Adelphi - che di Fachinelli aveva edito gran parte degli scritti – ne ha ora raccolto in Su Freud alcuni saggi dispersi: si va da una nitida presentazione del fondatore della psicanalisi per “I Protagonisti della Storia universale” nel ’66, a riletture di temi freudiani (la caducità e Rilke, il senso della gratitudine e la fobia del dono) apparse su “il manifesto” nell’anno della morte. Sono scritti che confermano la radicale libertà di giudizio con cui Fachinelli si confrontò con il “maestro”, di cui tradusse e curò molti scritti, ma di cui mise in evidenza anche chiusure e cecità. Già nel ’69 egli prendeva le distanze da una psicanalisi “della risposta”: prima ancora della domanda viene l’ascolto ed è dal concreto della pratica clinica, dal colloquio sempre singolare fra due persone, che emerge la verità. La psicanalisi, rileva lo scritto del ’66, è in tal senso l’esito di un percorso di liberazione dai valori culturali e dai criteri scientifici che Freud aveva recepito nel suo noviziato di fisiologo ed anatomista. Ma nel “chiaroscuro freudiano” non sarà del tutto scalfita la corazza materialista ed antivitalista tardo-ottocentesca, che impone la ricerca di forze fisiche come uniche cause dei fenomeni, nella speranza della conquista della verità come oggettività impersonale.
L’ultimo saggio raccolto in Su Freud, “Imprevisto e sorpresa in analisi”, è un invito ad “accogliere” le novità che emergono dalle parole dell’altro nella conversazione, soprattutto quando faticano a rinchiudersi nelle maglie dell’ortodossia.
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Una testa ben piena o una testa ben fatta?
Il terzo istruito di Michel Serres
di Marco Dotti
Nel ventiseiesimo capitolo del primo libro dei Saggi, Michel de Montaigne scriveva: «Non c’è ragazzo delle classi medie che non possa dirsi più sapiente di me, che non so nemmeno quanto basta a interrogarlo sulla sua prima lezione». Che cosa accadrebbe, si chiedeva Montaigne, se a quella lezione si fosse in qualche modo costretti? Non ci si troverebbe – «assai scioccamente», puntualizzava – vincolati a una costrizione ancora più grande? Non saremmo costretti a servirci di «qualche argomento di discorso più generale, in base al quale esaminare l’ingegno naturale dei ragazzi: lezione sconosciuta tanto a loro quanto a me»? Il saggio che Montaigne pone al centro della sua idea di educazione è ricordato soprattutto per un’altra affermazione, che ha assunto il ruolo di massima e come ogni massima ha subito il non sempre fausto destino di essere più citata, che compresa. Montaigne affermava, infatti, che è meglio una testa ben fatta, che una testa ben piena.
Parlando di «tête bien faite» e contrapponendola alla «tête bien pleine» intendeva riferirsi prima di tutti al precettore, all’insegnante e, per estensione, anche al ragazzo che dovrebbe essere assecondato nel desiderio. Altrimenti, scrive, concludendo la propria dissertazione, «non si fanno che asini carichi di libri».
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La 'grandiosa guerra' di Rosa Luxemburg e la nostra
di Franco Romanò
Da una lettera di Rosa Luxemburg a un breve saggio di Joseph Roth un libro piccolo e prezioso che ci parla del rapporto drammatico fra la specie umana e le altre: Rosa Luxemburg, Un po' di compassione, Adelphi
A Berlino, mi ritrovo a parlare di Rosa Luxemburg e di Antonio Gramsci con un'amica. Le dico della mia idea di dedicarmi alle Lettere dal carcere del fondatore del PCI e non, come sempre, soltanto dei Quaderni e lei mi dice che anche Luxemburg ha scritto un epistolario di tutto rispetto. Lo sapevo, ma tuttora ho delle ide confuse sulla sua estensione; mi ricordavo, invece, di una lettera in particolare, assai intensa e che mi fece una grande impressione quando la lessi, anni fa. Ricordo alla mia amica l'argomento, commettendo però un'imprecisione che Corinne mi corregge subito. Il giorno dopo fa di meglio e mi porta un libretto di Adelphi di 65 pagine, minuto, ed è così che vengo in possesso di un prezioso cammeo, una vera gemma per cui bisogna essere grati all'amica che te lo fa conoscere maanche al curatore – Marco Rispoli – che ha avuto l'idea di assemblare in così poche pagine, scritti tanto brevi quanto densi (compresa la sua nota finale), che mettono chi legge di fronte a scritture tanto essenziali quanto assolute (gli imperdonabili di cui scrive Cristina Campo nei suoi saggi migliori). Non dirò nulla sul tema, o i temi che vengono toccati, perché qualunque definizione iniziale sarebbe più che riduttiva; spero di riuscire a farli emergere strada facendo.
Il titolo prima di tutto. Rosa Luxemburg: Un po' di compassione. A cura di Marco Rispoli, Adelphi, Milano 2007. Alla lettera seguono: l'introduzione di Kark Kraus alla missiva della rivoluzionaria polacca, che lo scrittore pubblicò sulla rivista Fackel, la lettera al direttore di una lettrice della rivista, cui Kraus risponde, un racconto di Kafka, il commento di Canetti al racconto di Kafka e uno scritto di Joseph Roth. A concludere, la nota di Rispoli.
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La cultura e la politica
Piergiorgio Giacchè
La Rivoluzione Culturale
Ai miei tempi – ciascuno ha i suoi e i miei erano quegli anni sessanta, formidabili per alcuni e insopportabili per altri – c’è stata una rivoluzione culturale. Niente di cinese per fortuna, ma due ridefinizioni dei concetti e degli ambiti della politica e della cultura che hanno avuto un effetto sconvolgente. La ridefinizione della “politica” sembrò al momento la più incisiva e la più coraggiosa: forgiata con il contributo teorico di pochi ma verificata dalla militanza di tanti se non di tutti gli studenti del movimento, fu sistematizzata in un articolo di Carlo Donolo su “Quaderni Piacentini”, che aveva appunto per titolo La politica ridefinita.
Molte delle riflessioni personali mossero da quel punto di partenza, mentre dall’altra – ma veramente dall’altra – fin troppe riunioni collettive si spesero nella ricerca della linea: nella rincorsa di un arrivo che poi fu la deriva di una politica peggiore di quella che si voleva e si doveva ridefinire. Quasi nello stesso momento e nello stesso movimento si stava però finalmente affermando anche una “ridefinizione della cultura”: in realtà una scoperta vecchia come il mondo ma messa in forma nuova dalle scienze antropologiche e sociologiche, che in quei tempi e per quegli studenti sembravano andare di moda.
Anche quella della cultura con la c minuscola – così come è successo alla Politica con la P maiuscola – avrebbe poi avuto le sue dimenticanze e decadenze, ma in modo molto più subdolo e lento, se è vero che è rimasta sottesa dentro le variazioni e le aberrazioni che hanno fatto della cultura un vero brodo, anzi un tutto-fa-brodo i cui vapori durano più dei sapori.
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Fobia e perversione nell'insegnamento di Jacques Lacan*
Recensione a cura di Davide Tarizzo
Frutto di un lavoro collettivo sul Seminario IV. La relazione d'oggetto di Jacques Lacan, questo volume raccoglie vari contributi di studiosi noti e meno noti, giovani e meno giovani, apprendisti e maestri, psicoanalisti e filosofi, stranieri e italiani, tutti facenti capo – questi ultimi – alla Associazione Lacaniana di Napoli, agguerrito avamposto di ricerca e divulgazione della dottrina lacaniana fondato nel 2008, i cui membri sono passati – chi in maniera più diretta, chi in maniera più indiretta – per l'insegnamento di Paola Caròla, figura chiave della psicoanalisi napoletana degli ultimi trent'anni alla quale la raccolta è meritoriamente dedicata.
Il libro tocca temi quantomai affascinanti e attuali: cos'è la fobia e, soprattutto, cos'è la perversione da un punto di vista psicoanalitico? Cosa ce ne dice Lacan, in particolare in questo seminario? Quali indicazioni cliniche si possono trarre dalle sue parole? Come interpretare la struttura soggettiva della fobia e quella della perversione, del feticismo, del travestitismo, dell'esibizionismo? Cosa differenzia queste patologie dalle nevrosi, cui tradizionalmente l'analista si trova a prestare ascolto e attenzione? E ancora: qual è lo statuto teorico della psicoanalisi? Cosa la distingue dalla filosofia e dalle altre scienze umane e cosa, invece, la accomuna a questi saperi limitrofi? Interrogativi classici, taluni clinici, taluni di carattere più speculativo, ai quali i saggi raccolti nel volume tentano di rispondere, senza nascondersi le difficoltà.
Esemplare, in proposito, il saggio di Bruno Moroncini – tra i primi intellettuali italiani ad aver colto l'importanza e la novità dell'insegnamento lacaniano, tra i pochi filosofi italiani ad insistere ancora oggi metodicamente su un necessario confronto con la psicoanalisi.
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L’amore al tempo del capitalismo
di Barbara Carnevali
L’amore come patologia sociale
Da alcuni anni Eva Illouz ha intrapreso un affascinante programma di ricerca dedicato alle forme con cui modernità ha plasmato la vita affettiva[1]. Il suo ultimo libro affronta il problema più delicato e avvincente, il rapporto tra eros e capitalismo, chiedendosi quale sia lo specifico modo di soffrire per amore che caratterizza la cultura contemporanea.
Si tratta, in primo luogo, di relativizzare fenomeni solo apparentemente universali[2]. La sofferenza amorosa sembra senza tempo, e la letteratura sarebbe pronta a dimostrarlo. Ma il senso da attribuirle è condizionato dai quadri ideologici e istituzionali che strutturano le diverse forme di vita, e può addirittura invertirsi nel passaggio da un contesto all’altro. Il dolore che fu esaltato dal cristianesimo e dal romanticismo è diventato vergognoso al tempo del capitalismo. Per la mentalità terapeutica e concorrenziale che ispira i nostri costumi, contraddicendo i valori romantici ancora latenti nella cultura pop, lo struggimento del desiderio inappagato che il codice stilnovistico celebrava come prova di grandezza interiore è un sintomo di scarsa salute emotiva e l’indice di un fallimento, di una svalutazione dell’io.
L’approccio della sociologia storica sfocia quindi nella denuncia delle strutture sociali che condizionano la vita affettiva, distorcendola.
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Contro l’economia della creatività
La cultura davvero non si mangia
Christian Caliandro e Fabrizio Federici
1. Le retoriche della creatività e la cultura in Italia
“Gli italiani sono il popolo più creativo del mondo”: quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase, da decine di politici e giornalisti del Belpaese? Ma le cose non stanno proprio così. Chi pensa e dice una cosa del genere, con ogni probabilità non sa nulla del mondo del 2012 e neanche degli ultimi venti-trent’anni. Con ogni probabilità, possiede un’idea piuttosto asfittica della produzione e della fruizione culturale. Un’idea totalmente autoreferenziale e autocelebrativa della cultura e della creatività, pochissimo proiettata verso lo spazio esterno – e persino verso quello interno. Il contesto italiano dell’ultimo trentennio, infatti, è riuscito a generare (tra gli altri incredibili risultati) quello che è un vero unicum nella storia culturale recente dell’Occidente: una forma acuta e perniciosa di dissociazionedalla realtà e dal mondo esterno, di vera e propria schizofrenia. Si fa raccontare e adotta un’altra verità rispetto a quella effettiva. Un’altra identità. È, questa, una strana forma di autoriflessività, che non contempla affatto il riconoscimento di sé: piuttosto, implica la perdita di se stessi. L’oblìo. Purtroppo, la maggior parte delle produzioni e delle narrazioni culturali attuali (romanzi, film, opere d’arte, fiction televisive, discorsi pubblici), anche se per fortuna non la totalità di esse, non fa che confermare questo stato di cose.
Questa retorica si aggancia ad altre retoriche, prodotte a livello internazionale: nel corso degli ultimi quindici-venti anni, infatti, la “creatività” è diventata non solo un termine onnicomprensivo, ma anche una sorta di mantra per la letteratura sia specialistica che generalista.
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Il Freud di Fachinelli
di Pietro Barbetta
La scrittura di Elvio Fachinelli è piena di dissidenze, a tratti autobiografica, semplice, poi ostica. Si tratta di frammenti clinici, tratti dall’esperienza interiore. Un ottuso psicoanalista potrebbe pensare a Fachinelli come a un’Autorità (l’apostrofo non servirebbe, Autorità è maschile). Un inquisitore catturarlo nelle maglie della psicoanalisi ufficiale. Non è Weiss, non avrebbe stroncato Svevo. Né Musatti, non avrebbe esercitato il ruolo di Padre pubblico. Si colloca a sinistra. Scandalo della stupidità di molti intellettuali che non possono pensare a uno psicoanalista libertario: filosofi Milanesi, gazzettieri Romani, sociologi Bolognesi, politologi Torinesi, sognanti saperi astratti, che dicano la verità oggettiva.
Se fosse vissuto ai tempi di Reich – il pensiero di Reich lo conosceva bene – avrebbe subito la medesima inquisizione, ma la qualità della scrittura polifonica lo avrebbe salvato.
Quando scriveva Fachinelli erano terminate le pagine oscure dell’IPA? Dopo che Jones aveva accolto la psicoanalisi ariana mentre si preparava a espellere Reich. E ancora – certo meno gravi, ma altrettanto autoritari – i rischi corsi da Melanie Klein, i silenzi sulle dissidenze di Ferenczi, l’espulsione di Lacan.
Fachinelli viveva a Milano nel tempo della liberazione, quando il parco Lambro era più interessante della Statale.
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Un metodo pericoloso
Sabina Spielrein e il femminile rimosso della civiltà
di Leni Remedios*
“Ogni uomo porta in sé la forma intera dell’umana condizione”
Michel de Montaigne [1]
Nel 1977, in uno scantinato del Palais Wilson di Ginevra, vecchia sede di un prestigioso Istituto di psicologia, viene ritrovato uno scatolone colmo di documenti. Il ritrovamento è il frutto casuale di un paziente lavoro di ricerca capeggiato dall’analista italiano Aldo Carotenuto. Di cosa si tratta? Lo scatolone contiene frammenti di diario e un carteggio importante fra tre soggetti: il padre della psicanalisi Sigmund Freud, il suo discepolo Carl Gustav Jung, in seguito allontanatosi per fondare una nuova teoria e una certa Sabina Spielrein, psicanalista ed autrice del diario.
Il materiale porta ad emersione particolari finora sconosciuti sulle vicende storico-biografiche dei tre personaggi, vicende che hanno inciso in maniera inequivocabile sugli sviluppi teorici di ognuno di loro. Ciò che viene alla luce turba e sconvolge talmente il mondo intellettuale da stimolare una lunga serie di saggi, opere teatrali e cinematografiche, di cui il film di Cronenberg, Un metodo pericoloso, rappresenta solo l’ultima appendice. Insomma, anche figurativamente parlando, Sabina Spielrein – dimenticata, rimossa, incompresa – emerge dal sottosuolo della civiltà, dall’inconscio della storia della psicologia, simboleggiato così bene dallo scantinato del palazzo ginevrino, per rivendicare la sua verità.
Sabina Spielrein è il perturbante [2] della storia della psicoanalisi. Il primo dei lavori a lei dedicato è naturalmente il libro di Carotenuto, Diario di una segreta simmetria. Sabina Spielrein tra Jung e Freud.
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