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Adversus paedagogistas

di Gabriele Miniagio

Qualcosa di profondo è accaduto nella scuola italiana. A partire dalla riforma Berlinguer, attraverso una serie di politiche protrattesi per un quindicennio, essa è mutata non solo nella sua veste esteriore, ma anche e soprattutto nel suo principio ispiratore , dunque nel suo rapporto con la società e la cultura. L’ideale della paideia, prima gentiliano e crociano, poi marxista, ha ceduto lentamente ma inesorabilmente il passo ad un pedagogismo scientista, che chiama in causa come proprio referente una mente naturalizzata, totalmente spossessata di un senso dell’agireche non sia l’operare macchinico: il compito del percorso didattico diviene quello di implementare in essa competenze e abilità operative per risolvere problemi dati, al di là di ogni definizione della realtà umana in termini esistenziali o storico-politici1.

Ci sforzeremo di mostrare come questa pedagogia tecnico-operazionale abbia origine nella concezione di una soggettività naturalizzata, teorizzata dagli indirizzi più radicali della filosofia della mente, e come entrambe chiamino in causa un processo di produzione di vita soggettiva che, nella società di massa tardo capitalistica, le sottrae il senso di sé e del mondo; il prodotto di tale processo è qualcosa che potremmo chiamare indifferentemente un quasi bios o un quasi soggetto.

Emergerà infatti, nell’ultima parte di questo lavoro, che il dispositivo “pedagogia delle competenze – naturalizzazione del soggetto” non è affatto neutrale: il carattere tecnico-operazionale, l’ossessione quantitativa della docimologia, l’esigenza di un portfolio di competenze certificato, la ricerca di una valutazione oggettiva dei risultati dell’apprendimento sono elementi a cui le forme di reclutamento e le procedure dei nuovi lavori cognitivi danno l’origine e il fine, l’alpha e l’omega.

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... e un utile memorandum di quindici anni fa

Isidoro Mortellaro

Una rilettura sulle radici del governo Monti e per ragionare su come opporvisi

... a toglier l’ultimo velo alla finzione del mercato come legge naturale provvede, dall’alto del suo scranno di commissario della Commissione europea, il più conseguente dei sacerdoti del vincolo esterno. Mario Monti inizia il suo volo là dove è giunto Padoa-Schioppa, quando ha rilevato che di fatto, i criteri di Maastricht dal 1992 «sono divenuti il catalizzatore della politica economica, in Italia come in altri paesi». Nel mettere in evidenza come l’euro abbia rappresentato la «più grande applicazione di Supply Side Economics, economia dell’offerta, mai realizzata, la più grande spinta alla liberalizzazione ed alla privatizzazione», Monti sottolinea come l’ingresso nell’euro abbia sanato solo alcuni mali dell’economia italiana, ma non l’abbia resa competitiva. Per conquistare il prescritto stato di grazia e mantenerlo, per dotarsi di una struttura economica e sociale capace, senza più l’ammortizzatore della moneta e del suo cambio, di rispondere positivamente agli shock che l’esposizione ad un mercato ipercompetitivo produrrà, v’è bisogno di un «Piano per lo smantellamento delle rigidità, per un'Italia competitiva, con scadenze e meccanismi di verifica», un piano di liberalizzazione, di smantellamento delle rigidità del sistema, del mercato del lavoro, come degli aiuti di Stato, insomma dei vincoli all'economia. Oggi abbiamo bisogno di una «programmazione che dovrebbe distruggere i pezzi di socialismo e di statalismo che ancora ingessano l'Italia»: è proprio il «vincolo esterno», adesso in gran parte rappresentato dal patto di stabilità, che adesso si costituisce in «obbligo internazionale a fare le riforme».

Il dado è tratto.

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Il denaro è diventato obsoleto?

Anselm Jappe

I media e le istanze ufficiali ci stanno preparando: molto presto si scatenerà una nuova crisi finanziaria mondiale e sarà peggiore che nel 2008. Si parla apertamente di «catastrofi» e «disastri». Ma che cosa accadrà dopo? Come saranno le nostre vite dopo un crollo su vasta scala delle banche e delle finanze pubbliche? L’Argentina ci è già passata nel 2001. A prezzo di un impoverimento di massa, l’economia di questo paese ha potuto successivamente risalire un po’ la china: ma in quel caso, non si trattava che di un solo paese. Attualmente, tutte le finanze europee e nord-americane rischiano di sprofondare insieme, senza alcun salvatore possibile.

In quale momento il crack delle borse non sarà più una notizia appresa dai media, ma un evento di cui ci si accorgerà uscendo per strada? Risposta: quando il denaro perderà la sua funzione abituale. Sia rarefacendosi (deflazione), sia circolando in quantità enormi ma svalutate (inflazione). In entrambi i casi, la circolazione delle merci e dei servizi rallenterà fino a potersi arrestare totalmente: i loro possessori non troveranno più chi potrà pagarli in denaro, in denaro «valido» che gli permetta, a sua volta, di acquistare altre merci e servizi. Essi terranno quindi per sé quei servizi e quelle merci. Ci saranno magazzini pieni, ma senza clienti; fabbriche in grado di funzionare perfettamente, ma senza nessuno che ci lavori; scuole in cui i professori non si presenteranno più, perché privi di salario da mesi. Allora ci si renderà conto di una verità che era talmente evidente da non essere più vista: non esiste alcuna crisi nella stessa produzione. La produttività aumenta continuamente in tutti i settori. Le superfici coltivabili della terra potrebbero nutrire tutta la popolazione del globo e allo stesso modo le officine e le fabbriche producono molto più di quanto sia necessario, desiderabile e sostenibile. Le miserie del mondo non sono dovute, come durante il Medio Evo, a catastrofi naturali, ma ad una specie di incantesimo che separa gli uomini dai loro prodotti.

Quello che non funziona più è l’«interfaccia» che si pone tra gli uomini e ciò che producono: il denaro. Nella modernità, il denaro è diventato il «mediatore universale» (Marx). La crisi ci mette di fronte al paradosso fondativo della società capitalista: in quest’ultima la produzione di beni e servizi non è un fine, ma soltanto un mezzo. Il solo fine è la moltiplicazione del denaro, è investire un euro per riscuoterne due.

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Il destino dell’intellettuale

di Rino Genovese

Che cosa voglia dire essere un intellettuale è diventato oggi così problematico in confronto a ciò che poteva significare ieri, tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, quando il significato del termine era ancora del tutto evidente a chi fosse inserito nel gruppo sociale detto intellighenzia (con un termine russo ricalcato sul francese e ritornato attraverso uno strano détour in Occidente), come pure al pubblico dei lettori di giornali e di libri identificabile in una ristretta élite, che una ripresa della vexata quaestio rischia di vedere scomparire il suo oggetto sotto gli occhi nel momento stesso in cui si accinge a parlarne. Uno scrittore, un artista, uno studioso facevano parte di un piccolo mondo obiettivamente attrezzato all’elaborazione e alla diffusione della cosiddetta alta cultura; e soggettivamente potevano sentirsi degli intellettuali in quanto erano riconosciuti come tali da un pubblico, e tra loro stessi in modo reciproco, in rapporto a un’impresa comunicativa di portata più ampia, che era poi quella della società in generale. Ciò poteva avvenire sia nel segno di una spinta in senso illuministico sia in quello di un richiamo alla tradizione in chiave antilluministica. Appare infatti come suo fatale marchio d’origine che il termine intellectuel sia divenuto di uso corrente in Francia durante l’affare Dreyfus, e che quindi si sia situato da subito nel vivo della polemica tra i valori dell’universalismo democratico e liberale e quelli del nascente nazionalismo antidemocratico e, nel caso specifico, anche antisemita. I contendenti dei due schieramenti si scontravano in nome di uno stesso insieme di valori, declinandoli però in modo opposto. Gli uni puntavano su quelle che agli altri sembravano semplici astrazioni – la verità, lo Stato di diritto, la democrazia –, e i secondi erano denunciati dai primi in quanto cultori delle radici tradizionali a scapito della verità e della giustizia. Sia per i dreyfusardi sia per gli antidreyfusardi, tuttavia, era assodato che la letteratura, il lavoro culturale, fossero altra cosa dalla pura costruzione di effetti estetici o, peggio ancora, un mezzo per cercare di far soldi e basta; che fossero, cioè, modi di assunzione di una responsabilità sociale.

Questo almeno è ciò che essi pensavano di se stessi, la maniera in cui concepivano enfaticamente la propria missione.

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L’oscenità della morte

di Alessandra Sarchi

1.

Da un po’ di tempo a questa parte morire sembra diventato un reato; a voler essere un po’ meno iperbolici, è diventato un fatto straordinario che la percezione collettiva comune ha fretta di rimuovere, o all’opposto, ma si tratta delle due facce della stessa medaglia, enfatizza in modo spettacolare. Non mi riferisco a morti in circostanze eccezionali, o in età molto giovane, che da sempre hanno suscitato compassione e contribuito a fondare un genere letterario – l’elegia – che potesse accogliere la memoria individuale come baluardo al poco, o niente, in cui si risolvono le vite di moltissimi. Penso piuttosto a quanti sono consumati dalla vecchiaia, dalla malattia, o da entrambe le cose; a tutti gli esseri viventi per i quali il ciclo biologico si è esaurito o deteriorato a un punto tale da comprometterne la possibilità di essere persone, cioè viventi con una vita psichica e di relazione complessa e articolata con il resto del mondo. Penso anche a quanti semplicemente non ce la fanno, non perché fisicamente ammalati, ma perché la vita è un peso inaffrontabile. L’istinto di sopravvivenza, la forza più brutale che ci muove, a volte, e non sempre a torto, si arrende a qualcosa di superiore, a uno squarcio avvertito come irrimediabile fra sé e la vita. Chi ha il diritto di inoltrarsi in questa spazio e di decidere? Nessuno se non i diretti interessati. Pensare il contrario sarebbe come immaginare che davanti a Dio, per chi ci crede, all’assoluto, all’imponderabile, o più banalmente, davanti alla propria coscienza ci si possa presentare in massa, con richieste di categoria e patteggiamenti sindacali.

Assumiamo un dato di fatto: morire, in una società consumistica basata sulla rimozione della morte, e sopratutto in una società che dispone di mezzi notevoli per tenere in vita i corpi, non è semplice. Nemmeno per chi sia nelle condizioni ottimali, malattie devastanti e vecchiaia avanzata, per augurarselo.

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In morte di Pierangelo Garegnani


Venerdì scorso è scomparso Pierangelo Garegnani, uno dei più grandi economisti italiani, allievo di Piero Sraffa e critico implacabile della teoria economica dominante marginalista. Vogliamo contribuire a ricordarlo ospitando i due articoli che seguono, pubblicati rispettivamente su l'Unità e Il Manifesto


La scomparsa di un Maestro dell’economia critica

Sergio Cesaratto

La figura di Pierangelo Garegnani è inscindibilmente legata alla critica alla teoria economica dominante e alla ripresa dell’approccio degli economisti classici e di Marx. Tale lavoro era stato avviato sin dagli anni venti del secolo scorso da Piero Sraffa, di cui Garegnani era l’allievo prediletto.

Garegnani conseguì il dottorato a Cambridge con una tesi dedicata alla teoria del capitale appena prima la pubblicazione nel 1960 del famoso libro di Sraffa Produzione di merci a mezzo di merci. Questo volume sollevò un’accesa controversia fra un gruppo di economisti di Cambridge capitanati da Garegnani e Pasinetti e gli economisti americani dell’MIT guidati da Paul Samuelson. La controversia verteva sulla possibilità di considerare la “quantità di capitale” disponibile nell’economia alla stregua delle quantità disponibili degli altri “fattori della produzione” – misurabili in termini fisici - nell’avvicinare la determinazione della distribuzione del reddito fra salari e profitti.

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Sull’equivalenza narrativa terrorismo:oscurità

di Daniela Brogi

«Mehr Licht! Mehr Licht!»

Negarlo è difficile: Buongiorno, notte, (Filmalbatros, 2003), di Marco Bellocchio, è una delle opere più belle del cinema italiano degli anni Zero. Il film è liberamente ispirato al memoriale dell’ex terrorista Anna Laura Braghetti Il prigioniero (Mondadori, 1988), e tanto per cominciare è la prova che si può rifare un ottimo lavoro anche a partire da un libro brutto e ridicolo. Com’è noto, Bellocchio rinarra la vicenda del sequestro Moro, ma uno degli aspetti più originali del film consiste nella scelta di condurre il racconto per lo più attraverso le molte rappresentazioni e teorie che nel corso degli anni sono state date sull’affaire Moro. Così, per esempio grazie ai filmati di repertorio, oppure usando la televisione sempre accesa nel covo di via Montalcini come presenza chiave della vicenda, Buongiorno, notte contiene «una rete complessa di allusioni ad altri film e persino a se stesso (l’elemento autoreferenziale di una sceneggiatura, intitolata proprio Buongiorno, notte, scritta da un personaggio del film) che dimostrano che non c’è un diretto accesso alla comprensione della storia, ma che tale comprensione viene costruita tramite la narrazione e la rappresentazione»[1].

Oltre tutto, anche il titolo è davvero bello, e indimenticabile: Buongiorno, notte, è dichiaratamente ispirato alla poesia di Emily Dickinson Good Morning – Midnight-[2], nella traduzione di Nicola Gardini (Crocetti, Milano 2001), che è stato il primo a usare la forma “Buongiorno notte“, potenziando la capacità smisurata di tempo-spazio contenuta in quelle due parole che vivono avanzando all’indietro.

L’effrazione dei principî di non contraddizione e asimmetria che definiscono il pensiero sistematico diurno; la regressione all’oscurità notturna – in senso temporale, visivo, mentale, acustico – per alludere alle vicende del terrorismo italiano tra i fatti di Piazza Fontana (1969) e la strage della stazione di Bologna (1980), e soprattutto l’uso della metafora del buio per nominare l’evento (il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro) che più di tutti ha fissato quell’epoca nella memoria e nell’inconscio italiani: tutto ciò, a ripensarci, non arriva a Bellocchio da un immaginario mai attivato in precedenza, perché intanto, appena si cominci a stare dentro questo ‘effetto notte’, torna subito negli occhi e nella mente anche la fortunata inchiesta televisiva in diciassette puntate di Sergio Zavoli La notte della Repubblica (passata per la prima volta su RAI2 dal 12 dicembre 1989 al 11 aprile 1990), poi diventata anche un libro (ERI, Mondadori, 1989).

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Commenti a

Verifica delle parole: libertà e comunismo

 L'articolo di Emanuele Zinato "Verifica delle parole: libertà e comunismo" sul sito Le parole e le cose ha dato luogo ad un serrato dialogo, innescato da un intervento iniziale di Ennio Abate. Lo riportiamo così come è avvenuto, per la rilevanza dei suoi contenuti.

    Ennio Abate
    15 settembre 2011 alle 09:36   

    Vi pregherei di aggiungere tra le parole urgentemente da verificare soprattutto quella di ‘democrazia’. E di farlo cercando di arrivare alle “cose” (in particolare alla storia di questo Paese). Sul tema ‘democrazia’, a beneficio di chi (tutta la redazione?) ha risposto alla mia richiesta di pubblicazione de “Il Tarlo della Libia”, un mio piccolo (scandaloso per quelli di Nazione Indiana) tentativo di tenere assieme parole e cose, con “La magnolia” fortiniana, ripropongo la sua posizione in merito. L’ho riassunta così in un articolo per POLISCRITTURE 8:

    «E’ che il fastidio di quanti non vogliono più sentire argomenti provenienti da Marx, Lenin o Althusser è del tutto ingiustificato. Dal mio punto di vista questa critica [della democrazia] è fondamentale. Anche perché non sono riuscito a lasciar perdere le posizioni di Franco Fortini che, proprio tentando un bilancio degli anni Settanta in “Quindici anni da ripensare” (ora in “Insistenze”, Garzanti, Milano 1985) espresse giudizi sul Pci, la democrazia e il compromesso storico non lontani da quelli di La Grassa.

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ospite ingrato

Intervista a Edoarda Masi*

Per gentile concessione della rivista di poesia e filosofia «Kamen´»

EM: Nel XIX secolo è risultata chiara, ed è stata analizzata nella teoria economica e sociologica, la contrapposizione fra capitale e lavoro e la complementarietà dei due poli. Essendo il lavoro l’elemento vitale del capitale, la lotta contro il capitale cresceva dall’interno dei meccanismi di quest’ultimo. Il lavoro si incarnava nel proletariato industriale – non solo avversario del capitale perché oppresso, sfruttato ecc., ma perché sua componente necessaria e contraddittoria. La possibilità di uscire da quel sistema si fondava sul lavoro, che ne era a un tempo la componente base e il nemico radicale.


K
: Il paradigma del lavoro era proprio quello .


Sì, non si trattava solo di ideologia: della validità di quella teoria abbiamo una prova storica in centocinquanta anni di lotta.


Era un corrimano, uno strumento razionale che permetteva di mettere in evidenza una prospettiva, un certo numero di fatti. Le due classi sono un portato storico della rivoluzione industriale: non c’è l’una senza l’altra, in un legame fondamentale.

 
Nella sua trionfale evoluzione il capitale ha finito, nella fase presente, con il divorare letteralmente sia la classe proletaria sia quella borghese. Nel Manifesto del Partito comunista c’è un’espressione sottolineata da Hobsbawm, a cui di solito non si bada: Marx dice grosso modo che, a un certo momento, il capitale dovrà essere superato dal lavoro oppure si avrà la fine di entrambe le classi in lotta. Credo che proprio questo si sia verificato. Una cosa è la borghesia, una cosa è il capitale. Questo è un meccanismo economico, mentre la borghesia è la classe dirigente che lo ha gestito in una ascesa sociale durata secoli fino al trionfo nell’Ottocento. Oggi gli eredi della borghesia non hanno più il carattere di classe dirigente. Il tratto di una classe dirigente è quello di difendere sì i propri interessi economici, ma nello stesso tempo di riuscire a rappresentare in qualche modo anche interessi generali.

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centrorifstato2

Franco Cassano, L’Umiltà del male*

Gennaro Lopez

Il rapporto tra etica e politica, quello tra élites intellettuali, masse e potere, l’insopprimibile fragilità della natura umana, sono i temi di fondo dell’ultimo lavoro di Franco Cassano, problematico fin dal titolo e, comunque, di grande impatto sul terreno teorico.

La trattazione dell’agile, ma denso saggio (un prologo, tre capitoli, un epilogo) prende le mosse da un’inedita interpretazione della Leggenda del Grande Inquisitore, il famoso racconto che F. Dostoevskij, nel suo romanzo I fratelli Karamazov, affida alla voce narrante di Ivan. Da qualche tempo questa grande pagina di letteratura offre spunti di riflessione e di analisi utili alla comprensione di fenomeni che caratterizzano la realtà contemporanea: lo scorso anno la casa editrice Salani aveva pubblicato il testo della Leggenda aggiungendovi, a corollario, un contributo di Gherardo Colombo intitolato Il peso della libertà. Due anni fa, sempre alla Leggenda, aveva dedicato un proprio saggio Gustavo Zagrebelsky.

Racconta, dunque, Ivan al fratello Aliosha che, nella Siviglia del Cinquecento, l’Inquisitore fa arrestare Cristo, appena tornato sulla terra, e si reca a far visita al prigioniero. Quello dell’Inquisitore è un lungo monologo, attraverso il quale egli rimprovera al Nazareno la sua perfezione morale, che non è in grado di cogliere la debolezza dell’animo umano (il rigore del Cristo è per i santi, non per l’imperfezione del mondo) e lo accusa di aver dato agli  uomini la libertà invece del pane, dimenticando che le sole forze che la fragile umanità accetta davvero come formule per una vita felice derivano dal Mistero, dal Miracolo e dall’ Autorità. Così il Grande Inquisitore apostrofa Gesù: “Sappi che anch’io sono stato nel deserto, anch’io mi sono nutrito di locuste e radici, anch’io ho benedetto la libertà con la quale Tu avevi benedetto gli uomini, e anch’io mi ero preparato a entrare nel numero degli eletti tuoi, nel numero dei capaci e dei forti.

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Il consumo della cultura

Eleonora de Conciliis

La cultura costituisce una posta in gioco che, come tutte le poste in gioco sociali, presuppone, ed al tempo stesso impone, che si entri nel
gioco e che ci si interessi al gioco: e l’interesse per la cultura, senza il quale non esiste competizione, concorrenza, gara, è generato
dalla competizione e dalla concorrenza stesse che esso genera.
Pierre Bourdieu

Oggi il consumo definisce lo stadio in cui la merce è immediatamenteprodotta come valore-segno, e i segni
(la cultura) come merce. […] La cultura non è più prodotta per durare.
Jean Baudrillard

Eccomi là... cioè Alex, e i miei tre drughi, cioè Pete, George e Dean, ed eravamo seduti al Korova Milkbar arrovellandoci il gulliver per
sapere cosa fare della serata. Il Korova Milkbar vende latte più. Cioè diciamo “latte rinforzato con qualche droguccia mescalina”, che è quel che stavamo bevendo.
È roba che ti fa robusto. E disposto all’esercizio dell’amata ultraviolenza...
Stanley Kubrick, Arancia meccanica
1

1A francisco goya la maya desnuda 1789 1805 madrid museo del pradoPrologo

Sostituendo alla domanda di Sartre “cos’è un intellettuale?”, la domanda genealogica “come si diventa intellettuali?”, e quindi “che interesse ha un individuo a diventare un intellettuale?”, Pierre Bourdieu ha compiuto una sorta di rivoluzione nietzscheana, più che copernicana, nella sociologia della cultura: ha mostrato come e perché il sapere e l’educazione, in quanto manifestazioni di una ‘volontà di verità’, siano (stati) nella nostra civiltà i principali veicoli di affermazione delle differenze sociali e di riproduzione di quelle stesse differenze, intese non solo come differenze di classe, ma anche come differenziali di potenza, e quindi segni ‘puri’ di superiorità sociale.

La sua profonda riflessione sul valore distintivo del sapere e dell’identità intellettuale, che culmina negli scritti degli anni ottanta e novanta2, comincia nel lontano 1964, quando, insieme a Jean-Claude Passeron, egli pubblica un’inchiesta sugli studenti delle Grandes Écoles, Les héritiers3, e prosegue con La reproduction (1970, scritto sempre in collaborazione con Passeron)4.

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Gerald Horne e la Grande Guerra Razziale

Miguel Martinez

Gennaio 1942, due mesi dopo Pearl Harbor. E’ l’epoca in cui folle sovreccitate di bianchi americani danno fuoco alle sale dei Testimoni di Geova, sospettati per il loro rifiuto del servizio militare di essere la quinta colonna dell’Asse.

I principali dirigenti delle comunità nere statunitensi si riuniscono e votano, 36 contro 5 e con 15 astensioni, una mozione moderata nei toni, ma che in sostanza nega il sostegno alla guerra contro il Giappone.

E’ una delle vicende che porta alla luce lo storico nero americano, Gerald Horne, in Race War! White Supremacy and the Japanese Attack on the British Empire (New York University Press, 2004).

Quando si parla di “storia” o di “memoria”, si intendono in genere unicamente i sei anni della Seconda guerra mondiale, e unicamente il fronte europeo di tale guerra.

Chiedete a bruciapelo a qualunque alunno dell’Istituto Tecnico per il Settore Economico Paolo Dagomari di Prato, cosa è stata la Seconda guerra mondiale.

All’incirca, vi dirà che c’era un pazzo di nome Hitler che voleva conquistare il mondo e uccidere gli ebrei; ma sono arrivati gli americani e ci hanno salvati.

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Wojtyla l'uomo bianco, Bin Laden l'uomo nero*

di Luca Baiada

Il 1° maggio 2011 si consuma una tappa storica e spettacolare. A migliaia di chilometri, la città dell’antico impero e la terra incognita della nuova incontrollabilità sono scenari della sistemazione immaginaria del passato, e forse luoghi di progettazione del futuro. Praticamente nelle stesse ore, Wojtyla viene beatificato, Bin Laden muore: se i dati diffusi sono esatti, l’uccisione avviene dopo la cerimonia di beatificazione e poche ore prima della messa di ringraziamento. Che in Italia una parlamentare della destra abbia spiegato la morte dell’uno come miracolo compiuto dall’altro, non c’è da stupirsi: in molti, hanno farfugliato sciocchezze del genere. Qui, tenendo fermo che un vero e proprio paragone fra i due sarebbe esagerato, proviamo ad accostarli come spunto di riflessione. E accettiamo la versione ufficiale sulla fine del capo di Al Qaeda, ma tenendo presente che molti la considerano falsa, convinti che l’uomo fosse già morto anni fa.

Wojtyla e Bin Laden assumono i loro importanti ruoli nello stesso periodo: la fine degli anni Settanta. Il sorpasso tecnologico è in pieno svolgimento, e gli Usa hanno già vinto la corsa allo spazio. In Vietnam, hanno da poco subìto una sconfitta militare, ma la guerra ha reso profitti, e la teoria del domino si è rivelata falsa: l’Asia non è diventata tutta comunista. In Europa, il blocco socialista galleggia fra stagnazione e crisi; in Spagna e in Portogallo sono cadute le dittature. Di quelle nell’America del Sud, invece, si fa sentire la stretta, mentre il successo delle rivoluzioni in Nicaragua e in Iran segna in modo esemplare, per il blocco capitalista, l’esigenza di contrastare qualsiasi cambiamento politico sgradito, anche approfittando di manovre religiose (su un fronte si mobiliterà la chiesa cattolica, con l’appoggio alla destra e con la repressione della Teologia della liberazione; sull’altro si offrirà sostegno all’islam radicale).

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Essere se stessi con un po’ meno di fatica

di Christian Raimo

Ci sono degli eventi che hanno delle somiglianze. L’arresto per stupro di Strauss-Kahn, la vicenda di Don Seppia, la tragedia del padre di Teramo che lascia la figlia sotto il sole. Tre persone – tre maschi, diciamolo subito – che pensavamo affidabili, molto affidabili, si rivelano un disastro. Addirittura dei mostri per alcuni, indifendibili per la maggior parte (tranne le mogli – notiamo subito anche questo – nei casi di DSK e del padre). Eppure, evidentemente non sono tre episodi isolati. Voglio dire: 1) il Time della settimana scorsa ci ha addirittura fatto la copertina sugli uomini di potere che si comportano come maiali; Strauss-Kahn, Schwarzenegger, Tiger Woods, John Edwards, Charlie Sheen… sono soltanto l’ultima avanguardia di un esercito ben in forze; 2) la questione della pedofilia nella chiesa è diventata di rilevanza sociologica (tanto che l’associazione prete-pedofilo è purtroppo una di quelle che facciamo sempre più spesso, quasi un luogo comune); 3) queste tragedie dei bambini dimenticati in macchina sotto il sole si ripetono ogni tanto (due negli ultimi dieci giorni, Teramo, Perugia), e sono probabilmente l’emersione più tragica di una “distrazione di massa” – è una cosa che poteva capitare a chiunque, come ha detto non senza verità la moglie difendendo in lacrime il padre della piccola Elena.

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Dall' università dei baroni all'università dei padroni

Andrea Martocchia

L'attacco al sapere

Lo stravolgimento del sistema della formazione e della ricerca in Italia ha segnato un suo momento topico nel passaggio in Senato della riforma Gelmini. Ad attestare l'importanza del frangente è tra l'altro l’impressionante dimensione e determinazione delle iniziative del movimento di protesta, che ha catalizzato insieme molti diversi settori: non solo studenti ma anche ricercatori, precari e non, dell’università, degli enti di ricerca, pezzi del mondo della scuola di ogni ordine e grado, della cultura e dello spettacolo, rappresentanti del precariato diffuso, giovani disoccupati e sotto-occupati. Il movimento, per la sua stessa composizione, è stato una dimostrazione vivente del fatto che il colpo sferrato contro l'università con la riforma Gelmini è parte di una ristrutturazione ampia e strategica, che in altra sede abbiamo definito un generalizzato attacco al sapere rivolto contro più di una generazione di “giovani”, che attraverso il sapere per l’appunto avevano creduto di poter costruire un futuro per se stessi e per la società tutta.

In questa sede cercheremo di spiegare che l'attacco al sapere non è un fatto contingente, bensì strutturale; esso non è legato ad una specifica gestione politica di centrodestra, ma è bipartisan; non accade solamente in Italia per ragioni legate alla nostra storia o fase specifica, ma è riconoscibile in tutti i Paesi a capitalismo avanzato. La prospettiva nella quale tale attacco va inquadrato è una prospettiva globale ed epocale, poiché il suo carattere è sistemico e perciò non può essere compreso, tantomeno efficacemente contrastato, se non se ne considerano le cause macro economiche.