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Il grande inganno
Scuola pubblica, orario docenti, DDL Stabilità
di Alerino Palma
Il cosiddetto “effetto 24 ore”, a un mese o più dall’annuncio che l’orario dei docenti della scuola secondaria sarebbe stato aumentato senza colpo ferire (senza aumento di stipendio) e senza tener conto del contratto, consiste sostanzialmente nel fatto che tutto, nel lavoro a scuola come nel lavoro a casa, i colloqui con i genitori, le incombenze quotidiane legate agli incarichi, le riunioni, insomma tutto è diventato più faticoso, percorso come mai prima d’ora dal dubbio sul senso, sulle finalità del lavoro culturale scolastico.
Ho l’impressione, vengo subito al punto, che la mancanza di senso non sia dovuta a una proposta sciagurata, quella delle 24 ore, ma al fatto che siamo sempre più pericolosamente su un argine, quello tra la scuola intesa come luogo di apprendimento di una cultura disinteressata e qualcos’altro. Che finora abbiamo vivacchiato vicino al confine, spostando di qualche settimana, di qualche mese il momento della resa dei conti, ma ora non è più possibile. E la cosa più temibile, quella che forse non sospettavamo, è che i conti ce li dobbiamo fare anche tra noi insegnanti.
In questo senso l’insensatezza della proposta, le 24 ore intendo, cadeva a fagiolo.
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Sulle «Cinque difficoltà per chi scrive la verità» di B. Brecht
Ennio Abate
Così Brecht sintetizza all’inizio di questo scritto i 5 punti che tratterà subito dopo, uno per uno, analiticamente. Mentre, alla fine in un Riepilogo conclude:
Dobbiamo dire la verità in merito alle barbare condizioni del nostro paese, dobbiamo dire che è possibile fare ciò che è sufficiente a farle sparire, e cioè qualcosa che modifichi i rapporti di proprietà.
Dobbiamo dirla inoltre a coloro che di questi rapporti di proprietà soffrono più di tutti, che hanno il maggiore interesse a cambiarli, ai lavoratori e a coloro che possiamo trasformare in loro alleati perché in realtà non partecipano nemmeno loro alla proprietà dei mezzi di produzione, anche se partecipano ai guadagni.
E per quinta cosa dobbiamo procedere con astuzia.
E queste cinque difficoltà dobbiamo risolverle tutte contemporaneamente perché non possiamo ricercare la verità sulla barbarie di certe condizioni senza pensare a coloro che soffrono di questo stato di cose; e mentre - combattendo costantemente ogni impulso di viltà - cerchiamo di scoprire le vere connessioni, mirando a coloro che sono pronti a utilizzare la loro conoscenza, dobbiamo anche pensare a porger loro la verità in modo tale che divenga un'arma nelle loro mani e al tempo stesso con tanta astuzia che il nemico non si accorga che gliela porgiamo e non possa impedirlo.
Tutto ciò viene richiesto allo scrittore, quando gli si chiede di scrivere la verità».
Ha senso riproporre oggi questo scritto? E riproporlo a chi si occupa di poesia? A prima vista tutto congiura contro questo mio tentativo di ripensare e riattualizzare questo Brecht, sia pur in modo critico come vorrei fare.
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E se ragionassimo sul concetto di cultura?
di Rino Genovese
I.
Ciò su cui occorrerebbe riflettere è lo spazio ristretto del riformismo oggi; non mi riferisco alla ben nota diagnosi intorno alla perdita di capacità ridistributiva del sistema capitalistico dopo il ciclo alto dei famosi trent'anni del periodo postbellico; mi riferisco a un'altra cosa. L'ambito teorico entro cui, nei primi decenni del Novecento, si erano misurate le diverse opzioni socialiste, riformista e massimalista (o, se preferite, rivoluzionaria), era pur sempre quello di un superamento del capitalismo. Gli uni, i riformisti, pensavano di arrivarci per evoluzione; gli altri, i massimalisti o rivoluzionari, puntavano su una crisi o un più o meno inevitabile crollo del sistema, entro cui si sarebbero inserite le forze proletarie vittoriose.
Un po' alla volta, come si sa, ambedue queste opzioni si sono dissolte. Il riformismo socialista europeo, da Bad Godesberg in poi, ha messo da parte il superamento del capitalismo (l'ultimo che ci abbia creduto è stato forse Olof Palme). Teorici come Marcuse, che intorno al '68 puntavano su un rovesciamento del sistema, se non altro possibile, vedevano il processo rivoluzionario come una "lunga marcia", che avrebbe dovuto fare i conti con la tendenza all'integrazione della classe operaia in Occidente, e che partiva perciò dai movimenti di liberazione del Terzo mondo, oltre che dalle rivolte giovanili.
Che cosa accade oggi, oggi che pure si è ritornati a parlare di una crisi di sistema? Perché non soltanto la questione del superamento del capitalismo non si pone, né in un modo né in un altro, ma finanche una semplice prospettiva di ridistribuzione del reddito fatica a farsi strada in Europa?
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Quella che si mangia è la cultura borghese
Alberto Burgio
Quando Tremonti pensò di trasformare gli atenei pubblici in Fondazioni, che notoriamente non sono enti filantropici, e poi la Gelmini portò a compimento il processo di aziendalizzazione dell’Università, ci scandalizzammo. Quando vediamo Pompei e le mura del Pincio crollare, rimaniamo attoniti. Quando leggiamo di un’intera biblioteca – quella dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – costretta a sloggiare dalla sua sede naturale per trasferirsi in un capannone, protestiamo. Abbiamo tutte le ragioni per farlo. Ma forse commettiamo un errore in qualche modo analogo a quello in cui perseveriamo pensando che certi politici si ingannino sul senso delle proprie azioni e della devastazione che ne consegue. E questo per il solo fatto che, in un’altra vita, militarono in un partito comunista, salvo poi rinnegare quest’antica appartenenza (con il che, va detto, di quel partito restaurano ex post una dignità offesa).
Anche in questo caso riteniamo si tratti di sviste, di disattenzione, di errori commessi senza intenzione. Siamo sicuri che le cose stiano proprio così?
E se invece in questa incuria storica (quanti, per esempio, conoscono lo stato cronico di abbandono delle biblioteche pubbliche, a cominciare dalle nazionali, tenute in vita, contro il sadismo ministeriale, dall’amore eroico del personale?) – se invece in questo degrado si manifestasse né più né meno, anzi nel modo più diretto e limpido, il modo di essere proprio della «vera borghesia»?
Se avesse ragione Marx quando, sin nel Manifesto, descrive il ruolo rivoluzionario della borghesia osservando che essa tutto traduce in termini economici?
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Brecht: "Cinque difficoltà per chi scrive la verità"
di Pierluigi Vuillermin
Premessa
In questo saggio1 mi propongo di rileggere, e in un certo senso riattualizzare, un famoso testo brechtiano degli anni Trenta. Si tratta di uno scritto politico-letterario che Brecht pubblica nel 1935, dopo l'avvento di Hitler al potere, in cui il drammaturgo tedesco, ormai in esilio, rivolgendosi agli artisti e agli intellettuali, enuncia le regole programmatiche (quasi un manuale di strategia militare) per dire la verità ai deboli e combattere la menzogna dei potenti. Il 1935 è un anno importante nella storia d'Europa e anche nella vita di Brecht. Il Komintern inaugura la stagione dei fronti popolari, l'alleanza tra le forze democratiche e il comunismo, per contrastare l'avanzata del nazi-fascismo, in marcia verso la guerra. Nello stesso anno, lo scrittore viene ufficialmente privato della cittadinanza tedesca e costretto a peregrinare per diversi paesi europei, prima del definitivo approdo negli Stati Uniti. In questo contesto drammatico, mentre si dedica allo studio sistematico delle opere di Marx, Brecht si pone il problema dell'impegno e della responsabilità dell'intellettuale nella lotta contro il terrore del nazismo. Dopo aver criticato la cultura borghese per la sua assenza di valore pratico, egli si interroga su come l'intellettuale debba rivolgersi al popolo, alla luce soprattutto delle nuove forme dell'industria culturale e dei mass media, per smascherare l'inganno del potere e spingere le masse ad agire efficacemente per cambiare la realtà sociale. Questo argomento troverà poi formulazione completa, alcuni anni dopo, nel dramma Vita di Galileo, il capolavoro della maturità. Sempre nel 1935, Brecht partecipa a Parigi al Primo Congresso degli scrittori per la Difesa della Cultura. In una perorazione lucida e polemica, egli denuncia le carenze di ogni critica moralistica del potere (oggi parleremmo di indignazione), che non investiga i rapporti materiali che sono alla base della realtà storica e sociale. Il messaggio è esplicito: solo una verità concreta può diventare un'arma efficace, nelle mani del popolo, per contrastare la barbarie del nazismo (e del capitalismo). Come si vedrà, il testo brechtiano presenta, ancora oggi, grandi elementi di attualità. Molte sono le somiglianze tra la crisi economica e sociale degli anni Trenta e quella in corso in questi anni, come hanno messo in luce diversi studiosi. Siamo in guerra, è stato autorevolmente detto.
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Contro questa scuola
Per gli Stati generali dell’istruzione e della conoscenza
di Girolamo De Michele
0. Non avevamo bisogno del metereologo per sapere che il vento avrebbe continuato a soffiare nella stessa direzione. Da Gelmini, ex astro nascente del PdL, a Profumo tecnico in “quota PD”, come peraltro i sottosegretari Ugolini, quinta colonna storica di CL dentro il sistema istruzione e Rossi Doria, di cui a tutt’oggi si ricorda solo una dichiarazione di principio in favore del sistema di valutazione, nulla è cambiato, se non l’imbarazzo di qualche sindacato che non può pubblicamente parlare di “governo amico”, e preferisce mascherare le proprie vergogne dietro dichiarazioni di facciata e proclami all’acqua di colonia. Il processo di decostituzionalizzazione della scuola procede spedito, nel campo dell’istruzione come ovunque, lungo le linee portanti dello sfruttamento e del controllo biopolitico:
- Imposizione (“dolce” o “dura”, a seconda dei casi) di forme di gerarchizzazione e autoritarismo giustificate da esigenze di “buon funzionamento”. Basti pensare alla riforma-Brunetta della dirigenza del 2009, perfezionata dal contratto dei dirigenti scolastici del 2010, a cui Profumo, col decreto 5/2012 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e sviluppo), ha oliato gli ingranaggi e stretto qualche allentato bullone. E alla legge 953 di riforma dell’autogoverno della scuola Aprea in via di approvazione bipartisan, a cui è stato pudicamente tolto il nome di Valentina, che cancella la collegialità, declassa il Collegio docenti, rafforza ancor di più le prerogative del dirigente, toglie voce al personale ausiliario (per i bidelli ramazza e bavaglio), e spiana la strada all’ingresso dei privati nel governo della scuola attraverso un Consiglio dell’Autonomia: «La legge 953 è una buona legge. I mattoni delle sue fondamenta sono targati Pd e l’aver portato sulle nostre posizioni la maggioranza della commissione Cultura e Istruzione della Camera, è un risultato di cui va dato merito al nostro gruppo parlamentare», scrive su “l’Unità” del 27 marzo scorso Francesca Puglisi, responsabile scuola della segreteria nazionale PD. Se lo dice lei, c’è da crederci…
- Divisione e segmentazione del terreno della produzione cognitiva, attraverso da sempre più marcata divisione tra formazione “liceale” e “professionalizzante” attuata dal riordino dei cicli e rafforzata dalla creazione, d’intesa tra ministero e Finmeccanica, degli Istituti Tecnici Superiori, e forme sempre più invasive di privatizzazione dell’istruzione, dalle scuole materne sino all’istruzione secondaria, con la pervasiva presenza della Compagnia delle Opere (=Comunione e Liberazione) nelle istituzioni dell’istruzione.
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Beneficio di inventario
Ezio Partesana
A diciotto anni dalla morte di Fortini, in una grande libreria del centro di Milano nessun suo testo è disponibile, eccezion fatta per i due volumi della manifestolibri e anche questi, mi informa cortese il commesso della Feltrinelli, sarebbero comunque da ordinare. Esco e sento una voce che conoscevo bene chiedere: Beh, Partesana, che cosa si aspettava?
È vero, se i titoli di Fortini mancano dagli scaffali delle librerie non è per chissà quale complotto contro la sua opera o censura delle sue idee, ma semplicemente perché non vendono; fategli avere i lettori di Pasolini, per dire, o di Umberto Eco e vedrete Einaudi e Garzanti affrettarsi a ristampare quanto hanno in catalogo e i distributori prenotare copie da consegnare alle librerie.
Meritano quindi il giusto riconoscimento quanti ancora insistono a conservare la sua eredità e a riflettere sul suo lavoro, siano essi il Centro studi che porta il suo nome o i poeti che scrivono (e assai bene) tenendolo per interlocutore e maestro. Purtroppo io non ho alcuna competenza per discutere di questi sforzi, e posso solo essere contento che non tutto sia andato disperso, lasciando a altri il lavoro faticoso della verifica e della critica. Esiste però nell'opera di Fortini anche un ordine di discorso, che potremmo per brevità chiamare “filosofico”, intorno al quale il silenzio è un po' cupo e le mie conoscenze meno lacunose, e che meriterebbe invece di essere oggetto di una discussione il più possibile collettiva e politica. Si tratta, dico, del rapporto tra produzione, opera letteraria e ideologia; “questione di frontiera” sì, ma anche luogo dove si intrecciano alcuni concetti cardine del pensiero di Fortini e buon osservatorio per comprendere cosa ne è stato di alcune sue tesi.
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Amo Scicli e Guccione
Peppe Savà intervista Giorgio Agamben
E’ uno dei più grandi filosofi viventi. Amico di Pasolini e di Heidegger, Giorgio Agamben è stato definito dal Times e da Le Monde una delle dieci teste pensanti più importanti al mondo. Per il secondo anno consecutivo ha trascorso un lungo periodo di vacanza a Scicli, concedendo una intervista a Peppe Savà
Il governo Monti invoca la crisi e lo stato di necessità, e sembra essere la sola via di uscita sia dalla catastrofe finanziaria che dalle forme indecenti che il potere aveva assunto in Italia; la chiamata di Monti era la sola via di uscita o potrebbe piuttosto fornire il pretesto per imporre una seria limitazione alle libertà democratiche?
“Crisi” e “economia” non sono oggi usati come concetti, ma come parole d’ordine, che servono a imporre e a far accettare delle misure e delle restrizioni che la gente non ha alcun motivo di accettare. “Crisi” significa oggi soltanto “devi obbedire!”. Credo che sia evidente per tutti che la cosiddetta “crisi” dura ormai da decenni e non è che il modo normale in cui funziona il capitalismo nel nostro tempo. Ed è un funzionamento che non ha nulla di razionale.
Per capire quel che sta succedendo, occorre prendere alla lettera l’idea di Walter Benjamin, secondo la quale il capitalismo è, in verità, una religione e la più feroce, implacabile e irrazionale religione che sia mai esistita, perché non conosce redenzione né tregua. Essa celebra un culto ininterrotto la cui liturgia è il lavoro e il cui oggetto è il denaro. Dio non è morto, è diventato Denaro.
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Il rivoluzionario conservatore
di Alberto Burgio
Ricordando Cesare Cases a due anni dalla morte (avvenuta a Firenze il 28 luglio del 2005), Claudio Magris ebbe a dire che la sua vita e la sua opera sono «un capitolo della nostra storia e del nostro destino». Queste parole non mi è mai riuscito di dimenticarle. Di quanti si potrebbe affermare altrettanto? E perché a proposito di Cases è possibile, persino necessario? Un capitolo «della nostra storia»: della nostra formazione, di un itinerario di letture e di pensieri e di esperienze che in altri tempi si sarebbero dette «spirituali». Fin qui ci siamo.
Totalità aperta
Chi negli anni '70 aveva già - se non proprio il ben dell'intelletto - strumenti per decifrare pagine impervie, era certo di trovare pane per i suoi denti in quelle di Cases, disseminate tra le riviste e i giornali, un tempo numerosi, della sinistra italiana (da «Passato e presente» a «Lotta continua», dal «manifesto» a «Nuovi Argomenti», ai «Quaderni piacentini»). Pane e companatico: ricco di idee e di sfide «intellettuali e morali», di suggestioni e insegnamenti. E, perché no, di battute al vetriolo: urticanti, gratuite e irresistibili, epiche addirittura, come quella che demolì - così mi parve allora e credo tuttora - il povero Soldati, innalzato, dopo una stroncatura tombale dell'Attore (libro, anzi «fumettone», di una «noia mortale e teologica»), a paradigma d'insignificanza: onde Primo Levi sarebbe stato pienamente assolto, dopo Se questo è un uomo e La tregua, «anche se per il resto della sua vita fosse vissuto di conferenze all'Aci sui Lager o avesse scritto un romanzo di Mario Soldati».
Ma un capitolo «del nostro destino» perché? Ignoro cosa Magris intendesse: so finalmente, in qualche misura, cosa queste parole abbiano ridestato in me, da allora sospingendomi, con un'insistenza sempre premiata, verso un lascito inestimabile e, non per caso, pressoché dimenticato.
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Società e individuo da una prospettiva psicoanalitica: identità di una crisi
Emanuela Mangione
Si può parlare oggi di una genesi sociale del narcisismo? Questa è una delle tematiche intorno a cui filosofi, psicoanalisti, ma anche economisti e politici si stanno interrogando; essenzialmente la questione riguarda le possibili connessioni tra l’attuale sistema sociale ed economico e certe patologie di tipo prevalentemente narcisistico, con aree sintomatiche in cui il protagonista risulta essere sempre più il corpo e le scissioni corpo mente.
A tale proposito mi sembra calzante l’espressione“liquidità del soggetto in una società liquida” (Garella,congresso SPI 2012). Una società, quella della postmodernità, che sembra porre l’individuo all’interno di una accelerazione costante alla ricerca di scommesse continue in cui impegnare il proprio futuro, in una sorta di surf dettato dall’imperativo etico di tenersi sempre sulla cresta dell’onda. Un narcisismo individuale imperante spinge la macchina del mondo umano a funzionare non tanto per realizzare un progetto, bensì per produrre una perpetuazione di se stessa attraverso un investimento asettico e senza fine che corrode i caratteri individuali, consumando le potenzialità della propria vita.
Da un punto di vista psicoanalitico è come se si configurasse un assetto simile a quello di una “patologia narcisistica da difetto” contraddistinta dalla carenza di quel “narcisismo minimo vitale” o “necessario” (Bolognini, 2008) le cui carenze possono limitare la capacità di accettare ed amare il proprio sé, sia nei riguardi di se stessi, che degli altri.
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L’industria culturale di Fortini e l’industria cinematografica di Pasolini
La mutazione degli strumenti intellettuali
Roberta Cordisco
1.
Durante gli anni del boom economico e della rivoluzione dei consumi Pasolini e Fortini ne hanno inquadrato gli effetti nelle ormai note categorie di “mutazione antropologica” e “surrealismo di massa”. Spesso si è discusso sulle ripercussioni che il moderno capitalismo ha avuto in ambito sociale ma è interessante, sempre attraverso questi due autori, esaminare il problema da un’altra prospettiva, ossia quella che si sofferma a riflettere sugli sconvolgimenti che la mutazione ha operato anche all’interno della produzione culturale e del lavoro intellettuale.
In molte pagine della saggistica di Franco Fortini risuonano le note francofortesi della critica alla cosiddetta industria culturale. È fondamentale capire l’influenza che tale nozione esercita sull’analisi di Fortini anche per coglierne un’importante differenza con la critica di Pasolini. Quest’ultimo ebbe sempre «un atteggiamento di rifiuto e di ignoranza procurata nei confronti della critica della cultura e della industria culturale»1 poiché essa lo avrebbe costretto al compito spiacevole di «una critica dei propri strumenti di comunicazione che prevedeva paralizzante »2.
Così Fortini coglie il punto esatto in cui la teoria dell’amico cade in contraddizione: è vero che Pasolini denuncia la minaccia di un «Potere senza volto» e invita a combatterlo, ma il suo grido d’allerta promana dalle strutture comunicative interne a quello stesso Potere. Egli è sceso a patti con le logiche del mercato letterario e dei nuovi strumenti di comunicazione di massa, per questo non può che criticare il sistema capitalistico rimanendo in parte impigliato alle sue reti.
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Il disagio della cultura
di Tonino Bucci
Il disagio della cultura è uno dei tratti paradossali della società contemporanea. Il degrado delle istituzioni culturali e le politiche di tagli di bilancio a scuola, università, ricerca, musei, archivi, teatri, cinema ed editoria, è solo un lato del problema. Prima ancora di essere erosa dalle logiche di contabilità dei governi, la cultura è oggi messa a rischio dal venir meno della legittimazione di cui godeva in passato e dal discredito del suo ruolo nella comunità. Tramontata la stagione dell'engagement, da un lato, e dell'universalismo dei valori, dall'altro, il segno più evidente della decadenza culturale è proprio la trasformazione del ruolo degli intellettuali – ammesso che in un tempo di profonda rivoluzione delle professioni cognitive si possa ancora parlare degli intellettuali come di un ceto sociale. Seconda un'efficace formula di Zygmunt Bauman, l'intellettuale contemporaneo sarebbe passato dalla funzione di legislatore a quella di interprete. Quella figura di intellettuale che in passato, a torto o a ragione, poteva accreditarsi agli occhi della società come portavoce di istanze universali, capace di indicare ideali e modelli per l'avvenire, ha oggi abbandonato il campo a vantaggio di una nuova schiera di professionisti della comunicazione.
L'intellettuale dei nostri giorni non ha verità alle quali legare il proprio destino, ma solo opinioni candidate, di volta in volta, a incarnare le mode dei tempi e destinate a essere accantonate non appena sorgano opinioni concorrenti più in sintonia con lo spirito dominante. Alla cultura che ambiva ad esprimere l'universalità del genere umano si sostituisce oggi una sorta di marketing delle idee da utilizzare disinvoltamente a seconda delle opportunità e delle convenienze. Ai nuovi intellettuali – ma forse sarebbe meglio parlare di intellettualoidi, sulle orme della definizione di Corinne Maier1 – si addice il ruolo non più di legislatori, ma di interpreti, di traduttori a uso e consumo del grande pubblico delle idee dominanti e funzionali al potere e ai gruppi sociali più influenti: traduttori che prediligono perlopiù il linguaggio orale e delle immagini, quello più congeniale agli studi televisivi.
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Le pieghe del mondo
Fabio Ciriachi
Non ho conosciuto di persona Franco Fortini, a parte una volta, ad Arezzo, nell’88, quando ha accettato di partecipare alla rassegna di poesie “Confluenze”. Nel corso degli anni, però, ho letto molti suoi libri che qui elenco tanto per stabilire, fin da subito, una possibile bibliografia comune.
SAGGI: Verifica dei poteri, Garzanti, 1974; Questioni di frontiera, Einaudi, 1977; L’ospite ingrato - Primo e secondo, Marietti, 1985; Insistenze, Einaudi, 1985; Saggi italiani 1, Garzanti, 1987; Nuovi saggi italiani 2, Garzanti, 1987; Extrema ratio, Garzanti, 1990; Non solo oggi, Editori Riuniti, 1991; Attraverso Pasolini, Einaudi, 1993; Breve secondo Novecento, Manni, 1996; Disobbedienze 1, Manifestolibri, 1997; Un dialogo ininterrotto - Interviste 1952-1994, Bollati Boringhieri, 2003.
Per ridurre la mia incolmabile distanza dalla forza mentale di Franco Fortini, vera e propria voragine che mi rende difficile tradurne la ricchezza teorica a un livello di quotidiana applicabilità politica, mi gioverò dell’aiuto di Piergiorgio Bellocchio, che con Fortini ha condiviso la stagione dei Quaderni Piacentini (e non solo), e che è da questi ricordato nella poesia “Dove ora siete…”,
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Alessandro Baricco e lo Zeitgeist
di Emanuele Zinato
Criticare una voce autorevole di Repubblica equivale tout court a essere, più o meno consapevolmente, “di destra”? Credo di no, anche se molto è stato fatto, in Italia, negli ultimi vent’anni perché le cose potessero sembrare proprio così. Ultima: la larga ospitalità concessa da organi del berlusconismo, come “Il Foglio”, a voci del pensiero critico più indocile e eterodosso, come quella di Alfonso Berardinelli, che ai tempi di “Diario”, della satira contro Eco o Scalfari hanno fatto uno dei propri maggiori cavalli di battaglia. Ultimamente, nel mirino di questi ultimi, ai “guru” di “Repubblica” si sono aggiunti Fazio e Saviano. Personalmente, credo sia necessario distinguere. Credo a esempio che alla volgarità dei talk show urlanti e scosciati la sobrietà, sia pure “politicamente corretta” e talvolta stucchevole, sia di gran lunga preferibile. Credo, insomma, per dirla tutta, che i “socialdemocratici” fossero preferibili ai “fascisti”, che il parlamentarismo borghese, sia pure coi suoi infingimenti e il suo “terrore mite”, fosse più “abitabile” di una dittatura. Sulle responsabilità dei “consumi culturali” nella degenerazione populista e mediatica della nostra vita politica occorrerà, inoltre, prima o poi decidersi a spendere energie cognitive ideologicamente indipendenti e eticamente sensibili: servirà una storiografia critica, contro i luoghi comuni e contro l’oblio controllato, e una saggistica capace di partire almeno dagli anni Settanta (da Piazza Fontana, a esempio, film a parte). Ma non credo nemmeno all’utilità di un approccio adorniano fuori tempo massimo e so bene che le cose sono in generale più “complesse”: rinvio, per questo, alla mia verifica delle parole n. 1, Libertà e comunismo, pubblicata su LPLC.
Tuttavia… tuttavia non posso fare a meno parlare di Alessandro Baricco. L’ho già fatto, una volta, all’uscita di Oceano mare. Ho tentato in seguito in tutti i modi di convincermi che si trattava di un “efficace divulgatore”, uno tra gli altri, buono quanto e forse più di un altro.
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L'evaporazione del padre nella scuola "senza Legge"*
Daniele Balicco intervista Massimo Recalcati
Nel 2004 il liceo Parini di Milano fu letteralmente devastato da un’occupazione che lo rese inagibile per alcuni mesi. Riconosciuti i responsabili, il preside, insieme al corpo docente, decise di non adottare alcun intervento disciplinare contro i ragazzi responsabili della devastazione. Per iniziare la nostra conversazione le chiedo di commentare, riferito a questo caso particolare, il giudizio di Roberta De Monticelli: “la sostanziale impunità fa male, tanto a chi ne fruisce quanto alla comunità. [Questi ragazzi hanno così ricevuto] una supplementare cura di inconsapevolezza […] [perché sono stati] privati del senso delle conseguenze delle proprie azioni, che è un costituente essenziale della libertà”[1].
La Legge, per come la pensa la psicoanalisi, vale a dire la legge simbolica, che è la legge della castrazione, si manifesta attraverso l’introduzione dell’impossibile. La Legge segnala l’esistenza di una soglia, di un limite che è impossibile valicare, riprendendo per altro una tradizione che sta all’origine dei testi biblici. E tuttavia, a differenza dei testi biblici, questo impossibile non si chiama Eden, ma incesto. Cosa significa? Significa che è impossibile per l’uomo fare esperienza di un godimento illimitato, che è il godimento della cosa materna. Questo godimento senza limiti è interdetto dalla Legge, la cui funzione è precisamente quella di introdurre il senso del limite come elemento costitutivo dell’esperienza umana. Nello stesso tempo, questo impossibile è ciò che paradossalmente apre la possibilità stessa del desiderio.
Per venire al nostro caso, il diritto ad essere puniti è un diritto, senza dubbio. Tuttavia, per uno psicoanalista questa idea rischia sempre di scivolare verso un terreno che è quello del godimento sadico di chi esercita la punizione.
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