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«Proteste anti-G20, manca la politica»
Tonino Bucci
Sarà anche rituale, sarà anche l'ennesima speranza di vedere muoversi qualcosa nei conflitti sociali, ma è a ogni modo d'obbligo chiedersi che tipo di movimento sia quello che s'è visto a Londra contro il G20 - e che si è replicato ieri a Strasburgo contro la Nato. Se ne sono dette già tante. Le televisioni e i giornali l'hanno descritto come una protesta nata dall'impatto della crisi economica mondiale. Al suo interno non si vedono i classici soggetti organizzati del movimento operaio. La domanda allora è: ma un movimento che agisce fuori dalla sfera tradizionale della rappresentanza - per intendersi, senza legami con partiti e sindacati - è automaticamente un movimento fuori della politica o, più semplicemente, fa politica in altro modo? Insomma, sono ingenerose le critiche di chi rinfaccia a quel movimento di non sapere andare oltre la rabbia, la disperazione, il gesto simbolico. Lo chiediamo a Mario Tronti.
Che tipo di movimento è quello che s'è visto a Londra contro il G20?
Forse è utile fare un raffronto fra quel movimento e la piazza di oggi della Cgil. Qui abbiamo qualcosa di preciso.
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Altro che Bretton Woods
Comunque vada, il «G20» sarà un fallimento
Walden Bello*
Se mai una conferenza internazionale è stata destinata al fallimento, questo è il caso del prossimo meeting G20 di Londra, presentato come «una nuova Bretton Woods» da cui dovrebbe scaturire una risposta coordinata e globale alla depressione in atto, e creare un nuovo ordine di governance economica globale, proprio come la prima Conferenza di Bretton Woods diede vita all'ordine multilaterale mondiale del secondo dopoguerra.
In primo luogo, la sede appropriata per una impresa così ambiziosa è l'Onu, e non un raggruppamento informale dei paesi più ricchi del mondo con una rappresentanza simbolica del Sud del mondo con scarsa legittimità. Il G20 è un club esclusivo, mentre gli architetti dell'ordine di Bretton Woods cercarono di essere il più possibile inclusivi, intitolando il meeting «Conferenza monetaria e finanziaria delle Nazioni unite» e chiamando a raccolta i rappresentanti di 44 paesi sia pure nel bel mezzo della guerra mondiale, nel luglio 1944.
In secondo luogo, questo meeting si è attribuito il compito di realizzare in un giorno solo quello che gli architetti di Bretton Woods fecero in 21 giorni. Possiamo già scorgere i contorni del comunicato finale: un'intesa ampia su poche questioni, nascondendo le differenze sui dettagli chiave.
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Gli squadroni della morte di Dick Cheney
di Fabrizio Casari
Comandos dei reparti d'elite Usa per le operazioni speciali, supervisionati direttamente dall’ufficio del Vicepresidente Dick Cheney che li utilizzava come uno squadrone della morte. Un gruppo che, con l’autorizzazione dell’allora presidente George Bush, viaggiava in ogni paese dove si stabiliva la necessità o l’utilità di realizzare azioni coperte e non divulgabili al riparo degli organi costituzionali di vigilanza sull’operato del governo. Il gruppo operativo, senza passare per l’ambasciata o il capo stazione locale della CIA, intercettava gli obiettivi previsti dalla lista fornitagli dalla Casa Bianca, li eliminava e lasciava il paese. Gli squadroni della morte agivano con l’appoggio del Vicepresidente Dick Cheney, di Karl Rove ed Eliott Abrams, responsabile della sezione Medio Oriente nel Consiglio di Sicurezza Nazionale. Seymour Hersh, giornalista investigativo del collettivo informativo “Popoli senza frontiere”, l’ha scritto su Pacifica e, siccome il vento è cambiato e il ricordo delle covert action della CIA e di altri organismi paralleli è ancora presente nella memoria collettiva americana, un congressista democratico, Dennis Kucinich, in una lettera inviata al leader del Comitato per le riforme governative del Congresso Usa, ha chiesto l’apertura di un’indagine immediata sulle rivelazioni di Hersh.
L’operazione sarebbe abbastanza simile a quanto venne realizzato con il "Plan Condor" in America Latina, che fu un vero e proprio programma di persecuzione ed eliminazione degli oppositori politici in tutto il continente realizzata dai servizi segreti cileni, argentini, brasiliani, uruguayani, paraguayani coordinati dalla CIA.
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Target umanitario
di Danilo Zolo
Dieci anni fa, il 24 marzo 1999, i bombardamenti della Nato contro la Jugoslavia. Durarono per 78 giorni, in assoluta violazione della Carta dell'Onu. Fu un sanguinoso vulnus del diritto internazionale che aprì la stagione delle guerre «umanitarie».
Sono trascorsi dieci anni da quando, il 24 marzo 1999, iniziarono i bombardamenti della Nato contro la Repubblica Federale Jugoslava. Durarono ininterrottamente per 78 giorni, in assoluta violazione della Carta delle Nazioni Unite. Oltre diecimila furono le missioni d'attacco da parte di circa mille aerei alleati, furono usati più di 23 mila ordigni esplosivi, fra missili e bombe, senza contare le decine di migliaia di proiettili all'uranio impoverito. Ormai è ampiamente riconosciuto che la motivazione umanitaria della guerra - la liberazione del Kosovo dalla «pulizia etnica» praticata dalla Serbia - erano infondate e pretestuose . Tanto che potrebbe ricredersi persino l'allora presidente del consiglio italiano, Massimo d'Alema, che di quella aggressione fu un convintissimo sostenitore. Lo strumento bellico si è subito rivelato, com'era facile prevedere, incommensurabile e contradditorio rispetto alla difesa dei diritti della minoranza kosovaro-albanese, che gli aggressori proclamavano come il loro nobile obiettivo.
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Darfur, lo zampino d’Israele
di Enrico Piovesana
Il Mossad dietro ai ribelli darfurini. E agli indipendentisti sudsudanesi
Il mandato di arresto per crimini di guerra e contro l'umanità in Darfur emanato il 4 marzo dalla Corte penale internazionale dell'Aja nei confronti del presidente sudanese Omar Hasan Ahmad al-Bashir ha riportato l'attenzione mediatica mondiale sul Paese africano, ricchissimo di petrolio ma ostile all'Occidente. Un'attenzione che però sembra non riguardare i legami tra i ribelli sudanesi del Darfur (anch'essi accusati di crimini di guerra dalla Cpi) e Israele.
Abdel Wahid al-Nur e il Mossad. Poche settimane prima del clamoroso annuncio della Cpi, Abdel Wahid al-Nur, leader del Movimento di Liberazione del Sudan (Slm) - uno dei due principali gruppi ribelli darfurini - era in Israele per partecipare all'annuale Conferenza di Herzliya sulla sicurezza d'Israele e per incontrare due alti ufficiali del Mossad, i servizi segreti dello Stato ebraico. Oggetto della riunione riservata, secondo il Jerusalem Post, sarebbe stato il contributo dell'Slm alla lotta al contrabbando di armi verso la Striscia di Gaza che, a detta del Mossad, passerebbe proprio dal Sudan. Secondo quotidiano Haaretz, invece, le autorità israeliane si sono rifiutate di rivelare il contenuto della discussione.
Ufficio Slm a Tel Aviv da un anno. Abdel Wahid al-Nur, che dal 2007 vive in esilio a Parigi, era già venuto in Israele esattamente un anno fa, nel marzo 2008, per inaugurare un ufficio di rappresentanza del suo movimento ribelle a Tel Aviv per aiutare le centinaia di rifugiati politici che hanno trovato protezione in Israele. "Dobbiamo forgiare nuove alleanze, non più basate sulla razza o la religione, bensì sui valori condivisi di libertà e democrazia", dichiarò in quell'occasione Al-Nour. "Il Sudan che sognamo consentirà l'apertura di un'ambasciata d'Israele a Khartoum".
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L'uragano a Pechino
Vabbè guardarsi l’ombelico. Ma giornali e tiggì italiani, questa settimana, hanno superato sè stessi. Ci hanno fatto sapere tutto dei (falsi) stupratori della Caffarella. Poi: ci hanno bombardato con i primi passi della campagna elettorale per le prossime europee (con tanto di solito codazzo di promesse annesse e connesse: dalle tasse ai ricchi ai ponti sugli stretti). E alla fine: hanno sostanzialmente ignorato un paio di notiziole che arrivavano dal resto del nostro pianetino. Che forse non avranno avuto lo stesso fascino dei dolori del giovane principe Hanry (notizia di oggi del Corriere.it). Ma che potevano interessare anche gli italiani che non conoscono l’inglese. Così, giusto per sapere dove va e come gira il mondo. E per capire perchè - oggi come oggi - una farfalla (subprime) a New York può provocare un uragano (di velate minacce) a Pechino.
Ma andiamo con ordine. Ecco la numero uno. Scrive l’agenzia di stampa americana Bloomberg (tra le prime al mondo in campo finanziario e di proprietà del sindaco di New York, Micheal Bloomberg), giusto lunedì scorso:
Secondo un rapporto dell’Asian development bank, il valore di tutti gli strumenti finanziari del globo - incluse azioni, bond e monete -probabilmente nel 2008 è sceso di 50 trilioni di dollari (che non sono i fantastilioni di Zio Paperone; un trilione sono mille miliardi di dollari, ndA), l’equivalente di un anno del Pil mondiale”.
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Beshir-Tpi, quali conseguenze?
Irene Panozzo
Il mandato d'arresto per il presidente sudanese Omar al-Beshir è stato deciso. Una misura che secondo i sostenitori dell'azione del Tpi dovrebbe favorire la pace nel paese più grande dell'Africa. Ma è davvero così?
Dopo mesi di attesa, la conferenza stampa di ieri all’Aja ha reso nota la decisione dei giudici del Tribunale penale internazionale (Tpi) sul procedimento nei confronti del presidente sudanese Omar al-Beshir. Ma ha aperto un’altra, importante, questione: quali saranno le sue conseguenze?
Sono stati in molti, in questi mesi, a parteggiare per un’incriminazione di Beshir, nella speranza non solo di vederlo rispondere di fronte alla giustizia internazionale per le sue responsabilità nel conflitto del Darfur, ma anche di una soluzione più rapida alle guerra in corso dal 2003. Ma ad oggi le prospettive sono di tutt’altro tenore. Nelle more della decisione dei giudici dell’Aja, nell’ultimo mese e mezzo le cronache hanno registrato sia una ripresa dell’offensiva militare sia un riavvio, a tratti potenzialmente promettente, di negoziati di pace. Protagonista accanto al governo di Khartoum, in entrambi i casi, è stato il Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem) di Khalil Ibrahim, uno dei primi gruppi ribelli del Darfur, legato a doppio filo al governo ciadiano e piuttosto forte sul terreno. Il Jem, che lo scorso maggio era riuscito ad arrivare alle porte della capitale in un attacco senza precedenti, ha prima preso Muhajiriya, cittadina del Sud Darfur, scatenando la reazione violenta dell’esercito. Poi ha accettato, per la prima volta dopo i fallimentari dialoghi di Abuja, in Nigeria, conclusi nel maggio 2006, di sedersi al tavolo negoziale con Khartoum, firmando solo due settimane fa una prima intesa preliminare sulla cui base intavolare nuovi colloqui.
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Obama: Rotazione di regime
di Nafeez Mosaddeq Ahmed
L'avvento dell’amministrazione Obama non modificherà sostanzialmente il corso dell’espansione militare acceleratosi durante l’era Bush. Le origini di queste politiche non si basano unicamente sull’ideologia neoconservatrice. Mentre l'elezione del presidente Obama potrebbe offrire nuove opportunità alle forze progressiste per circoscrivere i danni, il loro spazio di manovra alla fine sarà ridotto da radicate pressioni strutturali che cercheranno di sfruttare Obama al fine di ristabilire l’egemonia imperiale americana, anziché trasformarla.
Infatti, la radicalizzazione dell’ideologia politica angloamericana rappresentata dall’ascesa dei principi neoconservatori e dai processi di militarizzazione della 'Guerra al Terrore', ha costituito una risposta strategica alle crisi sistemiche globali, sostenuta dalle classi imprenditoriali americane. Le stesse classi, riconoscendo la misura in cui Bush ha screditato questa risposta, si sono mobilitate in favore di Obama. Pertanto, all’intensificarsi della crisi globale, questa risposta in termini di militarizzazione è suscettibile di subire un'ulteriore radicalizzazione, invece che un significativo cambiamento di rotta. Le principali differenze saranno nel linguaggio e nel metodo, non nella sostanza.
Obama e la sicurezza nazionale: "È il petrolio, stupido!"
Questo è diventato sempre più chiaro via via che divenivano note le nomine dell’amministrazione di Barack Obama: persone le cui posizioni politiche e ideologiche sono in gran parte corrispettive con gli ideali neoconservatori, specialmente in materia di sicurezza, e le cui connessioni sociali e intellettuali le allacciano ai think-tank e ai responsabili politici neoconservatori.
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Yehoshua: un insulto a sei milioni di martiri
di Paolo Barnard
(commento alla lettera di Abrham B. Yehoshua, pubblicato dalla Stampa del 18/01/2009)
Abrham. B. Yehoshua. “Caro Gideon,
negli ultimi anni ... Quando ti pregai di spiegarmi perché Hamas continuava a spararci addosso anche dopo il nostro ritiro tu rispondesti che lo faceva perché voleva la riapertura dei valichi di frontiera..."
Hamas continua a sparare razzi anche e soprattutto perché Gaza è la più grande prigione a cielo aperto del mondo, definita nel 2007 dal sudafricano John Dugard, Special Rapporteur per i Diritti Umani in Palestina dell'ONU, "Apartheid... da sottoporre al giudizio della Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja". Perché nell'agosto del 2006 la Banca Mondiale dichiarava che "la povertà a Gaza colpisce i due terzi della popolazione", con povertà definita come un reddito di 2 dollari al giorno pro capite, che è il livello africano ufficialmente registrato. Perché appena dopo le regolari e democratiche elezioni del gennaio 2006 con Hamas vittoriosa, Israele inflisse 1 miliardo e 800 milioni di dollari di danni bombardando la rete elettrica di Gaza e lasciando più di un milione di civili senza acqua potabile. Perché nel 2007 l'ex ministro inglese per lo Sviluppo Internazionale, Clare Short, dichiarò alla Camera dei Comuni di Londra "sono scioccata dalla chiara creazione da parte di Israele di un sistema di Apartheid, per cui i palestinesi sono rinchiusi in quattro Bantustan, circondati da un muro, e posti di blocco che ne controllano i movimenti dentro e fuori dai ghetti (sic)". Ecco perché. Perché sono 60 anni che Israele strazia i palestinesi con politiche sanguinarie, razziste e fin neonaziste.
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La "giusta furia" di Israele e le sue vittime a Gaza
di Ilan Pappé
La mia visita a casa in Galilea è coincisa con l’attacco genocida israeliano su Gaza. Lo Stato, attraverso i suoi mezzi di informazione e con l’aiuto del mondo accademico, ha diffuso un coro unanime – persino più forte di quello ascoltato durante il criminale attacco in Libano nell’estate del 2006. Israele è sommerso ancora una volta da una giusta furia che si traduce in delle operazioni di distruzione nella striscia di Gaza.
Questa sconvolgente autogiustificazione dell’inumanità e impunità non è solo fastidiosa, ma è materia su cui vale la pena soffermarsi, se si vuol capire l’immunità internazionale per il massacro che imperversa su Gaza.
È basata in primo luogo su semplici bugie trasmesse in un linguaggio giornalistico che ricorda i momenti più bui degli anni Trenta in Europa.
Ogni mezz’ora un notiziario alla radio e alla televisione descrive le vittime di Gaza come terroristi e il loro omicidio di massa ad opera di Israele come un atto di autodifesa.
Israele presenta se stesso alla propria gente come la giusta vittima che si difende da un grande male. Il mondo accademico è arruolato per spiegare quanto demoniaca e mostruosa sia la lotta palestinese, se guidata da Hamas. Questi sono gli stessi studiosi che in passato demonizzarono l’ultimo leader palestinese Yasser Arafat e delegittimarono il suo movimento, Fatah, durante la Seconda Intifada palestinese.
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Obama e il disincanto. Un profilo antropologico
di Mcsilvan
Agli inizi del secolo scorso, la celebre prognosi di Weber sulla demagicizzazione del mondo definiva la comprensione di un processo secolare di crescita del disincanto nelle società occidentali quanto delle serie incomprensioni del fenomeno. Weber fissava, con delle categorie legate alla comprensione dei lunghi processi storici, il processo dello sgretolamento della presa del potere del magico e del sacro di tipo religioso sulla significazione dei fenomeni, sull’interazione sociale e sulla concezione del futuro. L’analisi weberiana sul quel processo di secolarizzazione, che riguardava non solo lo stato ma le radici stesse della società, è rimasta in questo senso un classico ineludibile. Ma, proprio a partire dall’analisi weberiana si sono registrate significative incomprensioni dei fenomeni politici non solo del ‘900 ma anche dell’epoca che stiamo attraversando. Infatti la crisi, definita irreparabile, della trascendenza nelle società contemporanee non solo ha di fatto semplicemente spostato i confini del trascendentale (dall’aldilà religioso all’aldiquà storico) ma ha anche ridefinito i poteri del sacro e del magico ricollocati entro questo nuovo spazio trascendentale ristrutturando i riti attraverso i quali questi poteri si riproducono. La capacità di attrazione del sacro e del magico, che ridefiniscono i tratti di ciò che è straordinario in una società oggi a prescindere dall’esistenza del divino, non rinvia quindi la fonte del proprio potere all’aldilà ma la colloca come un’ombra appena sopra un aldiquà che nel ‘900 fino ai nostri giorni è stato spesso marcato dalla politica che ha prodotto così una nuova dimensione trascendentale.
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Il progetto per un nuovo secolo americano
di Ilvio Pannullo
La caduta agli inferi di alcuni tra i maggiori istituti di credito statunitensi, con il conseguente piano di recupero a spese della collettività, è stato definito da alcuni analisti come una sorta di 11 settembre dell’economia. E’ probabile infatti, che esso rappresenti la definitiva messa in crisi dell’impianto monetarista che aveva caratterizzato le politiche economiche dell’amministrazione Bush. I rovesci in Afganistan e Iraq e la destabilizzazione del Pakistan in questo momento sono solo lo sfondo della crisi politica che caratterizza la fine del mandato presidenziale. Che è in primo luogo la fine di quella lobby neocons che così in profondità ha attraversato i due mandati presidenziali di George W. Bush. Lo strettissimo legame tra le politiche economiche e militari del peggior presidente della storia Usa, hanno infatti avuto come centro ispiratore della sua aggressività internazionale proprio questa sorte di conventicola delinquenziale che tanto ha contribuito all’ascesa di Bush e alle guerre da lui scatenate in giro per il mondo.
Per conoscere meglio pensieri, parole e opere della lobby neocons, almeno sotto l’aspetto della regia occulta delle operazioni militari, basta leggere il Sunday Herald del 15 settembre 2002, che pubblicò il sunto di un documento, redatto due anni prima per conto di alcuni dei principali esponenti dell'attuale governo americano, che descriveva, in dettaglio, un progetto per la sottomissione militare del pianeta al dominio statunitense.
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Africa. È in Sicilia la direzione strategica delle forze speciali “anti-terrorismo” Usa
di Antonio Mazzeo
A Stoccarda, l’1 ottobre 2008, s’insedia Africom, il comando delle forze armate Usa per l’Africa. La centrale d’intelligence per le operazioni di guerra nel continente è tuttavia presente da 5 anni nella base aeronavale di Sigonella. Nel più assoluto segreto, stazioni di telecomunicazioni e aerei P-3C Orion coordinano la “guerra al terrorismo” in un’area compresa tra il Golfo di Guinea e il Corno d’Africa. La raccolta e l’elaborazione d’informazioni sono necessarie per dirigere i bombardamenti contro popolazioni civili, i sequestri e le deportazioni illegali di persone “sospette”. I reparti ospitati a Sigonella sono pure coinvolti nell’addestramento e la fornitura di armamenti ad eserciti responsabili di gravi crimini contro l’umanità. E l’Us Air Force preannuncia l’arrivo di militari e mezzi in Sicilia…
“Joint Task Force JTF Aztec Silence” è il nome della forza speciale creata dal Dipartimento della difesa degli Stati Uniti per condurre missioni d’intelligence, sorveglianza terrestre, aerea e navale, nonché vere e proprie operazioni di combattimento in Africa settentrionale ed occidentale. Il primo ad illustrarne le finalità è stato il generale James L. Jones, comandante delle forze armate Usa in Europa (Eucom), in un’audizione davanti alla sottocommissione difesa del Senato, l’1 marzo 2005. “Eucom – ha dichiarato Jones - ha istituito nel dicembre 2003 JTF Aztec Silence, ponendola sotto il comando della VI Flotta Usa, per contrastare il terrorismo transnazionale nei paesi del nord Africa e costruire alleanze più strette con i governi locali”. Il generale statunitense si è poi soffermato sulle unità d’eccellenza prescelte per coordinarne le operazioni. “A sostegno di JTF Aztec Silence, le forze d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento (ISR) della Us Navy basate a Sigonella, Sicilia, sono state utilizzate per raccogliere ed elaborare informazioni con le nazioni partner. Questo robusto sforzo cooperativo ISR è stato potenziato grazie all’utilizzo delle informazioni raccolte dalle forze nazionali locali”. Le unità aeree e navali della VI Flotta operanti nel Mediteranno, le differenti agenzie Usa d’intelligence e i partner Nato europei collaborano con la speciale task force nella raccolta d’informazioni.
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Ladri di notizie
di mazzetta
Era il 2003 quando Amnesty International fu accusata di fare “terrorismo” pronosticando cinquantamila morti in seguito all'invasione dell'Iraq. A quel tempo i fautori della guerra sostenevano che si sarebbe trattato di un'operazione relativamente semplice intitolata alla diffusione della democrazia in Medio Oriente. Un milione di morti, dieci milioni di feriti e mutilati e quattro milioni di profughi iracheni dopo, sull'invasione dell'Iraq cala una cappa di silenzio a favorire lo scontato epilogo della più grande operazione criminale del nuovo secolo. Tutto sembra dimenticato ed in Iraq sembra non accada più nulla. Difficile pensare che si tratti di un caso. Cinque anni dopo l'invasione il silenzio sull'Iraq serve alla consumazione del grande furto. Il motivo reale dell'invasione dell'Iraq è il controllo degli approvvigionamenti di idrocarburi nell'area mediorientale, chi ancora lo neghi non può che essere in malafede.
Nelle ultime settimane si sono registrate due significative novità: la completa sparizione dell'Iraq dal mainstream occidentale e l'assegnazione dello sfruttamento delle risorse petrolifere irachene proprio alle compagnie occidentali che furono espropriate da Saddam quando nazionalizzò il petrolio.
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L'America di Barack Obama
Rita di Leo
Nel 1988 ero a Boston durante la campagna presidenziale tra il democratico Michael Dukakis e George Bush padre. Seguivo in tv la coloratissima kermesse tra i due che a un europeo sembrava una sfida paesana piuttosto che una battaglia politica. Poi arrivò il giorno della vittoria di Bush e il suo primo discorso da presidente iniziò con una lode all'America, il paese «dove era stato possibile a Dukakis, figlio di un povero emigrato greco, sognare di diventare presidente». Pronunciò gelidamente la sua lode-verdetto con la famiglia schierata alle spalle, tutti bianchi, biondi, upper class con giusto un genero ispanico, utile per i voti latinoamericani repubblicani.
Dopo 20 anni, nell'ultima campagna per la nomina del candidato presidente, una donna e un nero del partito democratico hanno lottato all'arma bianca per conquistarsi la nomina. Sono mesi che sull'evento leggiamo commenti prima stupiti, poi soddisfatti e infine trionfanti. Con la candidatura di Obama l'America si riconferma un esempio per l'universo tutto. I bellissimi discorsi di Obama lo sottolineano con grazia, la grazia del soft power rilegittimato. Sono ormai alle spalle gli anni tragici di Bush. Anche i più velenosi attacchi neocons contengono un pizzico di orgoglio giacché dopotutto la donna e il nero sono una bella propaganda per l'America. Poi (secondo i neocons) a novembre vincerà l'uomo bianco che crede nell'hard power così come lo richiede il big business e l'elettorato repubblicano che andrà a votare compatto a propria difesa.
Intanto spira un'aria favorevole dopo le tante disavventure che hanno appannato l'immagine del paese. Da ringraziare è il partito democratico, fedele al principio illuminista per cui il tempo lavora per il progresso e nel caso specifico per il ritorno del soft power e per la fine della discriminazione di genere e di razza. I mass media nazionali concordi raccontano che ancora una volta in America si sta facendo la «storia».
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