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acropolis

Il ritorno dei "Robber Barons". La visione capovolta di Trump sulla storia dei dazi americani

di Michael Hudson

proxy.jpgÈ diventato un luogo comune descrivere le politiche economiche di Trump come un radicale allontanamento dalla traiettoria recente. Michael Hudson non è d’accordo. Spiega perché la parte apparentemente innovativa, il massiccio ricorso ai dazi, rappresenti la continuità delle politiche neoliberiste e libertarie, volte a ridurre il ruolo del governo nella vita commerciale e privata. Sostiene che, pertanto, abbiano ben poco a che fare con la “ricostruzione” dell’America e siano intese a consentire ai super-ricchi di ottenere ancora di più dai cittadini comuni.

La valutazione di Hudson è simile a quella che il sottoscritto ha affermato fin dall’inizio: l’unico modo in cui il programma di Trump avrebbe avuto senso era se l’obiettivo fosse stato quello di indurre una crisi economica simile a quella della Russia degli anni ’90, in modo da facilitare l’acquisto di beni preziosi a basso costo da parte dei plutocrati. Ma molte aziende e posti di lavoro un tempo vitali saranno distrutti per facilitare questo saccheggio [Yves Smith].

* * * *

La politica tariffaria di Donald Trump ha gettato i mercati nel caos, sia tra i suoi alleati che tra i suoi nemici. Questa anarchia riflette il fatto che il suo obiettivo principale non era in realtà la politica tariffaria, ma semplicemente ridurre le imposte sul reddito dei ricchi, sostituendole con i dazi come principale fonte di entrate governative. Ottenere concessioni economiche da altri Paesi è parte della sua giustificazione per questo spostamento fiscale, in quanto offre un vantaggio nazionalistico agli Stati Uniti.

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«Precisi interessi materiali spingono i leader europei a perpetuare il conflitto in Ucraina»

Maria Pappini intervista Thomas Fazi

Il saggista italo-inglese espone le ragioni per cui, a suo avviso, la guerra non termina

The Kidnapping of Europa Mosaic 1500In quest’intervista, Thomas Fazi espone la sua opinione sulla guerra in Ucraina. L’analista smonta pezzo per pezzo la narrazione ufficiale, denunciando il ruolo delle élite europee nel prolungamento del conflitto e svelando le forze che ne determinano le scelte: dai legami strutturali tra Bruxelles e Washington al potere del complesso militare-industriale. Secondo Fazi, l’Europa avrebbe tutto da guadagnare da una fine della guerra, ma continua a sostenere l’escalation per motivi economici, politici e ideologici. L’analista delinea una rete di interessi profondi, che coinvolge anche i grandi fondi di investimento come BlackRock, e condiziona le politiche europee. Attraverso una riflessione provocatoria e accurata, Fazi mette in luce le gravi conseguenze sociali di questa strategia: austerità, tagli al welfare, militarizzazione della società e il rischio crescente di una deriva autoritaria. Un’analisi spiazzante su come il continente stia sacrificando il proprio futuro sull’altare di una strategia profondamente autolesionista. «Esiste un legame strutturale tra il grande capitale europeo e il grande capitale statunitense, in particolare quello di Black Rock». L’analista italo-inglese Thomas Fazi è tranchant. Figlio dell’editore Elido Fazi, 42 anni, attento osservatore delle dinamiche europee, mette in luce le contraddizioni della politica europea sulla guerra in Ucraina.

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lafionda

Grande è la confusione sotto il cielo

di Franco Ruzzenenti

Riflessioni sulla crisi dell’ordine internazionale liberale a guida USA e sul disastro Ue

iStock 1126993212 scaled 1.jpgCantano le Erinni in Europa, e la guerra appare sempre più inevitabile quanto, paradossalmente, improbabile. Con quale arme, infatti, ci si chiede attoniti? Ma ancor più, ci si domanda con quale esito, visto che il nemico designato è una potenza nucleare e che da circa tre generazioni (molti più dei venti aleggiati da Vance[1]) le nazioni europee non combattono una vera guerra. Siamo un popolo di imbelli, come tuona Scurati nel suo ultimo, già famoso e accorato, elzeviro[2] , che ha smarrito non solo “il dominio militare” di un tempo, ma anche la “genesi del senso” che essa portava seco, come “esperienza plenaria, accadimento fatidico, momento della verità”; e se i prodighi sforzi della Von der Leyen potranno forse colmare il vuoto tecnico e industriale, difficilmente riusciranno a colmare quello antropologico. Poiché, oltre che senz’arme, siamo, allo stato attuale, anche senz’armi[3].

Infatti, si paventa l’invio di una forza di 30.000 truppe, eufemisticamente dette di “peacekeeping”[4], si auspica nell’ambito di una possibile (quanto improbabile) tregua[5]. L’idea non è invero nuova e poco o nulla concerne i ventilati propositi di pace[6], ma persegue una strategia bellica di lenta escalation. Se ne fece latore, in Italia, il noto stratega militare Edward Luttwak[7], annunciando che la Nato (oggi la Coalition of the willings) potrebbe “andare in Ucraina per fare la logistica dalla frontiera alle retrovie, a 30-40 km dai combattimenti, con pochissimo rischio”. La logistica cui ci si riferisce, ma non si può dire, è quella dei renitenti alla leva e disertori (oltre 200mila già l’anno scorso, secondo la Verkhovna Rada[8]), e dei rastrellamenti per spedirli al fronte[9] che impegnano ingenti forze militari “qualificate”. E mentre ci si interroga quale possa essere l’esito dei fragili tentativi di dialogo, lo scopo del vociferato cessate-il-fuoco è chiaro, lo ha recentemente dichiarato Bruno Kahl[10], capo dei servizi segreti tedeschi (da sempre vicini alla CIA): prolungare il conflitto per altri cinque anni per indebolire la Russia, impedirle di sfruttare le risorse minerarie e permettere all’Europa di prepararsi a intervenire (con il Rearm Europe,n.d.c.).

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metis

Game over

di Enrico Tomaselli

Game Over.pngSe osserviamo l’attuale fase macro geopolitica, fondamentalmente caratterizzata dal manifestarsi del declino occidentale, è possibile notare che la politica strategica adottata da quella che era la potenza-fulcro dell’occidente, ovvero gli Stati Uniti, è caratterizzata da una contraddizione fondamentale. L’obiettivo strategico statunitense, infatti, non è semplicemente quello di rallentare il declino, o di limitarne la portata, ma quello di invertirne il corso, di ricostituire e riaffermare la posizione egemonica nordamericana sul resto del mondo. E, date le attuali condizioni dell’impero americano, questo richiede tempo. Rimettere la potenza statunitense in condizione di affrontare e vincere i paesi che ne sfidano l’egemonia, impone la necessità di guadagnare tempo. Sotto questo profilo, la scelta operata dal blocco di potere che ha preso la guida degli USA è quella di cercare di dividere questi paesi – in particolare quelli più agguerriti – sia per cercare di sconfiggerli separatamente, uno alla volta, sia per impedire che la consapevolezza della forza derivante dalla loro sommatoria li induca invece a colpire per primi.

Ma – ed è questa la contraddizione di cui si diceva – nel fare ciò Washington sta imponendo una accelerazione generalizzata. Apparentemente, le due cose potrebbero apparire addirittura coerenti: non ho molto tempo a disposizione, quindi velocizzo la mia azione. Ma, ovviamente, questo potrebbe valere se la scarsità di tempo fosse dovuta esclusivamente a fattori oggettivi esterni, mentre invece nel caso degli Stati Uniti il tempo necessario dipende da una condizione soggettiva (il declino), il cui processo di recupero non può essere accelerato. L’obiettivo strategico è conseguibile solo ottenendo più tempo per ripristinare condizioni operative sufficienti, e quindi l’azione dovrebbe concentrarsi sulla dilatazione temporale, sul rallentamento dei processi globali, e contemporaneamente sull’impiego massivo delle risorse disponibili al fine di ricostituire la potenza perduta.

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intelligence for the people

La strategia negoziale di Trump è già sul punto di fallire?

di Roberto Iannuzzi

In un quadro di “diplomazia muscolare”, dichiarazioni impulsive e contraddittorie, e nebulosità dei reali obiettivi diplomatici, i negoziati sull’Ucraina potrebbero finire presto in un vicolo cieco

c574e058 fdfd 4606 a76f 87b2348a025e 2000x1234A poche settimane dall’avvio dei negoziati per la risoluzione del conflitto ucraino, lo sforzo diplomatico del presidente americano Donald Trump sta incontrando numerosi ostacoli.

Le ragioni sono molteplici.

Trump ha il merito di aver iniziato una trattativa impensabile fino a pochi mesi fa, alla luce dell’intransigenza di Kiev e dei suoi alleati occidentali riguardo alla prospettiva di aprire un dialogo con Mosca.

Ma le strategie negoziali della Casa Bianca sono state spesso incoerenti, talvolta dilettantesche, essenzialmente di natura transazionale e utilitaristica, oltre che poco attente alle posizioni dei suoi recalcitranti alleati.

A ciò bisogna aggiungere che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e i suoi sostenitori europei hanno fatto di tutto per boicottare il negoziato.

 

Accordi parziali e nebulosi

La strategia di Trump si è concentrata sul tentativo di giungere a un cessate il fuoco iniziale di trenta giorni finalizzato all’avvio di vere trattative di pace.

Ma, in assenza di una definizione chiara degli obiettivi finali del negoziato, una tregua di questo genere avvantaggia la parte perdente nel conflitto: Kiev avrebbe modo di riorganizzarsi, ricevere munizioni e armamenti, e mobilitare nuovi uomini.

Da qui la cautela di Mosca. Il 13 marzo, il presidente russo Vladimir Putin ha chiarito che “partiamo dalla posizione che questa cessazione debba portare a una pace a lungo termine ed eliminare le cause di questa crisi”.

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intelligence for the people

Olocausto di Gaza, deriva autoritaria di Israele e crisi della civiltà occidentale

di Roberto Iannuzzi

USA ed Europa si trovano a proprio agio con un uso sproporzionato della forza in grado di provocare un numero incalcolabile di vittime civili. Anche laddove le finalità strategiche appaiono nebulose

7d6a7b7e 2d42 487f b32f 02ac4380c113 2560x1707Ciò che sta avvenendo a Gaza non resterà confinato a Gaza, si potrebbe dire, perché è il sintomo di un malessere più generale che sta erodendo la civiltà occidentale. Proviamo a spiegare.

La rottura del cessate il fuoco nella Striscia, da parte di Israele, coincide con un tentativo di accentramento del potere senza precedenti all’interno dello Stato ebraico, a opera del governo Netanyahu.

Che nessuna di queste notizie occupi le prime pagine dei giornali in Europa e negli USA è un dato rilevante, a sua volta indizio di una crisi non solo democratica, ma di civiltà, nella quale sta sprofondando (a prima vista senza accorgersene) l’intero Occidente.

Questo torpore è motivato dal fatto che tali eventi si inseriscono in un quadro globale nel quale è l’Occidente stesso a registrare una deriva illiberale e ad aver progressivamente scardinato ogni aspetto di quel diritto internazionale del quale fino a ieri si ergeva a difensore.

Così, oggi sono gli Stati Uniti a parlare apertamente della possibilità di annettersi territori o Stati sovrani come la Groenlandia e il Canada.

E, paradossalmente, gli alleati europei accusano Washington di tradimento e slealtà, non tanto per simili grottesche rivendicazioni, ma per il fatto di voler negoziare la fine di un conflitto come quello ucraino, che ha arrecato enormi danni all’Europa e ancor più gravi potrà provocarne qualora dovesse proseguire.

La notte del 18 marzo, Israele ha rotto il cessate il fuoco con un violentissimo bombardamento che ha ucciso in poche ore oltre 400 palestinesi. Il bilancio delle vittime è salito a oltre 700 il giorno successivo.

Queste cifre, tralasciate da gran parte della stampa occidentale, hanno lanciato un messaggio inequivocabile alla popolazione di Gaza.

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transform

Il nichilismo di Trump

di Alfonso Gianni

Riprendiamo da Alternative per il socialismo n. 75 l’editoriale di Alfonso Gianni, ringraziando per la condivisione

soldatini 5.jpgNel cercare di analizzare cosa significhi la netta vittoria elettorale di Trump sia per il suo paese che per il resto del mondo, come è necessario fare, bisognerebbe in primo luogo sbarazzarsi, o almeno mettere da parte, alcune caratterizzazioni che sono state appiccicate al personaggio e che non ci sono d’aiuto per comprendere a fondo la natura del fenomeno. Quale quella di essere un avventurista incline alla violenza in ogni campo; di interpretare il suo ruolo come messianico; di adottare atteggiamenti e dichiarazioni a dir poco sopra le righe; di ostentare il suo corpo ferito in un’immagine ricercata e diventata iconica; di brutalizzare il suo stesso agire politico; o addirittura di essere poco più di un “comico naturale”. In particolare dovremmo essere noi, nativi e abitanti dell’italico stivale, a essere sufficientemente vaccinati da simili devianti interpretazioni, avendo assistito increduli – senza necessariamente rammentare le posture mussoliniane, riportate all’attenzione da ricostruzioni romanzate e filmiche – al nascere e allo svilupparsi del fenomeno, pur ben diverso, del berlusconismo e sapendo quanto ci sia costata l’altera sottovalutazione della sua fondata pericolosità, almeno al suo primo manifestarsi. Ma scorrendo anche autorevoli commenti offerti dal mainstream nostrano sembra riconfermarsi l’acuto detto secondo cui la storia è una ottima maestra, ma non ha scolari.

Intendiamoci non si può negare che The Donald, rispetto alla sua prima apparizione come presidente sulla scena della storia statunitense e quindi mondiale, abbia accentuato aggressività e decisionismo nelle sue parole e nei suoi atti. Anzi si possono persino iscrivere questi suoi comportamenti in una nuova categoria, che forse aiuta a comprendere meglio con chi abbiamo a che fare. Si è fin qui e tuttora usato nei confronti dei protagonisti della destra sparsi per più continenti, compreso il nostro, il termine “populismo” per delineare un distorto, ma non meno reale, rapporto con il popolo, basato su promesse demagogiche e sulla esaltazione di un decisionismo governativo rafforzato da un presidenzialismo nelle sue varie forme e accezioni, che lo trasformavano in un populismo autoritario.

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ilpungolorosso

Il clown e il circo

di A. Bihr, J.M. Heinrich, R. Pfefferkorn, Y. Thanassekos

OIP 4A dispetto del titolo, ironico e scanzonato, l’articolo di Alain Bihr, J.M. Heinrich, R. Pfefferkorn e Y. Thanassekos tratta di una questione molto importante: la guerra NATO/Russia in Ucraina e la sua possibile sospensione. Diciamo “sospensione”, non “pace”, perché quest’ultima, intesa come un’organica conclusione del conflitto, ci sembra largamente irrealistica, se non impossibile. Quello che si va prospettando è dunque un congelamento delle attività belliche, che asseconda gli interessi immediati sia della Russia che, sul versante opposto, degli USA, capofila dello schieramento occidentale.

Il testo collettivo che pubblichiamo ha il pregio di sottolineare alcuni punti importanti, tanto “ragionevoli” quanto mistificati e sommersi dalla martellante propaganda di guerra USA/NATO/UE e dalla russofobia isterica di cui è intrisa: primo fra questi, quello che qualifica la guerra tuttora in corso come un conflitto fra Russia e Nato, e non fra Russia e Ucraina. A seguire, gli autori richiamano alcune delle principali contraddizioni della propaganda occidentale: tale è, ad esempio, la tesi circa la pretesa intenzione di Mosca di invadere i paesi confinanti e addirittura l’Europa occidentale, nonostante, dopo tre anni di guerra, essa sia riuscita a conquistare, con notevoli sforzi, appena un quinto del territorio ucraino. E che dire dello stridente contrasto fra gli strepiti odierni sulla mancanza di sufficienti mezzi militari per contrastare la Russia e la ribadita volontà di sostenere lo sforzo bellico di Kiev affinché riconquisti i territori perduti?

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perunsocialismodelXXI

Memorie di Adriano

(l'irrisolvibile dilemma di Trump. Ovvero: come ridurre i confini dell'impero Usa senza dissolverlo)

di Piero Pagliani

Ricevo e pubblico volentieri questo articolo dell'amico Piero Pagliani che tenta di analizzare lo a dir poco fluido scenario geopolitico globale che si prospetta dopo la sconfitta dell'Ucraina e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Uno scenario che vede da un lato l'arduo tentativo degli Stati Uniti di porre fine a una guerra che loro stessi hanno provocato, dall'altro un'Europa sull'orlo di una crisi di nervi che vaneggia di riarmo. (ps. Il titolo è dell'autore il sottotitolo è mio) [Carlo Formenti]

imperatori adottivi adriano.jpgDopo un primo giro di dichiarazioni d'assaggio tra Usa e Russia (Usa: i negoziati sono iniziati. Russia: non ne abbiamo notizia. Usa: Putin accetterà la nostra proposta di tregua. Putin: non accetteremo nessuna tregua se non si eliminano alla radice i motivi della guerra, eccetera) si era arrivati all'accordo per un cessate il fuoco di 30 giorni che riguardava però solo le infrastrutture energetiche. Il Cremlino lo aveva evidentemente accettato pur di concedere uno spazio di manovra al nuovo inquilino della Casa Bianca (e al suo incoercibile narcisismo) per non indebolirlo all'interno e questa sospensione non cambiava nulla per la SMO (Operazione Militare Speciale) che andava avanti spedita.

Due giorni dopo ci avrebbe pensato Zelensky, imbeccato verosimilmente da Londra, il suo custode più stretto, a infrangere l'accordo bombardando un hub energetico in Russia ... ma di proprietà di compagnie statunitensi. Due giorni prima Steve Witkoff, il negoziatore americano, aveva annunciato che in Ucraina ci sarebbero state finalmente le elezioni presidenziali. Trump (il Trump collettivo, bisogna sempre pensare in questi termini) aveva capito che il cocainomane ucraino controllato su un lato dall'MI6 e sull'altro dai neonazisti locali doveva essere definitivamente estromesso dai giochi.

Io penso che in quel momento Zelensky sia diventato veramente un “dead man walking”, come lo definisce l'analista militare russo-statunitense Andrei Martyanov: «Persone come lui vengono eliminate». Ne sono convinto da tempo, per un semplice motivo: sa troppe cose, conosce troppe schifezze e non si lascia in giro chi sa troppo ed è diventato inutile.

Qui non esiste più nessun confine tra legalità e illegalità, tra proibito e ammesso. Nelle alte sfere dell'establishment statunitense e occidentale girano soldi e potere in misure colossali con un controllo democratico che da decenni è ridotto al lumicino.

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«In Romania la democrazia è morta»

Elisabetta Burba intervista Thomas Fazi

La riflessione dell'analista italo-inglese sulla rimozione del candidato Călin Georgescu dalle presidenziali rumene

discorso di pericle e1742228304937L’alleanza di estrema destra rumena AUR è favorita nei sondaggi in vista delle presidenziali di maggio. Un exploit che si è verificato dopo le manovre dei palazzi di Bucarest, che hanno estromesso dalla corsa elettorale il candidato filo Trump Călin Georgescu. Il 9 marzo, la Commissione elettorale rumena ha escluso Georgescu, sovranista e critico dell’Unione Europea, dalle imminenti elezioni. Un fatto senza precedenti, che segue un evento altrettanto straordinario: l’annullamento, lo scorso novembre, a opera della Corte costituzionale rumena, del primo turno delle stesse elezioni presidenziali, in cui Georgescu era risultato il vincitore. Krisis ha chiesto all’analista Thomas Fazi, acuto osservatore delle dinamiche all’interno dell’Unione Europea, di commentare la débâcle rumena. Secondo Fazi, il caso rumeno segna un pericoloso precedente che potrebbe ripetersi in altri Paesi. E in altri schieramenti politici.

«Il rigetto della candidatura di Călin Georgescu in Romania è un precedente che sarebbe inquietante anche se non avesse visto la partecipazione attiva della UE e di alcuni dei principali governi europei». Non usa mezzi termini, Thomas Fazi. Il saggista italo-inglese, figlio dell’editore Elido Fazi, 42 anni, acuto osservatore delle dinamiche politiche e della sovranità nazionale all’interno dell’UE, commenta quanto sta accadendo in Romania. Il 9 marzo, la Commissione elettorale di Bucarest ha estromesso dalle nuove elezioni presidenziali del 4 maggio Călin Georgescu, il candidato critico dell’Unione europea favorito nei sondaggi.

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metis

Dalla guerra intermittente alla guerra permanente

di Enrico Tomaselli

csm triptychon neu d0f50e33b1 e1647015702856.jpgLa guerra, per Israele, è molto più di un atto fondativo, è uno status, una condizione immanente.

Le classi dirigenti sioniste, già molto prima della creazione di Israele, erano consapevoli di rappresentare un corpo estraneo, in Palestina, e solo in virtù della convinzione che quella terra fosse stata promessa loro da dio se ne ritenevano in diritto di occuparla. La consapevolezza di questa estraneità insanabile ha fatto sì che, sin dal primo momento, lo stato ebraico si concepisse – e si attrezzasse – come un organismo plasmato in funzione della guerra. Nella rappresentazione romantica di un socialismo suprematista (riservato cioè ai soli ebrei, escludendo gli arabi) che si realizzava nei kibbutz, il prototipo dell’uomo nuovo era rappresentato – idealmente e iconograficamente – con la zappa e il mitra in spalla. E infatti i primi venticinque anni di Israele sono segnati dalle guerre con i paesi arabi vicini: la guerra del 1948, la guerra di Suez del 1956, la guerra dei sei giorni del 1967 e la guerra del Kippur del 1973.

E se le prime due vedono lo stato ebraico non ancora pienamente assimilato nel sistema di dominio globale statunitense (nel ‘56 fu Washington a imporre lo stop), le successive si svolgono in un contesto che vede Israele non più soltanto come insediamento coloniale europeo, ma come avamposto della potenza egemonica americana.

Da quel momento in avanti, anche grazie ai continui e massicci aiuti statunitensi, la potenza militare israeliana si affermerà come predominante nella regione e, con la guerra del ‘73, si chiude la stagione degli scontri che oppongono Israele ai paesi arabi vicini, mentre si apre quella della Resistenza palestinese, a sua volta segnata da una serie di fasi acute (la guerra del Libano del 1982, la prima e seconda intifada e ripetute guerre nella striscia di Gaza).

A differenza dei paesi arabi, però, che nella prospettiva israeliana costituivano (e in parte costituiscono) una minaccia latente, destinata a manifestarsi ciclicamente, la Resistenza del popolo palestinese si caratterizza – pur all’interno di un andamento oscillante – come una costante, che conoscerà appunto alcune fasi particolarmente acute, ma che non verrà effettivamente mai meno.

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intelligence for the people

Armare l’Europa per mantenere in sella le sue delegittimate élite politiche

di Roberto Iannuzzi

Mentre l’iniziativa negoziale USA nei confronti di Mosca evidenzia le sue debolezze, l’UE continua ad avvitarsi nella sua spirale autodistruttiva che compromette democrazia e prosperità interna

d258961e c336 4183 b91a 1a7dea401076 2048x1368La proposta di un cessate il fuoco preliminare senza condizioni in Ucraina, avanzata da Washington, e il frenetico tentativo dei vertici europei di organizzare il riarmo del vecchio continente, rappresentano paradossalmente due facce della stessa medaglia: quella di un Occidente in piena crisi strategica, progressivamente logorato dalle crescenti faide interne tra le sue arroganti, quanto incompetenti e corrotte, élite politiche.

L’acceso scontro verbale dello studio ovale fra il presidente americano Donald Trump e il suo omologo ucraino Volodymyr Zelensky, aveva fatto presupporre l’intenzione di Washington di strappare dure concessioni a Kiev.

La proposta negoziale emersa dall’incontro fra la delegazione USA e quella ucraina a Gedda, in Arabia Saudita, invece segna apparentemente una vittoria di quest’ultima.

 

Pace o congelamento del conflitto?

L’offerta consiste in un cessate il fuoco di 30 giorni, eventualmente prolungabile e in apparenza senza specifiche condizioni annesse, per avviare negoziati fra le parti finalizzati al raggiungimento di una pace duratura.

L’annuncio ha segnato la ricucitura dei rapporti fra Washington e Kiev deterioratisi in occasione della recente visita di Zelensky alla Casa Bianca, come confermato dalla decisione americana di riattivare l’invio di armi e la condivisione di informazioni di intelligence con l’Ucraina, sospesi solo pochi giorni prima.

L’iniziativa avvantaggia nettamente Kiev, le cui forze armate sono in difficoltà su gran parte del fronte ucraino e in rotta su quello russo di Kursk. Un cessate il fuoco permetterebbe loro di riprendere fiato, ed eventualmente di riarmarsi grazie alla ripresa del flusso di aiuti militari americani.

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lafionda

Riarmo, recessione, debito: la sceneggiata e il gioco al massacro

di Fabio Vighi

zyanya citlalli MSgJtiLK5rM unsplash scaled 1Per comprendere le ragioni della sceneggiata napoletana andata in onda nella sala ovale della Casa Bianca il 28 febbraio scorso, conviene guardare a quanto successo in Germania solo qualche ora più tardi: Friedrich Merz, cancelliere in pectore ed ex dirigente BlackRock, annunciava un pacchetto da 900 miliardi – il doppio del bilancio federale annuale – per difesa e infrastrutture. (In un bollettino del 24 febbraio, la stessa BlackRock prevedeva che il voto tedesco avrebbe consentito un aumento della spesa). Pochi giorni dopo, Merz confermava proposte “radicali” (la più grande revisione di politica monetaria dai tempi della riunificazione del paese, con annessa riforma costituzionale) mirate ad allentare le regole sull’accumulo di debito al fine di consentire una maggiore spesa per la difesa e rilanciare l’economia – in barba al rigore fiscale imposto more teutonico a tutti i paesi della UE negli ultimi 20 anni, con particolare riferimento all’accanimento sadistico sulla Grecia.

Basta dunque unire i puntini, e prendere sul serio l’assunto per cui tutto ciò che accade oggi, soprattutto ma non solo in materia di geopolitica, dev’essere ricondotto al primum movens del capitalismo contemporaneo: il debito. Zelensky litiga con Trump a favore di telecamera (“questo sarà perfetto per la TV”, si lascia scappare the Donald). Passano poche ore e l’ex cabarettista torna in Europa per buttarsi (sempre a favore di telecamera) tra le braccia della “coalizione dei volenterosi” (sic!): un’ammucchiata di funerei governanti per l’occasione capitanata dal britannico Keir Starmer. Nel frattempo, come un cane di Pavlov, scatta l’indignazione (molto mediatica) dell’Europa progressista contro il tradimento dell’America illiberale, cialtrona, e populista di Trump e Vance. E, approfittando del clamore generale, in Germania si allentano i cordoni fiscali e si oliano le stampanti: più debito für uns und für alle! Come ai tempi del Covid non ci sono alternative, perché il nemico è alle porte.

Mentre a Berlino si pensa a uno stimolo di quasi un trilione di euro, a Bruxelles Ursula von der Leyen estrae dal cilindro il progetto Re-Arm Europe. In sintonia, dunque, i cinici funzionari del capitalismo di crisi propongono di eliminare le restrizioni alla spesa in deficit se questa spesa viene utilizzata per la difesa.

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italiaeilmondo

Lezioni dall’Ucraina

di Big Serge

Ucraina Drone swarm.jpgGuerra in Ucraina: Tre anni, tre lezioni

Ci sono alcune occasioni, fortunatamente rare, in cui ci si rende conto che è in corso una svolta storica. Si guarda il calendario e si prende nota della data: questo momento preciso rimarrà impresso nella storia. Invariabilmente, queste occasioni comportano un aspetto di orrore surreale: tutti ricordano dove si trovavano l’11 settembre, turbati e affascinati nel vedere le Torri Gemelle bruciare e poi crollare. Il tentativo di assassinio di Donald Trump del 13 luglio 2024 ha avuto la qualità dell’evento storico evitato per un pelo. Quel giorno, una frazione di centimetro ha fatto la differenza: invece di girare la storia, il Presidente ha girato la testa.

Il 24 febbraio 2022 è stato un altro giorno storico. Ormai noto come “Giorno Z” (dal nome dei contrassegni tattici “Z” sui veicoli russi), l’inizio della guerra russo-ucraina è stato un momento spartiacque nella storia mondiale, che ha riportato la guerra ad alta intensità in Europa per la prima volta dopo generazioni e segnalato il ritorno della politica delle grandi potenze.

L’anniversario della guerra di quest’anno – la terza Giornata Z – è stato il primo a verificarsi sotto la nuova amministrazione Trump e per molti è stato segnato dall’ottimismo che il nuovo Presidente degli Stati Uniti possa fare passi avanti verso una soluzione negoziata per porre fine alla guerra. Mentre l’amministrazione Biden si è accontentata di continuare a convogliare armi e fondi in Ucraina a tempo indeterminato, il Presidente Trump ha ripetutamente dichiarato di voler porre fine alla guerra. Il cambiamento di posizione dell’America è stato drammaticamente illustrato la scorsa settimana, quando il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky è stato cacciato senza tanti complimenti dalla Casa Bianca dopo uno scontro nello Studio Ovale.

Mentre il mondo attende il prossimo atto, vale la pena di fare un bilancio della storia fino ad ora e di considerare ciò che si è imparato da essa. Da tre anni di guerra si possono trarre tre lezioni.

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metis

Che succede in Siria?

di Enrico Tomaselli

un miliziano armato scatta una foto vicino all aeroporto di aleppo foto ansaLa situazione nel paese mediorientale continua a restare instabile, e gli scontri feroci di questi giorni – nella regione a maggioranza alawita di Latakia – ne sono soltanto la più evidente manifestazione.

Proviamo a fare un quadro complessivo dello scenario siriano. A partire dall’esame dei diversi attori politico-militari.

 

Il regime di Damasco

Il nuovo regime guidato da Al Jolani (ex tagliagole ISIS, poi Al Qaeda, poi nel nuovo dress code in giacca e cravatta) cerca di ottenere lo sblocco delle sanzioni, precedentemente imposte soprattutto dagli europei, e di ottenere fondi dai paesi arabi sunniti, Qatar e Arabia Saudita in primis. In qualche misura, cerca anche di smarcarsi un po’ dal controllo turco.

I suoi problemi restano comunque la mancanza di risorse economiche, un paese devastato da anni e anni di guerra civile, il mancato controllo sull’intero territorio, e la mancanza di un vero e proprio esercito. Le varie formazioni jihadiste-democratiche (più di 100) riunite sotto la sigla-ombrello di Hayat Tahrir al-Sham, infatti, sono per lo più milizie prive di armamento pesante, e la sistematica distruzione preventiva della gran parte dei sistemi d’arma (di terra, aerei e navali) del vecchio esercito siriano, da parte dell’aviazione israeliana, impediscono lo sviluppo di adeguate capacità militari. Oltretutto, benché formalmente le varie milizie si siano riunite in un nuovo esercito, di fatto rispondono ancora ai diversi comandanti di ciascuna fazione, il che dà al governo centrale un controllo assai relativo su di esse. Poiché una parte non indifferente di queste formazioni armate è composta da fanatici islamisti, spesso nemmeno siriani o anche solo arabi (daghestani, tagiki, kirghizi, uiguri), le frizioni con le popolazioni non sunnite (alawiti-sciiti, cristiani, drusi) sono pressoché continue, e spesso sfociano in scontri armati.