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kamomodena

I dieci anni che sconvolgeranno il mondo? Terza (e ultima) parte

Il prossimo non sarà un Sessantotto gioioso

di Raffaele Sciortino

0 11188Pubblichiamo la terza e ultima parte (qui e qui la prima, qui e qui la seconda), relativa al dibattito politico, della presentazione modenese di Raffaele Sciortino del suo ultimo lavoro, Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenza (Asterios 2022). In queste ultime, incisive battute, l’autore risponde alle domande provenienti dal pubblico: abbiamo quindi optato, per facilitarne la lettura, di unire le risposte in un unico discorso di senso compiuto, apportando un numero minimo di tagli a digressioni e interventi dalla platea. La riflessione complessiva che emerge mette in risalto alcuni, importanti, punti politici, che crediamo si debbano tenere in considerazione, essere dibattuti e approfonditi: la questione baricentrale, nodale, dei ceti medi, che assume forma e valenza differente a seconda di dove collocata e della sua composizione, ma che pervade ogni scenario e che altrettanto dovrà fare per la ricerca militante; il campo di battaglia che sarà lo “stile di vita”, il livello di consumo e lo standard di benessere “di massa” che il piano inclinato di scontro materiale tra Stati Uniti-Occidente e Cina-Russia andrà inevitabilmente e direttamente a intaccare e su cui farà leva per mobilitare (o paralizzare) settori non secondari di società, tra guerra e cambiamento climatico; l’individuazione, non a livello ideologico ma di processi e dinamiche reali, degli Stati Uniti come perno inaggirabile che impedisce una trasformazione sistemica, la contrapposizione verso di essi come porta stretta e obbligata (ma non sufficiente) entro cui passare anche solo per pensarla, l’importanza cruciale che assume per questo ogni loro convulsione, interne ed esterna; le questioni della democrazia e della libertà, nelle declinazioni contraddittorie e anche contrastanti che ne fanno (e faranno) movimenti e istanze, e il necessario punto di vista di parte, e di classe, entro cui leggerle e piegarle; la necessità, speculare a quella di riscrivere una teoria dell’imperialismo, di ritematizzare l’antimperialismo, alle condizione date di esaurimento della parabola del movimento operaio e della natura (e contraddizioni) di nuovi possibili movimenti di là da venire. Tutto questo e molto altro. Buona lettura, e ancora grazie a Raf.

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comedonchisciotte.org

È il turno della Cina

di Mike Whitney - unz.com

Il sistema economico iper-finanziario americano non può competere con il modello di investimento governativo cinese e la crescita esplosiva della Cina sta spingendo verso la guerra una Washington sempre più disperata

ChineseWomanMW 600x400 1L’Ucraina è il primo punto caldo di una grande lotta di potere tra gli Stati Uniti e la Cina. Dopo aver delocalizzato per anni le proprie industrie in Paesi con manodopera a basso costo in tutto il mondo, gli Stati Uniti si trovano ora a perdere costantemente quote di mercato a favore di una Cina in rapida crescita e dotata di maggiori risorse. Secondo la maggior parte delle stime, entro il 2035 l’economia cinese avrà superato quella degli Stati Uniti; a quel punto, Pechino sarà in una posizione migliore per modellare le relazioni commerciali internazionali e promuovere i propri interessi. Con la crescita, arriva il potere, e questa regola si applicherà certamente anche alla Cina. La Cina è emersa come una potenza industriale nell’epicentro della regione più popolosa e in più rapida crescita del mondo. È per questo motivo che gli Stati Uniti hanno avviato una serie di provocazioni sull’isola di Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale. Gli Stati Uniti hanno abbandonato ogni speranza di prevalere sulla Cina attraverso la convenzionale concorrenza del libero mercato. Invece, gli Stati Uniti intendono impegnare militarmente la Cina nel disperato tentativo di prosciugarne le risorse, raccogliere un più ampio sostegno per le sanzioni economiche e isolare la Cina dai suoi partner commerciali regionali. Si tratta di un piano rischioso e dirompente che potrebbe ritorcersi contro in modo spettacolare, ma Washington sta andando avanti comunque. I mandarini della politica estera statunitense e i loro alleati globalisti non accetteranno un risultato in cui la Cina sia la più grande e potente economia del mondo. Questo è tratto da un articolo di China Macro Economy:

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giubberosse

Dopo il tritacarne

di Enrico Tomaselli

1677568853 cropped Bakhmut soldier Feb 24 APLa sanguinosa battaglia di Bakhmut si avvia inesorabilmente alla conclusione. Quanto più gli ucraini tarderanno ad avviare la ritirata, tanto più probabile è che rimangano chiusi nell’accerchiamento, non avendo a quel punto altra alternativa se non la resa o la morte. Ma, per quanto la battaglia abbia tenuto banco nei media per mesi, la sua importanza è rilevante tatticamente, ma sotto il profilo strategico sposta poco. La questione rimane sempre la stessa: come e dove si colloca il giro di boa, il punto in cui si può realisticamente aprire un tavolo negoziale. Un punto che, però, l’Occidente sembra intenzionato a spostare sempre più in là.

* * * *

Tra iperbole e trincee

Quando la propaganda ringalluzzisce, è segno che le cose non vanno bene. Se non hai buone nuove da raccontare, è il momento in cui si fanno strada le iperboli più fantasiose, in cui si fa di tutto per occultare il reale stato delle cose. Da mesi la situazione sul fronte ucraino corrisponde sempre meno ai desiderata di Washington e, mentre il dibattito interno fa venire fuori con sempre maggiore insistenza le perplessità e le contrarietà di una parte considerevole dell’establishment statunitense, la propaganda cerca di tappare i buchi più vistosi.

Da mesi si parla di stallo, anche se in effetti le forze armate russe stanno lentamente conquistando terreno praticamente lungo l’intera linea del fronte. Dopo tutto il clamore sull’invio di carri armati da parte dei paesi NATO, il tutto si è ancora una volta risolto in una bolla di sapone: pochi, e alla spicciolata, senza quindi alcuna possibilità di incidere anche solo a livello tattico. Non sono nemmeno ancora arrivati, che già si è alzato il polverone sulla fornitura di cacciabombardieri.

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italiaeilmondo

Voi e l’esercito di chi?

La NATO farebbe bene a rimanere fuori dall’Ucraina.

di Aurelien

2cateistarna 860x280I will do such things –
What they are yet I know not, but they shall be
The terrors of the Earth! – Shakespeare, King Lear.

Politici ignoranti e opinionisti confusi hanno fatto rumore di recente, minacciando, o addirittura fantasticando, su una sorta di intervento formale della NATO in Ucraina. In generale, non hanno idea di cosa stiano parlando e di quali sarebbero le implicazioni pratiche di un intervento. Ecco alcuni esempi del perché è un’idea stupida.

Nel gennaio del 1990, mi trovavo nel quartier generale della NATO a Bruxelles per una riunione di routine. Era una di quelle giornate fredde e umide in cui il Belgio è specializzato, ma c’era molto di più dietro l’atmosfera gelida e da mausoleo dei corridoi deserti. Negli ultimi mesi, il terreno si era continuamente mosso sotto i piedi della NATO e, non molto prima di Natale, la Romania, l’ultimo rimasuglio del Patto di Varsavia, era andata in fiamme. Nessuno aveva la più pallida idea di cosa sarebbe successo la settimana successiva, per non parlare del mese successivo, e la NATO cominciava ad assomigliare a un manifestante con un cartello per una causa già superata. Le capitali nazionali facevano fatica a tenere il passo con ciò che stava accadendo. Ho chiesto a un collega appena tornato da Washington cosa dicevano i falchi dell’Amministrazione Bush. La risposta è stata: “Sono sotto shock”.

Il fatto che la NATO esista ancora quasi trentacinque anni dopo, e che ora abbia il doppio dei membri di allora, ha incoraggiato alcune persone che non hanno prestato attenzione a credere che la NATO sia ancora la stessa potente organizzazione militare che era nel 1989, e che quindi basti minacciare un suo coinvolgimento formale in Ucraina, e i russi si allontaneranno. Non potrebbero essere più pericolosamente in errore.

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lantidiplomatico

Il disinteresse dell'occidente sul "piano di pace cinese" è il fallimento totale dell'Unione Europea

di Leonardo Sinigaglia

720x410c50khbveIl 24 febbraio il Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese ha pubblicato ufficialmente il suo piano di pace in 12 punti per la risoluzione della crisi ucraina. In realtà dal documento traspare una dimensione ben più ampia di quella ristretta al solo paese slavo. La Repubblica Popolare correttamente contestualizza la crisi ucraina come espressione di dinamiche globali complesse, e non si limita a declassare tutto al delirio di un preteso dittatore, come parte della stampa (e delle cancellerie!) occidentale ha fatto sin dai primi giorni dell’operazione russa.

Il ministero non si limita all’invocazione di una generica “pace”, né a richiedere ritualmente il ritiro incondizionato delle truppe russe, ma anzi pone l’attenzione su quelle che sono globalmente le vere cause del conflitto: la “mentalità da guerra fredda”, le posizioni conflittuali, il mancato rispetto della sovranità e della dignità degli Stati e il continuo ricorso a misure unilaterali di guerra economica, come sanzioni ed embarghi.

La prospettiva cinese si fonda sul rispetto della Carta delle Nazioni Unite, che di per sé sancirebbe l’eguaglianza fra le nazioni e la piena libertà e autonomia nella scelta delle prospettive di sviluppo e di ordinamento sociale. Si tratta di qualcosa che dovrebbe stare alla base dell’ordinamento internazionale, ma che nella realtà dei fatti è puntualmente disatteso. E non certo dalla Federazione Russa.

Se la Cina si esprime per il congelamento delle ostilità e per il recupero delle trattative di pace, di certo non si fa illusioni su possibili “equidistanza”: parlando di “mentalità da guerra fredda” e politiche conflittuali sta chiaramente chiamando in causa gli Stati Uniti d’America e la loro azione destabilizzatrice a livello internazionale.

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vocidallestero

Ucraina: Il tunnel in fondo alla luce

di Robert Freeman

Apparso su Consortiumnews e su Commondreams, questo articolo di *Robert Freeman svolge una analisi ragionata e impietosa sul declino dell'impero americano, che a causa della sua cieca hybris sta precipitando da una posizione di egemonia globale verso un ineluttabile declino, rischiando di coinvolgere rovinosamente i suoi stessi sfortunati paesi alleati e, nella peggiore delle ipotesi, tutto il pianeta.

tunnel 7Gli Stati Uniti hanno abusato dell’idea di nazione ‘della provvidenza’, dice Robert Freeman. Questo abuso è stato riconosciuto, denunciato e ora viene contrastato dalla maggior parte delle altre nazioni del mondo.

"La luce in fondo al tunnel" era una frase emblematica usata dai guerrafondai che mantennero gli Stati Uniti in Vietnam ancora per molto tempo dopo che la guerra era ormai stata persa.

Il sottinteso era che gli addetti ai lavori potevano vedere attraverso la "nebbia di guerra" e sapere che le cose stavano migliorando. Era una bugia.

Nel gennaio 1966, molto prima del culmine militare della guerra, il Segretario alla Difesa Robert McNamara disse al Presidente Lyndon Johnson che gli Stati Uniti avevano una possibilità su tre di vincere sul campo di battaglia.

Ma Johnson, come Eisenhower e Kennedy prima di lui e Nixon dopo, non voleva essere il primo presidente americano a perdere una guerra. Così, inventò una bugia semplicistica e "soldiered on" - cioè continuò a mandare truppe.

La menzogna fu spazzata via dall'offensiva del Tet nel gennaio 1968. Più di 100 installazioni militari americane furono attaccate in un assalto simultaneo in tutta la nazione, che stupì gli Stati Uniti.

Il giornalista, Walter Cronkite, all'epoca "l'uomo più fidato d'America", gridò alla televisione nazionale: "Pensavo che avremmo dovuto vincere questa dannata cosa". Fu l'inizio della fine dell'occupazione assassina e fallimentare degli Stati Uniti.

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rossellafidanza

Ci vuole una guerra?

di Rossella Fidanza

Seymour Hersh nel suo nuovo articolo paragona correttamente l'attuale congiuntura all'escalation di Kennedy in Vietnam. "Il tempo stringe."

a86e8efd 4256 4646 8d7b b0b214570ad0 1216x866Seymour Hersh torna a scrivere, dopo aver pubblicato un dettagliato resoconto su come gli Stati Uniti hanno organizzato il sabotaggio al Nord Stream con l’appoggio della Norvegia (link) e aver approfondito che tipo di rapporti legano da decenni la Norvegia alle operazioni militari e non gestite dai servizi segreti americani:

https://rossellafidanza.substack.com/p/seymour-hersh-spiega-perche-gli-usa?utm_source=substack&utm_campaign=post_embed&utm_medium=web

Nel proseguire con il suo lavoro di ricerca in relazione al conflitto che si sta combattendo in Ucraina, Hersh oggi si spinge a fare un paragone tra quello che Biden sta gestendo in questo momento e quanto ha dovuto affrontare il Presidente John F. Kennedy in un momento molto delicato della sua amministrazione.

“C'è un inevitabile divario tra ciò che un presidente ci dice su una guerra - anche una guerra per procura - e la realtà sul campo. È vero oggi, mentre Joe Biden lotta per ottenere il sostegno dell'opinione pubblica per la guerra in Ucraina, ed era vero sei decenni fa, quando Jack Kennedy lottava per capire la guerra che aveva scelto di portare avanti nel Vietnam del Sud.”

Partendo da questo preambolo, Hersh ripercorre il frangente probabilmente più critico della Presidenza Kennedy, l'inizio del 1962. JFK era appena passato dal disastro della Baia dei Porci accaduto dopo tre mesi dall’inizio del suo mandato, che aveva pesantemente danneggiato la sua immagine e la sua leadership (trovate in fondo all’articolo la sezione “approfondimenti” con i link consigliati con le informazioni storiche).

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ilponte

La scienza della guerra, oltre la presunta geopolitica

di Fiammetta Salmoni

geopolitica2022 900x4451. Il saggio di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli, dal titolo La guerra capitalista (Mimesis 2022),1 ruota intorno alla tesi della centralizzazione del capitale, non in quanto fenomeno più o meno occasionale, transitorio e sostanzialmente casuale, quando non addirittura inesistente, bensì quale vera e propria “legge” di tendenza del capitalismo.

Partendo da questo assunto, che rappresenta il vero e proprio fil rouge del volume, ne vengono quindi sviluppate alcune conseguenze dirette, che vanno dal conflitto fra capitali deboli e capitali forti, fra imperialismi “debitori” e “creditori”, fino alla disgregazione dell’ordine democratico, o, meglio, liberal-democratico, e allo sfociare in vere e proprie guerre militari. Insomma, come già si può intuire da questi brevi accenni, un testo decisamente non banale e di non comune vision.

Il libro è strutturato in tre sezioni, ciascuna con una propria natura e struttura.

Nella prima viene sviluppata la tesi della centralizzazione del capitale, partendo da una constatazione per certi versi sorprendente: Marx, ormai pressoché dimenticato dagli eredi della tradizione del movimento operaio, viene riscoperto e citato copiosamente proprio dai sacerdoti del capitale. Dal Financial Times all’Economist, passando per illustri economisti e accademici, fino ai grandi magnati della finanza, non si contano le citazioni di Marx (in realtà il libro le ha ben contate: il solo Financial Times cita Marx 2.644 volte in 13 anni). E, ciò che è più singolare, si tratta spesso di citazioni positive: “Karl Marx aveva ragione” afferma l’economista statunitense Nouriel Roubini in un'intervista del 2011 a The Wall Street Journal; “Marx resta una figura monumentale”, recita inaspettatamente un articolo di The Economist del 2018.

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analisidifesa

Credere, Obbedire, Soccombere

di Gianandrea Gaiani

1646864304086 volodymyr zelenskyyDopo un anno di guerra in Ucraina non è ancora chiaro chi potrà forse vincere il conflitto sul campo di battaglia ma tra gli sconfitti senza appello, “senza se e senza ma” ci sono i media occidentali, in particolare quelli europei, in special modo la gran parte di quelli italiani.

Studi televisivi riempiti con bandiere giallo-blu, anchor-man che tolgono l’audio in diretta a un discorso di Vladimir Putin atteso dal mondo intero “per non dare spazio alla propaganda russa”, conduttori che prendono le distanze dalle dichiarazioni di ospiti che indugiano nello sposare ogni tweet della propaganda di Kiev o nell’accusare solo i russi per ogni responsabilità e nefandezza di questa guerra.

Che dire poi delle interviste al presidente ucraino Volodymyr Zelensky talmente in ginocchio da far apparire equilibrata e pure aggressiva la “mitica” intervista di Gianni Minà a Fidel Castro del 1987?

Nessuna domanda scomoda sulle opposizioni messe al bando, il patrimonio personale del presidente e di diversi ministri e generali, le leggi che soffocano la libertà di stampa ed espressione, la corruzione dilagante anche a danno dei militari che ha portato alla rimozione di molti funzionari, il rapporto di Amnesty International che accusa le truppe ucraine di crimini di guerra, le armi donate dall’Occidente rinvenute su fronti bellici in altri continenti, le rappresaglie sui “collaborazionisti” nelle città riconquistate, i video che mostrano le truppe di Kiev ferire o uccidere prigionieri…solo per citare alcuni dei temi più eclatanti.

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machina

La guerra capitalista. Alcune note di lettura

di Raffaele Sciortino

0e99dc d25f80e43a524a419b3ee330c79854admv2Continua il dibattito su La guerra capitalista, il libro di Emiliano Brancaccio, Stefano Lucarelli e Raffaele Giammetti di cui abbiamo dato conto su Machina a partire dall’intervista che il curatore di questa sezione, Francesco Maria Pezzulli, ha condotto con uno degli autori (https://www.machina-deriveapprodi.com/post/la-guerra-capitalista). Pubblichiamo oggi, invece, l’interessante contributo inviatoci da Raffaele Sciortino che mette in evidenza i pregi e alcune problematicità di questo fondamentale lavoro collettivo.

* * * *

Nell’attuale temperie politica e culturale in cui, anche e forse soprattutto a «sinistra», per discutere di guerra è d’obbligo prima genuflettersi un consono numero di volte alla vulgata atlantista sull’«aggressione russa», su «Putin criminale al servizio degli oligarchi», sulla «difesa della democrazia ucraina» e via sproloquiando in volgare american-english – un libro come quello di E. Brancaccio, R. Giammetti, S. Lucarelli (BGL), La guerra capitalista, offre una boccata d’aria pura oltre a far tornare coi piedi sulla terra[1]. E non è forse un caso che la riflessione lì contenuta sulle radici profonde del conflitto in corso non provenga da ambienti di radical left, intrisa di neo-progressivismo woke di importazione anglo-sassone e oramai distantissima da ogni riferimento classista. Ma proviene da studiosi seri (sì, studiosi) che mostrano di saper ricercare e ragionare in gruppo, capacità oggi pressoché scomparse, senza paura di nuotare, oggi, contro la corrente.

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giubberosse

Cul-de-sac

di Enrico Tomaselli

la fg china military pla q and a 20150902Mentre le classi dirigenti europee fanno tristemente mostra di una smisurata pavidità nei confronti di Washington, negli Stati Uniti cresce invece il dibattito – e lo scontro politico – tra le due attuali fazioni (trasversali) del bellicismo imperialista: i russofobi neocon ed i super-falchi anti-cinesi.
Il punto di partenza, anche se i primi tendono ovviamente a nasconderlo, è la consapevolezza che la strategia messa in atto in Ucraina contro la Russia si è rivelata un fallimento, politico e militare. Per i neocon ciò significa che bisogna rilanciare, alzare il livello dello scontro, sino a portarlo – se necessario – ai limiti di un nuovo conflitto mondiale. Mentre per i secondi significa trovare il prima possibile una via d’uscita dal pantano ucraino, cercando di salvare la faccia (e non solo quella) e prepararsi per lo scontro con Pechino.

* * * *

Due errori

Può apparire tragicamente incredibile, ma in fondo all’origine del prolungamento del conflitto ucraino ci sono due clamorosi errori; uno, politico, di Mosca, ed uno, militare, di Washington.

È ormai abbastanza chiaro che, nel momento in cui la Russia dava il via all’Operazione Speciale Militare, l’obiettivo era quello di forzare la mano (non solo a Kiev, ma anche e soprattutto agli europei ed a Washington), portandoli rapidamente ad un tavolo di trattativa, con l’intento di ottenere ciò che non era stato possibile avere sino a quel momento: autonomia per il Donbass, riconoscimento della Crimea come parte della Federazione Russa, e garanzia di sicurezza (no all’Ucraina nella NATO).

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fuoricollana

Anticipazione/ I russi, i russi gli americani

di Antonio Cantaro

Chi ha spento le luci della pace è il vecchio mondo di oggi, la Russia e gli Stati Uniti. L’Europa complice e vittima, allo stesso tempo. In esclusiva, per i lettori del nostro “laboratorio politico”, i passaggi essenziali dell’introduzione ad un volume di prossima pubblicazione nei primi mesi dell'anno che verrà

Pan e AretusaLa pace è finita, recita il titolo di un pamphlet pubblicato sul finire del 2022. Ma chi ha spento le luci? I russi, i russi gli americani, sussurrava Lucio Dalla nel 1980 in una celebre canzone, piena di fiducia e di speranza, Futura, pensata e scritta di getto. In meno di mezz’ora, seduto su una panchina, una sigaretta accesa e un’agenda, nei pressi del Checkpoint Charlie, da dove allora si poteva passare dalla parte Ovest alla parte Est di Berlino. In Europa, nel cuore dell’Europa per tanti giovani di tante nazionalità che oggi numerosi lì lavorano, vivono, sognano, si innamorano.

 

Guerra in Europa, contro l’Europa

Che la guerra in Ucraina della quale “celebriamo” il primo “anniversario”, sia una guerra che si svolge nel territorio del Vecchio continente e che i suoi popoli siano quelli chiamati a pagarne il prezzo più pesante e duraturo è constatazione largamente condivisa.

Le immagini e le narrazioni dalle quali siamo stati ancora in questi mesi quotidianamente ‘bombardati’ si sono prevalentemente occupate degli ucraini, le popolazioni primariamente e indiscutibilmente vittime della guerra. E dei suoi esecutori materiali, in primo luogo l’esercito di Putin. Ma oltre le vittime e gli esecutori materiali ci sono dei ‘mandanti’ e dei ‘complici’.

 

A che punto è la notte?

Ad un anno dall’inizio dell’operazione militare speciale in pochi si sono occupati dei “mandanti” e dei loro “complici”.

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italiaeilmondo

Le strategie fatali dell’Occidente in Ucraina

La decifrazione della situazione da parte del colonnello Jacques Baud

Laurent Schong intervista Jacques Baud

Immagine 2023 02 15 221250 768x564Saggista “complottista” per Conspiracy Watch e “agente della lobby filorussa” per la RTS, Jacques Baud è ora sulla lista nera di Mirotvorets, un battaglione di “esecuzioni extragiudiziali” per conto del governo ucraino. Questo non sembra smuovere molto i difensori professionisti della libertà di espressione. Colpa sua? Per aver ricordato al “campo occidentale”, lui che nel 2014 era a Kiev in qualità di colonnello svizzero in missione presso la NATO, la sua pesante parte di responsabilità nello scoppio della guerra in Ucraina. Con l’avvicinarsi del primo anniversario dell’operazione militare speciale russa, era necessario un nuovo aggiornamento.

* * * *

ELEMENTS: All’epoca della nostra prima intervista (Elements n. 196), il conflitto in Ucraina stava raggiungendo il sesto mese e lei stava per pubblicare Operazione Z, un libro che faceva il punto sulla realtà dell’OMS: i suoi prodromi, i suoi attori, le sue poste in gioco. Dalla sua pubblicazione sono passati altri sei mesi e la situazione si è naturalmente evoluta, apparentemente a vantaggio delle forze armate ucraine…

JACQUES BAUD. Prima di tutto, dobbiamo sottolineare un aspetto che in Francia fingiamo di ignorare: il modo in cui intendiamo una crisi determina il modo in cui viene risolta. L’insopprimibile tendenza a sostituire le spiegazioni dei protagonisti con le nostre “impressioni” distaccate dai fatti ci porta invariabilmente a un peggioramento della situazione.

Questo è ciò che ha alimentato il terrorismo jihadista in Francia nel zoi5-zoi6 e dovrebbe servire da lezione.

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jacobin

«Gli Usa hanno attaccato il North Stream»

Fabian Scheidler intervista Seymour Hersh

Il premio Pulitzer Seymour Hersh racconta a Jacobin il suo scoop sulla missione segreta ordinata da Biden per danneggiare il gasdotto che dalla Russia conduce alla Germania e lasciare al freddo l'Europa

base web 1 1536x560Il 26 settembre 2022, nel mar Baltico, il gasdotto North Stream dalla Russia alla Germania è stato in gran parte distrutto da diverse esplosioni. La scorsa settimana, il pluripremiato giornalista investigativo Seymour Hersh ha pubblicato un articolo, basato su informazioni provenienti da un’unica fonte anonima, nel quale sostiene che ne sono responsabili l’amministrazione Biden e la Cia.

Hersh ha vinto il Premio Pulitzer nel 1970 per il ruolo che ha svolto nel raccontare la storia del massacro di Mỹ Lai, in cui i soldati statunitensi ammazzarono dai trecento ai cinquecento civili disarmati. Ha accettato di parlare con Fabian Scheidler di Jacobin delle accuse contenute nel suo ultimo articolo e dell’influenza che la Cia e lo stato di sicurezza nazionale hanno sulla politica estera statunitense.

* * * *

Per favore, spiegaci le tue scoperte in dettaglio. Cosa è successo esattamente secondo la tua fonte, chi è stato coinvolto e con quali le motivazioni?

Mi sono limitato a spiegare l’ovvio. Era una storia che chiedeva soltanto di essere raccontata. Alla fine di settembre del 2022, otto bombe avrebbero dovuto esplodere; sei sono finite sott’acqua vicino all’isola di Bornholm nel Mar Baltico, nella zona dove l’acqua è piuttosto bassa. Hanno distrutto tre dei quattro principali oleodotti del Nord Stream 1 e 2.

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sinistra

Slittamento di paradigma

Paradossi, nonsense e pericoli di una svolta storica

di Piero Pagliani

b10bb0598ea2cb70aeb46311c0d51d78Nell'analisi che segue enuncio quelli che mi sembrano dei dati di fatto, tiro alcune somme, pongo una domanda per rispondere alla quale avanzo un'ipotesi sull'oggi e due sul domani concludendo con un'assunzione che in modo irrituale espongo alla fine e non all'inizio. In specifico:

Primo dato di fatto: la guerra contro Kiev ha sancito la fine del monopolio statunitense della violenza planetaria.

Secondo dato di fatto: la guerra stessa ha neutralizzato le sanzioni contro la guerra perché ha ampliato istantaneamente il campo d'attrazione russo.

Terzo dato di fatto: La Russia ha trasformato in una guerra sistemica quella che per lei è alla base una guerra esistenziale.

Prima conclusione: gli Stati Uniti stanno giocando la propria egemonia globale sul terreno più favorevole al proprio avversario, quello che lo ha sempre visto vincitore.

Ipotesi dello sfasamento cronologico: Lo sviluppo ineguale e i meccanismi del circuito globalizzazione-finanziarizzazione hanno suddiviso il mondo in due parti con processi di accumulazione disallineati, cosa che ha portato a una sfasatura rispetto al loro posizionamento nella crisi sistemica: economie finanziarizzate quelle più mature (Occidente collettivo) ed economie reali quelle più giovani (Sud collettivo).

La domanda fondamentale: si tratta solo dello scontro tra blocchi con sviluppo disallineato (cosa che lo avvicinerebbe a un classico conflitto interimperialistico) o da questo conflitto sistemico uscirà (obbligatoriamente?) uno scenario socio-economico che poggia su basi diverse?

Quinto dato di fatto: una nazione oggi può essere egemone globalmente solo a costi altissimi e quindi per un periodo molto limitato di tempo.