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La geopolitica energetica della Russia con Cina e India
di Andrew Korybko
Due precisazioni: dalle dinamiche geoeconomiche a quelle geopolitiche il passaggio non è così scontato; la connessione diretta ai confini con la Cina favorisce economicamente quest’ultima e i rapporti commerciali Russia-Cina ammontano ancora a sei volte quelli Russia-India. Rimangono l’interesse per un riequilibrio geopolitico della posizione dei russi e la tradizione di lunghi rapporti politici e militari tra Russia e India. Buona lettura [Giuseppe Germinario]
I punti principali di questa analisi sono diversi. In primo luogo, la geopolitica energetica della Russia con Cina e India è reciprocamente vantaggiosa. In secondo luogo, la strategia di diversificazione energetica della Cina è bilanciata dall’insaziabile appetito dell’India per le risorse russe scontate. In terzo luogo, l’India sta rapidamente sostituendo la Cina come principale partner della Russia. In quarto luogo, né le suddette discussioni né le discussioni sino-americane in corso su una nuova distensione sono a somma zero per Mosca o Pechino. E finalmente sta emergendo un nuovo equilibrio strategico globale.
Il nucleo RIC della transizione sistemica globale
La Cina e l’India sono i due principali partner della Russia nel mondo, con i quali collabora strettamente sia a livello bilaterale che multilaterale attraverso i BRICS e la SCO . Collettivamente indicati come RIC, sono le forze trainanti nella transizione sistemica globale verso il multipolarismo . Tutti e tre prevedono di riformare le relazioni internazionali in modo che siano più democratiche, uguali e giuste, con un grande passo in quella direzione compiuto attraverso la cooperazione energetica reciprocamente vantaggiosa di Cina e India con la Russia.
Il ruolo della geopolitica energetica nella nuova guerra fredda
Prima di descrivere in dettaglio le dinamiche delle relazioni energetiche della Russia con entrambi, è importante sottolineare rapidamente come ciò aiuti in primo luogo a far avanzare il multipolarismo.
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L’anno che verrà
di Enrico Tomaselli
Se, al momento del ripiegamento russo sulla riva sinistra del Dniepr, era sembrata aprirsi una finestra di possibilità per un cessate il fuoco, i missili ucraini sulla Polonia l’hanno chiusa. Non solo perché hanno confermato, ancora una volta, l’oltranzismo del governo di Kyev, ma perché la reazione dei paesi occidentali – USA in testa – se pure è stata assai più cauta e ragionevole, ha mostrato con chiarezza che la NATO non intende affatto deflettere dai propri obiettivi bellicisti. Ecco perché l’anno che sta per arrivare potrebbe essere decisivo per la guerra.
Il Generale Inverno
La stagione attuale è probabilmente la peggiore, dal punto di vista dell’impatto meteorologico sulle condizioni di combattimento. Piogge e nevicate sulle pianure ucraine rendono il terreno paludoso, con gravi implicazioni per la mobilità dei mezzi corazzati, mentre i trinceramenti si trasformano in canali di scolo. Non è quindi il momento migliore per aspettarsi grandi battaglie di movimento o fulminee avanzate dall’una o dall’altra parte.
Ciò nonostante, i combattimenti sono assai attivi e sostanzialmente segnalano l’iniziativa russa lungo la linea del fronte del Donetsk e Lugansk. In particolare nel settore centrale si segnalano una serie di successi tattici delle forze armate russe in direzione di Bakhmut, che stanno conquistando uno dopo l’altro alcuni villaggi intorno alla cittadina, al cui interno da alcune settimane si combattono aspramente gli ucraini (con fortissime perdite, nell’ordine di oltre 200 uomini al giorno) ed i militari della PMC Wagner.
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USA e Indo-pacifico: isolare la Cina non è facile
di Nunzia Augeri*
Lo scorso mese di agosto, la visita a Taiwan di Nancy Pelosi, la portavoce del Congresso statunitense, e quelle immediatamente successive di una delegazione dello stesso Congresso e poi del governatore dell’Indiana, Eric Holcomb, con la loro carica provocatoria nei confronti della Cina e le azioni che ne sono seguite, hanno posto sotto i riflettori l’attivismo statunitense nella zona del Pacifico. Ma questi avvenimenti sono solo la punta dell’iceberg di una azione politico-diplomatica molto complessa, che sta tessendo una fitta rete di accerchiamento politico, economico e militare intorno alla Cina.
Oggi sono parecchi i trattati e gli accordi che vincolano i paesi asiatici con gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Australia; il più vetusto risale al tempo della seconda guerra mondiale, quando il nemico comune era il Giappone: l’accordo venne sancito nel 1943 ed è conosciuto come Five Eyes. All’inizio gli occhi erano solo due, quelli di Stati Uniti e Gran Bretagna, che in piena guerra mondiale collaboravano nella lotta silenziosa e segreta dello spionaggio contro la Germania nazista. Nel dopoguerra, con l’avvento della guerra fredda, al patto aderirono nel 1948 i paesi di lingua inglese Canada, Australia e Nuova Zelanda, questa volta contro l’Unione Sovietica e contro ogni paese – ma anche singola personalità – che appoggiasse in qualche modo una visione del mondo diversa da quella anglo-americana. I Cinque occhi – che già avevano incluso la Germania occidentale e la Norvegia, non come membri effettivi ma come “terze parti” – nella loro evoluzione diedero luogo al sistema Echelon, che a sua volta si servì della collaborazione di Giappone, Singapore, Corea del Sud e Israele, coinvolgendo più tardi anche la Francia.
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Guerra e politica
di Enrico Tomaselli
Se l’assunto clausewitziano, secondo cui la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi, risponde al vero, ne consegue che le indicazioni politiche hanno un peso determinante negli esiti della guerra. Perseguire attraverso il momento bellico obiettivi impossibili, si traduce in un grosso rischio militare – il quale, a sua volta, non potrà che riflettersi sul piano politico
Se guardiamo alla guerra in Ucraina sotto questo profilo, ci accorgeremo rapidamente che di errori politici ne sono stati commessi molti, e da entrambe le parti, tanto che a dieci mesi dall’inizio del conflitto non si vede come uscirne. E chiaramente stiamo parlando di errori significativi, per nulla marginali, che hanno conseguentemente condizionato – e tuttora condizionano – l’andamento della guerra; e per di più, non si tratta soltanto di errori commessi a monte del 24 febbraio, ma anche successivi, in corso d’opera. Com’è ovvio, questo accumulo produce effetti che si sommano gli uni con gli altri, riorientando l’andamento del conflitto, che già di suo è un processo non strettamente determinabile.
Gli errori americani
Tralasciando gli errori commessi dagli attori minori, prenderemo in esame qui quelli commessi dai due principali antagonisti, gli Stati Uniti e la Russia.
Prima d’ogni cosa va però fatta una precisazione, affatto secondaria. Entrambe si sono preparati da anni a questa guerra, anzi – per quanto riguarda gli USA – non solo si sono preparati, ma l’hanno preparata.
Gli obiettivi strategici che la leadership statunitense intendeva perseguire attraverso la guerra, erano fondamentalmente due: separazione netta e definitiva dell’Europa dalla Russia, e logoramento di questa a 360°.
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“La guerra necessaria. Logiche della dipendenza”
di Alessandro Visalli
Sulla rivista “La Fionda”, numero 2/2022, dal titolo “Guerra o pace. Destini del mondo” è uscito un mio articolo su una logica dell’attuale guerra (non l’unica, ovviamente, ma una delle più pertinenti). L’intero numero della rivista esplora le altre ragioni, ed inquadra la crisi ucraina nei suoi plurimi e molteplici contesti. Sono presenti interventi autorevoli, come quello di Carlo Galli che apre il testo “Geopolitica come critica”, o interventi di Alessandro Somma “Si scrive europeismo ma si legge atlantismo”, di Marco Baldassari “Imperi, Stati e grandi spazi”, Paolo Cornetti “Stati Uniti d’America: l’impero minacciato”. O altri, nella sezione Geopolitica e Geoeconomia, che si apre con il mio testo, di Pierluigi Fagan “La transizione dell’ordine mondiale nell’era complessa”, Matteo Bortolon “Sanzioni come una nuova forma di guerra” e Marcello Spanò “Il sistema finanziario dollarocentrico alla prova del conflitto in Ucraina”. Infine Onofrio Romano, “Tina al Sud” e Silvia d’Autilia e Mario Cosenza, “Sguardi sul presente tra biopolitica e spettacolo”.
Questo solo per dire di alcuni interventi, non necessariamente i principali.
Quello che segue è la versione lunga dell'articolo, quella pubblicata è di un terzo più sobria.
* * * *
La guerra sollecita sentimenti di morte e gratifica le virtù meno virtuose, esalta il coraggio meramente fisico, sollecita il nazionalismo. La nostra civiltà, come è accaduto in altre crisi, sta retrocedendo rapidamente (uso questa parola che evito sempre perché qui è appropriata in senso tecnico) a stati spirituali ed emotivi che si credevano erroneamente passati, quando erano solo sopiti perché non necessari.
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Crisi ucraina: un primo bilancio delle sanzioni contro la Russia
di Andrea Vento*
Il 6 ottobre scorso l’Unione Europea ha varato l’ottavo pacchetto di misure sanzionatorie contro Mosca[1] con il dichiarato fine di fiaccare l’economia russa e indurre Putin ad un accordo di pace da posizioni di debolezza o, addirittura, costringere le truppe impegnate in Ucraina alla sconfitta militare, grazie anche alle ingenti forniture militari di Usa e Ue ormai giunte ad oggi a 100 miliardi di dollari.
Massiccio sostegno che, sommato al supporto di intelligence degli Usa e del Regno Unito, stanno mettendo in difficoltà sul campo le forze militari russe.
Rispetto alle previsioni dei governi occidentali che hanno accompagnato il varo del primo pacchetto di sanzioni introdotte dalla Ue e dagli Usa il 23 febbraio scorso, a seguito del riconoscimento delle Repubbliche Popolari del Donbass che ha preceduto di un giorno l’Operazione Militare Speciale, quale risulta l’effettiva entità dell’impatto delle sanzioni sull’economia russa e sulle sue relazioni internazionali?
La recessione che avrebbero causato alla Russia dalla previsione del Fmi ad aprile di un pesante -8,5% per il 2022, si è più che dimezzata a -3,5% nel World Economic Outlook di ottobre della stessa istituzione, passando per il -6,0 di luglio, a testimonianza della capacità di tenuta e di resilienza dell’economia russa (tab. 1).
Mentre a livello internazionale, seppur oggetto di condanna da parte di una Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’Onu del 3 marzo per l’invasione dell’Ucraina votata da 141 Paesi su 193, la Russia, appare tutt’altro che emarginata appurato che solo 37 Paesi dei 193 (pari al 19% del totale) dopo 7 settimane dal 24 febbraio[2], avevano aderito alle sanzioni promosse dagli Stati Uniti e imposte da questi ultimi anche all’Ue (carta 1).
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Ucraina, dollari e yuan
di Guido Ortona
1. Guerra ed economia. I commentatori italiani, e non solo, hanno perlopiù ignorato i dati macroeconomici di fondo che stanno alla base della guerra d’Ucraina. Eppure non dovrebbero essere trascurati, perché senza prenderli in considerazione non è possibile capire perché sia la Russia che gli USA abbiano preferito la guerra a un’intesa diplomatica. Come è (o dovrebbe essere) noto, la causa prossima della guerra è stata il patto americano-ucraino del novembre 2021 (il testo è facilmente reperibile su internet), che sanciva l’impegno USA ad aiutare l’Ucraina nella riconquista di Crimea e Donbass e il rapido ingresso dell’Ucraina nella NATO (patto a cui la Russia rispose con un documento inviato agli USA in dicembre, in cui si chiedeva la neutralità dell’Ucraina e la sua esclusione dalla NATO e che non venne preso in considerazione). La Russia preferiva, e ha preferito, la guerra e l’intervento della NATO piuttosto che consentire che ciò avvenisse; e gli USA hanno preferito la guerra piuttosto che rinunciare a tale ingresso. Fin qui i fatti. Fare una guerra contro un nemico forte non è un’impresa da poco, occorre chiedersi perché entrambi i contendenti abbiano scelto di farla, o almeno di correre molto seriamente il rischio che scoppiasse. Non ho elementi per valutare appieno le ragioni della Russia, per capire cioè se accettare la massiccia subordinazione dell’Ucraina da parte degli USA prevista dal trattato non potesse andare a vantaggio anche del popolo russo; e se avesse a disposizione alternative meno sanguinarie o strategie geopolitiche più collaborative per impedirlo. In questo articolo mi occuperò solo delle ragioni degli USA.
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La guerra prossima ventura
di Enrico Tomaselli
Se il declino americano e dell’unipolarismo – due cose sovrapponibili, ma non necessariamente identiche – sono ormai un dato evidente, la questione più urgente è quindi capire quando e come avverrà la transizione. Infatti, se un passaggio verso un mondo multipolare sembra ad oggi inevitabile, è chiaro che non sarà un passaggio indolore, ma al contrario sarà segnato da una guerra. È quindi importante cercare di comprendere come avverrà questa transizione, quali potrebbero essere le mosse – soprattutto militari – della potenza declinante, l’America.
Il declino americano
Le cause del declino degli Stati Uniti, come potenza egemone, sono ovviamente svariate, e si sono prodotte e manifestate già nella fase in cui l’impero, con il crollo dell’URSS, sembrava affermarsi definitivamente. In un certo senso, si potrebbe dire che la stagione d’oro dell’imperialismo americano è anche quella in cui hanno cominciato a germinare i semi del suo declino.
Di ciò comunque le classi dirigenti statunitensi si sono rese conto rapidamente, e seppure cercano di continuare a proiettare un’immagine imperiale vincente, hanno da tempo cominciato a riflettere sul come fronteggiare questa situazione, prima che divenga conclamata ed irreparabile.
Nei think tank USA (1) si è quindi avviata, ormai da decenni, una riflessione che punta ad identificare non tanto le cause del declino, quanto le minacce alla potenza imperiale, e le strategie per rintuzzarle e sconfiggerle.
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La prosperità della guerra
di Giovanna Cracco
"La minaccia di una catastrofe atomica, che potrebbe spazzar via la razza umana, non serve nel medesimo tempo a proteggere le stesse forze che perpetuano tale pericolo? Gli sforzi per prevenire una simile catastrofe pongono in ombra la ricerca delle sue cause potenziali nella società industriale contemporanea. Queste cause […] si trovano spinte in secondo piano dinanzi alla troppo ovvia minaccia dall’esterno – l’Ovest minacciato dall’Est, l’Est minacciato dall’Ovest. Egualmente ovvio è il bisogno di essere preparati, di vivere sull’orlo della guerra, di far fronte alla sfida. Ci si sottomette alla produzione in tempo di pace dei mezzi di distruzione […]. Se si tenta di porre in relazione le cause del pericolo con il modo in cui la società è organizzata e organizza i suoi membri, ci troviamo immediatamente dinanzi al fatto che la società industriale avanzata diventa più ricca, più grande e migliore a mano a mano che perpetua il pericolo.” (1)
Fino a qualche mese fa, alcuni passaggi de L’uomo a una dimensione di Marcuse apparivano datati: scritto negli Stati Uniti della Guerra Fredda, vi si respira l’oppressione costituita da una minaccia costante, quello “Stato belligerante” che l’intellettuale francofortese affianca allo “Stato del benessere”. Ripresi ora, quegli stessi passaggi riacquistano contemporaneità: non siamo più nello Stato del benessere dei ‘trenta gloriosi’ – è subentrato il neoliberismo – ma siamo ripiombati nello Stato belligerante.
Quel che qui preme riprendere del testo di Marcuse, tra le numerose chiavi di lettura che non hanno mai perso di attualità, è l’aspetto irrazionale della società industriale/tecnologica avanzata.
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A mente fredda
di Enrico Tomaselli
L’ampio ripiegamento russo sulla riva sinistra del Dniepr, nella regione di Kherson, è per molti versi paragonabile a quello di aprile, quando vennero improvvisamente ritirate sia le forze arrivate alle porte di Kiev, sia quelle – penetrate da est – che avevano preso Romny e puntavano sulla capitale. In entrambe i casi, si tratta di un significativo ridispiegamento, di ampia portata territoriale, che segna un cambiamento strategico importante
Nonostante l’intervento in Ucraina fosse stato pianificato da anni (1), la Russia ha modificato più volte la propria impostazione tattico-strategica nel conflitto. Ciò è ovviamente in parte dovuto alla natura dinamica della guerra, che richiede una elevata capacità di adattamento al mutare delle situazioni, ma anche ad una serie di errate valutazioni politico-militari. Il ritiro delle truppe dalla riva destra del Dniepr segna appunto uno di questi passaggi, che proveremo ad analizzare su più livelli, tattico, strategico e politico.
Il piano tattico
La giustificazione militare che è stata fornita per il ridispiegamento, nonostante sia sostenuta fermamente da tutte le fonti russe (anche quelle a volte critiche), appare francamente abbastanza debole.
Come più volte ripetuto, Kherson è uno snodo strategico sotto molti punti di vista, soprattutto in relazione alla Crimea per un verso, e ad Odessa per un altro. Non per caso è stata oggetto di una importante controffensiva ucraina, la scorsa estate, ed anche successivamente Kiev ha continuato ad esercitare una forte pressione su quel settore. E di tale rilevanza strategica, ovviamente, c’era piena consapevolezza anche da parte russa. Non si può comunque non notare che, come ampiamente riconosciuto, l’offensiva estiva ucraina si è risolta in un mezzo disastro, con gravissime perdite e pochi o nulli esiti sul piano dell’avanzata territoriale.
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Italia, regina della serie B
Produzione industriale: analisi di un declino
di Franco Maloberti
Nel 1992 ricevetti il premio Giuseppe Pedriali per opere che favoriscono la produzione industriale italiana. In quella occasione feci una presentazione a studenti e docenti delle scuole superiori di Forlì dove spiegai la mia classificazione dei Paesi in serie A, B, e C. Sono nella serie A i Paesi capaci di produrre e utilizzare tecnologie avanzate, nella serie B ci sono quelli che utilizzano solo le tecnologie avanzate, nella serie C ci sono quelli che non producono ne utilizzano tecnologie avanzate. Illustrai il concetto facendo l’esempio degli aerei, e spiegai che costruire un aereo è alquanto diverso dall’utilizzo e anche dalla sua guida. Ripresi il concetto in modo più accurato in un libro di grande insuccesso che scrissi nel 1995. Il titolo è “La Questione Occupazione”. Nel primo capitolo: Classificazione delle Società scrivevo:
… La distinzione più importante è tra la serie A e la serie B: ovvero, tra chi produce e chi consuma beni ad alto contenuto tecnologico. Appare evidente che per produrre alta tecnologia servono competenze maggiori (e diverse) di quelle richieste per il suo consumo (e questo è ben noto a chi, ad esempio, progetta e usa microprocessori). Inoltre, le tecniche usate dai paesi di serie A sono tali che, per l’utilizzo di prodotti avanzati, siano richieste competenze sempre minori: uno degli obiettivi dei produttori è, infatti, quello di rendere l’alta tecnologia “user friendly”, ovvero da utilizzare senza speciali competenze (si veda, ad esempio, il caso degli apparecchi fotografici).
È poi strategicamente importante (almeno, dal punto di vista della serie A) che si stabilisca e si conservi una certa separazione tecnologica tra le due categorie. Come è noto, ogni produttore ha bisogno di molti acquirenti, possibilmente “affezionati” o, meglio, non in grado di trovare fornitori alternativi.
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Il giallo Kherson
di Enrico Tomaselli
C’è stata un’improvvisa accelerazione nelle vicende della guerra ucraina, determinata dalla decisione russa di ritirarsi dalla riva destra del Dniepr nella regione di Kherson. Proviamo ad analizzarne i possibili motivi, fermo restando che, allo stato attuale delle cose, possiamo solo fare delle ipotesi. Editoriale
Si è più volte parlato della città di Kherson, anche su queste pagine, proprio perché in effetti si tratta di un nodo strategico fondamentale nell’ambito della campagna russa in Ucraina. Come si ricorderà, la città fu oggetto di una controffensiva ucraina questa estate, che però – a parte qualche marginale successo – non riuscì a determinare alcun cambiamento significativo del fronte e oltretutto comportò un elevato numero di caduti e di perdite in mezzi ed armamenti. Da allora, si è continuamente parlato di una nuova, imminente offensiva per cercare di riprendere la città, ma, nonostante una serie di segnali in tal senso (soprattutto l’accumulo di forze nel settore, in buona parte mercenari ben addestrati) questa non si è mai concretizzata. Al contrario, questo settore del fronte è rimasto sostanzialmente stabile, proprio a partire dal fallimento dell’offensiva ucraina. E questo mentre invece gli altri fronti hanno continuato a mantenere una certa dinamicità. A nord, nel settore di Kharkiv-Lyman, le forze russe hanno rosicchiato qua e là, recuperando parte dei territori persi durante la fortunata controffensiva ucraina d’estate. Inoltre, i russi continuano a cercare di riprendere Lyman. Analogamente, le forze armate russe hanno ripreso con vigore l’offensiva per cercare di liberare la restante parte del Donetsk ancora sotto controllo ucraino e, pur muovendosi in un territorio altamente fortificato e, quindi, con la necessità di combattere praticamente casa per casa, non hanno smesso di avanzare. Nell’oblast di Zaporizjia gli ucraini non hanno smesso di tentare gli assalti contro la centrale nucleare di Enerdogar, attraverso il largo bacino idrico creato dal Dniepr. Solo nel settore di Kherson non si è più registrato nulla di significativo.
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Cina, il terzo mandato a Xi Jinping. Inizia una nuova era
di Alberto Bradanini
Rispettando le previsioni, il 22 ottobre scorso Xi Jinping è stato incoronato per un altro quinquennio quale leader politico della Repubblica Popolare. Con tale incoronazione, la Cina apre una pagina inedita nella sua organizzazione istituzionale, mentre la dirigenza del paese si avvia su un sentiero potenzialmente insidioso. Dopo la chiusura dei battenti del XX Congresso del Partito Comunista Cinese (Pcc), il neoeletto Comitato Centrale (203 componenti e 168 supplenti) ha nominato i 24 membri dell’Ufficio Politico, che ha poi scelto al suo interno i sette del Comitato Permanente (Xi Jinping, Li Qiang, Zhao Leji, Wang Huning, Cai Qi, Ding Xuexiang e Li Xi ), l’organo dove si concentra il potere supremo. Xi Jinping è stato confermato Segretario Generale del Partito e Presidente della Commissione Militare Centrale e nella prossima primavera sarà ri-eletto anche Presidente della Repubblica.
Insieme all’attuale premier Li Keqiang, escono di scena Li Zhanshu, Han Zheng e Wang Yang, che pure alla vigilia era indicato tra i candidati alla carica di Primo Ministro. Tra i subentranti, troviamo il capo del Partito a Shanghai, Li Qiang (che prenderà il posto di Li Keqiang), Cai Qi, Ding Xuexiang e Li Xi, tutti strettamente legati a Xi Jinping. I due rimanenti, Zhao Leji e Wang Huning, anch’essi fedelissimi del leader, restano al loro posto per un altro quinquennio. A cascata, tutte le cariche che contano, tra cui i responsabili della propaganda, della disciplina nel Partito e della lotta alla corruzione (quest’ultima strumento utilizzabile anche per far fuori i nemici politici) vengono attribuite a funzionari di indiscussa lealtà al Capo Supremo.
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Stati Uniti e Cina allo scontro globale
Introduzione
di Raffaele Sciortino
Raffaele Sciortino: Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenze, Asterios, 2022
I marxisti, non potendo oggi essere protagonisti della storia, nulla di meglio possono augurare che la catastrofe, sociale, politica e bellica, della signoria americana sul mondo capitalistico
Amadeo Bordiga
Il lavoro qui presentato cade in un contesto caratterizzato dal probabile approssimarsi di una nuova recessione economica globale, da una temperatura delle relazioni internazionali divenuta rovente con la guerra in Ucraina e, ancora, dall’intreccio fra crisi dei prezzi alimentari ed energetici e disastro climatico. Mentre all’orizzonte è il tema del libro si profila l’urto possente tra Stati Uniti e Cina. È un caos crescente e generalizzato che non si limita alle sfere alte della politica e dell’economia, ma sempre più incide nella vita quotidiana di centinaia di milioni di persone.
Günther Anders ha scritto che la forza di una concezione non sta tanto nelle risposte che dà, quanto nelle domande che soffoca. Ora, il delinearsi di una nuova qualità della dinamica storica stante la vera e propria crisi della civiltà capitalistica, palese solo che non ci si faccia abbacinare dallo spettacolo infomediatico sta facendo (ri)emergere alcuni interrogativi che l’ideologia euforizzante del capitale globale in ascesa ha per decenni soffocato. Non solo fuori dall’Occidente, ma nello stesso mondo occidentale, dove i dilemmi del rapporto tra sé e il resto iniziano ad incrinare la camicia di forza delle ipocrisie postdemocratiche.
Questo libro vuol essere un contributo, attraverso la messa a fuoco del contesto emergente, alle domande che segneranno la nuova geistige situation der zeit.
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Linee di frattura
di Enrico Tomaselli
Senza tanto apparire – anche perché i media occidentali hanno tutto l’interesse di nasconderlo – ma qualcosa sta realmente cambiando nella guerra in Ucraina. Si stanno delineando due linee di frattura, potenzialmente capaci di incrinare, forse definitivamente, la resistenza di Kyev, e quindi aprire una prospettiva – quantomeno – di cessazione delle ostilità. Perché ciò possa eventualmente determinarsi, sarà però necessario attendere almeno sino all’estate del prossimo anno.
Un cambio di passo
A partire dall’autunno, il conflitto ucraino ha registrato una serie di eventi significativi, ma di cui forse non s’è sinora colto il senso complessivo, distratti più che altro dal loro valore immediato, diciamo pure dal loro impatto mediatico. Eppure è proprio mettendoli in prospettiva che si riesce a coglierne il valore strategico, e quindi il loro impatto bellico.
I principali tra questi eventi sono stati, indubbiamente, la mobilitazione parziale in Russia, gli attacchi al ponte di Kerch ed alla base navale di Sebastopoli, l’intensa campagna missilistica sull’Ucraina.
La mobilitazione russa, che subito i media legati alla NATO hanno presentato come un fattore di debolezza, addirittura parlando di chissà quali fughe di massa dei reclutandi (1), è in effetti uno degli elementi che peseranno profondamente sull’andamento del conflitto, ma che ancora non ha dispiegato il suo potenziale.
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