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Ucraina: la guerra di Putin, la guerra di Biden
di Ernesto Screpanti*
La guerra d’Ucraina può essere spiegata a tre livelli di profondità. È una guerra d’aggressione all’Ucraina da parte della Russia, una guerra inter-imperiale per interposta nazione tra NATO e Russia, una guerra degli USA contro la Germaneu, l’Europa a trazione tedesca. Tutte e tre le spiegazioni sono valide. Qui mi concentro sulla terza. Preliminarmente però devo fornire due chiarimenti teorici.
Il primo riguarda la definizione di “sistema imperiale”. Un mondo dominato dagli imperi non è un caotico complesso di contrasti inter-imperiali. Normalmente funziona come un sistema abbastanza ordinato di relazioni internazionali, cosa che è resa possibile dal fatto che è regolato da una struttura di potere al vertice della quale c’è una potenza egemone.
Questa potenza assolve quattro funzioni fondamentali di governance globale, ponendosi come motore dell’accumulazione, banchiere, sceriffo e avanguardia culturale (Screpanti, 2014). Funziona come motore dell’accumulazione in quanto ha un grosso apparato industriale, un grosso Pil e un’elevata propensione alle importazioni, cosicché la sua crescita produttiva traina la crescita degli altri paesi. Se mantiene un consistente deficit commerciale e/o un consistente deficit del conto finanziario esporta moneta.
In tal modo fornisce al resto del mondo uno strumento di riserva e di pagamento internazionale, e questa è la funzione di banchiere globale. Inoltre, l’impero egemone può essere uno sceriffo globale in quanto possiede le più potenti forze armate del mondo, così da poter disciplinare i paesi canaglia, cioè quelli che non rispettano le regole del gioco.
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De-dollarizzazione e petroyuan: il post Bretton Woods ha avuto inizio?
di Fabrizio Verde
Il mondo si appresta ad entrare nella fase eurasiatica. L’egemonia unipolare statunitense è ormai prossima a diventare uno sbiadito ricordo, erosa dal progressivo crollo del regno del dollaro. Un nuovo mondo multipolare è in costruzione. La situazione mondiale è radicalmente differente rispetto al post 1945 o 1990: secondo una proiezione della Standard Chartered Bank di Londra, i paesi eurasiatici, paesi latinoamericani e africani come il Brasile e l’Egitto, situati alle ali dell’Eurasia, saranno ai vertici dell’economia mondiale.
Il cosiddetto mondo occidentale è entrato in una fase di declino irreversibile. Per questo in Ucraina ha provocato una guerra per procura contro la Russia utilizzando la manovalanza neonazista fornita dal regime di Kiev coadiuvata dalla NATO. Però la vera battaglia è un’altra: gli Stati Uniti proveranno in ogni modo ad arrestare il processo di de-dollarizazione dell’economia mondiale che rappresenterebbe la fine definitiva del dominio di Washington.
La tendenza alla de-dollarizzazione
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti promossero l'istituzione del sistema di Bretton Woods, il cui fulcro era il dollaro come mezzo di valutazione, scambio e conservazione del valore. Nei decenni tra gli anni '70 e la crisi finanziaria del 2008, il sistema di Bretton Woods ha subito cambiamenti, il legame fisso tra il dollaro USA e l'oro è stato annullato e i tassi di cambio delle valute nazionali sono entrati nel sistema nominalmente libero, tuttavia il Il dollaro USA, come fondamento del sistema monetario internazionale, non ha vacillato.
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Il neomercantilismo tedesco alla prova della guerra*
di Joseph Halevi
Questa breve nota di riflessione cerca di cogliere le possibili conseguenze del conflitto russo-ucraino sulle prospettive di sviluppo di lungo periodo dello spazio economico che abbiamo definito blocco tedesco. Dopo un excursus storico che ne descrive la formazione, vengono esaminate le caratteristiche dei paesi che lo compongono, osservando che le forze dinamiche che lo caratterizzano si proiettano particolarmente verso la Cina, con un ruolo cruciale della Russia
In questa breve nota di riflessione tratterò alcuni aspetti dell’economia tedesca nell’ambito europeo, cercando di cogliere le possibili implicazioni delle rotture causate dal conflitto russo-ucraino sulle prospettive di lungo periodo che si andavano delineando nell’ambito di detta economia e della zona con cui è direttamente connessa.
A tal fine verrà descritto uno spazio economico che chiameremo blocco tedesco, termine privo di qualsiasi connotazione politica, utilizzato solo per definire un livello di rapporti settoriali e di scambio molto più interconnessi della semplice egemonia economica.
La nota inizia con un excursus storico il cui obiettivo consiste nel definire il passaggio dall’egemonia della Germania in Europa alla formazione di un gruppo di paesi ad essa strettamente connessi.
In tale quadro verranno esaminate le caratteristiche di alcuni stati dell’Europa orientale. Verrà poi osservato che le forze dinamiche del blocco tedesco si proiettano particolarmente verso la Cina, ma che tale proiezione non può essere mantenuta senza il coinvolgimento della Russia. In tal caso si renderebbe possibile una crescita europea trainata dalle esportazioni nella maniera concepita da Nicholas Kaldor.
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L’anti-Clausewitz
di Enrico Tomaselli
Formalizzato da Carl von Clausewitz nel suo Della Guerra, pubblicato negli anni trenta dell’800, il principio della guerra come proseguimento della politica con altri mezzi è in realtà sempre stato considerato da tutti i teorici dell’arte militare – da Machiavelli a Sun Tzu, da Giap a Gerasimov. Si potrebbe in effetti dire che sia un principio talmente vero da risultare ovvio, ma in realtà non è poi così nei fatti. Quel che è certo è che questo principio trova la sua massima applicazione nel corso del 900, quando alle classiche linee di frattura geopolitiche si aggiungono quelle ideologiche, facendo quindi della guerra uno strumento quasi privilegiato della/dalla politica
La guerra rivoluzionaria
È interessante notare come, proprio nel corso del novecento, l’ideologizzazione della guerra produca un fenomeno speculare, le cui ricadute – come vedremo – si presentano ancora oggi in modo per certi versi sorprendente. Il secolo scorso, infatti, vede la nascita della guerra rivoluzionaria, che non è semplicemente lo strumento bellico messo al servizio di una politica – appunto – che si prefigge la rivoluzione, ma è a tutti gli effetti, e prima d’ogni cosa, una rivoluzione della guerra. Per certi versi paragonabile a quella napoleonica.
Anche se tendenzialmente il pensiero va al Mao Tze Dong della lunga marcia, il vero teorico della guerra rivoluzionaria è il vietnamita Võ Nguyên Giáp. È lui che guiderà la lotta di liberazione del popolo vietnamita, dapprima contro la Francia e poi contro gli Stati Uniti. Ed a questi due conflitti sono legati altri due fattori importanti, ai fini della presente riflessione.
Innanzitutto, è nel corso del conflitto indocinese (e poi durante la guerra di liberazione algerina) che l’idea di guerra rivoluzionaria viene assimilata (e rielaborata) da un esercito occidentale; all’interno dell’esercito coloniale francese, infatti, la temperie di questi due conflitti fa maturare la consapevolezza che la guerra non è più semplicemente una questione tra eserciti contrapposti e, pertanto, va affrontata con logiche strategiche e tattiche assai diverse.
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Kharkov e la mobilitazione
di Jacques Baud - thepostil.com
La riconquista della regione di Kharkov all’inizio di settembre sembrerebbe essere un successo per le forze ucraine. I nostri media hanno esultato e trasmesso la propaganda ucraina allo scopo darci un quadro non del tutto accurato. Uno sguardo più attento alle operazioni avrebbe potuto indurre l’Ucraina ad essere più cauta.
Da un punto di vista militare, questa operazione è una vittoria tattica per gli Ucraini e una vittoria operativa/strategica per la coalizione russa.
Da parte ucraina, Kiev era sotto pressione per ottenere qualche successo sul campo di battaglia. Volodymyr Zelensky temeva che l’Occidente si sarebbe stancato, riducendo quindi gli aiuti militari all’Ucraina. Per questo motivo, gli Americani e gli Inglesi avevano fatto pressioni affinché portasse a termine alcune offensive nel settore di Kherson. Queste offensive, intraprese in modo disorganizzato, con perdite sproporzionate e senza successo, hanno creato tensioni tra Zelensky e il suo staff militare.
Per diverse settimane gli esperti occidentali hanno messo in dubbio la presenza dei Russi nell’area di Kharkov, dato che chiaramente non avevano intenzione di combattere per la città. In realtà, la loro presenza in quest’area aveva solo lo scopo di bloccare le truppe ucraine e impedire il loro trasferimento nel Donbass, che è il vero obiettivo operativo dei Russi.
Ad agosto, alcuni indizi avevano suggerito che i Russi avevano pianificato di lasciare l’area ben prima dell’inizio dell’offensiva ucraina. Si erano quindi ritirati in buon ordine, insieme ad alcuni civili che avrebbero potuto essere oggetto di rappresaglie.
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L’euro senza l’industria tedesca
di Michael Hudson*
La reazione al sabotaggio di lunedì 26 settembre di tre dei quattro gasdotti Nord Stream 1 e 2 si è concentrata sulle speculazioni su chi sia stato e se la NATO farà un serio tentativo di scoprire il colpevole. Tuttavia, invece del panico, si è tirato un grande sospiro di sollievo diplomatico, persino di tranquillità. La disattivazione di questi gasdotti pone fine all’incertezza e alle preoccupazioni dei diplomatici USA/NATO, che, la settimana precedente, avevano quasi raggiunto l’apice di una crisi, quando in Germania si no svolte grandi manifestazioni per chiedere la fine delle sanzioni e la messa in funzione del Nord Stream 2 per risolvere la carenza di energia.
L’opinione pubblica tedesca stava capendo il vero significato della chiusura delle aziende siderurgiche, di fertilizzanti, di vetro e di carta igienica. Queste aziende prevedevano di dover cessare completamente l’attività – o di trasferirla negli Stati Uniti – se la Germania non si fosse ritirata dalle sanzioni commerciali e valutarie contro la Russia e non avesse permesso la ripresa delle importazioni di gas e petrolio russi e, presumibilmente, la riduzione da otto a dieci volte del loro astronomico aumento dei prezzi.
Eppure, la guerrafondaia Victoria Nuland del Dipartimento di Stato aveva già dichiarato a gennaio che “in un modo o nell’altro il Nord Stream 2 non sarebbe andato avanti” se la Russia avesse risposto all’incremento degli attacchi militari ucraini contro gli oblast orientali russofoni. Il 7 febbraio, il presidente Biden aveva ribadito l’intenzione degli Stati Uniti, promettendo che “il Nord Stream 2 non ci sarà più. Vi porremo fine. Vi prometto che saremo in grado di farlo.”
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Nord Stream: il sabotaggio della follia
di Giovanna Visco*
Il sabotaggio delle linee offshore Nord Stream è un fatto che segnala un salto preoccupante dello scontro Usa/Nato-Russia, spostando il confronto bellico in atto, su oleodotti e cavi sottomarini. Colpire le infrastrutture critiche di beneficio comune transazionale sbatte in faccia il bisogno urgente di pace del sistema degli approvvigionamenti vitali.
Volendo circoscrivere gli effetti politici di questo sabotaggio nel contesto in cui è stato attuato, al di là della propaganda e della sua retorica, si potrebbe prospettare un allentamento della pressione interna dal basso che chiede sempre più diffusamente l’abolizione delle sanzioni contro la Russia e trattative di pace, pochi giorni fa in Ungheria si è svolta una ennesima grande manifestazione di piazza.
Una pace che, peraltro, lo scorso aprile sembrava vicina, naufragata per i venti contrari soffiati dal blocco militare Nato/Stati Uniti.
Allo stesso tempo, il sabotaggio indebolisce la forza negoziale russa e divarica ulteriormente i suoi rapporti con l’Europa, avversati da lungo tempo dalla alleanza anglo-statunitense, tutta protesa a conservare l’egemonia unipolare, sempre più insostenibile, sul mondo.
Tra le ipotesi possibili di risposta nulla ne vieterebbe una uguale e contraria, o semplicemente l’innesco di reazioni a catena, tanto che la Norvegia, paese Nato, il più grande fornitore di gas d’Europa e uno dei principali di petrolio a livello globale, con oltre 90 giacimenti in gran parte collegati a una rete di gasdotti estesa quasi 9.000 km, all’indomani dei sabotaggi del Nord Stream, ha deciso di schierare le sue forze armate per proteggere le installazioni offshore e inshore.
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La Gran Bretagna non può più sbagliare la sua strategia globale
di Fulvio Bellini
Premessa. Cosa significa essere uno Stato “quasi sovrano”
In questo articolo analizzeremo la Gran Bretagna e il suo ruolo nello scacchiere internazionale. Parleremo dell’avvenimento principale del mese di settembre: la morte della Regina Elisabetta II e la successione al trono da parte del figlio Carlo III. Insieme all’incoronazione di Carlo, anche l’inquilino di Downing Street è cambiato: Boris Johnson ha lasciato il Numero 10 a favore di Liz Truss, la quale parrebbe dare l’idea di non cambiare la linea politica del predecessore, e invece potrebbe essere di sì. Un mutamento così significativo al vertice dello Stato britannico e del Commonwealth delle Nazioni cade in un momento storico particolarmente delicato, che vede da un lato la continuazione dell’Operazione militare speciale dell’esercito russo in Ucraina, e dall’altro il violento attacco che gli Stati Uniti, con la scusa della crisi tra Kiev e Mosca, stanno conducendo contro l’Unione Europea e l’Euro; vedremo anche di spiegare quest’affermazione. Va, inoltre, ricordato che la Gran Bretagna, il 31 gennaio 2020 e con singolare tempismo, è uscita dall’Unione Europea, riacquistando una maggiore agibilità politica, fino ad oggi usata per allinearsi, e spesso anche per scavalcare, la politica degli Stati Uniti e della Nato di sostegno del regime del Presidente-attore-burattino Volodymyr Zelensky e di contrasto alla politica di Vladimir Putin.
Prima di iniziare la nostra analisi, quanto mai ricca di temi, gettiamo un’occhiata fugace alle recenti elezioni in Italia del 25 settembre al solo scopo di evidenziare la differenza tra un Paese parzialmente sovrano come la Gran Bretagna e uno totalmente privo di qualsiasi forma di sovranità come l’Italia.
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L’attacco ai gasdotti Nord Stream: il bersaglio è l’Europa
di Gianandrea Gaiani*
L’annessione delle quattro regioni dell’Ucraina sud orientale alla Federazione Russa con le relative celebrazioni a Mosca e l’improbabile accelerazione dell’ingresso dell’Ucraina nella NATO accentuano l’escalation del conflitto e il rischio che possa allargarsi coinvolgendo un’Europa che appare sempre di più in ginocchio.
A compromettere, forse definitivamente, le sue precarie condizioni contribuisce anche l’atto dinamitardo (gli svedesi stimano che la potenza dell’esplosione fosse di 100 chilogrammi di TNT equivalente) che il 27 settembre ha visto esplodere i “tubi” sottomarini dei gasdotti Nord Stream 1 e Nord Stream 2, che trasportano il gas russo in Germania attraversando i fondali del Mar Baltico: il primo è fermo da alcune settimane e il secondo è stato ultimato poco prima dello scoppio della guerra in Ucraina e non è mai entrato in funzione.
Non ci sono dubbi circa il fatto che non si sia trattato di un incidente mentre più arduo è stabilire chi abbia effettuato un attacco multiplo che ha provocato la fuoriuscita di 500 milioni di metri cubi di gas per un valore di 800 milioni di euro e che determinerà con ogni probabilità la compromissione dell’efficienza dei due gasdotti a causa dell’acqua salata che penetrerà in profondità allagando e corrodendo le grandi infrastrutture metalliche.
Gazprom sembra valutare che occorreranno sei mesi per ripararli, altre fonti parlano di anni o ritengono che le infrastrutture siano irrimediabilmente compromesse.
Gas e gasdotto Nord Stream 2 sono di proprietà della stessa Nord Stream 2 AG, società di cui Gazprom è azionista al 100%. Anche il gas nel gasdotto Nord Stream 1 è proprietà di Gazprom: quindi i danni patrimoniali e in materia prima costituiscono interamente perdite finanziarie russe.
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Rischio stallo
di Enrico Tomaselli
Anche se l’Europa, contro ogni logica, sembra indifferente ad una qualsiasi prospettiva di pace, la guerra ucraina rischia di scivolare lentamente verso una situazione di stallo, che è esattamente lo scenario peggiore per i paesi europei. Trovare una via d’uscita, che salvaguardi gli interessi europei, ma che al contempo possa risultare percorribile per i contendenti, è qualcosa che però richiede non soltanto abilità diplomatica, ma una visione anche militare del conflitto, in modo tale da poter operare affinché la situazione sul terreno non si cronicizzi – premessa indispensabile per qualsivoglia iniziativa di pace.
L’aggressore riluttante
Uno dei tanti paradossi di questa guerra è che, mentre la narrazione occidentale dipinge la Russia come un paese estremamente aggressivo, questa in realtà si rivela essere estremamente riluttante nell’uso della forza.
Se guardiamo alla storia complessiva del conflitto, dal 2014 ad oggi, possiamo rilevare che ogni passo compiuto da Mosca mostra una estrema riluttanza a spingersi oltre, sia sul piano politico-diplomatico che su quello militare. Quando, dopo il golpe di piazza Maidan e l’inizio delle violenze anti-russe nel Donbass, la Russia si attiva rispetto alla nascente guerra civile ucraina, lo fa sul piano diplomatico: gli accordi di Minsk – I e II – di cui continuerà per anni a chiedere l’applicazione, sono infatti il tentativo di risolvere la questione senza intervenire direttamente. Intervento che arriverà solo dopo otto anni di guerra civile, a fronte della crescente minaccia ucraina.
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The United States Is Waging a New Cold War: A Socialist Perspective
di Alessandro Visalli
Il Tricontinental Institute for a Social Research[1], insieme alla rivista Monthy Review[2] ed alla piattaforma No Cold War[3], hanno elaborato un importante rapporto dal titolo “The United States Is Waging a New Cold War: A Socialist Perspective”[4]. Il testo contiene un’introduzione di Vijay Prashad, quindi un articolo dal titolo “Che cosa spinge gli Stati Uniti a incrementare l’aggressione militare internazionale?” di John Ross, un altro di Deborah Veneziale dal titolo “Chi sta guidando gli Stati Uniti alla guerra?”, ed infine un articolo del caporedattore dei Monthly Review, John Bellamy Foster, “Note sull’esterminismo, per i movimenti per l’ecologia e la pace del XXI secolo”.
È piuttosto difficile riassumere brevemente i contenuti del testo; all’avvio Prashad ricorda come a maggio del ’22, a Davos, Kissinger ha invitato ad un accordo pace che soddisfi i russi, invece di scivolare in una guerra con loro. Più significativamente ricorda una conversazione del 2003 con un importante esponente del Dipartimento di Stato che candidamente ammetteva che gli Usa fondamentalmente sono disponibili a far sopportare al mondo (ed ai propri lavoratori) un “dolore a breve termine”, se questo ha possibilità di portare ad un “guadagno a lungo termine” (per sé). Tale guadagno si riduce in sostanza a mantenere quel primato che hanno avuto dalla fine della Seconda guerra mondiale. In altre parole, essi cercano di impedire con ogni mezzo una tendenza storica, quella alla integrazione euroasiatica, che minaccia in modo esistenziale il predominio atlantico. Secondo quanto scrive “Le strategie per indebolire Russia e Cina includono un tentativo di isolare questi paesi attraverso l'escalation della guerra ibrida imposta dagli Stati Uniti (come le sanzioni e la guerra dell'informazione) e il desiderio di smembrare questi paesi e poi dominarli in perpetuo”.
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Sul 24 febbraio
di Enrico Tomaselli
C’è da tempo una narrativa filoucraina e una narrativa filorussa sui fatti che precedono e seguono l’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio e di quale fosse la reale strategia russa. Enrico Tomaselli mette in luce i limiti propagandistici di entrambe le versioni e propone una lettura diversa
Tre linee d’attacco
Può sembrare poco rilevante esaminare oggi il senso degli avvenimenti della prima fase dell’operazione speciale, eppure una interpretazione di quegli eventi può essere utile non solo per comprendere meglio le fasi successive, ma anche per mettere tutto in prospettiva e, quindi, provare a comprendere quali potrebbero essere gli sviluppi a breve-medio termine.
È interessante notare, al riguardo, come esistano sostanzialmente due chiavi di lettura di quella fase iniziale, ovviamente opposte e quasi speculari, che potremmo ricondurre a due diverse letture di parte degli avvenimenti.
Esiste una chiave di lettura, diciamo così, filo-ucraina, secondo la quale le operazioni militari russe iniziate il 24 febbraio miravano all’invasione del paese, con l’intento di rovesciarne il governo ed occuparne l’intero territorio. Come si ricorderà, in effetti, le direttrici di attacco russe furono tre, di cui soltanto una riguardava la parte sud-orientale dell’Ucraina: le aree del Donbass ancora sotto il controllo di Kiev e le altre due – da est, verso Kharkiv ed oltre, e da nord verso Kyev – territori rispetto ai quali non vi erano rivendicazioni indipendentiste. In base a questa interpretazione, sarebbe stata la formidabile resistenza delle forze armate ucraine, nonché la determinazione del governo, a fermare prima e a respingere poi le forze russe penetrate da nord e da est, costringendo quindi Mosca a ripiegare entro i propri confini, per poi ridislocare le truppe più a sud e concentrare gli sforzi sui due oblast di Lugansk e Donetsk.
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Il declino economico degli Stati Uniti e l’instabilità globale
di Fabrizio Russo
Le minacce ai pilastri su cui si reggono gli USA
Gli Stati Uniti sono emersi dalla Seconda Guerra Mondiale come la principale potenza economica e militare del mondo. Settanta anni dopo, circa, il potere americano è in declino, una diretta conseguenza di decenni di politiche economiche neoliberiste, che spendono ingenti somme di denaro pubblico per l’esercito e il raggiungimento della “parità” economico/militare con Russia e Cina. Queste politiche hanno eroso la forza economica degli USA e stanno minando il ruolo del dollaro in veste di valuta di riserva mondiale, pilastri chiave del loro potere globale. In realtà, tutti i pilastri che sostengono il potere degli Stati Uniti sono ora minacciati dai decenni di politiche economiche neoliberiste sconsiderate. Il punto nodale è il collegamento tra il continuo declino economico e sociale negli Stati Uniti/UE (collettivamente indicati come “l’Occidente”) ed una politica estera statunitense sempre più sconsiderata, oltre al ruolo svolto dalle Media Corporation nel promuovere queste politiche presso il pubblico americano/UE di fronte all’ascesa di Russia, Cina assieme ad altri paesi del sud del mondo.
Ruolo delle Media Corporation
Primo emendamento della costituzione degli Stati Uniti: «Il Congresso non promulgherà alcuna legge sul rispetto di un’istituzione religiosa, o vietandone il libero esercizio; o abbreviare la libertà di parola o di stampa; o il diritto del popolo di riunirsi pacificamente e di presentare una petizione al governo per una riparazione delle lamentele.’
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La Dichiarazione di Samarcanda
di Alessandro Visalli
Si è concluso il vertice dei paesi dello SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, fondata nel 1996) a Samarcanda, con la prima partecipazione in presenza del Presidente cinese XI Jimping dall’inizio della pandemia. Si tratta del 22° vertice del Consiglio dei Capi di Stato e si è concluso con una Dichiarazione e documenti su vari temi, come la salvaguardia della sicurezza alimentare, la sicurezza energetica globale, la lotta ai cambiamenti climatici e il mantenimento di una catena di approvvigionamento sicura, stabile e diversificata.
La Dichiarazione[1] sostiene che il mondo è oggi attraversato da cambiamenti globali in rapido sviluppo e grande trasformazione, e che è in corso di intensificazione la tendenza ad entrare in una era multipolare. Ciò mentre paesi sempre più interdipendenti vedono informatizzazione e digitalizzazione crescenti. Mentre ciò accade le sfide sono sempre maggiori e la situazione internazionale si sta deteriorando.
Gli stati membri (che comprendono Cina, Russia, India, Kazakistan, Kirgizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Pakistan, Iran, cui si aggiungono come “stati osservatori” Afghanistan, Bielorussia e Mongolia e come “partner di dialogo” stati importanti come l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Turchia, il Quatar, il Nepal, la Cambogia, l’Armenia, lo Sri Lanka e l’Azerbaijan) hanno dichiarato di opporsi ad ogni approccio di parte per risolvere le questioni internazionali e preso l’impegno di coordinarsi di fronte alle minacce ed alle sfide alla sicurezza. La Dichiarazione afferma che è di grande importanza pratica lavorare insieme per costruire un nuovo tipo di relazioni internazionali caratterizzate da rispetto reciproco, equità e giustizia, nonché cooperazione vantaggiosa per tutti e per costruire una ‘comunità con un futuro condiviso per l'umanità’ (formula notoriamente cinese).
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Il gorgo: globalizzazione, guerra, USA, Cina ed Europa nell'incerto presente
Alberto Deambrogio intervista Raffaele Sciortino
Raffaele Sciortino, già attivista nel movimento no global e no Tav e dottore di ricerca in studi politici alla Statale di Milano, è oggi ricercatore indipendente autore di studi critici sulla globalizzazione e sulle relazioni sino-americane. Ha pubblicato, con Asterios, Obama nella crisi globale (2010), I dieci anni che sconvolsero il mondo. Crisi globale e geopolitica dei neopopulismi (2019) e, sul rapporto sino- americano, Un passaggio oltre il bipolarismo. Il rapprochement sino-americano 1969-1972 (2011). A fine settembre per Asterios pubblicherà un nuovo saggio dal titolo: Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenze.
* * * *
Alberto Deambrogio: La situazione che stiamo vivendo è caratterizzata sicuramente da alcuni punti fermi, visibili e da alcune tendenze la cui traiettoria finale è difficile da individuare. Siamo in guerra, in presenza di uno shock energetico e della scarsità di materie prime, l’inflazione si sta accoppiando con la recessione mentre si è aperta una nuova imponente stagione di riarmo. Quali sono, secondo te, le caratteristiche salienti del conflitto in atto?
Raffaele Sciortino: Sull’Ucraina è necessario un breve résumée delle puntate precedenti. Dopo la fine dell’Unione Sovietica la Nato si è allargata fino ai confini russi; nel dicembre 2001, sotto l’amministrazione Bush jr., Washington si è ritirata dal più importante trattato sulle forze strategiche, l’Abm, firmato nel lontano 1972; intanto, dopo il lungo e sanguinoso conflitto in Cecenia degli anni Novanta, con ingerenza statunitense, negli anni Duemila hanno iniziato il loro corso le rivoluzioni colorate filo- occidentali in Georgia (2003), Ucraina (2004), Kirghizistan (2005); è poi arrivato nel 2008 il conflitto aperto provocato dalla Georgia.
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