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L’Europa fornirà all’Ucraina carri armati e missili che non ha
di Redazione Contropiano - Gianandrea Gaiani
Dopo 11 mesi di guerra non c’è bisogno della tv per sapere cosa chiede la junta di Kiev alla Nato: “armi!”. E la Nato riunita a Rammstein ha convenuto ancora una volta di mandargliene in grande quantità, “migliorando” però il livello tecnologico, ossia, la capacità offensiva. Ergo, ammettendo di voler essere parte attiva della guerra anche più esplicitamente di quanto non avesse detto finora.
Ci stiamo abituando ad essere in guerra secondo il principio della “rana bollita”… Ossia abituandoci a considerare “normale” ogni piccolo passo in avanti dell’escalation, fin quando la temperatura dell’acqua – pardon, del clima bellicista – non sarà mortale per tutti noi.
In questo modo non ci rimane nulla in testa, men che mai la capacità di valutare – e dunque capire (di “sapere” è escluso per principio, in guerra) – se e quanto certi annunci sono aderenti alla realtà. Ossia “realistici” in senso stretto.
Eppure quando si parla di armi “pronta cassa” qualche dubbio sarebbe bene tenerlo vivo. Non stiamo infatti parlando di finanza, per cui “basta un click” e voilà, il capitale è spostato da un’altra parte…
Per esempio. Fabbricare certi armamenti o “sistemi d’arma” come carri armati, batterie antimissile o direttamente lanciamissili terra-aria e terra-terra richiede qualche tempo, se non ce ne sono in quantità abbondante nei magazzini.
Usare certi sistemi d’arma non è esattamente come usare fucili o bombe a mano, per cui comunque serve un minimo di addestramento (se vuoi evitare di fare strage nelle tue stesse truppe).
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Tug of War
di Enrico Tomaselli
In inglese, tiro alla fune si dice ‘tug of war’, che letteralmente sarebbe ‘tipo di guerra’. Un espressione che si addice perfettamente a quanto sta accadendo in Ucraina, ma non perché le parti si stiano reciprocamente tirando dall’una e dall’altra parte, in un sostanziale stallo; il vero tiro alla fune vede infatti da una parte la realtà e dall’altra la narrazione, da un lato i fatti e dall’altro la propaganda. E più va avanti il conflitto, più i due capi della fune si allontanano, come se questa fosse elastica.
E questa divaricazione tra la guerra ed il suo racconto è ciò che oggi racchiude la vera minaccia di escalation.
* * * *
Soledar, la piccola cittadina appena a nord di Bakhmut, è nel suo piccolo un paradigma di molte altre cose. È, innanzi tutto, un esempio ormai classico di come procede l’esercito russo, in questa campagna d’Ucraina. Una volta identificato un punto del fronte che abbia una certa rilevanza tattica o strategica, comincia a premere in forze, impegnando il nemico in una battaglia di logoramento e contemporaneamente inizia a premere ai lati, sviluppando una manovra di aggiramento. Quando le ali della manovra si sono spinte abbastanza in avanti, tanto da minacciare le linee di rifornimento dell’obiettivo principale, il gioco è già sostanzialmente fatto. Sganciarsi e ritirarsi diventa estremamente complicato per il nemico, che quindi prova a resistere e lanciare controffensive. Finché la situazione si fa drammatica e l’aggiramento rischia di chiudere in un calderone l’intera forza dispiegata. A quel punto, inevitabilmente, ciò che accade è che una parte delle truppe viene sacrificata, lasciata sul posto a coprire la ritirata, mentre il grosso si sottrae all’accerchiamento.
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‘La Terza Guerra Mondiale è iniziata’
Le Figaro intervista Emmanuel Todd
Se guardiamo i voti dall'ONU, vediamo che il 75% del mondo non segue l'Occidente, che così appare piccolissimo. Vediamo che questo conflitto, descritto dai media come conflitto di valori politici, è un più profondo conflitto di valori antropologici
Grande intervista – Emmanuel Todd è antropologo, storico, saggista, prospettivista, autore di numerose opere. Molte di esse, come “La caduta finale”, “Illusione economica” o “Dopo l’impero”, sono diventati classici delle scienze sociali. Il suo ultimo lavoro, “La terza guerra mondiale”, è apparso nel 2022 in Giappone e ha venduto 100.000 copie.
Pensatore scandaloso per alcuni, intellettuale visionario per altri, “Rebelle Destroy” con le sue stesse parole, Emmanuel Todd non lascia indifferente. L’autore de “La caduta finale”, che ha previsto nel 1976 il crollo dell’Unione Sovietica, era rimasto discreto in Francia sulla questione della guerra in Ucraina. L’antropologo ha finora riservato la maggior parte dei suoi interventi al pubblico giapponese, perfino pubblicando nell’arcipelago un titolo provocatorio: “La terza guerra mondiale è già iniziata”. Per “Le Figaro”, descrive in dettaglio la sua tesi iconoclasta. […]
Oltre allo scontro militare tra Russia e Ucraina, l’antropologo insiste sulla dimensione ideologica e culturale di questa guerra e sull’opposizione tra l’Occidente liberale e il resto del mondo che ha acquisito una visione conservatrice e autoritaria. I più isolati non sono, secondo lui, quelli che sono ritenuti tali.
* * * *
Le Figaro. – Perché pubblicare un libro sulla guerra in Ucraina in Giappone e non in Francia?
Emmanuel Todd. – I giapponesi sono altrettanto anti-russi quanto gli europei. Ma sono geograficamente lontani dal conflitto, quindi non c’è un vero senso di urgenza, non hanno la nostra relazione emotiva con l’Ucraina. E lì, non ho affatto lo stesso status.
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Gli Usa tornano nel Mediterraneo
di Fabrizio Verde
Se durante le precedenti amministrazioni gli Stati Uniti si erano sostanzialmente disinteressati al Mediterraneo perché maggiormente presi dagli sviluppi geopolitici in differenti quadranti geografici, adesso sembrano essere tornati a voler occuparsi del Mare Nostrum, un medioceano come lo definisce la rivista di geopolitica Limes.
Principalmente perché il Mar Mediterraneo si inserisce così nella disputa globale per l’egemonia tra gli Stati Uniti e vassalli occidentali da una parte che rappresentano l’unipolarismo in decadenza, e le potenze multipolari in ascesa guidate da Cina e Russia. Senza dimenticare poi paesi come la Turchia, che seppur inserita nel sistema di alleanze occidentali, in primis la NATO, non rinuncia al conseguimento dei propri interessi strategici anche quando questi vanno a cozzare con quelli del blocco occidentale. Così Ankara da tempo fa sfoggio di equilibrismo strategico anche se negli ultimi tempi sembra propendere di più verso est.
In questa partita Washington vuole mantenere il controllo del Mediterraneo per non perdere la sua influenza sui paesi costieri e per avere agilità di movimento tra gli oceani. Il declino dell'influenza degli Stati Uniti in Europa aveva creato, in una certa misura, un vuoto strategico intorno alla regione mediterranea. Ma con l’operazione di sostegno al regime di Kiev in Ucraina gli Stati Uniti hanno di fatto preso il pieno controllo sull’Europa. Un’Europa immolata sull’altare degli interessi economici e strategici di Washington.
La strategia statunitense prevede ovviamente il coinvolgimento dell’Italia, in funzione degli interessi statunitensi, anche se in Italia qualcuno cera di occultare il vassallaggio di Roma provando a dipingerlo come un rilancio del ruolo dell’Italia nel Mediterraneo.
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La NATO contro la pace e il diritto
di Matteo Bortolon
Un ampio testo che rovesciando i luoghi comuni mostra la aggressività dei paesi occidentali in spregio alle istituzioni internazionali promuovendo golpe, invasioni illegali e infiltrazioni di truppe in svariate aree del mondo
Il testo di Daniele Ganser Le guerre illegali della NATO, Fazi 2022, è un testo assolutamente da leggere, soprattutto nell’attuale periodo in cui, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Alleanza Atlantica è propagandata come il custode della democrazia e dei valori occidentali. Non è quindi fuori luogo ripercorrere varie tappe di un percorso che vede i principali suoi Stati membri protagonisti delle più clamorose violazioni del diritto internazionale, nonché la stessa NATO impegnata in conflitti in flagrante violazione di qualsiasi legittimità.
Non è l’unico motivo: si tratta di un testo poderoso (537 pp. escluse le note e la Cronologia), zeppo di note, fonti, dati, ma con linguaggio piano e chiaro, facilmente accessibile nella ricostruzione dei vari episodi; senza dubbio è merito del traduttore aver esercitato uno stile così invidiabilmente cristallino, ma dotato di un procedere meditato e ordinato, un po’ differente da quei testi militanti che, quasi divorati dall’ansia della divulgazione indignata, riversano dati e argomenti come pugni sul lettore, correndo da un punto all’altro del filo cronologico. I fatti narrati in diversi punti ci evocano il nostro presente non solo in relazione alle responsabilità di conflitti, golpe, bombardamenti e massacri, ma per le loro modalità attuative, echeggiandoci quello che stiamo vivendo dai primi del 2022. Ma procediamo con ordine vedendo in maniera più precisa i contenuti.
Il testo parte con alcuni capitoli che delineano la nascita delle Nazioni Unite e gli istituti giuridici che sanciscono il divieto di guerra in tutte le sue accezioni; questi primi svelti capitoli sono più che il prologo in senso temporale rispetto agli avvenimenti successivi.
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L'Occidente è debole dove conta...e alcune delle conseguenze non sono ovvie
di Aurélien*
In questo articolo tratto dal sito 'Trying to understand the world', l'alto funzionario britannico che scrive sotto lo pseudonimo di Aurelien* (e che già abbiamo tradotto qui e qui) fa il punto sulla inadeguatezza della capacità militare e di sicurezza dell'Occidente rispetto alle sfide attuali e ne analizza le principali conseguenze. In seguito alle scelte strategiche perseguite negli ultimi decenni, l'Occidente si trova ora infatti - pur dotato di armi sofisticatissime e con una spesa per la difesa che si mantiene elevata - non solo sfornito dei mezzi adatti a una guerra su vasta scala di tipo convenzionale, ma anche nell'impossibilità di ricostituirli in tempo utile. Questa discrepanza tra le scelte strategiche degli anni passati e gli obiettivi che le élite democratiche e Neocon si sono dati, è l'elefante nella stanza (o meglio il fenicottero rosa), con cui si arriverà necessariamente a fare i conti.
Ho sostenuto più volte che molto probabilmente l'Europa si ritroverà presto parzialmente disarmata, politicamente isolata ed economicamente vulnerabile, e che, a meno di qualche tipo di intervento sovrannaturale, quei processi non possano essere invertiti. Qui voglio entrare più nel dettaglio di quelle che penso possano essere alcune delle conseguenze di questa debolezza militare e in materia di sicurezza, oltre ad estendere brevemente l'analisi agli Stati Uniti. Alcune delle possibili conseguenze potrebbero risultare sorprendenti.
Ci troviamo, credo, in un momento abbastanza unico nella storia del mondo: l'Occidente, collettivamente la più grande singola costellazione economica del mondo, ha passato trent'anni a ridurre progressivamente la sua capacità di combattere una guerra terrestre/aerea convenzionale, specializzandosi invece nelle modalità estreme dei conflitti. In pratica, ciò equivale ad armi nucleari e sottomarini, caccia ad alte prestazioni e aerei d'attacco da un lato, e contro-insurrezione e proiezione della forza in un ambiente permissivo dall'altro, senza che ci sia molto in mezzo. Come spiegherò tra poco, non è la prima volta che le nazioni hanno ridotto radicalmente le loro forze armate o vi sono state obbligate, né è la prima volta che le nazioni si trovano con forze irrimediabilmente inadatte ai compiti che potrebbero dover eseguire; tuttavia questa è, in realtà, la prima volta che intere capacità sono state abbandonate sulla base del presupposto che non sarebbero mai state necessarie, e ora è impossibile ricostituirle. Vale a dire, che l'attuale capacità militare convenzionale dell'Europa e degli Stati Uniti oggi è poco adatta all'attuale situazione mondiale, ma è tutto ciò che sarà a disposizione nel prossimo futuro.
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Tra l’anno della tigre d’acqua e l’anno del coniglio d’acqua
di Stefano Lucarelli
Una recensione a Raffaele Sciortino, Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenze, Asterios, 2022
1. Anche il 2023 come il 2022 sarà, secondo l’oroscopo cinese, segnato dall’elemento dell’acqua.
Sull’acqua è opportuno rileggere la seguente riflessione attribuita a Laozi – presunto autore del Tao Te Ching vissuto nel VI secolo a.C.: “Ecco come bisogna essere! Bisogna essere come l’acqua. Niente ostacoli – essa scorre. Trova una diga, allora si ferma. La diga si spezza, scorre di nuovo. In un recipiente quadrato, è quadrata. In uno tondo, è rotonda. Ecco perché è più indispensabile di ogni altra cosa. Niente esiste al mondo più adattabile dell’acqua. E tuttavia quando cade sul suolo, persistendo, niente può essere più forte di lei.”
Questa fluidità, questa capacità di adattamento, che è insieme forza basata su una lenta accumulazione di risorse, sembra caratterizzare la Cina contemporanea, potenza in sospeso fra l’apprendimento e l’assuefazione del modo di essere occidentale. Chi ha a cuore gli studi politici e le relazioni internazionali – e fra questi c’è senza dubbio Raffaele Sciortino, il quale ha anche il pregio di prendersi cura dei movimenti sociali – non può che scontrarsi oggi con l’esigenza rovinosa di fare i conti con la Cina, rileggendone la storia, per comprendere non solo il senso dell’attuale corso cinese, ma soprattutto le paure e le isterie che esso ha provocato nel mondo atlantico.
2. Sciortino ha scritto un libro diviso in tre parti: 1. Crisi nella globalizzazione; 2. Stati Uniti; 3. Cina. Una fatica che durante la lettura diviene sempre più ambiziosa. Pagina dopo pagina ci si ritrova avvolti in una riflessione profonda, alle prese con il tentativo di ripercorrere le trame che l’autore dipana.
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La pace è finita, l’Unione Europea anche
di Sandro Moiso
Lucio Caracciolo, La pace è finita. Così ricomincia la storia in Europa, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2022, pp. 144, euro 16,00
E’ un agile libricino, ma c’è da augurarsi che la Befana in persona oppure qualche amico premuroso o caro parente l’abbia fatto pervenire nella tradizionale calza appesa al camino (o dove diavolo si voglia) dei lettori. Soprattutto di coloro che, ancora infatuati di filo-sovietismo e vetero-stalinismo d’antan, credono e affermano, senza mai averne letto una parola o un rigo, lo scarso interesse che rivestirebbero i saggi e gli studi di Caracciolo per i “compagni”. Spesso accusandolo di un filo-atlantismo ad oltranza che stride in maniera evidente con tutto ciò che l’autore va dicendo e scrivendo da anni.
Anche quelli che si ostinano a ritenere che la geopolitica sia “roba di destra” farebbero meglio a leggere il libretto oppure richiedere la consegna dello stesso da parte del drone con la scopa caratteristico del 6 gennaio. Poiché se è vero che acquistare «Limes», la rivista di cui Caracciolo è direttore, tutti i mesi può rivelarsi impegnativo e costoso, la lettura e l’acquisto di questo ultimo suo lavoro potrebbe occupare poco tempo e pesare non molto sulle tasche dei singoli (parlando comunque di tempo e soldi ben spesi).
Ma allora cosa conterrà di così importante il testo di cui si sta qui parlando, chiederà qualche lettore storcendo già il naso. La risposta è già nella prima riga, e in quelle seguenti, senza ombra di dubbio.
Il 24 febbraio 2022 è definitivamente finita la fine della storia. Trent’anni dopo la pubblicazione del saggio di Francis Fukuyama sopra La fine della storia e l’ultimo uomo (1992), l’invasione russa dell’Ucraina impone sigillo all’illusione di emanciparci dalla prigionia del tempo, stigma di ogni progressismo occidentale.
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Il suprematismo USA alla prova
di Enrico Tomaselli
Negli ultimi decenni, negli Stati Uniti ha preso il sopravvento una strana alleanza tra l’elite globalista democratica ed i circoli neocon. Questo grumo di potere è unito dalla visione messianica degli USA come del paese eletto da dio a guidare il mondo; i primi apportano all’alleanza la visione ideologica, i secondi il cinismo politico. Sempre più scollegati dalla realtà degli states, appaiono accecati dalla propria stessa narrazione e stanno trascinando il mondo occidentale in una guerra senza fine, che per di più non possono vincere. La vera minaccia del conflitto nucleare viene da lì, non dalle steppe russe.
Una America accecata
Quando si pensa al suprematismo negli Stati Uniti, il pensiero va alle correnti di estrema destra che attraversano il paese, soprattutto fuori dalle grandi metropoli e lontano dalle sponde oceaniche: quel suprematismo bianco che va dal Ku Klux Klan alle milizie neonaziste. Ma, ancora più profondo, c’è un altro suprematismo che alligna in USA, e che ha le sue radici nella dottrina Monroe (1): l’idea dell’America First. Variamente declinata, e giustificata, l’idea della supremazia statunitense sul mondo si è via via andata delineando come una mission assegnata da dio (2), ma all’ombra della quale si sono poi annidati i corposi interessi materiali delle elites economiche. Già nella formulazione della locuzione è insita questa idea: come ha recentemente fatto notare il Presidente messicano, Andrés Manuel López Obrador, gli USA si pensano e si dicono l’America, laddove invece non ne sono che una parte. Anche solo il nord America, infatti, conta anche il Messico ed il Canada.
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I dieci anni che sconvolgeranno il mondo? Prima parte
Appunti per una nuova teoria dell’imperialismo
di Raffaele Sciortino
Sullo sfondo della guerra in Ucraina e della recessione economica globale, l’urto possente che segnerà il prossimo futuro e sta già rimodellando il nostro presente: lo scontro tra Stati Uniti e Cina.
È su questo cambiamento di fase che, sabato 3 dicembre, abbiamo voluto ragionare con Raffaele Sciortino a Modena, per costruire un punto di vista e un’analisi approfondita che non si trovano nelle aule universitarie, sui podcast di Dario Fabbri o tra le infografiche di Instagram. Allargando il campo sull’epoca dei torbidi e di caos crescente che avevamo già cominciato a decifrare nel Mondo di domani, nella precedente iniziativa con Raf e Silvano Cacciari, di cui avevamo già riportato gli interventi su questo blog.
È questo scontro, oggi, il nodo cruciale del sistema-mondo capitalistico, imperniato su una globalizzazione giunta a un punto di non ritorno, tra equazioni impossibili e necessità di rilancio. Un conflitto che non si limit_a alle sfere alte della politica e dell’economia, ma inciderà sempre di più nella vita quotidiana di milioni di persone, e non in modo secondario a queste latitudini.
Che forma prenderà il caos internazionale da un punto di vista di classe? Da quali contraddizioni strutturali si darà il senso di marcia dello scontro? Quali scenari si apriranno per il ritorno del conflitto sociale?
«Gli dèi della fortuna favoriscono solo chi si prepara…», si chiude così il libro che abbiamo voluto presentare. Pertanto, partendo da queste domande, ma soprattutto da questa indicazione di metodo, pubblichiamo in tre puntate il ricco intervento e il proficuo dibattito della presentazione di Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenza, ultima, preziosa e non semplice fatica di Raffaele Sciortino. In questo prima tranche, un’introduzione alla crisi della globalizzazione capitalistica a trazione americana, sviluppata sul dollaro e sul ruolo di ordine/disordine di Washington nel sistema-mondo, che traccia fin da ora qualche appunto per una nuova, e necessaria, teoria dell’imperialismo ancora da scrivere.
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La verità sulla guerra russo-ucraina
di Carlo Formenti
In un mondo ideale, quando scoppia una guerra come quella oggi in atto fra Russia e Ucraina, che minaccia di avere gravi conseguenze non solo per le popolazioni coinvolte ma per l'intero pianeta, la prima preoccupazione di chi è in grado - per cultura e competenze - di analizzare le cause reali del conflitto, dovrebbe essere quella di trasmettere le proprie conoscenze al largo pubblico dei non addetti, non solo per aiutarlo a farsi un'opinione corretta su quanto sta accadendo, ma anche per stimolarne l'impegno a fare il possibile, se non per porre fine alla strage, almeno per limitare i danni. Purtroppo non viviamo in un mondo ideale, bensì nell'Italia attuale, cioè in un Paese inglobato in due blocchi economici, politici e militari, l'Unione Europea e la Nato, asserviti agli interessi di una superpotenza come gli Stati Uniti che, oltre a essere la prima responsabile della guerra, è anche determinata a fare sì che essa si prolunghi il più a lungo possibile, nella speranza di rallentare il proprio declino, danneggiando non solo una delle nazioni belligeranti, quella Russia che assieme alla Cina è la sua maggiore controparte geopolitica, ma anche gli "alleati" europei, i quali, dovendo pagare un prezzo elevato ove il conflitto si prolungasse, vedrebbero ridursi la propria capacità competitiva nell'ambito del blocco occidentale. Non stupisce quindi che le classi intellettuali sopra evocate - giornalisti, accademici, esperti di storia, politica ed economia, ecc. -, invece di svolgere un ruolo di informazione obiettiva sui fatti e di analisi scientifica delle loro cause, siano impegnati in una forsennata campagna propagandistica contro una delle parti belligeranti, presentandola come l'unica responsabile della guerra, se non come l'incarnazione del male assoluto.
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La Questione Tedesca
di Gaetano Colonna
La Germania è oggi spinta ad assumere ancora una volta un ruolo militare. Dapprima con un discorso davanti al Parlamento tedesco il 27 febbraio 2022; ora con un lungo articolo pubblicato sull’autorevole Foreign Affairs, espressione del Council of Foreign Relations, certamente uno dei più influenti e storici think tank statunitensi, il cancelliere tedesco Olaf Sholz ha proclamato al mondo la “svolta epocale” (Zeitenwende) alla quale la Germania deve rispondere anche sul piano militare, pudicamente denominato “di sicurezza”.
Si riapre quindi la questione tedesca in Europa. Da un secolo e più, infatti, l’accusa che grava sulle spalle della Germania è quella di aver tentato per ben due volte l’assalto al potere mondiale, secondo la comoda vulgata codificata dai suoi vincitori – seppure rimessa in discussione da storici anglo-sassoni di valore, da Taylor a Clark.
Dopo due epocali tragedie che, oltre a milioni di morti e a distruzioni inimmaginabili, condussero la Germania alla condizione di Anno Zero, il paese mitteleuropeo ha beneficiato di alcuni decenni di pacifica prosperità, sia prima che dopo la sua riunificazione, barcamenandosi con una certa abilità fra Est ed Ovest: prendendo a Ovest una cultura fotocopia di quella anglosassone, e commerciando freneticamente con l’Est, ancor più dopo il crollo dell’Urss.
Destinata ad essereil campo di battaglia fra est e ovest in caso di guerrafra le superpotenze, la Germania viene inserita nella Nato il 9 maggio 1955 (a dieci anni esatti dal crollo del III Reich), anno in cui appunto vengono ricostituite le forze armate tedesche (Bundeswehr), che trovano poi una collocazione costituzionale nel 1968, quando i terremoti in corso nell’Europa orientale, culminati nell’invasione della Cecoslovacchia, facevano temere contraccolpi nei rapporti fra Usa e Urss.
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La pelle dell'orso
di Enrico Tomaselli
Gli imperi, così come ogni altra forma di organizzazione umana, sorgono, vivono e poi decadono. Nella fase di formazione, un impero manifesta una forma di aggressività espansiva, nella fase di declino una forma di aggressività difensiva. Quando un impero comincia a manifestare quest’ultima forma di aggressività, è segno inequivocabile che è iniziato il suo declino. La sola questione aperta è quanto durerà tale fase, e quanto sarà rovinosa
Giro di boa
Come sempre, la realtà prima o poi si afferma. Comincia a filtrare attraverso le maglie delle narrazioni mistificatorie, si aggruma qui e là, quindi emerge in tutta la sua evidenza. È ciò che sta accadendo, riguardo al conflitto in Ucraina. Giorno dopo giorno, si delineano i pezzi del puzzle, si ricompone il disegno complessivo. In fin dei conti, è davvero stupefacente che ancora nessuno osi dire l’intera verità.
Per quanto l’impero statunitense abbia programmato lo scontro con la Russia da almeno tre lustri, per quanto lo abbia lungamente preparato, alla prova dei fatti la sua strategia si sta dimostrando fallace.
Gli obiettivi di Washington erano almeno tre: impegnare Mosca in una lunga guerra di logoramento, tranciare definitivamente ogni connessione tra Russia ed Europa, ed isolare internazionalmente il paese nemico. Questi tre obiettivi, però, erano e sono subordinati ad una condizione ineludibile, ovvero la capacità di condurre lungamente la guerra senza uscirne sconfitti. E ciò implica il riuscire a logorare la capacità di combattimento della Federazione Russa, ed in misura abbastanza significativa, prima di trovarsi a propria volta logorati dal conflitto. L’evidenza dei fatti dice che questa condizione non si è verificata, né si verificherà, e pertanto il disegno strategico degli USA si fondava su un calcolo sbagliato.
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Anticipazione/ I russi, i russi gli americani
di Antonio Cantaro
Chi ha spento le luci della pace è il vecchio mondo di oggi, la Russia e gli Stati Uniti. L’Europa complice e vittima, allo stesso tempo. In esclusiva, per i lettori del nostro “laboratorio politico”, i passaggi essenziali dell’introduzione ad un volume di prossima pubblicazione nei primi mesi dell'anno che verrà
La pace è finita, recita il titolo di un pamphlet pubblicato sul finire del 2022. Ma chi ha spento le luci? I russi, i russi gli americani, sussurrava Lucio Dalla nel 1980 in una celebre canzone, piena di fiducia e di speranza, Futura, pensata e scritta di getto. In meno di mezz’ora, seduto su una panchina, una sigaretta accesa e un’agenda, nei pressi del Checkpoint Charlie, da dove allora si poteva passare dalla parte Ovest alla parte Est di Berlino. In Europa, nel cuore dell’Europa per tanti giovani di tante nazionalità che oggi numerosi lì lavorano, vivono, sognano, si innamorano.
Guerra in Europa, contro l’Europa
Che la guerra in Ucraina della quale “celebriamo” il primo “anniversario”, sia una guerra che si svolge nel territorio del Vecchio continente e che i suoi popoli siano quelli chiamati a pagarne il prezzo più pesante e duraturo è constatazione largamente condivisa.
Le immagini e le narrazioni dalle quali siamo stati ancora in questi mesi quotidianamente ‘bombardati’ si sono prevalentemente occupate degli ucraini, le popolazioni primariamente e indiscutibilmente vittime della guerra. E dei suoi esecutori materiali, in primo luogo l’esercito di Putin. Ma oltre le vittime e gli esecutori materiali ci sono dei ‘mandanti’ e dei ‘complici’.
A che punto è la notte?
Ad un anno dall’inizio dell’operazione militare speciale in pochi si sono occupati dei “mandanti” e dei loro “complici”. Avendo provato a farlo sin dalle prime settimane che ci separano dal quel 25 febbraio 2022, ho pensato fosse di una qualche utilità offrire al lettore l’insieme dei pensieri e degli scritti nei quali mi sono cimentato con le origini antiche e prossime della guerra ucraina.
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I misteri del Cremlino
di Nestor Halak
Durante la guerra fredda nei servizi segreti occidentali, tra i commentatori politici e persino tra i giornalisti c’erano esperti che venivano definiti “cremlinologi” per la loro supposta abilità nel decifrare i segnali provenienti dalle sempre più o meno misteriose stanze del Cremlino. Tempo prima, Churchill aveva addirittura definito la Russia come un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma: frase non proprio elegante, ma che rende il suo pensiero. Certo la mania russa per il segreto ha molto contribuito al sorgere di questa fama ed anche oggi, a più di trent’anni dalla caduta dell’Unione Sovietica, le intenzioni, le mosse e i ragionamenti della dirigenza russa continuano ad essere di difficile interpretazione.
Eppure, paradossalmente, il presidente Putin e gli altri personaggi ai vertici dello stato russo si esprimono con una franchezza sconosciuta ai potentati occidentali, tuttavia il disegno complessivo della loro politica continua ad essere sfuggente. Forse dipende dal fatto che i media ci hanno abituato alla prevedibile ipocrisia dei nostri dirigenti, forse per una leggera discrepanza tra il mondo russo e quello europeo che non ce lo fa sentire estraneo, come per esempio quello arabo o cinese, ma la cui stessa vicinanza diventa un ostacolo per cogliere le differenze.
Di fatto, se si prendono in considerazione le azioni russe a partire, diciamo, dal colpo di stato americano a Kiev, viene da chiedersi se abbiano un senso complessivo coerente.
Proviamo a riassumere la situazione per sommi capi. L’ucraina è sempre stata di vitale importanza per la Russia, l’errore di fondo è stato quello di permettere che lo stato sovietico si frantumasse lungo le linee amministrative delle repubbliche che spesso avevano un senso solo all’interno di uno stato unitario.
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