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Ricostruire dal basso un sistema monetario internazionale in Europa e nel mondo
Bruno Amoroso
Il mio amico e collega Jesper Jespersen mi sollecita da tempo a riprendere insieme il progetto di Keynes sulla riforma del sistema monetario internazionale, noto come Bretton Wood. Questo nella convinzione che oggi, come allora (1944), c’è bisogno di una ricostruzione del sistema economico e monetario in Europa e nel mondo, e gli strumenti e le conoscenze necessarie per farlo sono a disposizione. Si è scelta invece la strada della moneta unica e dell’euro, imponendo un processo di integrazione economica a scapito della solidarietà sociale e del co-sviluppo tra paesi, europei e no.
Questo non vale solo per il sistema monetario. Gli squilibri economici e sociali tra l’Europa e il Mediterraneo sono noti da tempo e nel Primo Rapporto sul Mediterraneo elaborato per il CNEL nel 1991 avevamo scritto con chiarezza che l’andamento demografico dei paesi euro-mediterranei e il divario economico segnalavano con chiarezza che di li a venti anni, in assenza di nuove politiche di cooperazione (le chiamammo di co-sviluppo) tra le due sponde saremmo andati incontro al disastro attuale, di una emigrazione selvaggia da quei paesi e una ripresa generale della conflittualità tra stati europei. Fummo accusati (dalla sinistra e sindacati) di allarmismo economico.
Tuttavia quelle elaborazioni contribuirono a dar vita ad alcune spinte positive con il progetto euro-mediterraneo di Barcellona (1995) (“un’area di benessere condiviso”) interrotto poi bruscamente con l’invenzione prodiana delle “politiche di vicinato” (2004), che scambiarono il welfare condiviso con la difesa comune, trasformando una strategia di cooperazione e stabilizzazione in quella di destabilizzazione e di guerra voluta dalla NATO.
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Salvare il capitalismo o uscire dal suo cadavere?
Franco Berardi Bifo
Pur di imporre la regola del mercato François Hollande è pronto a tutto. Mentre la prospettiva di una ripresa economica si dissolve, la sinistra si è assunta il compito di sferrare l’assalto finale contro i lavoratori. È difficile credere che costoro non si rendano conto della devastazione che producono, è difficile credere che i dirigenti di questa sinistra la cui dote principale è il servilismo non si rendano conto che stanno preparando il peggio. L’applicazione europea del neoliberismo sotto il pugno di ferro teutonico ha prodotto tali catastrofi che una sezione crescente dell’opinione pubblica occidentale si sta convertendo all’antiglobalismo di destra, al nazionalismo razzista.
I prossimi anni saranno segnati da una triplice guerra i cui fronti rimangono confusi.
Il fronte globalista finanziario avrà forse in Clinton il suo leader, sempre che riesca a superare l’odio popolare e il trionfante Trump, al quale perfettamente si attaglia il ruolo di rappresentante dell’ignoranza razzista. Il fronte anti-globalista guidato da Trump e Putin tiene insieme un coacervo di nazionalismi in conflitto tra loro ma uniti nel tentativo di riaffermare il dominio bianco sul pianeta. E per finire il fronte terrorista raggruppa fondamentalismo islamico e necro-imprese della Gomorra globale.
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Capitalismo cognitivo e postcapitalismo
Qualunque cosa ciò possa significare
di Sebastiano Isaia
«Come sulla fronte del popolo eletto stava scritto ch’esso era proprietà di Geova», così
l’espansione totale e capillare del rapporto sociale capitalistico imprime all’individuo
«un marchio che lo bolla a fuoco come proprietà del capitale» (Marx).

Introduzione
La lettura del libro di Paul Mason Postcapitalismo. Una guida per il nostro futuro ha generato in me una serie di riflessioni e di suggestioni che proverò a mettere in ordine per poterle condividere con i lettori, ai quali chiedo preventivamente scusa per le ripetizioni di frasi e concetti che probabilmente troveranno nel testo che avranno la bontà di leggere, e che non sono riuscito a eliminare nella fase di correzione degli appunti.
Lo scritto che segue non vuole essere, e difatti non è, una recensione del libro di Mason ma, appunto, una “libera” – e spero non troppo confusa – riflessione sui temi affrontati o anche solo evocati dal suo autore. I frequentatori più assidui del Blog non avranno difficoltà a capire subito che si tratta di “problematiche” che non smetto di prendere di mira, cercando di approcciarle da prospettive sempre diverse. Non sempre, o meglio: solo raramente la cosa mi riesce, non ho motivo di negarlo, ma l’impegno c’è, e credo che, tutto sommato, esso vada nella giusta (radicale/umana) direzione. Certamente sbaglio, inciampo e cado di continuo, ma sempre su un terreno a me caro: l’anticapitalismo “senza se e senza ma”, in vista di «una più elevata situazione umana» (Goethe).
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Il dio che non voleva morire
Tecnica, Capitalismo e limiti del vivente
Paolo Bartolini intervista Lelio Demichelis
Prof. Demichelis, in un suo recente lavoro ha parlato espressamente di religione per definire l'impianto tecno-capitalista che governa le nostre società. Quale valenza strategica e politica riconosce a un'analisi del dominio contemporaneo centrata sulla categoria del "religioso"?
In tempi di Isis e di integralismo politico-religioso potrebbe sembrare fuori luogo parlare e scrivere di capitalismo, di tecnica e di rete come di fenomeni religiosi. Io sostengo invece che proprio il capitalismo e la tecnica intesa come apparato hanno assunto ormai forme tipicamente religiose. Utilizzando le categorie e le modalità del religioso per evangelizzare il mondo, ma nella forma tecnica e capitalista.
Se andiamo alle analisi di Michel Foucault sulla nascita del potere moderno come evoluzione del potere pastorale delle prime comunità cristiane; se (ancora Foucault) analizziamo i meccanismi psicologici e pedagogici insiti nelle discipline e poi nelle forme biopolitiche di potere e di governo (la governamentalità) degli uomini; se, ancora, guardiamo alle società di massa del '900, alle forme totalitarie di potere, al concetto di ideologia - ebbene, abbiamo la conferma di quanto le forme religiose siano ben presenti anche oggi, in tempi di apparente secolarizzazione ma soprattutto di mercato globale e di rete.
La religione classica era un sistema di rappresentazioni collettive e di pratiche ripetute che uniscono e connettono e integrano ciascuno in una comunità/gregge, legandolo al pastore che guida il gregge e sciogliendolo all'interno del gruppo; è poi un insieme di riti, miti, cerimonie, simboli che rimandano e rinviano a Dio ma soprattutto alla chiesa che lo incarna e lo interpreta.
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La sinistra nel gorgo occidentale
di Spartaco A. Puttini
L'articolo è stato pubblicato nel numero di maggio 2016 della rivista on line “Gramsci oggi”
Sono in molti coloro che hanno pronosticato un 2016 molto critico per l’economia italiana. La crisi di alcune banche, con il suo strascico doloroso e le prospettive fosche che ne derivano, è un ulteriore passo dell’eurocrisi in cui il nostro paese è ormai avviluppato. Il processo di integrazione europeo (e il processo di integrazione monetaria che ne rappresenta la punta apicale) sono funzionali al tentativo di ridisegnare i nuovi rapporti di forza tra le classi in questa parte del mondo dopo la fine della guerra fredda, cioè dopo la sconfitta del movimento operaio (e non solo dei paesi dell’Est, come qualcuno aveva innocentemente creduto). Il fine è consentire che il vertice della piramide sociale dreni ricchezza dalla base riprendendosi progressivamente quanto concesso nei tre decenni precedenti. Il prefisso “post”, con il quale siamo soliti designare tanti fenomeni che caratterizzano la nostra realtà, a volte, visto da vicino, sembra quasi una foglia di fico sulla macchina del tempo grazie alla quale la reazione ci ha messo in viaggio per quello che, con qualche forzatura, può essere definito un ritorno all’Ottocento.
La ristrutturazione dello spazio socio-economico a uso e profitto delle élites del grande capitale deve necessariamente far pendant con la ridefinizione di uno spazio politico che possa garantirne gli interessi.
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TTIP e liberoscambismo
di Lorenzo Dorato
Considerazioni sulla sovranità economica e il conflitto sociale in un contesto di economia aperta
Finalmente da qualche settimana si parla anche in Italia in modo più cosciente, limitatamente, sia chiaro, ai canali informativi più di nicchia, del TTIP: il Transatlantic Trade and Investment Partnership, trattato di libero commercio in via di sottoscrizione tra Unione europea e Stati Uniti.
A grandi linee e al netto delle valutazioni quantitative specifiche, lo spirito, le intenzioni e gli obiettivi che muovono il trattato, nonché i suoi effetti distributivi sono evidenti, prevedibili e di grave portata.
Il trattato è un tassello molto rilevante di quel vasto processo di apertura indiscriminata delle economie nazionali agli scambi con l’estero avvenuto negli ultimi 30-40 anni. Per capirne la portata e le conseguenze vale dunque la pena ripercorrere brevemente la storia e la logica di tale processo.
A partire dagli anni ’70 e ’80 del ‘900 in gran parte delle aree del mondo si è realizzata una progressiva liberalizzazione dei movimenti di merci e capitali che ha privato gli Stati della sovranità sostanziale, ovvero della capacità di incidere in modo effettivo sui processi economici fondamentali interni ad un paese: la distribuzione del reddito, il sentiero di sviluppo economico e industriale prescelto, la tutela dei diritti del lavoro, dell’ambiente e del paesaggio, la scelta di un sistema tributario ritenuto equo, la difesa di principi etici considerati inviolabili. In sostanza, l’apertura indiscriminata agli scambi con l’estero mette a repentaglio, in nome della libertà economica, la libertà di uno Stato, ovvero di una collettività, di stabilire quali debbano essere i limiti alla libertà economica individuale al fine di tutelare valori ritenuti superiori: la giustizia sociale, l’uguaglianza sostanziale, la deontologia professionale, la dignità della persona, l’etica pubblica.
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Neoliberismo e postmodernismo: alleati fra loro ma nostri nemici
di Alessandra Ciattini
Neo-liberismo e postmodernismo sono due espressioni opposte e conflittuali del tardo capitalismo o presentano significative convergenze? Cerchiamo di indicare alcuni punti di contatto
Si parla assai spesso e a ragione di “pensiero unico”, per sottolineare come la cultura mass-mediatica, in tutte le sue forme, comprese le sue rozze espressioni politiche, sia dominata da un'unica concezione del mondo, scaturita dalla cosiddetta fine delle ideologie, improntata ad un facile pragmatismo che incanta l'uomo pratico e concreto, e talvolta intrisa di un buonismo ipocrita auspice del rispetto dell'altro e pronto ad agitare la “cultura dell'accoglienza”.
Tale concezione del mondo si incarna nel neoliberismo, affermatosi negli ultimi decenni del Novecento a causa di un complesso di fattori, i quali hanno contribuito al consolidarsi di quello che Ernest Mandel definisce “tardo capitalismo” (Der Spätkapitalismus, Francoforte 1972). Naturalmente il richiamo al buonismo e alla “cultura dell'accoglienza” non sono elementi costitutivi del neoliberismo, che si presenta limpido nella sua spietatezza, ma che taluni amano rivestire di tali pietosi veli per non fa sobbalzare i ricettori del suo messaggio.
L'emergere del neoliberalismo coincide con l'attacco condotto allo Stato sociale, e quindi con l'assalto ai diritti sociali dell'individuo che facevano di esso un membro della comunità, nel cui seno avrebbe dovuto trovare tutti quegli strumenti idonei a trasformarlo in un cittadino a tutti gli effetti. Con Margaret Thatcher abbiamo imparato che la società non esiste e che ognuno deve farsi carico individualmente del proprio “successo” sociale [1], anche nel caso in cui ciò significa il raggiungimento stento della mera sopravvivenza.
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La "mano invisibile" che affida la sovranità ai liberi mercanti
Ieri, oggi, domani
di Quarantotto
1. Abbiamo già citato la trilogia di romanzi, sul tema della guerra dell'oppio (contro la Cina) e della colonizzazione inglese in India, scritti da un autore indiano di cultura anglosassone, Amitav Ghosh.
Dal romanzo centrale della trilogia, traiamo alcune interessanti "conversazioni" che illustrano perfettamente la cultura dei tai-pan, cioè dei mercanti imbevuti della neo-religione del libero mercato seguita alla "rivelazione" di Adam Smith. Per lo meno nel modo in cui fu intesa nei decenni successivi alla sua opera maggiore, "La ricchezza delle nazioni": un modo, a rigore filologico e "scientifico", discutibile e controverso, ma che, non di meno, è divenuto poi una vulgata ampiamente diffusa e appunto circondata da un'adesione acritica e fideistica di tipo essenzialmente religioso (una religione, come evidenzia Galbraith, che si fonda sul supremo "piacere di vincere in un gioco in cui molti perdono").
2. Sull'attendibilità delle conversazioni che vi riporterò, sotto il profilo della loro capacità di riflettere fedelmente questo "credo", aderendo in modo diretto al pensiero ed alle parole dei protagonisti del tempo, Ghosh ci rassicura, fornendo un'appendice poderosa sulle fonti utilizzate (pagg.383-386 de "Il fiume dell'oppio"): le conversazioni, infatti, sono riprese da dichiarazioni e "editoriali", a commento dei fatti storici narrati, pubblicati sui giornali inglesi editi a Canton in quegli stessi anni (nel 1838-39, alla vigilia e durante lo svolgimento stesso del conflitto, cioè la prima guerra dell'oppio, che vide l'Inghilterra attaccare con la sua flotta Canton).
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Il capitalismo tecnologico rinuncia alla democrazia
Evgeny Morozov
Basta sfogliare un quotidiano per rendersi conto che il capitalismo democratico transatlantico, che è stato il motore dello sviluppo economico dopo la seconda guerra mondiale, sta vivendo un periodo difficile. Fame, povertà, disoccupazione giovanile, sostanze chimiche nell’acqua potabile, mancanza di alloggi a prezzi sostenibili: tutte questi problemi sono tornati d’attualità anche nei paesi più ricchi.
La cosa non dovrebbe sorprendere: questo declino della qualità della vita, temporaneamente nascosto sotto il velo retorico dell’innovazione, ha radici profonde, e quarant’anni di politiche neoliberiste stanno finalmente presentando il conto.
Ma sommato alle conseguenze delle guerre mediorientali (prima i rifugiati e ora i sempre più frequenti attentati terroristici nel cuore dell’Europa), il disagio politico ed economico dell’occidente appare ancora più terribile. Non sorprende più di tanto che per i movimenti populisti antisistema, sia di destra sia di sinistra, sia così facile mettere in difficoltà le élite. Da Parigi a Flint, in Michigan, i governanti hanno dato tali prove di inettitudine e incompetenza che hanno finito per far sembrare Donald Trump un superuomo in grado di salvare il pianeta.
Sembra che il capitalismo democratico – quella strana creatura istituzionale che ha cercato di coniugare il modello economico capitalista (il governo implicito di pochi) con il sistema politico democratico (il governo esplicito di molti) – stia vivendo un’altra crisi di legittimità.
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La scienza economica dominante come religione pubblica
di Nicolò Bellanca
Plasmando i nostri modelli mentali e le nostre azioni, l’odierna teoria economica dominante si rivela in grado di convertirci, operando come una religione pubblica. Senza tenere in adeguato conto questa sua capacità si capisce poco dell’affermazione planetaria del neoliberismo. Una riflessione a partire dagli ultimi libri di Mauro Gallegati
In quest’articolo non esaminerò tutte le argomentazioni degli ultimi due libri di Mauro Gallegati. Mi concentrerò su una sua tesi particolarmente incisiva e provocatoria: «nonostante esteriormente assomigli alla fisica, e nonostante il presunto equipaggiamento di molte leggi, l’economia non è una scienza»,[1] e anzi «assomiglia a una religione».[2]
L’odierna teoria economica mainstream è caratterizzata, in linea generale, dalle seguenti assunzioni di base: agente rappresentativo (i consumatori o le imprese sono tutti identici, e quindi basta studiare l’agente-tipo), perfetta razionalità degli agenti (chiamata talvolta “olimpica”, poiché esprime requisiti che soltanto un dio potrebbe possedere), aspettative razionali (gli agenti usano le informazioni in modo efficiente, formulando quindi le previsioni più corrette) e scelte fondate sulla massimizzazione di una funzione obiettivo (l’agente individua e seleziona l’alternativa migliore tra quelle disponibili).[3]
La macroeconomia è quella parte della disciplina che (tra l’altro) dovrebbe spiegare le crisi, e quindi oggi la Grande recessione.
I macroeconomisti mainstream sostengono che la loro teoria dev’essere una versione aggregata della teoria dell’equilibrio generale, stabilendo uno sconcertante apriori metodologico per il quale l’equilibrio è il canone per studiare tutto quello che nega l’equilibrio: sentieri dinamici, processi innovativi, instabilità e crisi.
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La performance zoppa e il cantiere del «comune»
Christian Laval
Christian Laval oggi alla «Scuola di politica» di Napoli. Un’anticipazione dell’intervento del sociologo sulla radicalizzazione del neoliberalismo
Stiamo vivendo una forte accelerazione dei processi economici e securitari che stanno trasformando nel profondo le nostre società. Abbiamo a che fare con un’accelerazione del processo di uscita dalla democrazia. Da una parte vi è la potenza rinnovata dell’offensiva rivolta contro i diritti sociali ed economici dei lavoratori; dall’altra parte, la moltiplicazione dei dispositivi securitari rivolti contro i diritti civili e politici dei cittadini. Stato d’emergenza anti-sociale in nome della disoccupazione e della perdita di competitività da un lato; stato d’emergenza securitario permanente dall’altro: le due vie d’uscita dalla democrazia e dallo stato di diritto si completano e si appoggiano reciprocamente.
Uscita accelerata dalla democrazia per mezzo di questa duplice e connessa radicalizzazione, neoliberale e securitaria: questa è la diagnosi che si può fare della dinamica politica dominante nella quale siamo coinvolti. La radicalizzazione neoliberale è proprio uno dei fenomeni che maggiormente caratterizzano il periodo che stiamo vivendo. Come spiegare questa radicalizzazione neoliberale? Perché e in che modo il neoliberalismo è uscito più forte dalla crisi? Questa radicalizzazione deriva dalla razionalità dello stesso neoliberalismo. La crisi, che è la conseguenza delle politiche neoliberali, è in effetti anche la causa di questa radicalizzazione neoliberale. La crisi, in tutte le sue forme, e alla luce degli aspetti più oggettivi come di quelli più retorici della propaganda ufficiale, è al tempo stesso il principale strumento e il principale argomento della disciplina che è oggi imposta alla popolazione e ai lavoratori. Questa crisi, al tempo stesso conseguenza e causa della radicalizzazione, è diventata uno strumento di governo, una razionalità per governare, un argomento costante delle riforme dette strutturali.
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Il virus letale della condivisione
Benedetto Vecchi
Parassiti che si nutrono delle relazioni sociali e si appropriano dei profili personali. Occhi puntati sulla sharing economy e sull’industria dei Big Data. «Silicon Valley: i signori del silicio» di Evgeny Morozov per Codice edizioni. Sempre dagli Stati Uniti arriva il saggio del teorico Trebor Scholtz "Platform Cooperativism", dove viene proposta la strategia di mettere in Rete le cooperative di produzione e di servizi attraverso l'uso di piattaforme digitali aperte
Sharing economy è una espressione che si è fatta largo tra la selva delle definizioni che caratterizzano il capitalismo che ha nella Rete il suo medium. Segue quella dal sapido sapore controculturale della peer to peer production, che metteva l’accento sulla condivisione alla pari di conoscenze e mezzi di produzione nella quale Internet è una neutra piattaforma per determinate attività economiche separate tuttavia da quanto accade al di fuori dello schermo. Soltanto che il confine tra dentro e fuori la Rete è svanito. La logica della condivisione, infatti, è ormai riferita ad attività produttive, di informazione, conoscenza, software. Coinvolge infatti ogni attività di intermediazione tra produzione e consumo. Inoltre la sharing economy non prevede un rapporto alla pari, bensì una relazione mercantile, dove l’attività di intermediazione prevede un pagamento di una percentuale tra produttore e consumatore. Non è un caso che i nomi usati per esemplificare la sharing economy sono Uber e Airbnb, cioè servizi di taxi e di affitto di una stanza o di un appartamento per viaggi di lavoro o di piacere. Il tutto accompagnato da una melassa ideologica sul potere del consumatore di poter scegliere il miglior prodotto a prezzi accessibili e sulla possibilità di vedere realizzati il proposito neoliberista di trasformare ogni uomo o donna in imprenditore di se stesso.
In nome del municipalismo
Sarebbe un errore ridurre la sharing economy a mera ideologia, perché individua una forma specifica di organizzare tanto la produzione che la distribuzione o il consumo di merci, poco importa se tangibili o «immateriali».
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Gilles Dauvé e Karl Nesic, Oltre la democrazia
Introduzione
di Fabrizio Bernardi e Robert Ferro
Dai tempi in cui Francis Fukuyama proclamava la vittoria definitiva del capitalismo democratico e, con essa, «la fine della Storia» (cfr. La fine della Storia e l'ultimo uomo, Rizzoli, Milano 1992), qualche cosa è indubitabilmente cambiata. E «la fine della fine della Storia» (come titolava poco tempo fa un articolo di Le Monde, 16-10-2014) non può che rimettere in discussione tutto ciò che, con quelle tesi, pareva acquisito: la democrazia come orizzonte politico insuperabile della contemporaneità, la fine delle classi sociali e della loro lotta, la perdita di centralità del lavoro salariato, la capacità del capitalismo a perpetuarsi indefinitamente senza «generalizzare le proprie contraddizioni» (Marx). E, almeno su questi punti, tra i vari maitres à penser del postmoderno, da quel Samuel Huntington teorico dello Scontro di civiltà (Occidente vs. Islam) fino a Impero di Toni Negri e Michael Hardt, i più strenui oppositori e antagonisti potevano, nonostante tutto, trovare un qualche terreno d'accordo.
Che le classi esistano e che la lotta di classe possa condurre oltre il capitalismo e oltre la democrazia è invece l'assunto di fondo che permea tutto il saggio di Dauvé e Nesic che qui presentiamo. E benché i temi e i riferimenti siano tutt'altro che nuovi, e non mancheranno di far storcere il naso per cotanto vecchiume, il libro che ne risulta è unico o quasi; e il suo merito fondamentale è quello di prendere finalmente sul serio il proprio bersaglio.
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Crisi, centralizzazione dei capitali e nuovo internazionalismo del lavoro
V. Maccarrone intervista Emiliano Brancaccio
Pubblichiamo ampi stralci di un’intervista a Emiliano Brancaccio, la cui versione integrale uscirà in cartaceo sul prossimo numero de Il Ponte
Un confronto a tutto campo sui temi teorici e politici del nostro tempo, per mettere alla prova l’attualità del metodo di analisi marxista. Ma anche un’occasione per commentare le posizioni di alcuni studiosi annoverabili nella “foto di famiglia” del marxismo, tra cui Negri, Fusaro e Losurdo. Conversazione con l’autore del saggio “Anti-Blanchard”, appena uscito in edizione aggiornata, dedicato a una critica del modello macroeconomico prevalente insegnato dall’ex capo economista del FMI.
Era il 2003 quando Robert Lucas, esponente di punta del pensiero economico ortodosso nonché premio Nobel, dichiarò trionfante che «il problema centrale della prevenzione delle recessioni è stato risolto». Da allora non è passato molto tempo, eppure quell’ottimismo sembra appartenere a un’epoca lontana. L’emergere di quella che il Fondo Monetario Internazionale ha definito la “grande recessione” ha riportato alla ribalta una visione alternativa, tipica delle scuole di pensiero critico, secondo cui il capitalismo tende strutturalmente a entrare in crisi. Tuttavia, anche tra i critici dell’ortodossia le valutazioni sulle cause del disastro attuale non sono univoche. Ne discutiamo con Emiliano Brancaccio, docente di Economia politica presso l’Università del Sannio, autore di vari saggi dedicati al tema marxiano della “centralizzazione del capitale” pubblicati sul Cambridge Journal of Economics e su altre riviste internazionali.
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Pierre Dardot e Christian Laval, Del Comune
di Antonino Infranca
Come ogni buon libro di filosofia, anche Del Comune parte dalla etimologia della parola. Munus in latino è “dono”; da munus viene mutuum, che indica la “reciprocità” (cfr. p. 22). Aggiungo io che risalendo all’indoeuropeo si scopre che mit, da cui proviene mutuum, indica “mettere un limite (mi)tra due punti (t)”, “formare una coppia”, “alternare”, “unire”, “capire”, “comprendere”. D’altronde il greco μάθησις è apprendimento e μάθος è conoscenza. La congiunzione tedesca mit mantiene molti di questi significati o permette, unita a verbi o sostantivi, di dare il senso dell’unità o della comprensione; ancora in tedesco rimane una presenza del munus nel gemein, “comune”, ad evidenziare che anche le lingue germaniche mantengono la stessa radice indoeuropea del latino. Ritornando a Dardot e Laval, essi concludono rilevando che cum e munus formano la parole communis e, quindi: «Il termine “comune” è particolarmente adatto a designare il principio politico di una co-obbligazione per tutti coloro che sono impegnati in una stessa attività» (p. 22) e proprio in questo senso lo usava Kant. Se c’è una co-obbligazione, questa si fonda su una co-partecipazione, quindi il comune è compartecipazione, se non si partecipa insieme non si è obbligati. Nella Rivoluzione ungherese del 1956, i due autori, riprendendo una suggestione di Castoriadis, vedono la prima rivoluzione, cioè il superamento della divisione tra la politica professionalizzata, il Partito comunista ungherese, e la società civile (cfr. p. 70). In quei giorni, tra il 23 ottobre e il 4 novembre 1956, la società civile ungherese instaurò una “politicizzazione universale della società”, che esercitava una democrazia diretta, fondata sulla vera eguaglianza politica, radicata in collettività concrete ed autogestite, i Consigli, o, per dirla in russo, i Soviet.
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