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blackblog

Dalla città keynesiana alla città neoliberista

Qualche nota sparsa a partire da "Geografia e Capitale" di David Harvey

di Clément Homs

Avvertenza : Queste note sulle tesi del geografo David Harvey, marxista tradizionale, non hanno la finalità di svolgere una critica di tale marxismo che assume il punto di vista del lavoro. In tal senso, si consiglia una lettura del testo di Moishe Postone:  «Theorizing the Contemporary World : David Harvey, Giovanni Arrighi, Robert Brenner», testo che costituisce una critica dell'opera di Harvey

citta252520dubai25255b425255dHenry Lefebvre ha mostrato, per primo, l'importanza del fenomeno urbano per quel che concerne la dinamica del capitalismo: il capitalismo, per potersi meglio riprodurre, deve urbanizzarsi. L'urbanizzazione capitalista ha la sua logica e le sue forme proprie di contraddizione. A partire dal XIX secolo e fino ad oggi, si possono sommariamente distinguere tre modelli di urbanizzazione capitalista in funzione delle sue configurazioni storiche successive: la città-laboratorio, la città-keynesiana, la città neoliberista. Per meglio definire il contesto generale della traiettoria urbana del capitale nel XX secolo, parleremo brevemente, dapprima, della reinterpretazione delle principali configurazioni storiche attuate dal capitalismo nel XX secolo, come vengono proposte da Moishe Postone (va notato come questa interpretazione della traiettoria storica sia sensibilmente diversa, nei suoi fattori esplicativi, da quella proposta da Norbert Trenkle ed Ernst Lohoff ne La Grande Svalorizzazione, che salvo poche eccezioni qui non verrà trattata).

 

La ruota dei criceti: breve presentazione delle configurazioni storiche successive del capitalismo del XX secolo

Moishe Postone segue qui utilmente la periodizzazione fatta da Eric Hobsbawm, specificandola teoricamente al fine di poterla usare come base. Bisogna distinguere tre periodi essenziali nel XX secolo, che costituiscono delle diverse configurazioni storiche del capitalismo, ma che non sono altro che l'espressione della forma della dinamica immanente ad un tale sistema immerso in un movimento incessante.

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paroleecose

Sul nuovo spirito del capitalismo

di Enrico Donaggio

[E’ uscita da poco la traduzione italiana di un libro importante, Le nouvel esprit du capitalisme di Luc Boltanski e Ève Chiapello (Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis 2014). Ne abbiamo parlato qui. Questa è l’introduzione di Enrico Donaggio].

Untitled -Septembe 1811789bLe grandi narrazioni dentro a cui Marx e Weber incastonano le loro genealogie e diagnosi del capitalismo come forma di vita hanno fornito la matrice e la trama, dichiarata o segreta, di tutta la critica novecentesca in materia. Nell’ultimo anno di quel secolo feroce – 1999 – esce a Parigi il libro di Luc Boltanski ed Ève Chiapello. Peripezie editoriali di varia natura lo mettono solo oggi a disposizione del pubblico italiano di non specialisti. Paragonabile per mole, qualità e ambizione a opere che hanno marcato in quel periodo il dibattito filosofico, sociologico e politico della nostra come di altre province (quelle di Rawls e Habermas, per citare soltanto i dioscuri del mainstream accademico), questo volume ha rappresentato nel nostro paese un oscuro oggetto del desiderio per gli insoddisfatti e i perplessi del pensiero unico fin de siècle, dentro e fuori i dipartimenti universitari. Era questo, all’epoca della sua stesura, l’auspicio degli autori. I tempi della traduzione italiana ci offrono un testo, che si voleva di rottura e avanguardia, consacrato a classico mondiale. Il capitalismo e lo spirito di cui trattano queste pagine non stanno più infatti davanti, ma intorno e dentro di noi.

Per Boltanski e Chiapello «spirito del capitalismo» è il concetto che afferra nel modo più illuminante ed efficace la resilienza di cui questa forma di vita ha dato prova, sconcertando perfino i suoi apologeti. Collocata in una terra di mezzo tra Weber e Marx, la formula viene a indicare per loro l’«ideologia che giustifica il coinvolgimento nel capitalismo».

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carmilla

Una rivoluzione ci salverà

di Sandro Moiso

Naomi Klein, Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, Rizzoli 2015, pp. 740, euro 22,00

ank1Non sono mai stato un fan dell’icona no-global Naomi Klein, ma l’autrice nord-americana nel suo ultimo libro, che confessa essere stato il suo lavoro più difficile da portare a termine, compie un ulteriore salto di qualità nella sua opera di denuncia di quello che chiama capitalismo deregolamentato. Infatti, se nelle opere precedenti (e in maniera marginale anche in questa) sussisteva la speranza di tornare a regolamentare “democraticamente” un modo di produzione selvaggiamente dedito allo sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente, nel testo attuale la conclusione raggiunta, ed esposta fin dalle prime pagine, è che non possa più sussistere alcuna compatibilità tra la sopravvivenza del capitalismo rinnovato dalle scelte ultraliberiste degli ultimi trent’anni e quella della specie umana e dell’ambiente che la circonda.

L’attenzione dell’autrice si sofferma in particolare sul problema del riscaldamento globale come conseguenza di attività produttive ed economiche e scelte di organizzazione sociale che hanno privilegiato, e privilegiano tuttora, la combustione degli idrocarburi come fonte primaria di produzione di energia. Ma nel fare ciò è obbligata toccare il cuore del problema, quello che Marx avrebbe chiamato il limite che il capitalismo pone da sé allo sviluppo delle forze produttive e che oggi non riguarda soltanto la caduta tendenziale del saggio di profitto, con tutte le sue catastrofiche conseguenze in termini di crisi economica e sociale, ma anche l’innalzamento tra i 2 e i 4 gradi Celsius delle temperatura globale del pianeta.

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nazione indiana

Democrazia?

di Daniele Ventre

populismo9Un recente saggio dell’Economist (1) indaga l’evoluzione e la diffusione dei sistemi politici democratici nel mondo, durante il XX secolo e il primo quindicennio del XXI. Lo scenario che viene delineato è estremamente interessante, e inquietante per le sue conseguenze. Ciò che lascia non poco a desiderare è la diagnosi del male profondo e la debolezza delle soluzioni proposte.

Nello scenario delineato dal saggio in questione le democrazie nel secolo scorso hanno vissuto il tempo del loro trionfo. Fra le due guerre, con l’implosione degli Stati liberali in Europa, i Paesi a ordinamento democratico erano ridotti a una ristretta minoranza, rispetto ai regimi autoritari di tipo populista: isole assediate che ben presto furono travolte dalla barbarie che avrebbe condotto al secondo conflitto mondiale. L’esito di quest’ultimo, tuttavia, segnò una netta inversione di tendenza e la divisione del mondo in due blocchi. La fine della guerra fredda segnerebbe una nuova fase della diffusione della democrazia, con il collasso dei regimi del socialismo reale. Dagli anni ’90 del secolo scorso, però, le cose si sono rivelate un po’ più complesse. Di fronte allo stress economico della crisi finanziaria, le sperequazioni sociali e le situazioni criminogene si accrescono.

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notebloc

Il carattere politico dello spazio urbano1

Lidia Martin intervista Elisabetta Teghil2

«La capital city, a Milano, a Barcellona, a Filadelfia o ancora a Phnom Penh, rappresenta un campo di contesa in cui confliggono forme di appropriazione dello spazio che riflettono ispirazioni e aspirazioni divergenti,  come dimostrano le tensioni permanenti tra le logiche del capitale (la rendita) e quelle della cittadinanza urbana (il “diritto alla città”)»

image121d. Questo numero di «Zapruder» esplora il complesso rapporto tra capitale e città, quale è secondo te il ruolo che il capitale gioca all’interno delle aree urbane e dei conflitti che in esse si sviluppano?

r. Prima di tutto dobbiamo intenderci su quale fase dell’attuale modo sociale di produzione stiamo vivendo, il neoliberismo è lo stadio del capitale, nella sua dinamica auto-espansiva, caratterizzato dalla guerra fra le nazioni e fra le multinazionali per la ridefinizione dei rapporti di forza, che vede all’offensiva le multinazionali anglo-americane e i loro rispettivi stati. I popoli del terzo mondo, in questo processo, sono destinati ad essere schiacciati e a rivivere le pagine più nere del colonialismo. Le condizioni del capitalismo, al massimo livello di sviluppo, vengono assunte a modello ideale di ogni altra forma passata e contemporanea, europea e non europea, borghese e non borghese, di sfruttamento e di alienazione di lavoratori e lavoratrici.

 

d. E quali sono le conseguenze sulle strutture urbane?

r. Ogni ideologia produce teoria e, quest’ultima, si traduce in linea politica. E la linea politica del neoliberismo si traduce in un programma di distruzione delle strutture capaci di contrapporsi al primato del mercato. Il programma neoliberista trae alimento dalla forza politico-economica di coloro dei quali esprime gli interessi che, forti delle posizioni economiche e politiche, non rischiano di pagare le conseguenze delle loro scelte, ma, anzi, di trarne grandi vantaggi.

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coordinamenta

L’ “Impero per sé”

di Elisabetta Teghil

dollaro-1Il capitalismo nel suo processo di espansione è approdato al neoliberismo con i relativi processi di globalizzazione che comportano la ricerca di una nuova strutturazione del modo di produrre e dell’organizzazione capitalistica del lavoro.

Gli Stati Uniti, in questo processo, si propongono come “Impero per sé” e pertanto entrano in rotta di collisione con gli imperialismi che pure esistono e sono il risultato più compiuto del principio dello Stato-Nazione.

Gli Usa si presentano e vogliono imporsi come proposta imperiale unilaterale e per questo tendono a superare e a distruggere le sovranità nazionali e a relegare gli imperialismi di vecchia scuola ad un ruolo regionale. Per fare questo possono contare sulle aristocrazie locali, cioè sull’iper-borghesia o borghesia imperialista che non si riconosce più nello stato-nido in cui era nata, ma negli interessi delle multinazionali che sono per lei l’unico valore di riferimento.

In pratica e in definitiva, la diffusione e l’imposizione del modello neoliberista si risolve nella naturalizzazione del modello statunitense.

Da qui le aggressioni militari sempre più ravvicinate e lo spostamento del ruolo della guerra che diventa l’occasione per una ridefinizione della storia. Per questo gli Usa possono contare su di un apparato che è diventato uno strumento che le multinazionali utilizzano per il raggiungimento dei loro obiettivi.

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La democrazia governabile

di Giovanna Cracco

Renzi BerlusconiDi governabilità e democrazia si è iniziato a parlare nei primi anni Settanta. Dopo quasi cinque lustri di crescita economica e relativa pace sociale, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam e il movimento afroamericano negli Stati Uniti, il ‘68 studentesco, il ‘69 operaio e la successiva esplosione del conflitto sociale soprattutto in Europa, pongono all’attenzione della classe dirigente politica ed economica dei Paesi occidentali il tema della governabilità della democrazia. Nel ‘71 Nixon decreta la fine degli accordi di Bretton Woods, e due anni dopo la prima crisi del dopoguerra del sistema capitalistico viene accesa dalla miccia del conflitto dello Yom Kippur.

Nel maggio 1975 la Trilateral tiene la sua riunione plenaria annuale a Kyoto: Michel Crozier, Samuel P. Huntington e Joji Watanuki presentano il Rapporto sulla governabilità delle democrazie, partendo dal presupposto che si è evidenziata una “crisi della democrazia in termini di ‘governabilità’ del sistema democratico”, come scrive Giovanni Agnelli nella prefazione all’edizione italiana della pubblicazione (1). La riflessione più articolata sulle cause e le possibili soluzioni è quella sviluppata da Huntington, che analizza la realtà degli Stati Uniti.

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commonware

Per una teoria rivoluzionaria dello Stato

di Asad Haider e Salar Mohandesi

la-presa-della-bastiglia-rivoluzione-francese"Credo che lo status dello Stato nel pensiero della sinistra attuale sia davvero problematico"1, scriveva Stuart Hall nel 1984, nel bel mezzo dell'attacco portato da Margaret Thatcher al "nemico interno". Rifletteva sul retaggio del dopoguerra, periodo durante il quale si era avuto l'allargamento del servizio pubblico entro l'ottica di una vasta espansione dell'intervento dello Stato nella vita associata. La successiva crisi e il conseguente riplasmarsi del capitalismo globale furono caratterizzati dall'uso strategico di operazioni di polizia e repressione, per non parlare del potere militare globale - la dottrina del warfare a braccetto con quella del welfare. La descrizione data da Hall a proposito del dilemma ideologico affrontato dalla sinistra sarebbe, con qualche piccolo aggiornamento terminologico, perfettamente attuale negli Stati Uniti di oggi:

Da una parte, non solo difendiamo la componente assistenziale dello Stato, ma sosteniamo per di più che questa andrebbe fortemente estesa. Eppure, d'altro canto, percepiamo qualcosa di profondamente anti-socialista nel funzionamento di questo stato sociale. Sappiamo infatti che masse di persone comuni, proprio mentre beneficiano dei suoi aiuti, percepiscono lo Stato come una forza che in maniera assillante gestisce e burocratizza le loro vite.

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lostraniero

Globale e locale. La lotta di classe oggi

di Carlo Formenti

3307734554Il mio Utopie letali (Jaca Book) è un libro contro i post (postmoderno, postindustriale, postfordismo, postcoloniale, postmarxista, postmateriale, postoperaista, eccetera). È possibile essere contro i post senza essere nostalgici? Un’accusa che piove immediatamente su chiunque torni a utilizzare le categorie “classiche” del marxismo, come socialismo, comunismo, lotta e coscienza di classe, eccetera. Quello che cerco di fare è smontare la logica del post “dall’interno”, operazione che mi viene naturale forse perché appartengo alla terza generazione operaista (la prima era quella dei Panzieri, dei Tronti e dei Negri, che fondarono “Quaderni rossi” fra la fine degli anni cinquanta e l’inizio dei sessanta, la seconda quella dei loro allievi fra la seconda metà dei sessanta e l’inizio dei settanta, della terza facevamo parte Cristian Marazzi, Bifo, io e molti altri, maturati intellettualmente e politicamente nei settanta). Il rapporto al tempo stesso di continuità e di rottura con questa tradizione (ne ho vissuto in prima persona la tragica fine, sancita dal disastroso passaggio d’epoca fra fine anni settanta e inizio ottanta) mi ha permesso di prendere distanza da un pensiero che, nato come innovazione teorica rivoluzionaria, si è maliconamente degradato in quella esangue italian theory che manda oggi in visibilio gli accademici francesi e americani.

Il primo operaismo seppe rompere con il marxismo dogmatico, fondato su un’interpretazione nazional popolare del pensiero di Gramsci, sostituendolo con uno sguardo attuale e penetrante sul corpo vivo della classe operaia.

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dinamopress

The power of fear

di Christian Marazzi

7b410305-746b-4144-ea9b-3e82ddbde159Con l'intervento di Christian Marazzi proviamo ad indagare cosa accade sui mercati finanziari.La scorsa settimana è stata segnata da violente turbolenze nei mercati finanziari, soprattutto in Europa: fuga di capitali da Grecia e Italia, aumento dello spread, pesanti crolli borsistici. Cosa è accaduto? Da diversi mesi, infatti, l'Europa e i suoi PIIGS sembrano fuori pericolo, Draghi procede, seppur lentamente, verso politiche monetarie timidamente espansive, mentre Francia e Italia rivendicano con maggiore forza autonomia nelle scelte di bilancio. I fatti della scorsa settimana ci ricordano, invece, che la catastrofe non è stata risolta, anzi, e le formule di “austerity espansiva” sono continuamente minacciate dai grandi investitori. DINAMO ha la fortuna di poter proporre una riflessione su questi fatti, poco o nulla commentati dai movimenti, a partire da un articolo di Christian Marazzi. Grazie a Marazzi e al suo editoriale afferriamo non tanto e non solo la natura dell'attacco finanziario, ma anche gli scenari che si aprono (“stagnazione secolare”), la comprensione dei quali è decisiva per rilanciare un conflitto all'altezza dell'epoca.

 

Secondo Naomi Klein, sin dai primi esperimenti nel Cile di Pinochet un tratto distintivo del modo di funzionare del capitalismo neoliberale, e di quello finanziario in particolare, è sempre stato quello di provocare shocks a partire da eventi contingenti, tale da creare situazioni entro le quali imporre la propria logica, a prescindere da qualsivoglia consenso popolare o procedura democratica.

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corto circuito

Gli ultimi selfie del capitale*

Lo scontro nella civiltà

selfie-capitale-212x300Introduzione

I persistenti venti di guerra nell’est dell’Ucraina, così come il nuovo diretto coinvolgimento americano e francese nello scenario mediorientale, ha spinto molti ad una cauta preoccupazione (del resto le zone interessate restano a debita distanza dalle nostre abitazioni) per un’apparente involuzione dell’umanità tutta verso contingenze che venivano considerate di novecentesca memoria. Inoltre, paragoni e rimandi sono anche facilitati dal ricorrere del centesimo anniversario dallo scoppio della prima guerra mondiale. Come ci ha ricordato Paul Kennedy in un articolo uscito su Internazionale all’inizio di luglio, l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo mise in moto una sequenza di eventi destinati ad archiviare tragicamente quel lungo secolo, inaugurato dal Congresso di Vienna, di “sostanziale pace e prosperità per gran parte dell’Europa”. Proprio la trattazione più approfondita di ciò, permetterà  una migliore comprensione del presente.

 

I limiti spaziali all’espansione territoriale ed il primo conflitto mondiale

Il principale obiettivo nell’articolo di Kennedy è comprendere quali siano stati i maggiori responsabili della prima carneficina mondiale del Novecento. La risposta fornita dallo studioso è estremamente chiara: la Germania e le sue difficilmente contestabili mire espansionistiche. Dal nostro punto di vista però, l’articolo contiene un grave errore metodologico: ovvero la trasfigurazione di un epifenomeno (il protagonismo militare tedesco) nella principale variabile indipendente della relazione causale proposta, riassumibile nella semplificata formula il militarismo tedesco ha prodotto la prima guerra mondiale.

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quaderni s precario

La ricchezza di Thomas Piketty

di Christian Marazzi*

e-businessIl libro di Thomas Picketty: “Il capitale del xxi secolo” ha avuto una grande eco soprattutto nei mercati anglosassoni e negli ambienti liberal. Forse perchè la critica alle ineguaglianze di  reddito nel capitalismo contemporaneo (impossibili da negare) non mette in risalto che tale esito è connaturato con la stessa essenza dell’instabilità strutturale capitalismo. Non è un caso che nella prossima convention annuale dell’American Economic Association di gennaio 2015 verrà dedicata un’intera plenaria per discutere di come “correggere” dall’interno tali distorsioni. E che persino l’Università Bocconi si sente in dovere di discutere il libro. L’analisi  di Christian Marazzi, una critica da “sinistra”, mette invece  in luce  che non è sufficiente analizzare “in modo neutro” l’iniquità del capitalismo senza metterne in discussione le fondamenta teoriche e politiche.

* * * * *

Lo scorso mercoledì 1 ottobre Martin Wolf ha pubblicato sul Financial Times un articolo sulle ragioni che fanno dell’ineguaglianza un vero e proprio freno all’economia. Per dimostrare l’impatto economico delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito e del capitale, in particolare una domanda debole e la regressione dei livelli di educazione, Wolf si basa su due studi, uno di Standard & Poor’s e l’altro di Morgan Stanley, due istituzioni che difficilmente possono considerarsi di sinistra.

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orizzonte48

V€rso la schiavitù: dall'ordoliberalismo al lavoro merce

Quarantotto

bzfpmoocyaez-gt.jpg-large1. Per parlare (ancora) dell'ordoliberismo vorrei prendere spunto dall'immagine-citazione qui accanto, tratta da un contributo su twitter.

La traduciamo così non ci sono equivoci:

"Non penso che sia una buona idea rimpiazzare questo metodo lento ed efficace - che solleva gli Stati nazionali dall'ansia mentre vengono privati del potere- con grandi balzi istituzionali ... Perciò preferisco andare lentamente, frantumando i pezzi di sovranità poco a poco, evitando brusche transizioni dal potere nazionale a quello federale. Questa è il modo in cui ritengo che dovremo costruire le politiche comuni europee...".

Rammentiamo così questa sintesi della natura strumentale dell'ordoliberismo:

"Ordoliberismo : veste €uro-attuale del neo-liberismo che, imperniata sull'obiettivo del lavoro-merce, prende atto dell'ostacolo delle Costituzioni sociali contemporanee (fondate sul lavoro), ed agisce divenendo "ordinamentale", cioè impadronendosi delle istituzioni democratiche per portarle gradualmente ad agire in senso invertito rispetto alle previsioni costituzionali."

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paroleecose

Investire se stessi*

Capitalismo e servitù volontaria

di Camilla Emmenegger, Francesco Gallino, Daniele Gorgone

28bd8 Steve-Lambert-Capitalism-Works-For-Me-8Una definizione minima

La categoria di servitù volontaria nasce dallo stupore del giovanissimo Étienne de la Boétie (1530-1563) verso la situazione del popolo francese, sottoposto a una tirannia durissima e spietata. Di fronte a questo spettacolo, nel suo Discorso della servitù volontaria, egli si pone la domanda più elementare: come può un uomo solo sottometterne milioni? La risposta schiude un orizzonte problematico osceno: non certo per forza propria, ma contando piuttosto sul sostegno attivo dei sudditi (affamati, derubati, stuprati, mandati a morire in guerra). Quel che a prima vista appare un rapporto di costrizione, si rovescia nel suo contrario: sono i sottomessi a istituire e mantenere in vita il dominio da cui pure vengono terribilmente danneggiati. Con la semplice interruzione degli atti che riproducono quel potere si vedrebbe il tiranno, “come un grande colosso cui sia stata tolta la base, […] precipitare sotto il suo peso e andare in frantumi”1. La facilità con cui i servi potrebbero liberarsi (“per avere la libertà basta desiderarla”)2 conduce La Boétie a una constatazione paradossale: se gli individui non sono liberi, significa che non vogliono esserlo. Sono loro a causare, volontariamente e attivamente, la propria sofferenza.

È possibile che […] la categoria cinquecentesca di servitù volontaria abbia oggi ancora qualcosa da dire? Aiutando forse – se correttamente applicata – la critica del capitalismo a illuminare alcuni punti altrimenti oscuri dell’attuale sistema economico-sociale?

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comedonchisciotte

Eutanasia del reale

di Rosanna Spadini

Guerra-del-GolfoFine dell’empatia comunicativa e inizio della distopia sociale, indotta ad arte dalla meraviglia multimediale dei visual network. Il 1989 è un anno di svolta, è l’anno in cui la società dello spettacolo diventa schiava di se stessa, in cui lo spettacolo viene trasformato in strumento di disperazione e di morte e si rompe quel patto millenario dell’illusione scenica utilizzato fino a quel momento per la promozione culturale della società, ridotta ora a semplice scenografia teatrale. Un teatro che rinnega se stesso, un teatro che uccide.

Il senso dell’incertezza della “società liquida” lo si riconosce anche nell’esercizio ossessivo della “navigazione in rete”, dove ci si connette immediatamente con gli altri, ma in realtà con altrettanta facilità ci si disconnette, smantellando con un canc i legami interpersonali che ci disturbano.

Navigazione rischiosa e temeraria, in cui viene consentito all’individuo di essere in un altrove extraterritoriale e slegato dallo spazio fisico del suo corpo e dal tempo della sua coscienza. 

Lo dice anche Giorgio Agamben, illustre filosofo italiano, che ha sintetizzato in modo magistrale la vicenda di Timisoara e del “falso genocidio” che la polizia di Ceausescu avrebbe provocato appunto nel 1989, anno in cui si manifesta la nascita delle notizie/spettacolo, funzionali al sostegno delle guerre moderne.

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