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micromega

L'insostenibile leggerezza dei tecnici

di Domenico Tambasco

Viaggio nelle lande della tecnocrazia dove previsioni e raccomandazioni scientifiche di “esperti” senza volto, declamanti la flessibilità e la “moderazione salariale”, si affiancano a panorami sociali devastati dalla crescente disoccupazione e dal crollo della produttività. Colpa della mancata realizzazione delle “riforme strutturali” o, al contrario, della loro pervicace attuazione? La coscienza della fallibilità e dell’incertezza delle soluzioni tecniche calate dall’alto potrebbe – forse – smascherare l’insostenibile leggerezza dei tecnici

imf lavoro tambasco 510“Houston abbiamo un problema”: ovvero dell’ultimo rapporto del Fondo Monetario Internazionale

Nel cuore di una torrida estate ha fatto scalpore l’ultimo rapporto periodico del Fondo Monetario Internazionale sull’Eurozona in cui, alla voce “Italia”[1], si punta il dito sull’elevato livello di disoccupazione che da tempo ha ormai superato il 12% (e che potrà essere riportato ai livelli pre-crisi solo tra vent’anni), con un 60% dei disoccupati privi di lavoro per almeno un anno ed il correlativo elevato rischio di dispersione del “capitale umano”, di incremento nella disuguaglianza dei redditi e, in definitiva, con un sensibile aumento del pericolo di cadere in nuove sacche di povertà[2]. A tale fosco quadro fa da cornice una produttività stagnante da circa quindici anni, frutto anche di un mercato del lavoro frammentato e poco flessibile, in cui i costi del lavoro incidono negativamente[3]. Sebbene in prospettiva l’intervento operato dal Jobs Act appaia idoneo ad incidere sulla storica rigidità del mercato del lavoro italiano, ancora altri passi devono essere fatti dall’Italia sulla strada della riduzione del costi del lavoro e dell’aumento della flessibilità, attraverso l’introduzione ed il potenziamento della contrattazione decentrata e l’incremento della qualità del “capitale umano” per mezzo della riforma del sistema di istruzione[4].

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pandora

Per una prassi istituente

Recensione a “Del Comune o della rivoluzione nel XXI secolo”

di Andrea Baldazzini

bp28É ormai innegabile la necessità di costruire una nuova cultura politica che sappia per un verso disporre di categorie teoriche sufficientemente articolate in grado di dare conto della complessità dei rapporti reali (momento analitico), per l’altro promuovere concrete pratiche attive passibili di riconoscimento e istituzionalizzazione. Ebbene, quest’ultimo lavoro di Pierre Dardot e Christian Laval ha il grande merito di non essere la solita analisi irretita sul presente, ma avanza coraggiosamente un’interessante proposta politica costituita da un solido nucleo teorico costruito intorno al tema del Comune, nonché da una serie di dettami volti alla realizzazione di un’autentica prassi istituente. É importante tenere poi a mente che quanto viene qui presentato costituisce il proseguo, se si vuole la part construens, del lungo lavoro di studio compiuto dai due autori e raccolto nel loro penultimo libro intitolato La nuova ragione del mondo. Critica alla razionalità neoliberista, dove ad essere messo a tema è la logica sottostante il modello neoliberale pensato non semplicemente come fenomeno economico, ma piuttosto nei termini di una vera e propria Ragione assoluta in grado di coinvolgere la totalità degli aspetti dellesistenza individuale. Interessante è notare che il libro appena citato termina con un accenno proprio al tema del Comune: «Il governo degli uomini può fondarsi su un governo di sé che si apra a rapporti con gli altri che non siano quelli della concorrenza tra ‘attori imprenditori di se stessi’.

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doppiozero

Dei debiti e delle colpe del vivente

Federico Zappino, Elettra Stimilli

teorie zappino ericailcane white rabbitFederico Zappino: Il tuo libro Debito e colpa, appena dato alle stampe, prosegue e attualizza le ricerche e le riflessioni che hai reso pubbliche nel 2011, nell’opera Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo (Quodlibet). In quel libro, i cui materiali erano stati radunati nelle fasi iniziali della crisi economica e sociale, l’impostazione genealogica appare dominante rispetto alle connessioni con il presente. Il debito del vivente è uno straordinario percorso nella teoria economica, nella patristica, nella teologia, nell’antropologia. Uno dei suoi fulcri trae spunto dalla suggestione weberiana del passaggio dall’ascesi intramondana protestante all’agire strumentale del dominio economico – passaggio che in sé riferisce, da un lato, di un sottofondo costante, di un costante essere-in-debito del vivente nei riguardi del Dio; dall’altro, di una risignificazione, potremmo dire, di questo essere-in-debito da parte del capitalismo. Una risignificazione che già Max Weber individua e che poi ritroviamo con chiarezza nelle riflessioni di Walter Benjamin, secondo cui il capitalismo assolve alla funzione a cui prima di esso aveva assolto la religione – esso stesso diventa una religione interamente cultuale, che non conosce alcuna dogmatica, né teologia. Una funzione che, con Foucault, potremmo definire al contempo di soggettivazione e di assoggettamento: il soggetto affida a questa nuova religione il compito di acquietare i bisogni e le preoccupazioni per il futuro, attraverso la produzione e il consumo, e prova anche un certo godimento nella possibilità di produrre e consumare.

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lavoro culturale

Il lato cattivo della storia

di Emilio Quadrelli

A partire da “La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini” (Feltrinelli, 2003), scritto con Alessandro Dal Lago, Emilio Quadrelli riflette sul lato cattivo della globalizzazione e su un mercato globale che, ancor prima che le merci, “produce produttori” e condizioni di lavoro marginalizzanti

melilla border marocQui si genera il mondo delle ombre: masse senza volto costrette lungo un “asse orizzontale” fatto di lavori saltuari, precari e flessibili di basso profilo. Condizione che cagiona continue incursioni nell’ambito delle economie informali e/o illegali e che condanna il migrante, oggetto di una reiterata stigmatizzazione sociale fondata sulla “linea del colore”. Condizione che, tuttavia, sembra fagocitare il futuro prossimo anche di gran parte della forza lavoro in pelle bianca lungo un processo di globalizzazione in basso.

Nella storia reale la parte importante è rappresentata, come è noto, dalla conquista, dal soggiogamento, dall’assassinio e dalla rapina, in breve dalla violenza. Nella mite economia politica ha regnato da sempre l’idillio. Diritto e “lavoro” sono stati da sempre gli unici mezzi d’arricchimento, facendosi eccezione, come è ovvio, volta per volta per “questo anno” (K. Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica).

Quando, nel 2003, La città e le ombre veniva data alle stampe, l’ordine discorsivo imperante era del tutto imprigionato all’interno delle cosiddette retoriche securitarie, ossia della minaccia che i mondi illegali rappresentavano per la società legittima.

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pandora

Una breve ricostruzione del dibattito storico-teorico sul neoliberismo

Andrea Baldazzini

113492151Ormai sono anni che il tema del neoliberismo è al centro di moltissimi studi e dibattiti, ma nonostante le innumerevoli attenzioni che gli sono dedicate, ancora non si possiede un quadro complessivo del fenomeno in grado di dar conto delle sue reali dimensioni e sfumature. Certamente non si può pensare al neoliberismo come al risultato di configurazioni casuali, più stimolante risulta invece provare a pensarlo nei termini di un organismo che ha raggiunto una fase molto avanzata del suo sviluppo, e che nel nel corso degli anni è stato in grado di mutare adattandosi all’ambiente, fino a ribaltare il rapporto di subordinazione facendo si che l’ambiente stesso si modificasse in funzione dei propri bisogni di gestione e riproduzione. Prima ancora di entrare nel merito dei temi di questo lavoro, è importante fin da subito tenere presente che il neoliberismo va visto come una costellazione di elementi tra di loro eterogenei ma capaci di agire secondo un sentire comune, un organismo appunto. Ciò fornisce già una prima considerazione in riferimento al metodo di indagine che si vuole adottare nel voler studiare questa strana creatura, infatti molte delle analisi prodotte a riguardo scadono in un eccessivo riduzionismo epistemologico, motivo per cui nelle poche pagine che seguiranno l’intento sarà semplicemente quello di fornire alcune coordinate storico-sociologiche in merito alle radici e alla razionalità (cioè la natura dei modi di dispiegamento) del neoliberismo. L’obiettivo non è tanto quello di fornire un commento sul fenomeno in questione, quanto piuttosto di mettere un po’ d’ordine nello scenario idealtipico che in molti hanno, ma che spesso risulta essere confuso e rischia di non permettere un serio dialogo o addirittura di sottovalutare il nemico.

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conness precarie

Il neoliberalismo fuori dalla storia*

di Paola Rudan

brown manifesto 300x225Per dare alla luce il suo ultimo lavoro, Undoing the Demos. Neoliberalism’s Stealth Revolution (Disfare il Demos. La rivoluzione invisibile del neoliberalismo, New York, Zone Books, 2015, pp. 292), Wendy Brown confessa di aver lasciato incompiuto un libro su Marx. Questa variazione può offrire una chiave di lettura per comprendere il senso del volume: nel momento in cui il neoliberalismo si afferma su scala globale facendo il mondo e i suoi abitanti a propria immagine e somiglianza, non vi sono più contraddizioni immanenti al rapporto sociale capitalistico che sia possibile far valere politicamente contro il suo dominio.Non c’è più alcun rapporto sociale: l’affermazione incontrastata dell’homo oeconomicus trasforma tutti i soggetti in «capitale umano», così che il lavoro scompare dall’orizzonte del discorso e della realtà. Marx diviene inutile.

Brown ha sempre guardato con sospetto al determinismo e alle facili teleologie di certo marxismo. Per lei l’imperativo di pensare «fuori dalla storia» è sorto dalla necessità di liberarsi dalle grandi narrazioni e dalle storie progressive che hanno prodotto e legittimato un mondo saturo di potere, dall’urgenza di scrollarsi di dosso l’attaccamento appassionato alle promesse mancate del liberalismo e affrancarsi da una politica dei valori e delle convinzioni degradata a moralismo.

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alfabeta

Psicochimica e psicoarchitettura

Franco Berardi Bifo

alfredo jaar es usted feliz 3 600x360Stimolanti e tranquillanti per cognitari metropolitani

Sul New York Times del 20 aprile 2015 sono usciti casualmente in contemporanea due articoli diversi per stile e per intenzione che descrivono da prospettive opposte e complementari la psicosfera americana contemporanea. Il primo, a firma Alan Schwarz reca il titolo “Workers under pressure abuse ADHD drugs” e appare nella pagina Business. Schwarz si occupa dei nuovi risvolti di un tema che da due decenni interessa medici, psicologi e pedagoghi: i disturbi dell’attenzione. Una sindrome che si può descrivere sinteticamente come incapacità di concentrare l’attenzione sullo stesso oggetto per più di qualche secondo è chiaramente legata all’intensificazione della stimolazione infosferica, al multitasking e alla riduzione dei tempi di esposizione dei dati al sistema occhio-cervello.

In passato il deficit d’attenzione venne segnalato e diagnosticato tra i ragazzini delle scuole elementari e medie. A milioni di pre-adolescenti venne somministrato un farmaco che si chiama Ritalin, composto di metilfenidato.

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pierluigifagan

Desperate Capitalism

di Pierluigi Fagan

seated dancer in pink tights 1890Diciamo subito che “Capitalismo, desiderio e servitù” di Frederic Lordon, (Derive ed Approdi 2015) ci ha interessato molto. Il capitalismo in sé ma sempre più nella più recente versione neoliberale, appare a Lordon come un macchinario del desiderio. L’essere umano è un animale desiderante sofisticato, nel senso che alle necessità e bisogni animali, aggiunge appunto la dimensione del desiderio, dimensione imprecisabile poiché animata da una instancabile meccanica della possibilità (poter desiderare questo e quello…) a fronte della quale, il desiderio esiste prima ed al netto del suo possibile oggetto (tesi già di Freud).  Non è quindi detto che tale pulsione fondamentale possa mai avere una soddisfazione, se non momentanea. Molte cose della nostra natura sono fatte per svolgere una funzione ma noi, che siamo il prodotto dell’interrelazione di queste funzioni, possiamo trovarci e spesso ci troviamo alle prese col problema di armonizzarle. Ridurre il loro molteplice ad uno e convivere con le contraddizioni strutturali che ci creano è un difficile lavoro che non sempre ha felice esito.

Nel ’68, si credette che il desiderio avesse addirittura un potenziale rivoluzionario. In realtà, il macchinario che chiamiamo capitalismo, nacque proprio per produrre un ordine alimentandosi della cosa meno apparentemente ordinata che c’è, appunto, il “desiderio”.  Se note sono le origine meccaniche del macchinario, le enclosures e la frantumazione dei commons, meno note sono le origini psichiche o spirituali. La variegata famiglia dei discepoli della libertà (in effetti ogni discepolo è di sua natura schiavo) che comprende il neo-liberismo, il liberismo, i libertariani, i liberali, origina storicamente da una prima elementare ma precoce manifestazione, quella dei libertini.

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“Trickle-down economics”

Guido Viale

Lemonworld 204 TRICKLETrickle-down (in italiano, sgocciolamento) è il nome di una teoria economica, ma anche di una filosofia, che molti hanno conosciuto attraverso la parabola di Lazzaro che si nutriva delle briciole che il ricco Epulone lasciava cadere dalla sua mensa (Luca, 16, 19-31). Dopo la loro morte le parti si sono invertite perché Lazzaro è stato ammesso al banchetto di Dio, in Paradiso, mentre Epulone è finito all’inferno a soffrire fame e sete. La teoria e la filosofia del Trickle–down in realtà si fermano alla prima parte della parabola. La seconda parte è compito nostro realizzarla; e non in Paradiso, dopo la morte, ma su questa Terra, qui e ora.

In ogni caso, secondo la teoria, più i ricchi diventano ricchi, più qualche cosa della loro ricchezza “sgocciolerà” sulle classi che stanno sotto di loro, per cui che i ricchi siano sempre più ricchi conviene a tutti. Discende da questa teoria la progressiva riduzione delle tasse sui redditi maggiori (fino alla flat tax, l’aliquota uguale per tutti, predicata negli USA dal partito repubblicano e, in Italia, da Matteo Salvini) che, a partire dagli anni settanta, ha inaugurato la crescita incontrollata delle diseguaglianze. In Italia la progressiva riduzione delle aliquote marginali dell’imposta sui redditi più elevati (al momento dell’introduzione dell’Irpef era di oltre il 70 per cento; oggi supera di poco il 40) è stata giustificata sostenendo che aliquote troppo elevate incentivano l’evasione fiscale, mentre aliquote più “ragionevoli” l’avrebbero eliminata. I risultati si vedono. L’altro cavallo di battaglia della Trickle-down economics è che le misure di incentivazione economica dovrebbero essere destinate esclusivamente alle imprese, perché sono solo le imprese a creare buona occupazione e, quindi, reddito e benessere anche per i lavoratori. Tutte le altre spese, specie se di carattere sociale, sono, in termini economici, “sprechi”.

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alfabeta

Il riscatto del debito

Andrea Fumagalli

Manara Maestro Erotismo PCCNuove frontiere di comando e di subalternità (di sussunzione?) si stanno prepotentemente affacciando alla ribalta del nuovo millennio. Non è altro che il “lato oscuro” (dark side) del rapporto capitale-lavoro, il quale è sottoposto a una torsione come raramente si è verificata nella storia contemporanea, soprattutto in Europa e in Italia.

Il rapporto di sfruttamento oggi fuoriesce dal semplice atto lavorativo per andare a intaccare una sfera molto più vasta, quella della vita, o meglio, del modo di vivere. Non è più immediatamente riscontrabile nel rapporto diretto: essere umano (forza-lavoro) vs “macchina”, lavoro vivo vs lavoro morto. Oggi sempre più assistiamo al divenire macchinico dell’umano e viceversa, in un connubio dove è difficile delineare una netta separazione tra la coscienza umana e il mondo artificiale. Da questo punto di vista, lo sfruttamento è sempre più auto-sfruttamento e se, da un lato, tracima verso forme di lavoro gratuito non pagato, rompendone, in tal modo, la gabbia salariale, [ma non nel senso che molti di noi auspicavano con la parola d’ordine del “rifiuto del lavoro (salariato), anzi], dall’altro, lo alimenta tramite nuove forme di precarietà di vita e di indebitamento.

Il nuovo libro di Andrew Ross, Creditocrazia e rifiuto del debito illegittimo (ombre corte, 2015) analizza il rapporto debito-credito come nuovo strumento e dispositivo centrale nel processo di governance neoliberista (quindi di sfruttamento). Diversamente da Maurizio Lazzarato (La fabbrica dell’uomo indebitato, Derive Approdi, 2012), Andrew Ross sottolinea come la condizione debitoria non rappresenti un fine in sé per perpetuare il dominio dell’uomo sull’uomo ma piuttosto uno strumento per consentire una maggior dipendenza del lavoro dal capitale all’interno del processo di valorizzazione contemporaneo.

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lavoro culturale

Michel Foucault: liberalismo e critica

di Daniel Zamora

Michel Foucault painted portrait Credit thierry ehrmann Creative CommonsNel dicembre scorso Daniel Zamora, un giovane studioso belga, ha rilasciato un’intervista al settimanale francese «Ballast» dal titolo ambiguamente provocatorio “Peut-on critiquer Foucault?”.

L’intervista, concessa in occasione dell’uscita del volume – a cura dello stesso Daniel Zamora – Critiquer Foucault. Les années 1980 et la tentation néolibérale (Aden Editions, 2014) e tradotta poi in inglese qui dalla rivista Jacobin, ha originato un vivace dibattito (qui un riepilogo) che ha avuto risonanza anche Oltreoceano (qui e qui).

 

C’è un grande equivoco di fondo nel dibattito contemporaneo attorno alla figura di Foucault. Si tratta della sua storicizzazione e canonizzazione all’interno di una tradizione di pensiero sezionata in categorie predeterminate, dalla quale discende la crescente volontà filologico-esegetica dei sempre più numerosi foucaultiani sparsi per il mondo, o – a contrario – la critica serrata a singoli passaggi e interpretazioni testuali, magari relativi all’antichità. Zamora si innesta su questo terreno scivoloso con una “vecchia” innovazione, più affine all’intervento militante contemporaneo che all’analisi a distanza: la critica del portato politico e della ricaduta sociale all’interno di una cornice ideologica ben circoscritta. All’apparenza distanti, queste due strategie riposano su un medesimo presupposto: il passaggio dal lavoro con i testi e il pensiero di Foucault al lavoro sui testi e il pensiero stessi.

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blackblog

Se avete amato la crisi finanziaria del 2008, vi innamorerete della prossima

di Philippe Plassart

crisi finanziariaE' un segnale rivelatore. Alla fine, i mercati non hanno voluto includere il rischio di un default della Grecia. Inebriati dalla liquidità, fanno mostra di un incrollabile ottimismo. Non c'è niente che riesca a scalfire un simile ottimismo, nemmeno le cattive notizie che continuano a susseguirsi. Destabilizzazione della penisola arabica, segnali di rallentamento dell'economia mondiale, ecc., non hanno importanza, l'indice VIX che misura la volatilità dei mercati, ossia il loro grado di stress e di paura, rimane al suo livello minimo. Ben lontano dai picchi raggiunti nel corso della crisi del 2007/2008. "L'idea stessa di rischio sembra essere scomparsa dalla mente degli investitori. Come se avessero sottoscritto presso la Banca Centrale un'assicurazione contro tutti i rischi", ha osservato Christopher Dembik, analista della Banca Saxo. Eppure, c'è qualcosa che non va.

"I mercati azionari vanno al massimo e vedono la vita tutta rosa, mentre l'economia reale continua a dare segni di sofferenza. Qualcosa non torna, qualcuno si sta sbagliando", analizza Véronique Riches-Flores, economista indipendente.

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orizzonte48

Liberismo e liberalismo

La libertà non è un bene in sè, ma la insindacabile razionalità del mercato

di Quarantotto

liberalismo liberismo1 300x3001. Ritengo utile riprodurre, affichè non sia disperso e anzi abbia una sua sede espositiva "organica", l'approfondimento che Arturo e Bazaar hanno compiuto circa l'universo ideologico, potremmo dire la "visione del mondo", di Hayek, in quanto depositaria della radice (anzitutto) psicologica e della stessa struttura logica del pensiero liberista

E oltretutto, - cosa alquanto interessante agli italici fini-, in quanto portatrice di quella ambigua distinzione tra liberismo e presunto autonomo "liberalismo" (cfr; intervento di Arturo cit. nel finale), che tanto utile si riserva per tacitare le coscienze dei vari "liberali", assolvendoli dall'onere di comprendere, a un livello minimo attendibile, come funzioni il modello economico che si trovano, per lo più  inconsapevolmente, a propugnare (cioè ignorandone i veri effetti materiali e le reali conseguenze sociali).

 

2. Abbiamo visto come sia stato lo stesso Roepke a respingere l'idea (tutta "crociana" e confinata in Italia) del potersi distinguere tra liberismo e liberalismo. Come abbiamo più estesamente visto qui:

"Röpke non condivide l'idea che si possa distinguere tra liberalismo, che disegna l'ambito politico e culturale, e liberismo, che delinea i confini dell'economico.

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alfabeta

Creditocrazia

Andrew Ross

Claire Fontaine Change2Anticipiamo un estratto da Creditocrazia e il rifiuto del debito illegittimo (ombre corte, 2015) in libreria da mercoledì 18 marzo. In questo lavoro di inchiesta e di denuncia, Andrew Ross analizza nei dettagli il funzionamento della schiavitù del debito, il ruolo delle banche, la subalternità della politica. Spiega i motivi per cui possiamo parlare di una vera e propria “creditocrazia”, di un sistema cioè in cui i governi rispondono esclusivamente al mondo della finanza, mentre i cittadini sono costretti a indebitarsi per soddisfare i propri bisogni primari.

 

Quando spingono per l’adozione di politiche di austerità, i falchi del deficit invocano spesso una giustizia intergenerazionale: è ingiusto trasmettere ai nostri figli e nipoti enormi debiti pubblici. Ma i debiti pubblici sono ben lungi dall’essere quella minaccia o quel peso oneroso così come ci vengono dipinti dai sostenitori dell’austerità. Probabilmente, sarebbe più ingiusto tramandare alla prossima generazione una democrazia gravemente compromessa, in cui ogni attività domestica è un mercato aperto ai creditori per estrarre rendita.

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micromega

La neolingua del Jobs Act

di Domenico Tambasco

neolingua jobs act 510Nonostante ci si affanni a sostenere che le ideologie sono morte con la fine del “secolo breve”, la realtà odierna ci mostra, con sempre maggiore chiarezza, come nel presente si sia imposto, incontrastato, il dominio di una “nuova” ideologia: quella neoliberista, che nonostante un’ostentata modernità, utilizza gli stessi mezzi di manipolazione delle masse propri del secolo trascorso. La “neolingua del Jobs Act” è uno di questi.

“Jobs Act”, “jobs property”, “flexicurity”, “tutele crescenti”, “semplificazione”, “mutamento di mansioni”, “moderazione salariale”, “crescita”, “competitività”: da alcuni mesi a questa parte, in coincidenza con “l’epocale” riforma del lavoro, l’opinione pubblica è costantemente bombardata da una pioggia di anglicismi e termini tecnici ripetuti ormai all’infinito. Sono le parole d’ordine dell’Italia del nuovo millennio che, come argutamente osservato da qualcuno, si è trasformata tutto d’un tratto in un popolo di giuslavoristi.

Potremmo riprendere le parole del morettiano protagonista di “Palombella rossa” che, nel disperarsi contro il “trend negativo” evocato da una giovane giornalista, scolpiva una pietra miliare del cinema affermando, contro la corruzione del linguaggio, che “chi parla male pensa male, e vive male”.

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