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manifesto

Gli spettri dell’innovazione

Benedetto Vecchi

Il capitalista di ventura, l’ingegnere e il pubblicitario. In tre saggi la descrizione di altrettante figure che operano per normalizzare la produzione di nuovi manufatti e idee. Wall Street è diventato il motore della ricerca scientifica di base e applicata. Parola dell’economista e capitalista finanziario William H. Janeway. Per il fisico Guru Madhavan, serve un pensiero sistemico modulare. È questo infatti il segreto per dare via libera alla creatività e produrre buoni manufatti. I cacciatori di idee devono infine conoscere bene «la cultura di strada» per vendere una merce sinonimo di uno stile di vita. Il saggio di Wally Olin per Einaudi

16clt1cloudphoto1 doug wong1Il capitalista di ventura, l’ingegnere, il pubblicitario. Tre figure attorno alle quali è stata cesellata la retorica dell’innovazione, la parola magica per legittimare socialmente il capitalismo come la forma forse imperfetta ma migliore di tante altre nell’organizzare le relazioni umane.

Il capitalista di ventura è, recita la vulgata, colui che mette in rapporto il denaro con le idee. Ha cioè il compito di raccogliere gli iniziali finanziamenti per far decollare iniziative economiche tese alla produzione di prototipi, che in secondo momento possono diventare prodotti da mettere sul mercato. Definisce dunque lo spazio per l’incontro tra la finanza e la produzione.

Nell’immaginario collettivo è rappresentato come un personaggio eccentrico restio a mostrarsi in pubblico. Opera dietro le quinte, da dove svolge un’opera di paternage rispetto a uomini – le donne sono poco presenti – che possono avere idee brillanti ma sono incapaci di fare i conti con la realtà.

Nella ormai vasta pubblicistica sull’innovazione il venture capitalist è altresì qualificato come un avido ma pragmatico e lucido corsaro: il suo è il pragmatismo del giocatore d’azzardo. Tutto deve essere calcolato, pianificato, anche il rischio di fallimento.

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linterferenza

Il sessantotto

Armando Ermini

Proseguiamo la riflessione sul ’68 che abbiamo iniziato alcuni giorni fa in seguito alla pubblicazione di una breve ma significativa testimonianza del compianto filosofo marxista Stefano Garroni, con questo interessante contributo  di  Armando Ermini che riportiamo di seguito. Si tratta di un argomento molto controverso in grado di suscitare ancora, a distanza di tanti anni, un vivace e accesissimo dibattito. Saremo ovviamente felici di ospitare i contributi di tutti coloro che volessero esprimere la loro opinione sul tema. 

734“Ripensare quel periodo della nostra storia non solo è legittimo ma anche doveroso. Oggi, lontano dal fuoco della lotta di quegli anni, lo possiamo fare con più razionalità e realismo, solo che  si abbia la volontà e la lucidità necessarie.  Proprio quello che la grande maggioranza di chi a quel movimento partecipò si rifiuta  di fare fino in fondo.  Non si tratta  di nostalgia per i giovanili anni ruggenti, né di fare i cantori  dell’immobilismo ideologico.  Il cambiamento,  nello sforzo di capire la realtà che ci circonda, anche per trasformarla,  è  non solo normale ma anche inevitabile. Non si tratta nemmeno di rinnegare alcunchè, di fare abiure del passato o simili penose pratiche. Si tratta “solo” di  tentare di capire se, dove e perché sbagliavamo; non nel desiderare astrattamente un mondo diverso, ma nel come realizzarlo concretamente.  Non sto pensando, ovviamente,   a quei figli dell’alta/media borghesia in “libera uscita”,  passati in breve tempo con la nonchalance degli snob, dai gruppi dirigenti duri e puri  di Potere Operaio o Lotta Continua al board di una Società per azioni. E nemmeno a coloro i quali,  bloccati in ferree e malintese armature ideologiche, sono sconfinati nella follia terroristica scambiandola per lotta di classe. Sto invece pensando alla massa di studenti di estrazione piccolo borghese diventati il nucleo forte dell’intellighenzia,  nei giornali, nelle TV, nelle case editrici , nella scuola e nell’università, insomma in tutti quei luoghi dove si forma il consenso. Essi si ostinano a  credere di aver fatto qualcosa di grande e di rivoluzionario, magari non concluso causa il destino cinico e baro, ma comunque nel flusso di una trasformazione sociale positiva e rivolta ad una più ampia libertà.

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manifesto

A tutto profitto

Paolo Ercolani

Friedrich Hayek: un ritratto a tutto tondo del pensatore austriaco di quel liberismo reazionario che è tornato di moda con il dominio del potere tecno-finanziario. Le sue controverse teorie sembrano essere un vademecum per i governanti di oggi

um 1920 richard ruisinger privatarchiv michael eisenrieglero1Le cronache giornalistiche del tempo riferiscono che, durante una concitata riunione del suo governo, Margaret Thatcher di fronte ai suoi ministri che litigavano fragorosamente, sbatté un grosso tomo sul tavolo esclamando: «Basta signori, è inutile dividersi. La nostra bibbia è contenuta in questo libro. Esso ci indicherà la strada!».

Quel librone degli anni Sessanta del secolo scorso (The Constitution of Liberty) era lo stesso in cui Friedrich Hayek si lanciava in un’accorata e nostalgica esaltazione della Svizzera in cui le donne non avevano il diritto di voto (e in generale i diritti politici) e, nella ricostruzione dello stesso autore, erano per giunta contente di questo fatto.

Le possibilità allora sono due: o la signora Thatcher, donna e primo ministro inglese, non aveva letto quella che lei stessa considerava la bibbia del suo governo, oppure non si riteneva appartenente a un genere specifico e, quindi, accettava di conferire a quel volume un così grande valore, malgrado la discriminazione anacronistica nei confronti della popolazione femminile, contenuta fra le sue pagine.

In ogni caso, i conti non tornavano. O meglio, non tornavano per quel tempo, quando il liberalismo riteneva di aver costruito da solo le democrazie occidentali (sconfiggendo il comunismo), e Hayek veniva da molte parti presentato come «il più grande liberale del Novecento».

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micromega

Il fordismo individualizzato e lo storytelling della sharing economy

di Lelio Demichelis

sharing economy 510 sNon crediamo più a Babbo Natale e neppure alle sue renne, però crediamo alla rete, ai motori di ricerca, a Facebook e oggi anche alla sharing economy. Abbiamo creduto – e in molti lo credono ancora - che la rete fosse libera e democratica e magari anche un poco anarchica. Che si potessero fare le rivoluzioni via Facebook e via Twitter. Credendoci, abbiamo adottato senza accorgercene ma pieni di tecno-entusiasmo il nuovo dizionario che veniva proposto e imposto, necessario per la costruzione di una nuova lingua universale, omologante, pedagogica, a una sola dimensione (tecnica & economica), fatta per integrare tutti in rete, per diventare tutti capitalisti, competere contro tutti, crederci individui liberi e libertari, essere in una nuova era, in una nuova economia, in una vita tutta nuova.

Recentemente l’abbiamo definita come LII, Lingua Internet Imperii - attualizzando le riflessioni e il titolo del libro Lingua Tertii Imperii del filologo tedesco Victor Klemperer. Analisi di come il nazismo sia arrivato a conquistare il potere anche usando la parola e non solo la violenza, attivando un processo minuzioso, incessante e pervasivo di sostituzione del senso delle parole con quello dettato/richiesto dall’ideologia nazista, dando cioè alle parole un significato progressivamente diverso (e a farlo condividere) da quello che avevano per tradizione e per dizionario. Una trasformazione della lingua e del linguaggio utile/necessaria alla costruzione e poi alla accettazione di massa (il conformismo, oggi si chiama effetto rete) della nuova lingua del potere e alla introiezione da parte di ciascuno di ciò che il potere voleva (e che vuole oggi: la connessione di tutti con tutti e con la rete e con il mercato, ma tutti rigorosamente separati dagli altri, incapaci di fare società e di autonomia, ma attirati da tutto ciò che fa comunità).

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il ponte

Il naufragio della «modernità» del capitalismo

di Lanfranco Binni

naufragioOrmai siamo ai bollettini di guerra, di una guerra postmoderna in cui implode il cortocircuito tra «antico» e «moderno», tra mezzi convenzionali (i bombardamenti, il terrorismo, le rappresaglie, la propaganda, la disinformazione) e nuove tecnologie di distruzione (le campagne di comunicazione, i nuovi armamenti hi-tech). Dietro la «strategia del caos», della guerra di tutti contro tutti (dalla geopolitica all’esercizio quotidiano del dominio di potere sulle singole esistenze), un lucido e «antico» disegno di natura esclusivamente economica: la tenace resistenza del modo di produzione capitalistico alla crisi del suo insostenibile «modello di sviluppo» che sta devastando il pianeta. Le devastazioni strutturali, in nome delle necessità dei mercati finanziari (l’«uovo del serpente»), procedono in stretto rapporto con devastazioni politico-culturali sempre più rabbiose: la supremazia indiscutibile (da non mettere in discussione) della «civiltà» dell’imperialismo occidentale, lo svuotamento della democrazia formale a cui contrapporre i «valori» della predazione economica e del consumo forzato di merci, del malthusianesimo, della xenofobia, la divisione profonda tra le vittime della guerra economica e militare, schierate come complici subalterni e «rifiuti» da schiacciare.

La guerra è apparentemente «a pezzi», in scenari geografici diversi, ma in realtà è globale, unificata da un modo di produzione complesso e articolato, con differenze al suo interno e retroterra storici che determinano strategie diverse.

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militant

L’impossibile economia pubblica

Il paradosso ideologico dell’articolo 81 della Costituzione di fronte al nuovo ciclo di privatizzazioni

Militant

coor operaio amaL’approvazione del nuovo articolo 81 della Costituzione, avvenuta con il consenso di tutto l’arco parlamentare nel maggio 2012, è all’origine del nuovo paradossale ciclo di privatizzazioni dei restanti lembi di economia pubblica italiana. Nel giro di pochi mesi sono state privatizzate Poste e Ferrovie (quest’ultime ancora in corso di privatizzazione), gli ultimi due colossi economici ancora di proprietà statale, senza che nessuno abbia avuto da ridire e anzi con il benestare di tutte le forze politiche. Le stesse che da anni spingono per la definitiva privatizzazione di tutta l’economia “municipalizzata”, quella cioè legata ai servizi pubblici comunali. E questo per l’ormai dichiarato motivo per cui se tra ceti politici c’è una lotta allo spodestamento del gruppo concorrente, socialmente tutti i “rappresentanti” politici in parlamento condividono lo stesso modello economico, il liberismo, nelle sue vesti corporative (centrodestra) o transnazionali (centrosinistra). Se però nel precedente ciclo di privatizzazioni, tra la metà degli anni Novanta e i primi Duemila (sempre inequivocabilmente a trazione centrosinistra, tanto per non confondere i protagonisti in campo), le giustificazioni erano sostanzialmente di due tipi: da una parte “fare cassa” con la vendita di determinati beni pubblici; dall’altra migliorare l’efficienza delle imprese sottratte al controllo statale, oggi è intervenuta una nuova e più sottile opera di convincimento: la privatizzazione è la soluzione al problema degli investimenti produttivi, investimenti impossibilitati allo Stato per via del “debito pubblico” o dei “vincoli europei” (qui, quo e qua per rendersi conto di cosa parliamo, ma ancora qui). Ci troviamo di fronte però ad un paradosso zenoniano, stranamente poco rilevato da chi vorrebbe opporsi al governo Renzi. Secondo tutti gli analisti economici, l’unico modo per far ripartire la domanda e dunque l’occupazione è quello di far ripartire gli investimenti.

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orizzonte48

La false flag della tutela del consumatore tra ordoliberismo e TTIP

di Quarantotto

senza titolo 171. Lo spunto per ri-attualizzare la questione, che troverete approfondita ne "La Costituzione nella palude", lo fornisce questo recente commento di "Stopmonetaunica":

"Se ho capito bene, quello che lei definisce consumismo senza senso è lo spostamento ordoliberista dai diritti del lavoro ai diritti del consumatore considerato come unico Dio. Se è questa la definizione che ne dà sono perfettamente d'accordo; è chiaro che i due diritti si trovano sovente in conflitto; banalmente: il consumatore vuole pagare di meno una merce, il lavoratore vuole essere pagato di più; la deflazione salariale adesso fa sì che sia anche una scelta obbligata da parte del consumatore il pagare meno le merci e nel contempo chiedere tutte le garanzie che queste merci siano prodotte con standard qualitativi alti; è quindi un circolo vizioso, un feedback negativo, che porta alla catastrofe sociale..."

 

2. Due piccole precisazioni: "consumismo senza senso" è una (felice) definizione non mia, ma di Rawls.

La "catastrofe sociale", in realtà, dipende da quale osservatore di consideri. Un neo-liberista, cioè in particolare un ordoliberista, vedrebbe tale schema come un virtuoso ripristino non solo del magico sistema dei prezzi, ma anche delle indispensabili gerarchie (di fatto), che devono governare la società come "Legge" superiore alla "legislazione" degli "inutili" parlamenti (quando non siano espressione del sondaggismo controllato dagli "operatori economici razionali").

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micromega

Il capitalismo delle diseguaglianze e del debito

di Guglielmo Forges Davanzati

capitalismo diseguaglianze debito 510Due “fatti stilizzati” sono propri del capitalismo contemporaneo: le crescenti diseguaglianze distributive e l’esplosione del debito pubblico su scala globale[1]. Si tratta di fenomeni correlati, nel senso che, come si proverà a mostrare, è proprio la diseguaglianza a generare crescente indebitamento pubblico e, in più, è il crescente indebitamento pubblico a generare, attraverso misure di redistribuzione del carico fiscale, crescenti diseguaglianze distributive.

Sul piano empirico, l’OCSE rileva un significativo aumento dell’indice di Gini in tutti i Paesi industrializzati nel corso degli ultimi anni, in particolare a partire dal 2007 (http://www.oecd.org/social/income-distribution-database.htm). Al tempo stesso, come mostrato in Fig.1, si registra un continuo aumento del debito pubblico su scala globale.

L’aumento delle diseguaglianze distributive riduce il tasso di crescita fondamentalmente attraverso due canali, che operano rispettivamente sulla domanda aggregata e dal lato dell’offerta.

a) Dal lato della domanda. La riduzione della quota dei salari sul Pil determina una caduta dei consumi e, a parità di investimenti pubblici e privati, della domanda aggregata e del tasso di crescita.

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exit

Credito a morte1

di Anselm Jappe

usnatdebtclockVenerdì il sito del Guardian segnalava che l’immobile di Time Square nel cuore di Manhattan, sulla cui facciata è visualizzato il debito pubblico americano, non ha più abbastanza spazio per contenere la quantità astronomica di miliardi di dollari a cui ammonta, precisamente 10. 299. 050. 383, un’enormità dovuta soprattutto al finanziamento del piano Paulson e alle flebo per Freddie Mac e Fannie Mae. Si è dovuto eliminare il simbolo “$” che occupava l’ultima casella del display, in modo che il passante potesse gustare questa amara cifra fino alla feccia”2. Chi se ne ricorda più ora? La grande paura dell’ultimo ottobre sembra già più lontana che la “grande paura” degli inizi della Rivoluzione francese. Un anno fa, tuttavia, si aveva l’impressione che numerose falle si fossero aperte e che la nave colasse a picco. Si aveva anche l’impressione che tutti, senza dirlo, se lo aspettassero da tanto tempo. Gli esperti si interrogavano apertamente sulla solvibilità degli Stati, anche dei più potenti, e i giornali evocavano in prima pagina la possibilità di un fallimento a catena delle casse di risparmio in Francia. I consigli di famiglia discutevano per sapere se sarebbe stato necessario ritirare tutto il denaro dalla banca e conservarlo in casa; acquistando un biglietto in anticipo, gli utenti dei treni si domandavano se questi avrebbero ancora circolato due settimane dopo. Parlando della crisi finanziaria, il presidente americano George Bush si indirizzava alla nazione in termini simili a quelli impiegati dopo l’11 settembre 2001, e Le Monde intitolava il suo magazine di ottobre 2008: “La fin d’un monde”. Tutti i commentatori erano d’accordo nel ritenere che quanto stava accadendo non era una semplice turbolenza passeggera dei mercati, ma la peggiore crisi dalla Seconda Guerra mondiale o dal 1929.

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pandora

Per una teoria politica del Comune

di Andrea Baldazzini

Southwest corner of Central Park looking east NYCL’intento che qui ci proponiamo di svolgere è quello di fornire una presentazione generale delle origini della teoria politica del Comune, soffermandosi in particolare sulla prospettiva elaborata da Pierre Dardot e Christian Laval nel loro ultimo libro tradotto da poco in italiano per Derive Approdi con il titolo “Del Comune o della rivoluzione nel XXI secolo”. É un libro molto corposo e articolato che si pone immediatamente come un tentativo di ripensamento complessivo del concetto di Comune. Come vedremo è importante distinguere fin da subito il tema del Comune da quello dei cosiddetti Beni Comuni poichè essi hanno storie e significati radicalmente diversi, anche se spesso e volentieri vengono evocati negli stessi contesti di discussione. Inoltre, chiunque può intuire quanto il Comune, qui assunto come termine di discussione e non come semplice aggettivo, abbia origini antichissime, anzi, si può dire che da sempre nella storia occidentale si parla di Comune. Tanto per fare alcuni esempi basti pensare all’oikos greco, termine che letteralmente significa ‘casa’ ma, viene utilizzato anche per indicare le più importanti realtà sociali greche come la famiglia o lo Stato inteso appunto quale insieme di queste famiglie. Esso indica insomma le dimensioni collettive in cui vi è produzione di e in Comune. Oppure si pensi al termine aristotelico koinònein, cioè il “mettere in comune”  che indica l’azione dei cittadini di deliberare in comune per determinare ciò che conviene alla città e ciò che è giusto fare.

Facendo un salto di alcuni secoli si può pensare al Comune e alla sua nascita come realtà politica reale nella forma di quell’ente territoriale di base, sorto dopo la scomparsa dei regimi feudali, dotato di un certo grado di autonomia amministrativa e rivolto agli interessi dei sui abitanti o comunque della popolazione locale.

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nuvole

Due punti di vista sulla nuova fase del capitalismo

di Salvatore Biasco

La prospettiva analitica

e 054I libri di Streeck e di Dardot-Laval[1] sono tra i più importanti e ambiziosi tra quelli che hanno volto la loro analisi a capire come l’egemonia neo liberale sia venuta in essere e si sia man mano consolidata ed estesa. Per lo meno, questo è il terreno più rilevante su cui sviluppano la loro analisi e sul quale li seguirò, colmando anche una parte che nel mio libro Ripensando il Capitalismo, dedicato alle conseguenze di quell’egemonia, non avevo ritenuto di sviluppare[2].

Scelgono fuochi diversi. L’uno (Dardot-Laval, da ora in poi D-L) concentra l’attenzione principale sulle trasformazioni soggettive, e quindi sociali, introdotte dal neo liberismo, come riflesso di logiche istituzionali e normative che fissano e condizionano comportamenti e culture. L’altro la concentra sui connotati via via diversi che il capitalismo prende a partire dagli anni ’70, a seguito del conflitto distributivo e di potere ingaggiato dai “capitalisti” per sfuggire alle strettoie di regolamentazioni e rapporti di forza che ne imbrigliavano l’azione e schiacciavano pericolosamente i profitti.

La “nuova ragione del mondo” è la razionalità del neo capitalismo estesa all’intera esistenza. Quella nuova ragione è tanto nella pervasività dei comportamenti concorrenziali, ormai introiettati da persone e istituzioni, quanto in un ordinamento globale che tende a imporli ai vari livelli e ad agire come fonte disciplinare. D-L sottolineano da subito che il neo liberismo non ha nulla a che vedere con il laissez faire tradizionale, vale a dire con quella visione che postula la libertà di mercato e per la quale la sfera statale è una sovrastruttura, ed è parte separata da quella economica, che segue le sue regole e, se non disturbata, determina gli esiti ottimali. Il neo liberismo, invece, nasce da subito come tendenza a una nuova organizzazione di uno Stato compenetrato all’economia (tutt’altro che “leggero”). Uno Stato che tende a organizzare il mercato e fissarne la logica in norme giuridiche e comportamentali e in organizzazione burocratica e tecnocratica, che nel loro insieme estendono la competizione come principio oltre le frontiere tradizionali del mercato. A quelle regole di competizione viene assoggettato lo stesso Stato all’interno delle sue articolazioni.

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infoaut2

Camminare sul campo minato*

Oltre le promesse tradite del Neoliberismo

di Raffaele Sciortino

neoliberalismAll'interno della 4 giornate romane di Sfidare il Presente si sono tenuti una serie di dibattiti interessanti, che ci auguriamo possano fornire qualche bussola utile alla costruzione di percorsi di contrapposizione e lotte sociali dentro la crisi. A tal proposito, riportiamo qui di seguito la sbobinatura dell'intervento di Raffaele Sciortino, ospite insieme a George Caffentzis, Davide Caselli e un' attivista di UIKI Onlus, del tavolo di discussione “Camminare sul campo minato. Oltre le promesse tradite dal Neoliberismo”.

La lucidità e la puntualità dell'intervento di Sciortino pensiamo sia un importante contributo alla discussione per quelle le realtà di compagn* che cercano di dare una lettura politica macro della fase attuale. L'intervento parte dal dato di fatto che il neoliberismo è vivo e vegeto, premettendo però che con “neoliberismo” non si vuol intendere una serie di politiche ma una "fase del capitale". Nel neoliberismo il capitale si ristruttura, si trasforma e ingloba vecchie e nuove istanze di lotta, a partire dall'onda lunga del '68, in cui il capitale ha saputo sussumere-trasformando istanze di classe e collettive in istanze di “autonomia individuale”. 

Una prima fase della crisi si è chiusa oggi. Essa ha tentato un “salvataggio” capitalistico che non ha avuto alcun effetto duraturo: immissioni di liquidità e misure di austerity prima, scarico della crisi sull'Europa, frammentandola, poi. Da questa incapacità di rilancio economico, nascono forme di protesta massificate (Occupy, Indignados, paesi arabi e USA) capaci di costruire un immaginario di cambiamento pensato però non in termini radicali ma come capitalismo a misura d'uomo.

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politicaecon

C’è vita a sinistra? L'irriformabilità dell'Europa e le sfide della sinistra[1]

di Sergio Cesaratto

22C’è vita a sinistra, afferma (non si domanda) perentorio il manifesto aprendo uno stanco dibattito dominato dal pensiero unico di un gruppo di soliti noti - lo dico con il rammarico dell’antico militante di quel gruppo e quotidiano. Fuori dal coro solo l’intervento di Stefano Fassina e quello del prof. Luciano Canfora che si è posto grandi e importanti domande. Gli altri contributi non varrebbe neppure la pena discutere.

 

L’astuto Hayek e l’europeismo ingenuo

La maggior parte si crogiola tenacemente nell’idea della riformabilità dell’Europa mentre si indigna al solo sentir parlare di riconquista della sovranità democratica nazionale. Riferendosi a un saggio dell’iperliberista (ma astuto) Friedrich Hayek, Oskar Lafontaine ha spiegato poche settimane fa perché un’Europa politica e dunque solidale non può esistere:

<Già nel 1976 [sic, 1939 in realtà] il maestro di questa ideologia, Friedrich August von Hayek, ha dimostrato in un suo articolo che ha avuto una profonda influenza che il trasferimento di autorità sul piano internazionale apre chiaramente la strada per il neoliberismo. Ed è per questo che l’Europa del libero mercato e di scambio non regolamentato dei capitali non è mai stato un progetto di sinistra>.

Ci piace pensare che quanto avevamo scritto poche settimane prima (anche in inglese) abbia avuto un’influenza su questa opinione.

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fattoquotidiano

Fine della democrazia? Iniziò con Thatcher. E continua con Renzi

Davide Turrini intervista Luciano Gallino

Il voto dei cittadini conta sempre di meno, i margini di manovra dei governi eletti - quando sono davvero eletti - sono sempre più ridotti. La logica dell'"autoritarismo emergenziale" fa il resto. Un vizio che, secondo il sociologo, ha origine negli anni Ottanta e nell'avvento del neoliberismo. Così le riforme volute dal presidente del consiglio "rispetto alla gravità della crisi si collocano tra il dramma e la barzelletta". Come venirne fuori? "Affancando all'euro una moneta parallela. A meno che non sia la Gemania a buttarci fuori"

20121006 thatcher reagan“La società in realtà non esiste: ci sono uomini e donne, e le famiglie”, spiegava Margaret Thatcher nel lontano 1980. L’inizio della fine della democrazia che l’Europa sta vivendo nel 2015, l’annus horribilis in cui Banca centrale Europea e Fmi piegano il volere di cittadini e governo greco, è lì. All’origine dell’applicazione pratica delle politiche neoliberiste, sostiene il sociologo Luciano Gallino. Fosse stato per la Scuola di Chicago di Milton Friedman, i Chicago Boys, i pensatori che costruirono l’impero teorizzando che il mercato si regola da solo, e che meno stato nell’economia meglio è, si sarebbe già potuto iniziare nei primi anni Settanta. Giusto il tempo degli ultimi fuochi keynesiani dei “Trente Glorieuses” (1945-75), quelli della ripresa economica improntata sul risparmio e sul welfare, sulle istituzioni statali indipendenti e sovrane rispetto ai fondi monetari, alle banche mondiali, alla rapacissima finanza. Il big bang lo fa deflagrare quella signora dalla permanente un po’ blasé, assieme all’ex attore hollywoodiano Ronald Reagan, che cominciano ad asfaltare sindacati e sindacalizzati, a cancellare il sistema di welfare a protezione delle fasce più deboli. Le tornate elettorali cominciano a diventare un optional. Governi conservatori o progressisti, europei o statunitensi, agiscono tutti verso la stessa direzione: smantellare lo stato sociale e privatizzare i servizi pubblici. Tanto ci pensa il mercato.

“Il potere economico nella forma che conosciamo si chiama capitalismo e per un certo periodo nel dopoguerra al capitalismo sfrenato si è potuto opporre qualche ostacolo favorendo prima di tutto la crescita economica e sociale di lavoratori e ceti medi”, spiega Gallino, ordinario di sociologia all’Università di Torino dal ’71 al 2002, e autore di un volume sul tema intitolato “Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa” (Einaudi).

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blackblog

Cominciare a finire di lavorare

Intervista a Moishe Postone

Quella che segue, è la trascrizione di un'intervista collettiva fatta da un nutrito gruppo di persone a Moishe Postone, il 23 novembre del 2012, a Madrid, preso la  Escuela de Relaciones Laborales. Le domande sono state riassunte, in modo da limitare l'estensione del testo

Pieter Janssens Elinga Reading Woman WGA7482Domanda: Come può aiutare, la lettura di Marx da lei svolta, i movimenti sociali in generale?

Moishe Postone: Quello che sto tentando di recuperare, è un concetto di capitale che credo sia stato perduto dai movimenti sociali di sinistra. E non solo dai movimenti più recenti. Credo che esista una tendenza a non capire pienamente il sistema, ma di personalizzarlo nei banchieri (ad esempio, nei banchieri tedeschi). E' ovvio che questi stanno giocando un importante (e pessimo) ruolo, ma dobbiamo capire che ci troviamo davanti ad una crisi globale. Il mio lavoro è un tentativo di recuperare categorie molto astratte, come quella del capitale, per iniziare a ripensare il modo in cui intendiamo la natura sistemica del capitalismo, non solo della crisi, ma anche di quello che accade nella crisi. Credo che, per quel che attiene alla coscienza delle sinistre, la guerra fredda sia stata disastrosa. Il movimento comunista internazionale ha trasformato il termine internazionalismo nello schierarsi con un bando, cosa che ha ridotto la capacità critica delle persone di sinistra. Potevano essere molto critici con gli Stati Uniti, ma quello che facevano era limitarsi a difendere quello che stava succedendo in Unione Sovietica. Categorie storiche come il capitalismo ed il socialismo si sono trasformate in categorie spaziali: una zona ed un'altra. Questo è importante in quanto la nuova sinistra ha trasferito questo problema ai nazionalismi del Terzo Mondo. [Questa forma di pensiero] riduce la capacità critica delle persone di sinistra nel trattare a fondo determinate situazioni, nel preciso momento in cui è urgente creare una nuova forma di internazionalismo, che sia realmente internazionale, e non solo una somma di nazionalismi buoni e cattivi.

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