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Le sberle del voto
Rossana Rossanda
Assieme all'astensione, che ha punito tutti i cantori dell'Europa quale che sia, le elezioni del 7 giugno hanno somministrato in Italia diverse sberle severe. La prima è quella dei due rissosi spezzoni di Rifondazione, nessuno dei quali ha raggiunto il 4 per cento, disperdendo oltre il 6 per cento dei voti espressi. Non ci riprovino, perché non beccherebbero più neanche quelli. La seconda è quella del Pd, il quale ha incassato lo schiaffone infertogli dallo sceriffo dell'Italia dei valori e col suo pasticciato programma ha subìto lo stesso colpo degli altri socialismi europei, privi di qualsiasi idea in proprio. La terza sberla l'ha presa Berlusconi, il cui sogno di oltrepassare il 40% per governare da solo con il sostegno della Lega si è dimostrato irrealizzabile. Il Pdl non ha superato il 35% e la Lega non è la costola di nessuno, è l'espressione nazionale di una destra europea particolarmente brutta, che mette radici da tutte le parti e condiziona il Pdl invece che farsi condizionare.
Quanto ai cattolici o ex Dc, ormai seguiranno Casini, ci si può scommettere. Per ultimo, è certo che gli uomini di Fini non si sono dati troppo da fare per il Cavaliere: se lavorano, lavorano per il loro capo che si sta volonterosamente fabbricando un'immagine di destra presentabile, cosa che a Berlusconi e Bossi è impossibile.
Né il Pdl né il Pd né la sinistra radicale sono riusciti a motivare l'elettorato, anche se l'astensione deve aver giocato piuttosto a sinistra, sempre nell'idea dura a morire che le sinistre rifletteranno sicuramente su chi gli ha rifiutato per sdegno il voto.
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Il continente nero?
di Fabrizio Casari
Lo sfondamento di Berlusconi non c’è stato, è vero. Il leader del Pdl, che vaticinava un risultato intorno al 45% e la sua popolarità al 75%, si è dovuto accontentare di perdere due punti percentuali dalle precedenti politiche. Lui sostiene essere colpa di Veronica, Noemi e Kaka, dei comunisti e di Murdoch, ma questo conta poco. Il fatto è che i voti che perde sono in parte minore l’esito di una cannibalizzazione interna alla destra, che sposta sulla Lega consensi prima forzitalioti, e in parte maggiore il segnale di un elettorato che comincia ad essere stanco del personaggio. Ma il parziale ridimensionamento del Pdl appare sì come un dato importante, ma non certo l’elemento attorno a cui far ruotare l’analisi del voto, che dev’essere ben più ampia e dolorosa. Non è il momento delle pietose bugie o delle sfumature linguistiche.
Il risultato elettorale italiano - che vedremo di seguito - è frutto del contesto europeo. Nell’Europa allargata senza costruzione politica, impoverita, senza progetto economico e abbandonata nel suo orizzonte ideale, la crisi del sistema neoliberista ha prodotto milioni di disoccupati e decine di milioni di paure generalizzate. Che vanno analizzate e comprese, non ignorate. Il tentativo di scaricare la crisi sui più deboli ha prodotto un rifiuto generalizzato della politica, manifestatosi con un astensionismo storico, o ha fatto vincere ovunque una destra xenofoba spesso dai tratti neonazisti, attorno alla quale si spalmano le incertezze, le paure e l’odio sociale che la crisi economica ha inoculato come virus micidiale nel corpo europeo.
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Non di solo gossip…
varie
C’è veramente ai piani alti del potere chi vedrebbe bene una messa da parte del Berluska, e perché e con quali obiettivi? La domanda diventa legittima, a patto di porsela senza dozzinali ipotesi complottiste, visto il rovesciarsi relativamente rapido dell’operazione “veline” da arma di distrazione di massa (rispetto ai possibili effetti della crisi globale, principalmente) in un mezzo boomerang per B. via vicende “familiari” e “personali”. Le virgolette sono d’obbligo contro chi ritiene che si tratti di gossip, presunta privacy da salvaguardare, ecc. Niente di più fuori della realtà. Non solo perché si tratta dell’ennesima aggressione, tutta politica, giocata sui corpi delle donne che d’un balzo ci porta indietro per certi versi a prima del Sessantotto. Ma anche perché il passaggio che abbiamo davanti rivela, e costruisce insieme, l’intreccio strettissimo tra una certa autorappresentazione del potere -ben oltre la rappresentanza formale e sociale irreversibilmente svuotate, con tratti di quasi impazzimento- e profonde linee di disgregazione radicate nella società (solo?) italiana.
Proviamo a formulare per analogia un’ipotesi accompagnata da una serie di distinguo importanti. Qualcuno dall’alto sta pensando -che è meno che preparare- a un cambio della guardia ai vertici dell’esecutivo che potrebbe per certi versi ricordare quanto si diede tra il ’92 e il ’93 con la dissoluzione della prima repubblica. Ovviamente in un contesto del tutto mutato. Allora si trattava di rispondere ad una crisi economica e monetaria (svalutazione della lira, indebitamento pubblico alle stelle) già precipitata mentre oggi i tornanti più duri paiono plausibilmente dover ancora arrivare. Allora si trattava di far fuori un’intera classe politica e un certo tipo di patto sociale divenuti eccessivamente onerosi per il capitale, oggi si tratterebbe “solo” di liberarsi di un personaggio, o poco più, che rischia di divenire scomodo e sempre meno presentabile.
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Spostando i riflettori un po' più in là in questa lunga notte
di HS
Probabilmente quando che scorrerete queste righe con la tastiera del mouse avrete già per le mani i risultati delle ultime elezioni europee e amministrative. In ogni caso non una virgola in più muterebbe il quadro che si è venuto progressivamente a formare in queste ultime settimane, specie rispetto agli sviluppi della “storia infinita” che avvince e perseguita gli italiani tutti…
Nel mentre ci “godiamo” le attrazioni offerte dal Bengodi, dal Paese dei Balocchi edificato dal nostro Omino di Burro che, per l’occasione, si presta anche ad indossare spesso e volentieri i panni dell’allegro Pinocchio che mente a qualsiasi costo pur di non smentire sé stesso.
Candidature di veline, partecipazioni a feste di compleanno di ragazze fino ad allora sconosciute, le reazioni della moglie Veronica, le insinuazioni su presunti rapporti con minorenni, i pettegolezzi, la baldoria a Villa Certosa, gli aerei militari messi a disposizione di menestrelli e cantanti napoletani graditi al premier. Una carovana di nani, ballerine, veline, paparazzi, cantatorelli, pupazzi, pagliacci, buffoni di corte e altri freaks postmoderni… E si vuole far intendere che tutto ruoti attorno alla “privacy” del nostro Imperatore così felice ed intento a dare di sé un’immagine che ben risponde allo stereotipo della plebaglia più volgare, cialtrona e canagliesca.
Certo, molto di quel che viene contestato e tirato in ballo in merito all’onorabilità (??????) del premier è indubbiamente grave e ha rilevanza penale – vedi la questione dell’utilizzo privato di aerei adibiti ad uso militare -, ma rimane impressa nella mente degli osservatori più attenti e poco propensi a farsi ingabbiare nella trappola di un’informazione ora gossippara, ora superficiale o latitante una sensazione di incompiutezza e di irrisorietà che lascia in bocca un gusto assai amaro. Per chi voglia o possa mettere e mettersi a nudo… Per chi voglia sinceramente e senza remore fare a pezzi le proprie illusioni e mettersi a confronto con la realtà della nostra Repubblica (quale? La Prima, la Seconda o addirittura una Terza appena appena percepibile ?) è sufficiente spostare i riflettori un po’ più in là in questa lunga notte. A prima vista vi si ravvisano mille colori sgargianti e arlecchineschi, tinte di gusto riprovevole ma in fondo innocue, ma scostandosi un poco il buio riempie i nostri occhi e ci parla di noi… Il nostro è il paese dell’eterna corruzione, della degradazione ambientale e dell’incuria per il nostro patrimonio storico artistico.
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Facciamo fallire i referendum reazionari del 21 giugno
Mettiamo fine alla subalternità “democratica” verso l’egemonia della destra
I referendum del prossimo 21 giugno, segnano l’ennesimo assalto reazionario nella vita politica e democratica del nostro paese. L’obiettivo dei referendum è l’imposizione di un sistema politico blindato dal bipartitismo e dal sistema elettorale maggioritario, una operazione questa, tesa a liquidare dallo scenario politico ogni parvenza di rappresentanza e di opposizione degna di questa parola. La nuova legge che scaturirebbe dalla eventuale vittoria dei SI al referendum, modificherebbe ancora in peggio l’attuale legge imposta dalla maggioranza di destra nel 2006. A sua volta la legge elettorale superata da quella attualmente in vigore (la famosa “porcata”) era stata imposta nel 1993 sull’onda di un referendum reazionario che aveva abrogato il sistema elettorale proporzionale.
E’ indicativo sottolineare come ogni nuova legge elettorale introdotta nel nostro paese– con la complicità cosciente e suicida del centro-sinistra - abbia sempre avvantaggiato la destra. Era già accaduto agli albori del ventennio fascista quando i liberali insistettero per il passaggio dal sistema proporzionale al maggioritario spianando così la strada all’avvento del regime fascista. Non a caso il tentativo analogo fatto dalla DC nel ’53 (la Legge Truffa) fu sventato dalla sinistra e dalle forze democratiche. Ma nulla di tutto è servito come lezione alle forze e alle soggettività “progressiste” ormai subalterne alla logica della governabilità a tutti i costi. Costoro, quotidianamente si lamentano del “regime di Berlusconi”, ma gli regalano sistematicamente tutti gli strumenti per rafforzare la sua egemonia populista e reazionaria nella società e la sua maggioranza in Parlamento.
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Berlusconi in cerca del plebiscito
di Alberto Burgio
Che cosa sta succedendo in questa nervosa vigilia elettorale? L'impressione è che gli eventi precipitino, impedendo una riflessione pacata sulla situazione politica e sociale del Paese. Fermiamoci un momento, cerchiamo di capire.
Silvio Berlusconi occupa il centro della scena politica e mediatica, è il protagonista indiscusso delle cronache con la sua faccia truce, alterata, con la sua maschera stravolta dal rancore. C'è la storia delle veline e delle minorenni, un'ondata di spazzatura che ci ammorba. Del resto, sin dall'inizio questa legislatura è stata segnata da un tripudio di volgarità e di malcostume, con inopinate carriere politiche di ministri della Repubblica dal curriculum a dir poco desolante. Ma c'è ben di peggio. C'è, soprattutto, la condanna di un cittadino inglese colpevole di falsa testimonianza, che - come la magistratura milanese ha dimostrato - è stato corrotto da Berlusconi affinché nascondesse le sue responsabilità in materia fiscale. La reazione del presidente del Consiglio è stata furibonda. Ha scagliato insulti, ha lanciato anatemi, ha disseminato minacce. Perché?
Che Berlusconi non gradisca che gli italiani siano informati delle sue malefatte si capisce. Ma questa reazione appare spropositata. Prevedendo probabili processi a suo carico, egli ha preteso che il Parlamento promulgasse una legge anticostituzionale che gli assicura l'impunità. Il cosiddetto "lodo" Alfano lo tiene lontano dalle aule di giustizia. Perché, allora, questa reazione estrema?
Se leggiamo i termini in cui si articola l'ultima minaccia rivolta da Berlusconi contro la Costituzione repubblicana, forse troviamo una risposta. Il presidente del Consiglio medita di mobilitare la "sua gente" per lo scontro finale contro lo Stato di diritto, la divisione dei poteri, il Parlamento e l'indipendenza della magistratura. Ha imparato a usare la democrazia contro la democrazia. Vuole raccogliere milioni di firme, inscenando una sinistra replica del plebiscito mussoliniano, per ridurre le Camere a una inerte appendice dell'esecutivo.
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Come ottenere consenso politico in Italia?
Nicolò Bellanca*
Se guardiamo al dipanarsi delle esperienze storiche di riforme radicali, oppure di transizione da un assetto sociale ad un altro, constatiamo che una loro dimensione ricorrente risiede nella capacità degli innovatori istituzionali di catturare consenso politico attorno ad una strategia di discontinuità[1]. In queste occasioni, la formazione del consenso non si verifica cumulando singole adesioni fino alla maggioranza, semplice o qualificata. Al contrario, il consenso è un percorso egemonico lungo il quale si ottiene la collaborazione di alcuni gruppi e il contrasto di altri. Non di rado, passaggi simbolici drammatici – in cui qualche gruppo viene esplicitamente sconfitto – appaiono cruciali momenti di non-ritorno, oltre cui è la vicenda di un’intera collettività a mutare direzione[2].
Per capire meglio l’esigenza di una simile strategia di discontinuità, ricordiamo due tra le più autorevoli e dibattute letture del nostro sistema politico: quella di Sartori-Farneti e quella di Pizzorno. Secondo Giovanni Sartori[3], la stortura del caso italiano nasce dal “pluralismo polarizzato”. Fino agli anni settanta dello scorso secolo, vi fu la presenza di importanti partiti antisistema: quello comunista e quello neofascista. Di fronte ad opposizioni mutuamente esclusive e caratterizzate da posizioni estreme, il partito moderato, la Democrazia cristiana (DC), fu “costretto” a restare al governo.
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Aggressione all'umanità
Alessandro dal Lago
Quando qualcuno, affamato, malato o bisognoso, bussa alla nostra porta, dovrebbe scattare un imperativo primordiale al soccorso. Questo almeno sostengono le mitologie religiose. L'umanità, prima ancora di un'astrazione filosofica, è l'espressione di questo riflesso. Anche se non crediamo al diritto naturale e tanto meno alla retorica dei diritti umani, soprattutto nell'epoca delle guerre umanitarie, sappiamo che il limite minimo della comune condizione umana è definito da quell'imperativo. Rinviando i barconi dei migranti in Libia, il governo italiano ha deciso di rinunciare di fatto e di diritto a qualsiasi minima considerazione umana. O meglio: ha stabilito che la cittadinanza, italiana o occidentale che sia, è il requisito indispensabile perché qualcuno sia trattato da essere umano. E dunque che abbia diritto a vivere, a essere curato e trattato come una persona.
Tra i migranti respinti senza nemmeno mettere piede sul nostro sacro suolo ci sono persone in fuga dalla guerra, dagli stermini e dalla fame. Impedendo loro persino di chiedere asilo e riconsegnandoli ai porti d'imbarco, l'Italia li condanna alla detenzione, alle angherie e, come è già documentato da anni, alla morte.
Così nel nome della difesa paranoica della nostra purezza territoriale che accomuna la maggioranza di destra e parti consistenti dell'opposizione, noi rispediamo nel nulla i nostri fratelli, uomini, donne e bambini. Proprio come, a diecimila chilometri di distanza, in nome della nostra sicurezza, le nostre pallottole uccidono i bambini e le nostre bombe cancellano dalla faccia della terra cento civili in un colpo solo.
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La FIAT prepara chiusure e licenziamenti
Marco Cedolin
Dopo settimane durante le quali i media italiani hanno incensato senza posa le politiche commerciali del gruppo FIAT e l’azione del suo ad Sergio Marchionne, indomito cavaliere lanciato alla conquista della Chrysler e dell’Opel, sembra essere arrivata la prima doccia fredda concernente i progetti per il futuro dell’azienda torinese.
I quotidiani tedeschi hanno ieri reso noti alcuni dettagli del nuovo “progetto Fenice”, attraverso il quale la FIAT intenderebbe perfezionare l’acquisizione dell’Opel e contemporaneamente suggere qualche miliardo di sovvenzioni pubbliche anche in Germania, come in Italia sta facendo sistematicamente da oltre mezzo secolo. All’interno delle 46 pagine che compongono il nuovo piano viene dichiarata l’intenzione di procedere alla chiusura in tutta Europa di una decina di stabilimenti (come riportato sulla cartina) con conseguente licenziamento di almeno 10.000 lavoratori.
In Italia gli stabilimenti a rischio smantellamento dovrebbero essere tre, Termini Imerese in Sicilia, Pomigliano in Campania e la Pininfarina di S. Giorgio Canavese in Piemonte.
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Cronache dal Regno d'Italia: la politica torna a corte
di Aramcheck
Definitivamente l'Italia è monarchica, dopo poco più di 60 non sempre gloriosi anni, salutiamo con un pizzico di malinconia la Repubblica. L'Italia torna monarchica, culturalmente monarchica più di quanto non lo fosse stata dopo il Risorgimento. Né costituzionale né statutaria, il modello è autenticamente medioevale. Il corpo fisico del sovrano occupa ormai lo spazio pubblico, la politica esce dal polveroso e inefficiente parlamento e torna finalmente a corte.
Nella monarchia non c'è opposizione al sovrano, TUTTI sono sudditi. Lo scontro politico, l'aperta conflittualità dialettica si svolge al di sotto della figura regia, tra frange aristocratiche rivali che possono conrapporsi al re soltanto per interposta persona. Contrariamente che in democrazia la vita privata del re appartiene allo spazio pubblico, viene data in pasto al popolino. La figura del sovrano, ricompare nell'attenzione cortigiana che si dedica alla vita privata e al corpo fisico di sua Maestà, ai suoi vizi e ai suoi vezzi, distogliendo in parte l'attenzione del popolino dall'effettiva liceità e trasparenza del suo agire.
L'immagine del Re è un'estensione della sua camera da letto, le sue gonadi suscitano scandalo e apprezzamento, la sua nomea di uomo vigoroso, se non di vero e proprio satiro, inorgoglisce velatamente la nazione. Gli incontri di Stato con gli altri sovrani, sono feste di palazzo la cui riuscita non si misura in decisioni politiche, ma nella capacità del sire di rubare la scena pur comportandosi da un buon ospite. Il sovrano deve mostrarsi in buoni rapporti coi suoi pari, soprattutto quelli più potenti, per dimostrare di non essere da meno di nessuno, portando lustro al regno.
La rivoluzione forse non sarà un pranzo di gala, ma il G8 sì.
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Gioco d'azzardo con truffa
Alessandro Robecchi
È passato un mese esatto da quando l'Abruzzo ha tremato, l'Aquila è stata colpita e affondata, i suoi cittadini ci sono rimasti sotto, e il Paese intero si è piegato dal dolore. Un mese durante il quale l'unica cosa che si è mossa perfettamente è stata la propaganda di un governo ricco di cinismo ma povero di aiuti. Guai a dubitare, guai a criticare: il consenso obbligatorio impastato con il lutto è diventato censura, la retorica - già fastidiosa di suo - si è innestata su toni da cinegiornale Eiar, davanti al premier salvatore si sono sprecati gli alalà.
Oggi possiamo parlare di questa enorme e crudele truffa cifre alla mano, perché le gambe corte delle bugie del governo Berlusconi, corso a far passerella a L'Aquila, sono scritte nero su bianco.
Otto, dieci, dodici miliardi per l'Abruzzo, dicevano le promesse. Ma il decreto legge n. 39 del 28 aprile suona un'altra musica, ed è un'altra gragnuola di colpi in faccia al popolo d'Abruzzo.
Proviamo un rapido riassunto. Primo: dei 150 mila euro di risarcimento ad abitazione non c'è traccia, non se ne fa cenno. Indiscrezioni dicono che saranno così ripartiti: 50mila cash (chissà quando), 50mila come credito di imposta (a carico dei terremotati), e altri 50mila come mutuo agevolato (che pagheranno i terremotati).
I soldi cash stanziati per i primi due anni (2009 e 2010) superano di poco il miliardo. Se si tolgono quelli spesi per la prima emergenza, rimangono 700 milioni di euro, appena sufficienti per le costruzioni temporanee.
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Dietro l'accordo Fiat - Chrysler
di Emiliano Brancaccio
La grande stampa, il governo e i vertici del partito democratico hanno salutato con euforia le recenti operazioni espansioniste della Fiat su scala globale. Oggi l’approdo nel mercato statunitense tramite l’intesa con Chrysler, e forse domani la conquista di Opel in Germania, sono stati interpretati come sintomi di quella italica capacità di “aggredire i mercati esteri” che è stata in questi giorni rimarcata dal presidente del Consiglio e da molti altri. I lavoratori tuttavia non dovrebbero lasciarsi ingannare da questa pioggia improvvisa di lustrini tricolore. La realtà infatti è che la Fiat ha acquisito il controllo strategico di Chrysler sotto la condizione che i sindacati americani accettassero un accordo capestro: congelamento dei salari, scatto degli straordinari solo oltre le 40 ore settimanali, cancellazione delle vacanze di Pasqua e di altre festività per due anni, pericoloso acquisto di una gran massa di azioni Chrysler da parte del fondo pensione dei dipendenti, e completa rinuncia agli scioperi fino al 2015. Massimo Giannini su Repubblica ha parlato di una soluzione responsabile e non ideologica da parte delle rappresentanze sindacali statunitensi. Ma sarebbe più onesta definirla una resa senza condizioni, che peserà non poco sulla localizzazione dei licenziamenti da un lato e dall’altro dell’Atlantico e che dunque costituirà un enorme problema per i sindacati italiani. Siamo insomma di fronte all’ennesimo episodio di quel generale processo di inasprimento della guerra tra lavoratori che sta sempre più caratterizzando l’evoluzione della crisi economica in corso.
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Imbarazzante
di Giulietto Chiesa
Ieri sera, guardando Anno Zero, ho provato imbarazzo. Per Vauro, per Sabina Guzzanti, per Corrado Guzzanti (che non c'era ma che abbiamo rivisto nel più mirabile editoriale politico degli ultimi quindici anni).
I veri eroi della serata, i veri combattenti: i comici, i pazzi.
Il resto è stato, appunto, imbarazzante.
Michele Santoro ha messo in scena il suo teatrino. Non dissimile, questa volta, da quello di Bruno Vespa. Perfino nello stile.
C'erano tre dei principali corresponsabili morali del degrado cui siamo giunti. Nell'ordine dell'improntitudine: Paolo Mieli, Enrico Mentana, Gad Lerner. Quest'ultimo, nel contesto generale della ‘langue de bois’ (lingua di legno, dicono i francesi per indicare chiacchiere dove la verità sparisce) è apparso addirittura in preda a una furia iconoclasta, quando ha chiarito i suoi, e degli altri, redditi - ma, s'intende, al ribasso. Riferendosi a se stesso, e agli altri presenti, ha parlato di "pappa e ciccia".
La pappa sono loro, la ciccia è quella del Padrone.
Gli altri due hanno fatto, come si suoi dire a Genova, i pesci in barile. Come se non avessero contribuito, dai loro posti di comando, a inquinare i rapporti tra media e potere, tenendo bordone, giorno dopo giorno, e aumentando i loro conti in banca. Invece davano l'impressione di venire da Marte.
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Io, medico ferito e sfollato
Massimo Gallucci
Questa è la testimonianza di Massimo Gallucci, professore e direttore Uoc [Unità Operativa Complessa] di Neuroradiologia Università - Asl dell'Aquila, ma anche uno delle migliaia di sfollati del terremoto in Abruzzo. Il racconto di quel 6 aprile, dell'impossibilità di tacere «in nome di quei morti in merito alla disorganizzazione preventiva e all'informazione fuorviante».
"Da gennaio, quasi settimanalmente si faceva sentire. Ma, un po’ come nel film X-men 2, il verme divoratore era sotto controllo. Così ci era stato detto più e più volte dalla stampa e dalle televisioni locali. E così parcheggio, senza particolari precauzioni, nel piazzale alberato 100 metri da casa.
Casa: una palazzina cielo-terra di 3 piani e piccolo attico, di stesura settecentesca, manipolata più volte in seguito, e da noi restaurata 12 anni fa. Per strada, davanti il mio ingresso, gli studenti che alloggiano in affitto negli appartamenti di fronte in cemento armato.
Sono una decina, in strada. Una ragazza piange: “non ne posso più, ho paura voglio andare via”. Un ragazzo l’abbraccia protettivo. Stai tranquilla. Sono scosse di assestamento. Ormai ci siamo abituati.
Così ci prepariamo, come ogni sera quasi tranquilli.
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Un paese in pericolo
Paolo Berdini
Sono crollati ospedali, edifici pubblici e scuole costruiti di recente. Dovevano rispettare rigorose norme antisismiche, ma il terremoto ha tragicamente svelato una realtà che viene sistematicamente occultata: siamo il paese delle regole scritte con solennità e violate con estrema facilità. Siamo il paese in cui le funzioni pubbliche di controllo sono state cancellate o messe nella condizione di non nuocere. Di fronte a questa cruda realtà, il «piano casa» della Presidenza del Consiglio liberalizzava ulteriormente ogni intervento edilizio che poteva iniziare attraverso una semplice denuncia di inizio attività, e cioè in modo che la pubblica amministrazione perdesse per sempre ogni residua possibilità di controllo. Dappertutto, in zona sismica o in zona di rischio idrogeologico.
Sono poi crollate in ogni parte anche le case private. Antiche, della prima o della seconda metà del novecento. Segno evidente che anche esse sono state costruite senza gli accorgimenti che ogni paese civile richiede. Invece di avviare questo processo, il piano casa del governo autorizzava aumenti automatici di cubatura (fino al 20%) senza contemporaneamente costringere i proprietari a rendere più efficienti le strutture. Chiunque chiude un balcone o una veranda, pur aumentando i pesi che le case devono sopportare, non interviene sulle fondazioni o sulle strutture principali. È noto che questa anarchia e disorganicità è alla base di molti crolli e di molte vittime.
La tragedia dell'Abruzzo mostra dunque di quale cinismo e arretratezza culturale fosse stato costruito il provvedimento tento reclamizzato da Berlusconi. Cinismo perché faceva balenare in ciascuno la possibilità di incrementare la proprietà senza tener conto dell'esistenza di equilibri più complessivi, senza cioè dover rispettare i beni comuni per eccellenza: le città.
Arretratezza culturale perché il terremoto ha dimostrato ancora una volta che il vero problema del nostro paese è quello di avere i piedi di argilla. In un paese ad alto e diffuso rischio sismico, infrastrutture, servizi e abitazioni non sono in grado di resistere ai terremoti. Invece di agevolare la sistematica messa in sicurezza del territorio e del patrimonio edilizio, questo governo ha in mente una sola cultura: «aggiungere».
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