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Rompere la pace dentro territori, fabbrica e università della guerra
di kamo
Prima di presentare il testo, una piccola introduzione di riepilogo delle “puntate passate”, per meglio inquadrare il senso dell’iniziativa «Guerra alla guerra» dell’11 ottobre scorso con la redazione di Infoaut e i compagni di Askatasuna Torino. Va premesso infatti che come Kamo non abbiamo pensato questo incontro soltanto in rapporto alle ultime settimane e mesi di mobilitazione per la Palestina e contro la guerra – tempi intensi e convulsi di “aria frizzante”, che hanno visto anche Modena scendere in piazza in massa per la Palestina e in solidarietà con la Global Sumud Flotilla, per fermare il genocidio e “bloccare tutto”, a partire da quella che chiamiamo la «fabbrica della guerra», cioè quell’intreccio di territorio, industria e sapere in ristrutturazione in funzione del riarmo e della guerra, che pone Modena tra i centri dello sviluppo capitalista in trasformazione bellica.
L’incontro lo abbiamo voluto collocare soprattutto come il punto di condensazione dei precedenti cicli di discussione che abbiamo organizzato negli anni passati, in particolare «Militanti» (2023) e «La fabbrica della guerra» (2024-2025). Ciò di cui ci interessa ragionare è infatti come si possa esprimere la militanza politica nella fase attuale, e le sfide che le ultime piazze ci chiamano a raccogliere: se nel ciclo «Militanti» abbiamo tentato di riallacciare e riscostruire, selezionandoli e facendoli nostri, i fili di una tradizione novecentesca di militanza comunista che va da Lenin al movimento di inizio terzo millennio, passando dall’Autonomia operaia degli anni Settanta e alla nascita dei centri sociali – sempre con l’obiettivo di approfondirne la portata teorica e storica e i loro limiti, di riappropriarci di strumenti e soprattutto di riattualizzare il punto di vista della rottura rivoluzionaria –, con «La fabbrica della guerra» invece abbiamo voluto esaminare i processi di radicale e accelerata riorganizzazione e trasformazione del capitalismo innescati dalla guerra, che ci coinvolgono direttamente sul territorio emiliano e modenese.
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Mao era un mostro?
di Carlos Martinez
Per celebrare il 130° anniversario della nascita di Mao Zedong, pubblichiamo di seguito un estratto dal capitolo "No Great Wall: on the continuitys of the Chinese Revolution" del libro di Carlos Martinez L'Oriente è ancora rosso – Il socialismo cinese nel XXI secolo , che valuta l'eredità politica di Mao e si concentra in particolare su alcuni degli episodi più controversi associati alla sua leadership.
L'estratto si propone di fornire un'analisi dettagliata ed equilibrata del Grande balzo in avanti e della Rivoluzione culturale, e di spiegare perché la maggior parte della popolazione cinese continua a venerare Mao e perché, come disse Deng Xiaoping , "il Partito comunista cinese e il popolo cinese lo considereranno sempre come un simbolo, un tesoro molto prezioso".
La ragione fondamentale è che, più di ogni altro individuo, Mao Zedong simboleggia ed è responsabile della liberazione della Cina e della costruzione del socialismo cinese. Carlos scrive:
Gli eccessi e gli errori associati agli ultimi anni di vita di Mao devono essere contestualizzati in questo quadro generale di progresso trasformativo senza precedenti per il popolo cinese. Il tasso di alfabetizzazione in Cina prima della rivoluzione era inferiore al 20%. Alla morte di Mao, era intorno al 93%. La popolazione cinese era rimasta stagnante tra i 400 e i 500 milioni per circa cento anni, fino al 1949. Alla morte di Mao, aveva raggiunto i 900 milioni. Crebbe una fiorente cultura letteraria, musicale, teatrale e artistica, accessibile alle masse popolari. La terra fu irrigata. La carestia divenne un ricordo del passato. Fu istituita l'assistenza sanitaria universale. La Cina – dopo un secolo di dominazione straniera – mantenne la propria sovranità e sviluppò i mezzi per difendersi dagli attacchi imperialisti.
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Abu Mazen a Roma, nel silenzio di tomba del movimento per la Palestina
di Il Pungolo Rosso
Nei giorni scorsi Abu Mazen è stato a Roma, a rapporto prima dal duo Mattarella-Meloni, poi dal neo-crociato amerikano Leone XIV.
Cosa sia venuto a fare non è un mistero per nessuno: è venuto ad assicurare l’Italia (lo stato, le banche e le imprese italiane) che la sua “Autorità nazionale” si muoverà integralmente e fedelmente all’interno del piano neo-coloniale e schiavista di Trump, ma senza dimenticare gli “amici italiani” negli eventuali affari della ricostruzione di Gaza. E lo farà in totale contrapposizione alla resistenza palestinese (Hamas), costringendo questa alla resa e alla consegna delle armi.
Come premio per questo giuramento di fedeltà all’imperialismo occidentale tutto, Italia compresa, è venuto a mendicare il riconoscimento da parte di Roma di quello stato di Palestina accanto all’intoccabile stato di Israele che l’entità sionista ha reso materialmente del tutto impossibile, ormai, da decenni.
E’ poi passato dal papa neo-crociato a garantirgli il suo impegno, in chiave anti-islamica, “in favore della presenza cristiana in Palestina”.
Insomma, Abu Mazen è venuto a Roma a fare l’Abu Mazen, quello – tanto per dire – che da 16 anni ha il mandato scaduto, ma si rifiuta di indire elezioni che perderebbe di sicuro; quello che nel 2006-2007 chiese allo stato occupante un aiuto militare per sconfiggere Hamas a Gaza; quello che era talmente intimo con il macellaio Barak, il ministro della difesa sionista del tempo, da essere informato in anticipo dell'”operazione piombo fuso” (risulta dai files di Wikileaks, come ricorda Amadeo Rossi, ne Il muro della Hasbarà, Zambon, 2018, p. 223); quello che ha definito i combattenti di Hamas e delle formazioni della resistenza “figli di cane”, e fermiamoci qui.
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La finzione dell'impresa privata
di comidad
Alcuni osservatori trattano la questione dei supporter della Meloni come se fosse una sorta di enigma antropologico, alla stregua dell’individuazione dell’anello mancante tra l’australopiteco e il pitecantropo. In realtà la stupidità e la cieca fedeltà al capobranco non spiegano tutto. Certe manifestazioni particolarmente abiette e regressive della destra vanno comunque inquadrate in una narrazione che è trasversale agli schieramenti politici. La fiaba dominante consiste nel rovesciamento del concetto di socialismo, interpretato come se fosse per forza questione di togliere ai ricchi per dare ai poveri. Su questa falsa narrazione la destra può costruire il proprio mito di argine contro la minaccia dell’esproprio proletario. Il problema si pone in termini esattamente opposti, dato che l’esproprio avviene costantemente a danno dei ceti poveri.
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La (vera) portata dello scandalo corruzione a Kiev. Se i media italiani censurano il NYT...
di Fabrizio Poggi
Lo scandalo affaristico che sta interessando la “democrazia” nazigolpista di Kiev non sembra aver ricevuto la necessaria attenzione sui media italici. Ma, se non ne parlano i media di regime nostrani, lo fa il New York Times e lo fa – forse non casualmente - pressoché in contemporanea con lo svolgersi degli eventi.
Dunque, nei giorni scorsi, l'Ufficio Nazionale Anticorruzione (NABU, quel fantomatico ufficio messo in piedi da Washington per il controllo sulle "élite" ucraine) ha condotto una perquisizione a casa del socio d'affari di Vladimir Zelenskij, Timur Mindic, direttore dello studio “Kvartal 95”. Innegabile che si tratti quantomeno dell'avvisaglia di un attacco diretto allo stesso Zelenskij e dato che in particolare il NABU è agli ordini diretti degli USA, la cosa non è di poco conto.
Nel corso delle indagini, scrive il New York Times, in 15 mesi sarebbero state raccolte 1.000 ore di registrazioni audio, documentando «le attività di un'organizzazione criminale di alto livello».
Pare che il caso contro Mindic fosse aperto da tempo, osserva PolitNavigator e i media avevano a lungo diffuso voci su registrazioni effettuate dagli investigatori nel suo appartamento nel centro di Kiev, che era essenzialmente uno dei quartier generali della cerchia ristretta di Zelenskij. Ne era seguito il tentativo del regime di liquidare il NABU, inizialmente con successo, fintanto che non erano scoppiate proteste, si erano intromessi diplomatici occidentali e Zelenskij aveva dovuto far abrogare la legge che liquidava la struttura.
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Minacce di golpe in Honduras
di Geraldina Colotti
Una “cospirazione contro il processo elettorale”. Così, il consigliere honduregno, Marlon Ochoa, ha qualificato il simulacro del sistema di Trasmissione dei Risultati Elettorali Preliminari (Trep), svolto domenica scorsa dal Consiglio Nazionale Elettorale (CNE). Il simulacro del Trep è stato uno degli esercizi chiave per misurare la capacità tecnologica del sistema prima delle elezioni generali del 30 novembre, ma i guasti segnalati hanno generato preoccupazione tra i partiti politici e gli osservatori nazionali.
Il CNE non ha ancora rilasciato un rapporto ufficiale sulle cause tecniche dei guasti segnalati né sulle accuse di Ochoa, arrivate pochi minuti dopo che Rixi Moncada, candidata presidenziale di Libre (il partito di governo), aveva affermato durante un comizio tenutosi nella capitale che non avrebbe riconosciuto i risultati trasmessi dal Trep: “Il CNE – aveva detto Moncada – ha fatto un simulacro sul sistema di trasmissione dei risultati e questo, sia nella trasmissione satellitare che nella trasmissione di una delle aziende attraverso i canali dati, è stato un fallimento totale”. La candidata aveva per questo fatto riferimento a una denuncia presentata da Ochoa al Ministero pubblico in merito a “26 audio” filtrati, contenuti in una chiavetta Usb, circa l’esistenza di un piano interno e istituzionale, orchestrato dall’opposizione e da membri del CNE a questa legata, per sabotare l’esito democratico delle elezioni attraverso l’uso improprio del sistema di trasmissione dei voti.
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Eugenetica e colonialismo. Nel cuore del dominio occidentale
di Stefano Dumontet
La terribile situazione che stanno vivendo i gazawiti, da ormai quasi tre anni, è stata presentata dalla maggioranza dei media occidentali come la lotta di una democrazia (incarnata da Israele) per la sua sopravvivenza. Una lotta contro terroristi sanguinari di oggi e potenziali terroristi di domani (i bambini) oltre che contro le donne, fattrici di terroristi non ancora nati.
L’unico, controverso, riferimento storico che si evoca è quello relativo alla lucida ferocia del terzo Reich, orientata contro gli ebrei. Gli israeliani, cittadini di uno stato confessionale ebraico, adopererebbero oggi mezzi e finalità analoghe a quelle utilizzate dai nazisti per portare avanti un programma di pulizia etnica attraverso un genocidio. In realtà, limitare il fenomeno dello sterminio dei palestinesi sulla contrapposizione genocidio sì / genocidio no, serve solo a distogliere l’attenzione dalla vera motivazione di tanta barbarie e della sua fanatica accettazione da parte delle élite occidentali.
Quello nazista fu un micidiale programma di pulizia etnica, sostenuto da una pseudoscienza, largamente condivisa nell’intero occidente, quella della “purezza della razza” o “eugenetica”. È bene ricordare che le teorie eugenetiche nacquero, almeno nella loro forma “scientificamente definita”, in Inghilterra in seguito al lavoro di Sir Francis Galton, cugino di Charles Darwin. Alla Galton Society afferì, nel tempo, il fior fiore della società britannica rappresentato da aristocratici, prelati, premi Nobel, famosi scienziati, celebri intellettuali e ricchi imprenditori. Solo per fare alcuni nomi, particolarmente noti, tra i tanti che condivisero negli anni le idee eugenetiche di Galton, citiamo il celebre economista John Maynard Keynes, James Meade (premio Nobel per l’Economia nel 1977), Peter Medaware (premio Nobel per l’Immunologia nel 1987) ed il famosissimo statistico Charles Spearman (tra i padri dei test per la misura dell’intelligenza e dell’analisi fattoriale). Anche Winston Churchill era un estimatore delle teorie eugenetiche, insieme al commediografo George Bernard Shaw.
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Il pianeta Marx illustrato all’ingrosso: il “fatto” del capitalismo
Cronache marXZiane n. 18
di Giorgio Gattei
"I fatti hanno la testa dura"
(attribuito a V. I. Lenin)
1. Capitalismo. Riassumo il risultato conseguito nella Cronaca precedente: dato che le ideologie storiche (nella loro varia tipologia religiosa, per cui “ci ha creato Dio”, politica con “lo Stato che ci protegge” e filosofica dove “è l’Idea che ci illumina”) non sono altro che il riflesso nella mente, più o meno adeguato, di un determinato “stato concreto delle cose” (all’inverso di Hegel, per Marx «l’elemento ideale non è altro che l’elemento materiale trasferito e tradotto nel cervello degli uomini» (Il capitale, I, p. 45), è impossibile che quelle ideologie se ne vadano per opera di una critica pur feroce ma soltanto verbale, che sarebbe anch’essa mentale, di quel medesimo “stato delle cose”. Occorre infatti che cambi quest’ultimo nella realtà, così che tutti quei riflessi ideali precedenti si dimostrino inadeguati, al punto da dover essere sostituti da un altro “concreto di pensiero”, ovvero da una diversa ideologia che sia espressione nella mente dei “tempi nuovi”. Qui vale la lezione marxiana (indigeribile agli ideologi) per cui soltanto «cambiando la base economica viene a essere sovvertita più o meno rapidamente tutta l’enorme sovrastruttura… delle forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche e filosofiche, in breve ideologiche, in cui gli uomini si rendono coscienti dei loro conflitti e si battono per risolverli» (Prefazione a Per la critica della economia politica, 1859).
Ora un mutamento epocale decisivo dello “stato materiale delle cose” fortunatamente c’è stato nella storia a seguito della scoperta accidentale del continente americano da parte di Cristoforo Colombo nel 1492, che fu un evento fortuito quanti altri mai perché che cosa sarebbe successo se non ci fosse stata quella “terra di mezzo” tra l’Europa e quell’Asia che Colombo, con la sua navigazione atlantica, intendeva raggiungere? Che avrebbe fatto la fine di quei poveri fratelli Vivaldi che, usciti dallo stretto di Gibilterra nel 1291 (ma con delle galee, non con le caravelle!), scomparvero in mare lasciando dietro di sé appena l’allusione poetica di Dante Alighieri nella Divina Commedia al «folle volo» di Ulisse, la cui nave affondò nell’oceano quando «dalla nova terra un turbo nacque che tre volte fé girar con tutte l’acque / a la quarta levar la poppa in suso / e la prora ire in giù…/ infin che ‘l mare fu sopra noi richiuso» (Inferno, canto xxvi).
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Sudan. L’altro genocidio
di Francesco Cappello
Il Sudan si trova al centro di dinamiche che rischiano di comprometterne ulteriormente l’integrità. Sono attivi fenomeni che provocano instabilità, ottimali per la continuazione dell’accaparramento delle risorse del paese africano da parte di agenti esterni
Non si tratta di una guerra civile tribale, ma di un genocidio pianificato alimentato da potenze straniere interessate alle ricchezze naturali, in particolare l’oro, complici la mancanza di attenzione internazionale e la complicità di paesi occidentali che sostengono l’RSF (forze di intervento rapido paramilitari) come fa la Francia, Israele, EAU e altri [*].
Il conflitto attuale è l’esplosione di una tensione irrisolta risalente, come vedremo, ai crimini del Darfur e al fallimento della transizione post-El Bashir, dove i generali in competizione, finanziati e armati da potenze esterne, si contendono il controllo strategico ed economico di un paese estremamente ricco di oro. Le vaste riserve d’oro del Sudan agiscono da calamita geopolitica, attirando l’interesse di potenze esterne che, attraverso il finanziamento di gruppi armati (le FSR, eredi delle milizie genocidarie), trasformano la ricchezza potenziale in un ciclo di violenza e guerra per procura.
L’entità dei massacri a danno della popolazione
A partire dall’inizio del secolo a oggi, l’analisi della letteratura consente di ricostruire alcune stime di massima sull’entità dei massacri a danno della popolazione civile. Un rapporto del Council on Foreign Relations (via il database CRED) stima che, nel periodo da settembre 2003 a gennaio 2005, ci siano state circa 121.582 morti nella regione del Darfur, con un “eccesso di mortalità” stimato di circa 118.142 morti. Université catholique de Louvain. Altre fonti (tra cui studi epidemiologici e analisi dell’ONU) riportano che fino al 2008 il totale delle morti (violenza + malattia/fame) potrebbe essersi avvicinato a circa 300.000 persone nella regione del Darfur. Guardian
Fonti più recenti relative al conflitto scoppiato nel 2023 indicano che solo nei primi mesi della guerra ci sono stati decine di migliaia di morti civili — ad esempio, un articolo riporta che il conflitto dal 2023 avrebbe causato “almeno 40.000 morti” in Sudan. AP News
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Virno, Fanon e Virno ancora: antidoto alla pseudo-moltitudine
di Pasquale Liguori
Il 7 novembre è morto Paolo Virno. Ho iniziato a leggerlo da studente, con i suoi editoriali sul Manifesto. Negli anni ho inseguito, con fatica, le pagine più ostiche dei suoi libri. È un percorso da lettore, non da addetto ai lavori. Non so se agli amici e ai custodi della sua opera piacerà che un lettore qualunque lo evochi, magari risultando irriverente. Ma a me interessa riportare una sua intuizione dentro il presente, farle provocare attrito con ciò che accade. Credo che questa vitalità discreta, più che la devozione, gli sarebbe piaciuta.
Maggio 1990. Al salone del libro di Torino si tiene una conferenza sull'«identità culturale europea». Intellettuali (Vattimo, Derrida) discutono la crisi di quell'identità. Notano che è un «cumulo di paradossi», un territorio di «non più», un concetto «estenuato fino al collasso». È l'élite culturale europea che mette in scena un dibattito su sé stessa, ma lo fa solo per certificare la propria impotenza, la propria “dissoluzione”.
Paolo Virno scrive a riguardo un editoriale sul Manifesto, lo si può trovare nella bella raccolta “Negli anni del nostro scontento” edita da DeriveApprodi. La sua diagnosi è spietata: quel dibattito accademico è vacuo. E lo è perché ignora la lezione che, trent'anni prima, Frantz Fanon aveva imposto al mondo: "abbandoniamo questa Europa".
Per Virno, l'intuizione di Fanon non era una semplice rivendicazione anticolonialista. Era una rottura metodologica. Fanon non intendeva rampognare l'Europa per aver tradito i propri "ideali universalistici" (il Diritto, l'Uomo, la Cultura); aveva attaccato quegli stessi ideali, smascherandoli come linguaggio del dominio.
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Lenin e la metafisica
di Salvatore Bravo
In Materialismo ed empiriocriticismo (1908) Lenin pone le condizioni per la pensabilità della rivoluzione. Il marxismo dogmatico conduceva all’inazione, in quanto la storia era consegnata alle leggi supreme e positivistiche della storia speculari alle leggi di natura, per cui bisognava attendere l’ordine delle leggi. Una delle motivazioni del fallimento del biennio rosso in Italia fu l’attesa incrollabile negli eventi, per cui non ci si adoperò per coordinare le azioni tra operai e campagne, ma si attese la rivoluzione che non si materializzò.
Lenin comprese nel suo genio l’urgenza di ricostituire il legame tra pensiero ed essere senza dogmatismi e ponendo la centralità della coscienza del partito e della classe operaia in relazione dialettica e pensata con la storia. La scissione tra pensiero ed essere aveva assunto caratteri di “scientificità”, si pensi al fisico Mach per il quale anche le teorie scientifiche erano prospettive che funzionavano e non rispondevano alla realtà come essa era nella sua verità, giacché l’essere umano è prigioniero della sua rappresentazione e dei suoi sensi, questi ultimi sono l’unica realtà accessibile e pertanto l’in sé resterà sempre un “segreto e un mistero”. La filosofia di Mach è una forma di positivismo che cela l’idealismo, o meglio è idealismo travestito di idealismo, così affermava Lenin. Tale concezione in campo filosofico e politico ledeva fortemente la prassi e la razionale dialettica progettuale, poiché i singoli come i gruppi sociali sono interni a una rappresentazione del mondo e di conseguenza la progettualità è prospettica e non ha nessun valore oggettivo, essa è fortemente limitata dal soggettivismo interpretativo.
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La politica al tempo della società dello spettacolo: il caso Mamdani
di Andrea Balloni
Il Paese di Hollywood continua a fare cinema. Come ho scritto nel mio ultimo articolo, “[…] i suoi vertici ricreano ogni giorno un mondo magico e fasullo […]”.
E questa è la volta del film sul nuovo sindaco di New York.
Zohran Mamdani, che dichiara che i miliardari non dovrebbero esistere, è diventato sindaco della Grande Mela con il supporto di George Soros, il criminale multimiliardario filantropo che da decenni finanzia azioni e progetti sovversivi internazionali.
Come dimostra il New York Post attraverso l’analisi di alcuni documenti finanziari, in circa dieci anni la Open Society Foundation di Soros, per mezzo di una rete di finanziamenti definiti dal quotidiano “ultra-woke”, ha indirettamente convogliato un totale di 37 milioni di dollari a una decina di gruppi di fantasinistra e fantamarxisti che hanno appoggiato e fatto propaganda attiva per sostenere la campagna elettorale di Mamdani.
Torno quindi al concetto di magia cinematografica, attraverso la cui lente gli americani intendono continuare a stravolgere la visione della realtà.
Facciamo dissolvere il fumo degli ultimi effetti speciali e ragioniamo:
– com’è possibile che un ultracapitalista neoliberista impunito, che si è arricchito con speculazioni finanziarie criminali, un sovversivo odiatore dichiarato del socialismo, uno che fa parte dei peggiori club di potenti del mondo, finanzi la campagna elettorale di un socialista, uno che dice che i miliardari non dovrebbero esistere?
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Dalle grandi opere inutili e imposte alla grande opera suicida
di Tiziano Cardosi
Riflessioni dopo il convegno di Avigliana 18 ottobre 2025 “Grandi opere – Storie di opacità”
Prima di entrare nel merito dei temi che concernono l’estrema ipotesi di essere chiamati a modellare una diversa politica estera per il paese, occorre procedere a un’operazione preliminare, decolonizzare la mente dalla macchina della menzogna che inquina la vita pubblica, nazionale e internazionale in ogni dove.
Alberto Bradanini
Dalle grandi opere inutili e opache…
Le parole dell’Ambasciatore Alberto Bradanini sull’inquinamento della politica estera può benissimo essere esteso anche ad altri aspetti del mondo contemporaneo, per esempio il mondo delle grandi opere inutili, imposte e anche molto opache; pure queste nascono da falsità che dopo decenni riempiono ancora la bocca di troppi. La principale è che i problemi economici dell’Italia nascano da un insufficiente sistema infrastrutturale, dall’eccessivo intervento dello Stato nel sistema economico, dagli ostacoli posti al libero dispiegarsi dell’iniziativa privata. Dopo decenni di verifiche empiriche possiamo dire serenamente che è vero il contrario, è arrivata una stagnazione di lunga durata proprio nello stesso momento in cui c’è stato l’avvento di TAV SpA e delle grandi opere, lo smantellamento dell’IRI, la tempesta delle privatizzazioni.
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Quattro teatri per Trump
di Enrico Tomaselli
Che l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti fosse dovuta a un insieme di fattori, di cui due principali, l’ho sempre sostenuto e ne sono assolutamente convinto. Il primo di questi è stato che una parte minoritaria del deep power statunitense riteneva urgentemente necessario modificare il modo in cui veniva gestita la strategia imperial-egemonica degli USA, in particolare da quel blocco di potere che possiamo identificare nella convergenza tra il mondo politico democratico (inteso come partito) e i neocon. Il secondo, la disponibilità su piazza di una figura – Trump appunto – che aveva le caratteristiche necessarie per poter competere vittoriosamente alle elezioni, con riferimento in particolare al movimento MAGA.
Tutto ciò, naturalmente, va comunque inquadrato alla luce di un presupposto ovvio ma spesso ignorato, ovvero il fatto che per una potenza imperiale è assolutamente fondamentale avere una strategia globale che ragioni su tempi lunghi, e che quindi non può essere soggetta a cambiamenti radicali ogni quattro anni, sulla base delle alternanze alla presidenza. Ciò implica non solo che tali strategie vengano definite prevalentemente al di fuori delle singole amministrazioni, ma che vi sia un apparato che provvede non solo a elaborarle, ma anche ad assicurarsi che vengano applicate. Ed è precisamente ciò che chiamiamo correntemente deep state (e che io preferisco definire deep power); che non va però immaginato come una organizzazione segreta, una sorta di Spectre, ma – appunto – come un insieme di poteri, istituzionali e non, la cui durata non è soggetta al voto popolare, e la cui composizione può, entro certi limiti, essere mutevole.
Alla luce di quanto detto, appare chiaro come un presidente degli Stati Uniti, per quanto formalmente dotato di grandi poteri, sia di fatto limitato, nel suo agire, da un quadro generale predeterminato. E Trump non fa eccezione. Per quanto ami pensarsi e presentarsi come un monarca, ogni sua scelta è possibile all’interno di questo ambito circoscritto. Che però, altrettanto ovviamente, deve in qualche misura tener conto anche delle oscillazioni dell’elettorato, cui in ultima analisi spetta formalmente il potere di scelta dei suoi rappresentanti.
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Michel Clouscard. Un marxismo inesplorato
di Alessandra Ciattini
Non so se il marxismo occidentale sia morto, non so neppure se esso sia riassumibile in una formula, date le mai sopite discussioni sui temi centrali impostati e trattati da Marx, ma posso dire che mi capita spesso di incontrare nuovi studiosi marxisti (almeno che si dichiarano tali) a me sconosciuti, ma non ad altri, operanti sia nell’ambito delle scienze sociali sia in quello delle scienze dure.
In particolare, in questo campo, anche a causa dell’attualità dei temi ecologisti, molti autori, come Georges Gastaud, hanno ripreso a lavorare sulla Dialettica della natura [1]. A mio parere essi (o meglio alcuni di essi) meritano tutto il nostro interesse soprattutto oggi nell’attuale scenario internazionale lacerato da scontri e da conflitti, il cui esito potrebbe essere la sconfitta di tutte le classi in lotta, come prevedevano nel 1848 Marx ed Engels.
Naturalmente occorre in primis valutare il loro contributo e la loro coerenza con la definizione di socialismo, che mi pare appropriata, ma non schematica, proposta da Guglielmo Carchedi e Michael Roberts, per i quali quest’ultimo deve essere identificato con “una società in cui i mezzi di produzione sono di proprietà comune e i produttori lavorano in associazione per soddisfare i bisogni della società definiti dai produttori stessi… Ci saranno solo strutture controllate democraticamente per amministrare la produzione di cose e servizi al fine di soddisfare i bisogni della società umana” [2]. A loro parere (ed io concordo), una tale forma di società per ora non è mai esistita, anche se si sono tentati esperimenti interessanti che hanno dato vita a società complesse, ibride, non più capitaliste ma in trasformazione, tenendo sempre presente che la transizione può avere esiti diversi e inaspettati (https://sinistrainrete.info/marxismo/26741-guglielmo-carchedi-e-michael-roberts-la-teoria-del-valore-di-karl-marx-per-comprendere-il-funzionamento-del-capitalismo-oggi), non sempre umanamente controllabili secondo quella che Adam Ferguson nel Settecento definì la legge delle conseguenze involontarie. Gli stessi politici cinesi collocano la loro società solo nella fase primaria del socialismo, da cui non si potrà rapidamente uscire.
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Argentina, JP Morgan ed elezioni
di Marco Consolo
Fiumi di inchiostro sono stati versati sul risultato elettorale in Argentina e sulla “vittoria schiacciante” del partito di governo, La Libertad Avanza di Javier Milei alle elezioni di medio termine del 26 ottobre. Molto si è scritto sugli equilibri politici interni, sulle alleanze, su quali siano stati i fattori che hanno reso possibile una vittoria sorprendente per molti aspetti.
Ma forse non tutti sanno che il 24 ottobre (2 giorni prima delle elezioni) a Buenos Aires si era tenuta la riunione annuale del vertice di JP Morgan Chase Bank, la più grande banca d’affari degli Stati Uniti. Ovvero, una delle banche che ha stabilito le condizioni della sottomissione economica dell’Argentina al sistema finanziario internazionale. E così, mentre nelle strade si chiudeva la campagna elettorale, i poteri forti si riunivano nei salotti eleganti di Buenos Aires, senza troppo chiasso, in abiti scuri e la spilla di JP Morgan sul bavero.
Si sa, ça va sans dire, i banchieri non badano a spese (soprattutto con soldi che non sono loro). E così, parcheggiati nella zona VIP dell’aeroporto internazionale di Ezeiza, hanno fatto bella mostra di sé più di una dozzina di jet privati di alti funzionari della banca, il meglio dell’aviazione executive mondiale, il cui costo per aeronave oscilla tra i 57 e i 61 milioni di dollari.
La presenza di JP Morgan nel bel mezzo di una campagna elettorale caratterizzata dall’incertezza e dalle tensioni cambiarie è stata un’ispezione diretta del laboratorio economico argentino, il più ortodosso del pianeta. Il governo di Javier Milei ha trasformato il Paese in un esperimento neo-liberista radicale, con deregolamentazione, privatizzazioni e indebitamento in nome della libertà di mercato. Ma quella libertà ha dei proprietari, atterrati a Ezeiza con jet di lusso e la JP Morgan è ospite d’onore. Detto in altri termini, prima delle elezioni, i banchieri avevano già deciso chi avrebbe governato, chi avrebbe gestito l’economia e il debito estero, chi avrebbe controllato l’energia e il prezzo delle bollette. Lungi dall’essere un fatto isolato è la rappresentazione plastica di una politica di svendita della sovranità travestita da modernizzazione.
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Il "vero uomo" e l'"uomo bravo"
di Tiziano Bonini
Qual è il problema dei maschi contemporanei? Soprattutto dei più giovani?
A molti di voi questa domanda suonerà strana, o marginale. Eppure me la faccio spesso. Negli ultimi anni, tra i banchi delle mie classi (insegno sociologia dei media a studenti universitari) ho notato un divario crescente tra studentesse e studenti. Le studentesse sono in genere molto più motivate e brillanti degli studenti. Quando poi le ritrovo un anno dopo a chiedermi la tesi, sono ancora più mature e determinate. Leggono libri, hanno idee creative, sono puntuali e autonome. Gli studenti maschi al contrario, tranne qualche rara eccezione, sono un po’ infantili, poco motivati, e vanno guidati passo dopo passo. E quando parliamo di questioni di genere, media e piattaforme digitali, i maschi assumono una posizione difensiva e un po’ vittimistica, della serie: “Io non sono maschilista ma…”
Non sono uno studioso di questioni di genere, e in quanto maschio bianco cisgender occidentale ormai avviato verso i cinquant’anni, non ho nemmeno l’esperienza vissuta necessaria per comprendere cosa stia succedendo ai giovani maschi occidentali. Però sono cresciuto con gli studi culturali britannici e come sociologo condivido l’idea, con molti altri colleghi, che il genere (come la tecnologia e molto altro) sia una costruzione sociale, e in quanto costruzione sociale, può essere (faticosamente) modificata o negoziata.
Per capire meglio cosa accade ai giovani maschi contemporanei, mi sono messo a leggere. Qualche mese fa avevo letto un libro dell’economista americano Richard Reeves, che negli Stati Uniti ha ottenuto ampia risonanza, tanto da essere citato da Barack Obama: Of Boys and Men. Why the modern male is struggling, why it matters and what to do about it.. Il libro di Reeves parte dalla premessa che negli ultimi decenni, mentre le donne hanno conquistato maggiori diritti e opportunità in ambito educativo e lavorativo, molti uomini sembrano in difficoltà a fronteggiare questi mutamenti. Il libro di Reeves si interroga su questo squilibrio, sostenendo che gli uomini — in particolare i meno istruiti e i neri americani — stanno sperimentando una crisi profonda, fatta di abbandono scolastico, isolamento sociale, disoccupazione, dipendenze e tassi di suicidio più elevati che in passato.
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Ucraina. Pokrosvk è perduta, e forse anche la guerra infinita
di Federico Rucco
Le forze armate russe ormai controllano Pokrovsk dopo quasi venti mesi di combattimenti. La città ucraina è un nodo logistico fondamentale, un centro di controllo delle vie di trasporto e dei rifornimenti. Ora, però, la situazione è cambiata. E, secondo il think tank statunitense Institute for Study of War, conquistare o perdere la ‘fortezza’ non inciderà sullo sviluppo della guerra. Curioso che tale constatazione arrivi solo ora, quando la sorte della strategica cittadina ucraina appare segnato e non nei due anni o nei mesi trascorsi. Una valutazione che ricorda molto quella della volpe e dell’uva.
“Era importante dal punto di vista operativo perché controllava una linea di rifornimento che supportava la logistica ucraina, con ricadute su altre posizioni nei villaggi più piccoli e nei campi intorno a Pokrovsk”, osserva George Barros analista dell’ISW. Kiev da tempo è stata costretta a cercare altre soluzioni. In sostanza, Mosca ha già raggiunto l’obiettivo reale. “I russi hanno già ottenuto ciò a cui puntavano. Da qui in poi, continuare non ha senso”, ribadisce l’analista rivelando che la perdita di importanza di Pokrosvk venga decretata solo quando è ormai perduta.
Pokrovsk è infatti un importante snodo ferroviario e stradale che ollega la parte orientale del territorio al resto del Paese.
Sempre secondo l’ISW, alcuni filmati geolocalizzati pubblicati il 6 novembre indicavano avanzamenti dell’esercito del Cremlino anche a nord della città di Myrnohrad (a est di Pokrovsk) e si segnalavano passi in avanti anche nell’area orientale e sud-orientale.
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"Scudo per la democrazia"? Come l'UE prepara il nuovo giro di censure...
di Alex Marsaglia
L’Unione Europea affina le armi di guerra psicologica e stringe le maglie della repressione: la Commissione Von der Leyen definisce il “Centro per la Resilienza Democratica”, nuovo elemento chiave dello “Scudo della Democrazia”.
È stato presentato nei giorni scorsi dalla Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen il documento preliminare che intende creare il cosiddetto “Centro per la Resilienza Democratica”, il nuovo apparato diventerà un elemento chiave del cosiddetto “Scudo della Democrazia” e riunirà esperti dei paesi UE e dei paesi candidati (vedi qui: https://www.theguardian.com/world/2025/nov/07/eu-plans-centre-for-democratic-resilience-to-fight-online-disinformation).
Ormai la retorica dei tecnocrati europeisti adotta un lessico militarista che si impasta con quello liberale, per tessere le maglie di una gabbia autoritaria sempre più spinta totalmente funzionale all’impresa imperialista di assalto alla Russia, in cui la democrazia è ridotta sempre più a simulacro. Ovviamente si fa ampio utilizzo dei più ambigui termini postmoderni, come quello della “resilienza” per giustificare le più atroci misure repressive della libertà di stampa e di espressione. Come da tradizione storica viene infatti utilizzata la lotta contro “il nemico esterno”, cioè la Russia e la Cina, per legittimare la caccia al “nemico interno”, cioè chiunque osi dissentire dalla propaganda russofobica e sinofobica di guerra. Pertanto vengono predisposti organismi in sede sovranazionale adibiti a coordinare «la lotta contro la manipolazione dello spazio informativo e gli attacchi ibridi» all’unico fine di approfondire i meccanismi di censura che si attivano nei singoli Stati membri.
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“In Venezuela, stiamo costruendo una scienza per la vita e per la pace”
Geraldina Colotti intervista la Ministra Gabriela Jiménez
Alla Fiera del Libro di Caracas, Gabriela Jiménez Ramírez, Ministra del Potere Popolare per la Scienza e la Tecnologia e Vicepresidente Settoriale di Scienza, Tecnologia, Ecosocialismo e Salute, presenta i testi pubblicati dal Fondo editoriale del suo Ministero, diretto dalla giornalista Mercedes Chacín. Riflessioni che indicano gli assi attorno ai quali si articola il lavoro di ideazione, formazione e organizzazione del Ministero di Scienza e Tecnologia, e che si configura come uno dei principali motori del processo bolivariano, in articolazione produttiva con tutti i settori della società.
* * * *
Sotto la sua direzione, che segue le indicazioni del presidente Maduro, il Venezuela sta ottenendo grandi risultati a livello scientifico, riconosciuti a livello internazionale. A cosa è dovuto? Qual è il suo segreto?
Questo è il segreto del popolo venezuelano che il comandante Hugo Chávez ha emancipato invitandolo a fare della scienza un atto collettivo, un atto comunitario, un atto di pace, un atto di costruzione e di organizzazione sociale. La scienza nella scuola, la scienza nei laboratori, la scienza nei campi, la scienza nella letteratura per la decolonizzazione delle forme e dei processi di produzione. E così il Venezuela oggi ottiene più di 20 medaglie per i suoi vivai scientifici, nelle olimpiadi internazionali di robotica, chimica, astronomia, matematica... E in questo lavoro invitiamo tutti i bambini e le bambine del Venezuela, con i loro padri, con le loro madri, a fare scienza per la vita, che è fondamentale di fronte a un cambiamento di civiltà, di fronte a un mondo che è molto convulso per l'odio, per le aggressioni. Il Venezuela fa scienza per la vita e per la pace.
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I valori dell'Occidente
di Alberto Giovanni Biuso
Qual è la cifra etica dell’occidente contemporaneo? Rispondere non è difficile. È sufficiente cogliere il nesso tra le parole e le azioni. Parole molto note sino a essere inflazionate, sino ad aver perduto il loro spessore, significato e valore. Tra le tante, basterebbero le seguenti: pace, diritto, inclusione, giustizia, libertà.
La pace è diventata una minaccia per la peggiore classe dirigente nella storia dell’Europa moderna dalle paci di Westfalia (1648) al presente; forse un analogo, ma in toni ancora alti rispetto al XXI secolo, si può trovare nella classe dirigente che condusse l’Europa al suicidio della Prima guerra mondiale. L’ attuale Unione europea e il Regno Unito stanno infatti operando non solo per allontanare ogni prospettiva di accordo tra l’Ucraina e la Russia ma per attivamente proseguire nell’opera di distruzione dell’Ucraina, nel provocare in tutti i modi possibili la Russia e nel supplicare gli Stati Uniti di continuare a finanziare la NATO, umiliandosi in ogni situazione e circostanza davanti a Trump e alla sua amministrazione.
Da anni l’Unione Europea sta puntando tutto sul pervasivo controllo delle vite dei suoi cittadini e su un’economia drogata dalle armi. Obiettivi che si esprimono anche nella ormai apertamente dichiarata intenzione di indirizzare la ricerca universitaria verso scopi militari e pedagogie militariste, anche mediante il cosiddetto dual use: «Come ha dichiarato la commissaria [europea] a ricerca e innovazione Zaharieva, il programma Horizon sarà reso ‘dual use di default’ per rispondere all’impellenza di ‘rendere gli europei più sicuri’» (J. Bonasera e M. Rossi, Orizzonti di guerra: l’università e la ricerca nell’epoca del dual use, ‘Connessioni precarie’, 24.10.2025). La guerra è infatti diventata necessaria alla sopravvivenza stessa di un ceto dirigente globalista, atlantista e oligarchico.
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L'effetto Mamdani: riaccendere la speranza dei disperati
di Vincenzo Maddaloni
Nell'era della disuguaglianza, la vittoria di Zohran Mamdani eletto sindaco di New York, è il segnale di una rivolta per ottenere un nuovo contratto sociale: un capitalismo temperato dalla consapevolezza del rispetto umano. La sua sfida è incommensurabile. Se fallisse, i conservatori rivendicherebbero la propria vittoria; se avesse successo, potrebbe ridefinire la "governance progressista" per le generazioni che si affacciano sul mercato del lavoro.
Zohran Mamdani , deputato trentatreenne dell'assemblea statale è figlio dello studioso indo-ugandese Mahmood Mamdani e della regista indo-americana Mira Nair, ha sconfitto il peso massimo della politica Andrew Cuomo, diventando il primo sindaco musulmano sudasiatico-americano di New York. Per una metropoli da tempo sinonimo del capitalismo di Wall Street, il suo trionfo è più di un semplice sconvolgimento politico: segna una svolta epocale, un riorientamento sulla qualità della vita degli umani.
Sorprendente è la storia degli antenati di Mamdani che, hanno attraversato i continenti del Sud del mondo. I suoi lontani parenti migrarono dal Gujarat all'Africa orientale come commercianti sotto il dominio britannico. Suo padre, Mahmood Mamdani, fu tra le migliaia di sud-asiatici espulsi dall'Uganda da Idi Amin nel 1972, affermandosi in seguito come uno dei principali pensatori postcoloniali africani. Sua madre, Mira Nair, nata in India e laureata ad Harvard, è diventata un'acclamata regista. Il loro figlio, nato a Kampala nel 1991, si trasferì a New York all'età di sette anni.
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Venezuela, diario di una rivoluzione. Assassinio della felicità
di Fulvio Grimaldi
Quando Iris fiorì
L’alberghetto di Caracas si chiamava Cristal. Non me lo ricordavo. Se ne è ricordata, Sandra, la Mnemosine di casa. Ma lei si chiamava Iris e non la dimentico. Siamo ai primi del nuovo millennio, in mezzo a una rivoluzione. Iris lavorava al Cristal, era un po’ sfiorita, curva e magra, il vestito lindo, ma stazzonato, liso. Adibita a funzioni di scarto, neanche cameriera, o addetta al piano. La incrociavamo nei corridoi, sempre indaffarata – e affaticata - su non si capiva bene cosa. Portava, trasportava, spazzava. Non credo avesse famiglia, era sempre lì, a tutte le ore. Ma venne il giorno della festa e il Comandante avrebbe parlato e sarebbero stati centomila ad ascoltarlo. Tutto un fremito di massa, ve lo giuro. Ti passava dentro, come toccare un filo elettrico.
Poi vidi Iris. Ma non tra i tanti, per le strade, nelle piazze, alle finestre e dai portoni. L’ho vista appoggiata a uno stipite del portone del Cristal. Trasfigurata. Nessuno la vedeva, ma lei vedeva tutti. Non più chiusa nello stinto indumento stazzonato, sfolgorava nella maglietta rossa con sopra Ugo Chavez. Come tutti là fuori. Radiosa lei, radiosa la giornata, radioso il comandante lassù sul palco che intonava “El cielo de la patria es el cielo mas divino… E centomila esplodevano nel coro. Anche Iris era radiosa. Leggera, come sospesa a mezz’aria. Poi qualcuno la richiamò dentro. La rivoluzione non aveva fatto in tempo a toccarla. Ma lei l’aveva adocchiata.
Iris, lì sullo stipite, mi ha fatto vedere la rivoluzione. E la rivoluzione profumava di felicità. Intollerabile per quelli là fuori, infelici. Oggi con i cannoni e missili puntati sulla felicità.
https://youtu.be/pzdbnHuBXOA
I miei ricordi di buona parte del mio ultimo quarto di secolo, la più felice, appunto, perché condivisa con tutto ciò che mi circondava, non saranno una grande analisi politica, sociale, ideologica, ma sono quanto del Venezuela custodisco e quanto sostiene la mia fiducia nell’uomo. Nella possibilità di uscirne, dall’oggi di Trump, Netaniahu, Meloni, von der Leyen, Paolo Mieli, Galli della Loggia- La possibilità, la certezza, del riscatto…
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La Sinistra Negata 05
Sinistra rivoluzionarla e composizione di classe in Italia (1960-1980)
a cura di Nico Maccentelli
Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.
Parte terza. Ancora sugli Anni Ottanta.
La sinistra rivoluzionaria italiana di fronte alla crisi.
La conclusione della nostra ricostruzione delle vicende della sinistra rivoluzionaria italiana, apparsa nelle due precedenti puntate de La sinistra negata, ci ha lasciato un senso di insoddisfazione. Non tanto per le molte cose che abbiamo trascurato parlando degli anni Sessanta e Settanta, quanto per aver solo sfiorato il problema cruciale: gli anni Ottanta.
Perché “problema cruciale”? Perché la reale forza, il grado di radicamento, la capacità di mobilitazione della sinistra di classe non sono seriamente valutabili sotto il profilo storico se non si tiene presente che quel movimento ha finito col crollare come un castello di carte, riducendosi a ben poca cosa nel giro di un paio d’anni.
Non fa piacere dirlo, specie per chi, come noi, in quel movimento, nelle sue tensioni e nei suoi valori continua ad identificarsi a fondo. Peggio sarebbe, però, far finta che nulla sia successo, e che la sinistra rivoluzionaria italiana mantenga ancor oggi intatta quella forza che fino a qualche lustro fa sembrava incontenibile. Aggirare i problemi è contrario al nostro metodo, che consiste nel guardare in faccia i nodi essenziali, per quanto sgradevoli possano essere. Cosi come contrario al nostro metodo è limitarci a gettare sguardi asettici sul passato, eludendo il fatto che quel passato sfocia nel nostro presente e ne modella i tratti, e che quindi è da quest’ultimo che occorre necessariamente prendere le mosse.
Abbiamo dunque deciso di continuare la discussione su La sinistra negata partendo dal punto in cui si concludeva, dagli anni Ottanta; prima con un articolo d’insieme, che precisi a volo d’uccello la mappa della nostra ricerca, poi con studi più dettagliati, affidati ai prossimi numeri, su singoli aspetti del problema. Ciò nel tentativo di abbozzare una risposta alla domanda di fondo: la crisi attuale della sinistra rivoluzionaria italiana è irreversibile, o rappresenta solo una sosta in un percorso che continua?
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Il marxismo ecologico nell'Antropocene
Xu Tao e Lv Jiayi intervistano John Bellamy Foster
In questa intervista con Xu Tao e Lv Jiayi, John Bellamy Foster discute la storia e l'attualità del marxismo ecologico. Esplora le origini del termine Antropocene, il concetto di decrescita, l'incidenza della teoria della frattura metabolica e le questioni all'avanguardia che oggi devono affrontare i giovani studiosi della decrescita.
* * * *
Xu Tao e Lv Jiayi: Lei ha una grande influenza nell'ambito del marxismo ecologico. I suoi testi sono punti di riferimento per i ricercatori marxisti di tutto il mondo. Tuttavia, per quanto ne sappiamo, le sue prime ricerche si concentravano sull'economia politica marxista e sulla teoria dello sviluppo capitalistico, in particolare sulla teoria del capitale monopolistico di Paul M. Sweezy e Paul A. Baran. Cosa l’ha portato a spostare il focus della sua ricerca sul marxismo ecologico? Ha ancora ulteriori interessi e ricerche nell'ambito dell'economia politica marxista attuale?
John Bellamy Foster: Avete ragione, il mio lavoro si è concentrato sempre più sull'ecologia, anche se questo cambiamento è stato più un'aggiunta alla mia precedente ricerca in economia politica che un vero e proprio riorientamento. Sono stato attratto dalla questione ecologica in seguito alla rilevazione che il capitalismo stava generando una crisi ecologica planetaria radicata nel sistema di accumulazione classista, e che stava mettendo sempre più in pericolo l'intera umanità. Ma, allo stesso tempo, ho continuato a pubblicare importanti lavori di economia politica. L'economia politica e l'ecologia non sono questioni particolarmente diverse. La critica di Marx all'economia politica del capitale è fondamentale per tutta l'analisi ecologica marxista, e la sua critica ecologica – ora nota come teoria della frattura metabolica – è determinante per la nostra comprensione dell'attuale stagnazione economica. A mio avviso, non possono essere separate, anche se spesso dobbiamo farlo per motivi di analisi. Piuttosto, costituiscono aspetti diversi della crisi materiale del nostro tempo.
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Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
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