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sinistra

Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet

di Paolo Selmi

Ventitreesima parte. “Ammettere i propri difetti è privilegio dei forti”: l’intervento di Tomskij al XIV Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico) ULTIMA PARTE

Škola kommunizma i sindacati nel Paese dei Soviet parte 1 html 98bc8d74546bea8f«Вместо заключения» Invece di una conclusione

Cari compagni,

siamo all’ultima puntata di questo lavoro complesso, riferito a uno dei momenti più luminosi, un secolo fa, della storia di un Paese, non il nostro, e realizzato non molti anni fa in uno invece fra i periodi più bui della storia del nostro, di Paese. Periodo in cui i media si riempivan la bocca di una parola, “guerra”, sia pur in senso solo retorico (guerra al virus, guerra agli “untori”, guerra ai “disertori”, …) e a cui, paradossalmente, fu invece una guerra nel senso vero e proprio del termine a porre una fine.

Una guerra che derubricò, sempre più in fondo ai punti degli OdG, bollettini medici sempre più sterili, passaporti verdi sempre più ingialliti, insieme ad accanimenti, pressapochismi, opportunismi, codismi sempre più rivelatisi per quello che eran sempre stati.

Una guerra che “mise in pausa”, temporaneamente, per cause di forza maggiore, i processi in corso da due danni di accelerazione delle dinamiche autoritaristiche nel nostro Paese.

Da allora son passati quattro anni: tanto, tantissimo tempo ma, al contempo, non sufficiente per smuovere certe acque, ancora troppo limacciose. Per esempio, nessuna riflessione è stata svolta da parte dei nostri, di profsojuzy, sull’atteggiamento tenuto nel corso di tale vicenda. Evidentemente, non ne hanno sentito – e non ne sentono – il bisogno.

Date queste premesse, quattro anni sono ancora pochi. Così come, per inciso, furono pochi, anzi, pochissimi, i quattro anni – grosso modo dal 1984 al 1988 – che posero le premesse per lo smantellamento dell’URSS nei tre successivi. Strane analogie… così come il fatto che, in entrambi i casi, gestione pandemica da un lato e smantellamento dell’URSS dall’altro, i rispettivi profsojuzy svolsero un ruolo non indifferente: come agenti facilitanti, ahinoi, della tendenza dominante in corso. In entrambi i casi, accettandone la logica, sia che fosse quella di un passaporto verde imposto a tutti i lavoratori, indiscriminatamente, sia che fosse quella di reintrodurre il modo capitalistico di produzione nel Paese dei Soviet in cambio dello sdoganamento del loro nuovo ruolo: neocorporativo, totalmente indifferente al crollo della costruzione sovietica, ancora mascherato da “ristrutturazione” (perestrojka), in difesa del proprio orticello.

E pensare che, invece, proprio i profsojuzy erano stati determinanti, in quanto “scuola di comunismo”, come abbiam visto in questa breve carrellata che ne ha ricostruito alcuni loro tratti distintivi, nel passaggio da un’altra guerra, quella civile subito dopo la Rivoluzione d’Ottobre, alla pace. Al contrario di quanto accadde qualche anno fa, quando si passò dalla guerra metaforica a quella reale.

Nel rileggere questo lavoro a quattro anni di distanza da quando prese forma, nell’integrarlo, correggerlo, spesso anche riscriverlo, in quelle che sono diventate 23 puntate, attraverso le mie parole di allora mi son reso di tante cose: da cosa eravamo usciti, certo, ma anche da cosa pensiamo di essere usciti e, invece, non ci accorgiamo di essere ancora dentro, invischiati, per come stanno i rapporti di forza attuali, per tanto, tanto tempo. “Ma così ci vorranno secoli…”, obbiettava fantozzianamente il suddetto in un dialogo surreale col suo megadirettore supremo nonché in odore di santità. “Possiamo aspettare, noi”, gli replicava lo stesso.

Ecco allora che, giunti all’ultima puntata, invece di una conclusione questo lavoro, meglio, questa prima parte di lavoro, che arriva alla fine della NEP, può aprire a un nuovo finale, ancora tutto da scrivere: quello di un sindacato che si oppone a essere relegato al ruolo di “cinghia di trasmissione” prima e base neocorporativa per lo smantellamento del modo socialistico di produzione poi, piuttosto che a vedere la propria strategia degradare in formule “concertative” buone solo per la propria delegittimazione, al proprio depotenziamento e, in ultima analisi, alla propria autoeliminazione. Un finale aperto a un nuovo sindacato che torna a essere ciò che storicamente fu già: una škola kommunizma, UNA SCUOLA DI COMUNISMO. Questo, quantomeno, il mio auspicio, il mio ottimismo della volontà e, in ultima analisi, il senso del mio lavoro.

Cari compagni, buona lettura.

* * * *

R. Un fronte unito anche a oriente

Cosa sarebbe in grado di offrire un fronte operaio unito e sviluppato, quali prospettive aprirebbe? Penso, e che sia chiaro a tutti, che la creazione di un’unica Internazionale, comprendente non solo l’Europa, ma anche i giovani sindacati di Cina, Giappone, Australia, e più tardi anche gli USA, che peraltro hanno appena lasciato l’internazionale di Amsterdam, perché secondo loro “troppo a sinistra”… la creazione di una tale Internazionale sarebbe la più grande conquista e vittoria del movimento operaio internazionale; e non starei nemmeno a farne una questione di date, Vladimir Il’ič ci metteva sempre in guardia sul dare scadenze, dal momento che più che errori non si fa.

Per la prima volta nella storia del movimento operaio, un fronte unito siffatto porrebbe la classe dei lavoratori salariati, organizzati su scala internazionale, faccia a faccia con la classe dei capitalisti. E laddove la nostra classe, pur organizzata sulla base di comuni interessi economici, si trova faccia a faccia con l’altra classe, proprio lì, come ci ha insegnato Karl Marx, inizia la fase politica della lotta di classe1.

Quanta prospettiva, quanta capacità di analisi unita alla formulazione di obbiettivi concreti, abbiamo incontrato in queste righe. Lenin živ, “Lenin è vivo”, non era solo uno slogan, e “insieme a loro” ci lottava per davvero, come Marx! E dava consigli veri, non imbalsamati in un “classico” da citare a memoria per darsi ragione da soli. Era morto da poco... va bene, ci sta come obiezione. Ma quante persone noi abbiamo, già da vive, rinchiuso preventivamente in una teca?

Tomskij, invece, lo fa parlare come se fosse lì alla riunione, magari seduto in disparte ad ascoltarli, salvo poi prendere la parola e solo con un consiglio, per metterli in guardia dal dare scadenze, dal fissar date su cose che contengono troppe, troppe variabili per essere minimamente programmate, neanche pianificate. Lo fa parlare naturalmente, come dovremmo farlo parlare noi SEMPRE, COSTANTEMENTE alle nostre riunioni lui, Marx, Engels e gli altri grandi del movimento operaio e rivoluzionario: pronti a intervenire e dire la loro su quello di cui stiamo discutendo, francamente, senza peli sulla lingua, po-tovariščeski, come si conviene fra compagni.

Oggi, che non van più di moda li tiriamo fuori - quando lo facciamo! - dalla naftalina per legittimare, con qualche citazione estrapolata, la nostra polemica di turno o NEP inesistenti, e poi li rinchiudiamo dove ci fa comodo che stiano.

Non è questo il caso. Qui, i compagni di strada di Lenin, quelli che cercarono di prendere la sua bandiera e portarla avanti, si chiedevano semplicemente cosa avrebbe fatto lui al loro posto: non perché dio o messia o capo infallibile, ma perché era stato quello che aveva dimostrato, sul campo, di avere maggiore capacità di visione, di conduzione, di realizzazione di un ideale, quello comunista, che si era fatto progetto prima e rivoluzione concreta poi, nella prassi.

Anche questa, per inciso e indirettamente, è una grande lezione da parte del compagno Tomskij.

Che prosegue quindi sul fronte unito (единый фронт):

Quali sono i nostri compiti immediati, oltre al nostro lavoro qui in Europa? Penso che essi siano costruire legami il più possibile stretti e di amicizia fraterna coi sindacati orientali, di cui il movimento operaio giapponese rappresenta il maggior caposaldo dell’intero movimento operaio orientale, oltre che essere politicamente il più maturo. Il viaggio della nostra delegazione in Cina e Giappone, con a capo il compagno Lepse, e la calda accoglienza, piena di entusiasmo, durante la permanenza in Giappone della nostra delegazione da parte operaia, mostrano che lì ci siano le condizioni ideali per stabilire rapporti fraterni e di amicizia fra il nostro movimento sindacale e quelli dei Paesi a noi più vicini a Oriente.2

L’ottimismo di Tomskij, che oggi sarebbe riletto in maniera decisamente peggiorativa come “facile ottimismo” o, peggio ancora, come “ingenuità”, va collocato in quel periodo, con quel grado di conoscenza fra popoli, storie e culture, con quel tipo e quei tempi di relazioni e comunicazioni possibili; premesso questo, e dal mio modestissimo punto di vista, mentre mi appresto oggi, dopo venticinque anni che li ho dismessi, e solo per questo brano, a rivestire i miei vecchi panni di nipponista, il sentimento non è per nulla di compassione, ma solo di ammirazione.

Non posso che restare ammirato dalla caparbietà, dalla forza di volontà, dall’entusiasmo, dalla passione militante, dallo spirito di abnegazione di questi compagni che prendevano di slancio tutto: porte chiuse, muri, bastioni, cime fino ad allora ritenute invalicabili, senza avere una minima idea di cosa avrebbero scatenato, o a cosa sarebbero andati incontro. Non era incoscienza: parliamo di compagni temprati e, al tempo stesso, segnati da anni di guerra civile, di lotte, di militanza attiva, non di idealisti di primo pelo. Prendendo tante travate contro il muso, certo, ma abbattendo tanti di quei muri e barriere che noi oggi, nonostante da allora tutto sia praticamente diventato alla portata di tutti in termini di conoscenza e saperi, non solo abbiam lasciato che fossero ricostruiti, ma non ci rendiamo ormai neppure conto della loro esistenza!

Parafrasando Stephen Malley alias Robert Redford nel film “Leoni per agnelli”, alla provocazione finale e qualunquista, disillusa, opportunista, relativista, e con tutte le altre degenerazioni possibili che l’hanno resa egemone nel senso comune oggi ancor più che nel 2007 quando uscì quella pellicola, dello studente rampante stronzetto che chiede al professore idealista fallito cosa cambiasse fra “provare e sbagliare” (vecchia generazione) o “sbagliare a non provare” (odierna generazione), lui risponde che, nel primo caso, “almeno hai fatto qualcosa”3. Onore a Tomskij, a Lapse, a Joffe e a tutti quei compagni.

Ciò detto, a onor del vero Tomskij di quella analisi una cosa l’aveva azzeccata: in Estremo Oriente il proletariato giapponese era, senza alcun dubbio, quello politicamente più avanzato. Nei decenni precedenti, a opera degli studenti giapponesi che si formavano in Europa e si contaminavano con le nuove idee rivoluzionarie, il marxismo era stato metodicamente, rigorosamente, come solo i giapponesi san fare, anche più dei teutonici, tradotto, riscritto in tutti i suoi concetti fondamentali (capitale 資本 shihon, lavoro 労働rōdō, valore 価値kachi, plusvalore 剰余価値 jōyokachi, sfruttamento 搾取 sakushu, classe 階級 kaikyū, lotta di classe 階級闘争kaikyū tōsō, ecc.) con quei segni cinesi (hanzi 汉字) con cui i giapponesi avevano imparato secoli prima a scrivere (pronunciandoli alla giapponese kanji 漢字).

Furono i compagni giapponesi a compiere questo lavoro titanico per tutti, sequenziando il DNA occidentale del marxismo, scardinandolo, non senza forzature, e riscrivendolo nel proprio estremo-orientale, sinizzato, di DNA, fatto di SEGNI. Gli stessi segni che ora, grazie agli studenti stranieri che a loro volta emigravano in Giappone e venivano a contatto col movimento operaio e le sue scoperte e innovazioni, tornavano in “terraferma” (Corea, Cina, Mongolia, Vietnam) in nuove combinazioni, in nuove sequenze, che rendevano il marxismo, attraverso quel linguaggio ideografico ricodificato dai giapponesi, comprensibile non solo a centinaia di milioni di proletari cinesi, ma anche coreani e vietnamiti: tutto quell’Estremo Oriente che per secoli si era nutrito culturalmente di quei segni cinesi, che era diventato buddhista con quei segni, taoista con quei segni, confuciano con quei segni. E ora, sempre con quegli stessi segni, diventava marxista, questa volta passando non più per il celeste impero, da ovest a est, ma per il giro inverso, da est a ovest per quel sol levante che si era preso la briga di tradurli.

In questo, Tomskij aveva visto giusto. Dove invece avrebbe preso una cantonata enorme sarebbe stato su tutto il resto. Nato il 15 luglio 1922, il PCG (日本共産党 nihon kyōsan tō), a differenza dei compagni cinesi che, in quel periodo, vivevano una fase di relativa tranquillità, all’ombra dell’alleanza fra il Guomindang (国民党) e il PCR(b), era già stato messo fuori legge l’anno dopo, tutti i suoi membri eran finiti in galera e aveva già vissuto il suo primo scioglimento nel marzo del 19244. Prima gatta da pelare, peraltro, per l’Internazionale Comunista, che pur comprendendo tutte le difficoltà criticò aspramente quella mossa, che a detta dei suoi stessi estensori era stata dettata da una strategia sintetizzabile come segue: “i tempi non sono maturi per un PCG, per giunta fuorilegge”, QUINDI “mi sciolgo per infiltrarmi meglio” (nei sindacati e nelle altre organizzazioni dei lavoratori e degli studenti). Non è difficile immaginare la reazione di allora, da parte del partito comunista internazionale, a tale decisione unilaterale… ma così era a quei tempi, in Giappone come in Cina, dove le missive da Vladivostok o, peggio ancora, da Mosca e ritorno, arrivavano quando arrivavano, se arrivavano e, anche in tal caso, sempre “troppo tardi”

In attesa della ricostituzione del PCG, il processo di influenza sul movimento sindacale da parte dei militanti comunisti, nel frattempo scarcerati, procedeva a pieno regime. Nel maggio del 1925 fu fondato il Consiglio delle Associazioni del Lavoro Giapponesi (日本労働組合評議会 Nihon rōdō kumiai hyōgikai), che costituì di fatto la roccaforte dei comunisti in Giappone e, al contempo, la spina nel fianco al sindacato “riformista” Confederazione generale delle Associazioni del Lavoro Giapponesi (日本労働組合総同盟 Nihon rōdō kumiai sōdōmei), a cui portò via già da subito quasi la metà degli iscritti (quindicimila militanti). Aggiungiamo il fatto che proprio nel giugno del 1925 il Profintern aveva visitato il Giappone proprio con quella delegazione capitanata da Ivan Ivanovič Lepse (Jānis Lepse 1889-1929), che era rimasto visibilmente impressionato da ciò che aveva visto e dal livello di coscienza operaia e combattività espresso. Tre anni dopo sarebbe nuovamente finito tutto sotto il tallone di ferro della repressione, ma in quel momento la speranza era anche giustificata. Davvero, il vento della rivoluzione soffiava in tutti i continenti.

Torniamo a Tomskij. Nelle ultime parole del suo intervento accenna ancora alla creazione di un’unica Internazionale sindacale. E lo dice chiaramente, ai suoi compagni: non si tratta di una manovra di piccolo cabotaggio, di una strategia di agitazione e propaganda o, peggio ancora, di uno stratagemma portare allo scoperto i “social-traditori” (социал-предатели): non vale la pena complicarsi così tanto la vita (“не стоит проделывать такого сложного маневра”), dal momento che si sono già traditi da soli, e si continuano a tradire non una, ma tante volte. Perché allora Tomskij insiste tanto su questa unità sindacale internazionale, da raggiungere tramite un congresso fondativo con quote di rappresentanza proporzionali, senza prevaricazioni? Ecco le sue conclusioni:

Qui per chiarezza occorre precisare che questo congresso non sarà, per come lo intenderemo noi, una manovra propagandistica, ma al contrario una manovra strategica di lotta di classe nel più grandioso, nel massimo senso di questo termine. Quello che cerchiamo è: coesione degli operai contro la guerra, contro l’offensiva economica e politica del Capitale, perché taglino i ponti con l’organizzazione belligerante del Capitale, ovvero la Società delle Nazioni, e si stringano attorno agli elementi più a sinistra del movimento sindacale, per una stretta collaborazione con gli operai rivoluzionari russi e, sulla base dell’esperienza della Rivoluzione russa, perché questi metodi e queste idee attecchiscano nel profondo della classe operaia.

La classe operaia visita le Repubbliche sovietiche e questo ne trae, verso i propri rappresentanti: “Ci avete mentito, agitando falsi spauracchi, come gli operai non possono mantenere il potere!! O i bolscevichi spaccano tutto!! Scusate, ma loro stanno costruendo!!” Ecco, noi vediamo che la classe operaia si sta muovendo verso sinistra, vediamo che cerca di capire la vita degli operai russi e studiarla, di creare un’unità del movimento operaio internazionale.

Ci aspetta una dura lotta, sicuramente. Ci saranno ancora divergenze, qua e là. I nostri nemici ci metteranno i bastoni tra le ruote. E non sono neppure da escludere errori marginali da parte nostra circa questa questione, ma l’impianto generale della nostra linea è corretto. E col supporto dell’intero partito, nonché con la partecipazione sentita di tutti gli operai russi noi, e tutto il movimento sindacale, promuoveremo questa linea fino alla vittoria! (prolungati applausi) 5

Qui finisce il resoconto stenografico della relazione di Tomskij. E la prima parte del nostro viaggio all’interno dei sindacati sovietici. Mi auguro che queste poche pagine, pur nella loro sintesi, abbiano contribuito a tratteggiare meglio di prima cosa Lenin intendesse quando chiamava il sindacato škola kommunizma. Almeno in questa fase. Sicuramente in questa fase. Aldilà dei riduttivi luoghi comuni con cui qui è stata sempre rappresentata. Ciò che è emerso, infatti, è che pur all’interno di un centralismo democratico rigoroso e assolutamente fuori discussione, il sindacato non solo non era, ma non doveva essere, una semplice “cinghia di trasmissione”. Se vogliamo restare nella motoristica, era un ingranaggio molto più complesso, costituito da tutti gli ingranaggi fissi e mobili della trasmissione, ivi compresi folle e retromarcia!

E non solo passivamente, ma era un meccanismo anche in grado – e in dovere! di RETROAZIONE: poteva e doveva funzionare in entrambe le direzioni, contribuendo quindi anch’essa a determinare l’andamento complessivo del veicolo.

Dopo, non fu più così. Ma allora lo era... e anche se la Storia non si fa con i se e con i ma, tuttavia il finale di partita sarebbe stato sicuramente diverso. Anzi, la partita non sarebbe proprio finita.

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Note
1 Что дал бы развернутый единый рабочий фронт, какие перспективы открывает он? Я думаю, что для всякого ясно, что создание единого Интернационала, охватывающего не только Европу, но охватывающего и молодые профсоюзы Китая, Японии, Австралии, впоследствии Америки, которая сейчас даже в Амстердамском Интернационале не состоит, потому что он слишком левый для нее, — создание такого Интернационала (о сроках говорить не буду, Владимир Ильич весьма предупреждал относительно сроков и считал, что тут наиболее можно ошибиться), это было бы крупнейшим завоеванием и достижением международного рабочего движения.
Это впервые в истории рабочего движения поставило бы класс наёмных рабочих, организованных в международном масштабе, лицом к лицу против класса капиталистов. А там, где класс, организованный на почве экономических интересов, становится лицом к лицу против другого класса, там, как учил нас Карл Маркс, начинается классовая политическая борьба. Ibidem, pp. 746-7
2 Какие наши ближайшие задачи, помимо нашей работы здесь, в Европе? Я думаю, что ближайшей нашей задачей является установление столь же тесных братских, дружественных связей с восточными профсоюзами, из которых главным плацдармом рабочего движения Востока, наиболее зрелым рабочим движением является рабочее движение Японии. Поездка нашей делегации, во главе с тов. Лепсе, в Китай и Японию и очень короткое пребывание ее в Японии, встреча, полная энтузиазма, которую оказывали рабочие Японии нашей делегации, показывают, что здесь существует благоприятная почва для установления братских, дружественных связей между нашим профдвижением и ближайшими к нам восточными странами. Ibidem.
3 - The problem's with us - all of us - who do nothing, who just fiddle, who try to manoeuvre around the edges of the flame. And I'll tell you something, there are people out there fighting to make things better.
- You think it's better to try and fail than fail to try?
- Yeah.
- But what if you end up in the same place?
- At least you did something. (Lions for Lambs, Stati Uniti, 2007).
4 Cfr. Robert A. Scalapino, The Japanese Communist Movement (1920-1966), Berkeley and Los Angeles, University of California Press, 1967, pp. 21 et segg.
5 Здесь для ясности нужно заявить съезду, что мы понимаем это не как агитационный маневр, а как стратегический маневр классовой борьбы в большом, великом значении этого слова. Сплочение рабочих против войны, против экономического и политического наступления капитала, отсечение их от организации воинствующего капитала — Лиги Наций, сплочение внутри их левых элементов рабочего профдвижения на основе тесного сотрудничества с революционными русскими рабочими, на основе опыта русской революции, распространение этих методов и этих идей в гуще рабочего класса, — вот чего мы добиваемся.
Рабочий класс из своего посещения Советской республики выносит следующее: напрасно нас пугали, что рабочие не могут держать власть в своих руках, что большевики все разрушают; извините, они строят. Мы видим полевение рабочего класса, стремление к изучению жизни русских рабочих, к установлению единства международного рабочего движения.
Здесь, конечно, предстоит трудная борьба. Еще не раз будут те или другие разочарования. Наши противники будут ставить палки в колеса. Не исключены и с нашей стороны те или другие мелкие ошибки в этом вопросе, но в общем и целом линия взята правильно. При поддержке всей партии и при сочувствии всех русских рабочих мы эту линию, как и все наше профдвижение, приведем к желательному концу. (Продолжительные аплодисменты.) Ibidem.
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