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Se questo è un ministro dell'economia...
di Leonardo Mazzei
L'invocazione del direttore del Sole 24 Ore al fantasmatico ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan
Che nei piani alti del potere economico vi fosse una certa maretta si sapeva. Adesso però le acque si fanno agitate, e dalla maretta sembra che si stia per passare ai marosi.
Il 30 dicembre scorso il direttore del quotidiano di Confindustria, Roberto Napoletano, ha deciso di mandare di traverso il cenone di San Silvestro di Pier Carlo Padoan. Dopo averlo ospitato, due giorni prima, nell'accogliente sede del giornale per un'intervista di ben 3 pagine, Napoletano ha deciso di dirla tutta: se veramente esistete (come governo), se davvero esisti (come ministro dell'Economia) cosa aspetti (e/o aspettate) a darcene prova?
Prima di dedicarci al merito del grido d'allarme di Napoletano, facciamo un passo indietro per dare uno sguardo all'intervista di Padoan. Tre pagine abbiamo detto, ma tre pagine di assoluta banalità. Gli altri media che se ne sono occupati hanno messo in rilievo il riferimento del ministro all'«opacità» della decisione della Bce su Mps. Sai che coraggio!
Il bello, poi, è che questa denuncia di opacità è preceduta da mille rassicurazioni sul fatto che il governo italiano nulla farà per reagire all'affronto subito. All'intervistatore che gli chiede se vi sia intenzione di contestare formalmente la richiesta di ricapitalizzazione giunta da Francoforte, così inizia la risposta di Padoan:
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Il ritorno della fabbrica
Appunti su territorio, architettura, operai e capitale
Pier Vittorio Aureli
La storia dei modi diversi in cui
viene estorto all’operaio il lavoro
produttivo, la storia cioè delle varie
forme di produzione del plusvalore,
è la storia della società capitalistica
dal punto di vista operaio
Mario Tronti, Operai e capitale
Nella storia del Movimento Operaio, la fabbrica ha avuto un ruolo fondamentale e per certi versi epico nel coagulare sia lo sfruttamento degli operai, sia la lotta di questi ultimi contro la loro condizione. Per questo l’apparente scomparsa della fabbrica quale punto avanzato del capitalismo nel mondo così detto sviluppato è stata spesso interpretata come una vera e propria sparizione della classe operaia quale blocco importante della società. Se questa interpretazione segue la realtà della tendenza industriale degli ultimi quaranta anni, ovvero il passaggio dall’egemonia del lavoro materiale a quella del lavoro immateriale, ha anche dato luogo ad una visione della fabbrica come spazio chiuso in se stesso, come luogo specifico della produzione di merci materiali.
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Buoni propositi per l’anno che viene
di Mimmo Porcaro
Il 2016 si chiude ponendoci un compito urgentissimo per il 2017.
La sonante vittoria dei No al referendum di dicembre ha finalmente trasformato la palude della politica italiana (che stava ristagnando grazie alla droga della Bce e agli artifici verbali dell’ex premier) in un rapido fiume che corre veloce verso una cascata: le prossime, inevitabili elezioni. E più tardi queste avverranno, più alto sarà il balzo della cascata, più rovinoso l’effetto sul sistema politico italiano.
Faranno certamente di tutto per evitare il patatrac: trucchi elettorali, corruzione di gruppi dirigenti, forse altro ancora. Ma ben difficilmente potranno scongiurare l’affermazione dell’unico attuale antagonista degli equilibri di potere: il M5S. E qui sorge il problema. Perché una vittoria del M5S dovrebbe essere senz’altro essere salutata, allo stato attuale, come un’affermazione ulteriore del fronte del No al PD ed al neoliberismo. Ma significherebbe anche, allo stato attuale, l’apertura di una obiettiva e salutare crisi con l’Unione europea senza che però vi siano le idee sufficientemente chiare, le alleanze sociali sufficientemente salde, le convinzioni politiche sufficientemente forti per gestirne positivamente le conseguenze.
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Ricostruire il programma socialista, rompere la gabbia dell’Euro
di Fabio Nobile, Domenico Moro
Premessa. Il presente elaborato non si propone di contenere tutte le variegate problematiche della società capitalistica contemporanea. Sceglie di focalizzarsi sugli elementi, a nostro parere, prioritari per ricostruire, qui e ora, le basi di ripartenza del movimento comunista italiano. Il nostro auspicio è che questo approccio aiuti a raggiungere, in un contesto molto difficile e di grave arretramento del partito e dell’insieme del movimento comunista in Italia, la necessaria chiarezza sulle scelte da fare, facilitando la lettura e favorendo una ampia discussione.
- I comunisti tra passato e presente
L’obiettivo di questo congresso del Partito della Rifondazione comunista è la definizione di una prospettiva socialista valida per il XXI secolo. A questo scopo è necessario definire un progetto adeguato alla fase in corso, che richiede una analisi della nuova fase storica del capitalismo e un chiarimento sul passato del movimento comunista italiano e internazionale. Il movimento comunista nasce dalla rottura con la socialdemocrazia sulla guerra e sull’imperialismo e si consolida con la Rivoluzione d’Ottobre. La Rivoluzione d’Ottobre, di cui quest’anno ricorre il centenario, rappresenta il primo tentativo di successo, nella storia umana, di rovesciare la classe dominante per fondare il potere politico sulle classi subalterne.
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La scomparsa del marxismo nella didattica e nella ricerca scientifica in economia politica in Italia
di Guglielmo Forges Davanzati
1. Introduzione
Pubblicato su "Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane”, E-ISSN 2531-9582, n° 1-2/2016, dal titolo "Questioni e metodo del Materialismo Storico" a cura di S.G. Azzarà, pp. 92-114. Link all'articolo: http://ojs.uniurb.it/index.php/materialismostorico/article/view/604
Se non diversamente indicato, questi contenuti sono pubblicati sotto licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale.
È un dato di fatto che, nelle sue diverse declinazioni, il marxismo è stato espunto dai programmi di insegnamento dei corsi di Economia Politica in Italia, ed è del tutto marginale nella ricerca scientifica. È anche un dato di fatto che il marxismo italiano, nel corso del Novecento, ha fornito contributi di massima rilevanza sul piano internazionale e che quella tradizione può considerarsi, allo stato dei fatti, sostanzialmente terminata. Per le motivazioni che verranno presentate a seguire, si è imposto un nuovo paradigma dominante che, per pura semplicità espositiva, possiamo definire neoliberista (si vedrà infra che tale definizione è alquanto riduttiva, sebbene diffusamente utilizzata).
In prima approssimazione, potrebbe risultare sorprendente che queste teorie risultino dominanti, a ragione del loro palese fallimento; un fallimento che attiene sia alla diagnosi della crisi e alle fallaci prescrizioni di politica economica che ne derivano, sia alla palese incapacità previsionale (cfr. Sylos Labini, 2016). Tuttavia, una ricerca di Luca De Benedictis e Michele Di Maio, condotta somministrando questionari a economisti accademici italiani, rileva che solo il 3% degli intervistati si dichiara marxista, a fronte del circa 50% di economisti che si dichiara “eclettico” e “neoclassico” e del 20% che non si dichiara affatto, considerandosi verosimilmente un economista nell’accezione di Maffeo Pantaleoni (per il quale esistono due scuole in Economia: chi la conosce e chi non la conosce)1.
Questo saggio si propone di individuare ragionevoli motivazioni che possono essere poste a fondamento di questo “salto paradigmatico”, con due precisazioni preliminari.
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Da Lctm a Mps, un buco nero sta inghiottendo i servizi sociali in Italia
nique la police
L'Italia è un paese che da più di 20 anni si fonda sulla scommessa sui fondi speculativi. Con pessimi risultati che si ripercuotono su welfare, diritti e servizi sociali
Non c’è bisogno di fare grandi astrazioni. Basta guardarsi attorno. L’analisi specialistica sanitaria che tarda mesi, le prestazioni pensionistiche congelate, i posti letto in ospedale scomparsi, la spesa e la qualità del servizio per educazione e istruzione compresse. Le infrastrutture decadenti, gli investimenti bloccati. Per non parlare dell’assenza di un reddito di cittadinanza di fronte alla disoccupazione tecnologica (tema che, comunque, ancora oggi viene considerato una favola) E infine: i comuni senza reali strumenti di indirizzo economico del territorio.
Stiamo parlando di un percorso cominciato negli anni ’90, con il crollo della lira del 1992 e le politiche dei tagli del governo Amato. Percorso che, oggi, tocca livelli di asfissia sociale e che è destinato, se le cose rimangono queste, a peggiorare. Ci sono molte cause, e molte disclipline critiche con le quali avvicinarsi al problema. In una dimensione di futuro incerto dove il calo degli investimenti, nell’ultimo quinquennio, è palese. E questo specie quando i dati parlano chiaro: l’Italia, strutturalmente spende meno della media degli altri paesi Ue, per spesa sociale. In un contesto dove, nell’ultimo decennio, la percentuale di incidenza della spesa sociale rispetto al Pil è aumentata ma solo perchè il prodotto interno lordo è diminuito a causa della crisi. Non manca certo, come sempre in questi casi, il capro espiatorio: la spesa pensionistica. Indicata come troppo alta, iniqua, improduttiva. Andiamo invece a vedere, per spiegare la contrazione della spesa sociale e degli investimenti di questo paese, due elementi di un fenomeno dai contorni oscuri, un vero buco nero.
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La grande incertezza. Una lettura del dopo referendum
Alfio Mastropaolo
Lo scenario politico del dopo referendum ha mostrato un elettorato sempre più instabile e arrabbiato. Tra la scommessa persa del Pd di Renzi e l’avanzata dei populismi di destra, spicca l’assenza della sinistra
1. Le molte ragioni del no
Le ragioni del successo del no al referendum dello scorso 4 dicembre sono tante. E tanti i suoi significati. La matassa è ardua da dipanare, tenuto conto che coloro che hanno respinto la riforma Renzi/Boschi non avevano tutti le stesse motivazioni. In più, è presumibile che in molti più motivazioni si intreccino.
C’è chi ha votato no perché la riforma era sgrammaticata. Che fosse sgrammaticata l’hanno ampiamente riconosciuto pure parecchi tra quanti hanno dichiarato che avrebbero votato sì. La sua applicazione avrebbe creato parecchi problemi. Altri hanno votato no perché la riforma squassava il vecchio meccanismo di check and balances senza sostituirlo in maniera accettabile. In mano a forze politiche democraticamente inaffidabili, e il cielo sa se in giro ce ne sono, rischiava (specie intrecciata all’Italicum) di diventare un’arma micidiale. Per altri ancora la riforma non solo stravolgeva la lettera della Costituzione, ma ne rinnegava lo spirito. Ovvero sconfessava il compromesso tra forze politiche d’ispirazione cattolica, socialista e liberale stipulato a dicembre del 1947. Tra l’altro, l’iter di approvazione aveva calpestato una fondamentale regola non scritta dei grandi processi costituenti: la ricerca di un accordo il più ampio possibile. Altri ancora hanno votato no in dissenso con specifiche previsioni della riforma.
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Qualcosa ancora succede!
A proposito del sogno della vita eterna del capitalismo attraverso tutte le crisi
di Herbert Böttcher*
Lettera aperta alle persone interessate ad EXIT! nel passaggio al nuovo anno 2017
Anche il 2016 è stato segnato da tutte le catastrofi riguardo la vita e la morte dei rifugiati. È venuto così apertamente alla luce del sole quello che tanto piace ai mediatori ed alle mediatrici professionali, da chiunque lavori per i media fino ai funzionari della pubblica istruzione: storie personali e destini di vita, che si suppone siano indispensabili per poter mediare i contesti più complessi. Sarebbe stato naturale sommare uno più uno, e farsi venire il sospetto che, con i rifugiati, gli europei si sono trovati immediatamente di fronte quella situazione di crisi globale da cui si erano isolati.
Tuttavia, ancora una volta è stata riscoperta la "lotta contro le cause della fuga". Invece di "rimestare" nei sintomi - questo ci chiedono le voci pacifiche della politica e dei movimenti sociali - bisogna combattere le cause della fuga. Ma quali sono le ragioni per fuggire? Nel numero tematico della rivista "iz3w" [ https://www.iz3w.org/ ] viene discussa tutta una miscellanea di ragioni per la fuga: Il mercato mondiale produce povertà. La politica tedesca di esportazioni di armi sta obbligando le persone a fuggire. Le alterazioni climatiche distruggono i mezzi di vita di molte persone. E la politica dello sviluppo - al contrario di quanto dichiara il suo slogan «combattere le cause della fuga, non i rifugiati!» - con i progetti di infrastrutture, con la politica di liberalizzazione del mercato e con la cooperazione con le élite cleptocratiche, spinge le persone a fuggire.
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Due fallimenti fanno un successo
di Andrea Fumagalli
Con la fine dell’anno 2016, dopo la vittoria del No al referendum costituzionale, le simulate dimissioni di Renzi e il varo del governo-ombra Gentiloni, è il caso di fare il punto sugli indirizzi economici degli ultimi tempi. Essi sono basati su alcuni palesi fallimenti, sia da un punto di vista delle politiche economiche che di quelle del lavoro: il salvataggio delle banche e l’istituzionalizzazione della precarietà sono infatti esplicitazione di un fallimento ma anche paradossali e sbandierati “successi” dell’era renziana. I soldi non ci sono per il welfare ma ci sono per il sistema creditizio e per le imprese, favorite dalla svendita del fattore lavoro, una merce che per i governi di “sinistra” sembra non valere niente.
Fallimento # 1
Il primo fallimento di cui voglio parlare è quello del Monte dei Paschi di Siena (MPS), la più antica banca italiana, e ha origini lontane. Cominciamo con un minimo di cronistoria.
Con delibera novembre 2007, l’allora CdA, sotto la guida di Antonio Mussari, delibera l‘acquisizione di Antonveneta, la banca al centro (insieme alla Popolare di Lodi) dello scandalo del 2005 (con la complicità dell’allora Governatore di BdI Antonio Fazio), noto come lo scandalo dei “furbetti del quartierino”.
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Capitalismo digitale
Controllo, mappe culturali e sapere procedurale
di Renato Curcio
Incontro-dibattito sul libro L’egemonia digitale. L’impatto delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro, a cura di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2016), presso il Csa Vittoria, Milano, 20 ottobre 2016
La letteratura sul mondo di internet, sui cambiamenti che la nuove tecnologie digitali stanno generando, è abbastanza vasta. Tuttavia è una letteratura tendenziosa, perché o affronta il problema in maniera molto teorica oppure dal lato dei social network, che in apparenza è quello più diffuso o quello su cui si cerca di attirare maggiormente l’attenzione. Ma questo territorio, pur nella sua importanza – noi abbiamo cercato di farne una lettura con L’Impero virtuale, un lavoro che ha preceduto questo – è un aspetto secondario, perché il vero nodo delle tecnologie digitali è ciò che caratterizza il passaggio dal capitalismo industriale-finanziario a quello che tutti chiamano capitalismo digitale. Un passaggio interno al modo di produzione capitalistico, e dunque anche al modo di consumo, di conduzione delle mappe culturali, e questo caratterizza una trasformazione sociale profondissima che non coinvolge soltanto alcuni aspetti della vita sociale e comunicativa, ma il nostro modo di essere all’interno della società, alla radice.
Il passaggio dal capitalismo industriale-finanziario – che ha dominato l’Ottocento, il Novecento e l’inizio del secolo attuale, e che tuttora occupa uno spazio consistente del modo di produzione capitalistico, benché in declino – a quello attuale, rappresentato da una oligarchia industriale e produttiva completamente nuova che quindici anni fa non esisteva (aziende come Google, Amazon, Facebook...), è caratterizzato da due tendenze che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni: una è l’enorme velocità delle transazioni e delle trasformazioni.
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La democrazia è al sicuro?
di Renato Caputo
Considerazioni sulle ragioni dell’impasse dell’opposizione di sinistra nel dopo referendum
L’illusione che, con il voto referendario, la democrazia sia stata messa in sicurezza, è un’esemplare indizio dell’egemonia liberale su ampi strati dell’opposizione di sinistra. Tale illusione porta a non rilanciare il conflitto sociale contro le politiche liberiste del governo, ma a ricercare di rilanciare l’opposizione di sinistra mediante le scorciatoie di una nuova sfida referendaria e dell’ennesimo “nuovo” soggetto politico in vista delle elezioni.
Lascia basiti la completa incapacità della grande maggioranza dell’opposizione della sinistra sindacale e politica di svolgere un ruolo attivo, da protagonista, nel nuovo scenario politico così favorevole che si è aperto in seguito tanto al Referendum istituzionale quanto alla grave crisi di legittimità che rischia di travolgere le giunte comunali delle due principali città italiane, rappresentanti una del centro-sinistra l’altra della sua alternativa populista di “sinistra”. Invece di cogliere l’occasione per attaccare un governo e delle giunte notevolmente indeboliti, invece di sfruttare l’occasione per passare finalmente al contrattacco alle politiche liberiste, al centro-sinistra, al populismo né di destra né di sinistra, che ne hanno segnato in questi anni il costante declino, le forze preponderanti della sinistra radicale sembrano in tutt’altre faccende indaffarate. Da una parte prevale, infatti, la logica sindacal-concertativa, tesa principalmente a farsi riconoscere come soggetto sociale con cui trattare dal nuovo governo, fotocopia del precedente, o dalla giunta Raggi, dall’altra gli sforzi appaiono tesi alla logica tutta politicista di tornare a essere competitivi sul piano elettorale, facendo di un mezzo, per quanto significativo, il fine.
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Che cos’è l’economia1
Vladimiro Giacché
Pubblicato su "Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane”, E-ISSN 2531-9582, n° 1-2/2016, dal titolo "Questioni e metodo del Materialismo Storico" a cura di S.G. Azzarà, pp. 297-319. Link all'articolo: http://ojs.uniurb.it/index.php/materialismostorico/article/view/612
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1. Problemi di definizione
Che cos’è l’economia? Anche solo per definire l’oggetto di questa disciplina si incontrano rilevanti problemi. Il dizionario Treccani la prende larga, e offre la seguente definizione: «Scienza, sviluppatasi a partire dal XVI secolo in diverse scuole e teorie, che può essere in generale definita come lo studio delle leggi che regolano la produzione, la distribuzione e il consumo delle merci, con riguardo sia all’attività del singolo agente economico, sia al più generale assetto sociale di uno stato, di una collettività nazionale»2.
Si può quindi definire l’economia come la scienza che studia l’attività economica? Questa definizione, nella sua genericità, è accettabile? Ci sembrerebbe di sì. Ma la definizione canonica di “economia” proposta dall’indirizzo tuttora egemonico negli studi economici, quello neoclassico, è molto diversa. L’ha proposta Lionel Robbins nel 1932: secondo questa definizione l’economia è «la scienza che studia la condotta umana come una relazione tra scopi e mezzi scarsi applicabili a usi alternativi»3. La scienza economica è qui definita come lo studio della scelta razionale, del comportamento di agenti razionali. È una definizione astratta, che muove da un radicale individualismo metodologico: l’economia si occupa del comportamento degli individui, non delle regole di funzionamento di un sistema economico e sociale.
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Lottare nella Gig Economy
Collettivo Clash City Workers
Con l’espressione gig economy si indica generalmente un modello economico dove la prestazione lavorativa non è pensata come duratura e continuativa, ma come saltuaria, discontinua, on demand. Ha conosciuto una certa popolarità da un anno a questa parte, anche a causa del suo utilizzo da parte di Hillary Clinton in alcuni discorsi della sua campagna elettorale. Può essere inserita nella vasta famiglia che include anche la sharing economy, e con essa tutti quei termini che negli ultimi anni hanno cercato di definire – più a livello mediatico che sul piano scientifico – forme economiche che si pretendono nuove, ‘oltre’ il funzionamento del sistema capitalistico per come l’abbiamo conosciuto nel corso del XX secolo.
Il termine gig viene dall’inglese americano, e indica un lavoretto o, più generalmente, un incarico di durata breve o indefinita. La caratteristica più importante che le aziende operanti nella gig economy si attribuiscono è quella di non avere un rapporto diretto con i ‘dipendenti’ che, infatti, figurano come lavoratori autonomi che collaborano con le imprese. Conseguentemente queste ultime pretendono di presentarsi non come tali, bensì come semplici piattaforme (applicazioni) che mettono in comunicazione la domanda e l’offerta di una determinata merce o di un servizio.
Può essere capitato a molti di noi, di non avere voglia di uscire e di farci portare il cibo a casa, utilizzando una qualche app tra le moltissime che stanno nascendo in questi anni, oppure di ricorrere a Uber per spostarci da un luogo all’altro. Ecco, questi so-no perfetti esempi di gig economy. La questione, tuttavia, è particolarmente intricata, e analizzare alcuni casi concreti potrebbe aiutare a chiarirci le idee.
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Il Jobs Act, ovvero del diritto ottocentesco applicato alle dinamiche sociali odierne
(e un P.S. sul tradimento della CGIL)
di Luca Fantuzzi
Ponendosi in prospettiva storica, l'esperienza dei tre governi dell'offensiva neoliberista in Italia (Monti, Letta, Renzi) sarà simboleggiata essenzialmente dalla riforma del mercato del lavoro e di quello pensionistico, prima con la Legge Fornero e poi con il Jobs Act (che della Legge Fornero è sostanzialmente la continuazione e l'inasprimento).
Non ci vuole un particolare sforzo di fantasia nel pensare che i prossimi, invece, saranno gli esecutivi del taglio definitivo del welfare (a compendiarli, immagino una riforma complessiva del Sistema Sanitario Nazionale, che certo sarebbe stata assai più facile se al referendum costituzionale voluto da Renzi avesse vinto il fronte del "sì").
Mi sembra però opportuno spiegare perché il Jobs Act è un simbolo (il che, tra parentesi, ne avrebbe fatto l'idolo polemico ideale per chi, da destra o da sinistra, avesse voluto fare un'opposizione "costruttiva" al partito egemone, ritagliandosi a mio parere spazi elettorali significativi). Il Jobs Act è un simbolo perché - pur composto da una legge delega, da vari decreti delegati e da una pletora di D.M. attuativi - ha una straordinaria unità di intenti, è tutto percorso - dall'inizio alla fine - da un'unica "visione" della funzione del diritto, delle dinamiche economiche, potremmo dire delle modalità di interazione delle diverse forze sociali.
Mi spiego meglio.
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Lo spettro del populismo tra le rovine della democrazia
di Spartaco A. Puttini
Uno spettro si aggira per l’Europa (e non solo): è lo spettro del populismo. Tutti i potenti d’Europa si alleano per dare spietatamente caccia a questo spettro. Qual è il partito di opposizione che i suoi avversari al potere non abbiano colpito con la nota ingiuriosa di “populista”? e qual è il partito di opposizione che a sua volta non abbia ricambiata l’accusa, respingendo l’infamante designazione di populismo, o sugli elementi più avanzati dell’opposizione stessa, o sugli avversari apertamente reazionari?
Il Manifesto del 1848 di Marx non iniziava proprio così, ma iniziava in modo molto simile.
Il termine di populismo è tornato prepotentemente di moda ed è divenuto un elemento consueto del dibattito politico. Tuttavia l’accusa di essere populista viene impugnata quasi unicamente per intento polemico e denigratorio, come improprio sinonimo di demagogia. A ben guardare sotto questa etichetta vengono accomunati i movimenti più disparati per collocazione spazio-temporale e per colore politico.
Si dice populismo e si fa riferimento a tutto e al suo contrario nello stesso tempo, o quasi. All’ombra del populismo vengono catalogati fenomeni ed esponenti politici diversi per provenienza, cultura politica, propositi. La cannibalizzazione di un fenomeno così complesso in un dibattito semplificatorio ha provocato senza dubbio confusione. Tanto che qualcuno, non distinguendo chi fosse populista o chi non lo fosse (a destra come a sinistra, all’opposizione come al governo) si è chiesto se la definizione avesse ancora senso.
La definizione di “populismo” non è scontata nemmeno a livello accademico e la letteratura sul fenomeno è oramai sterminata [1].
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Crisi bancaria e interesse di classe del ceto medio
Su banche, risparmio e quadro geopolitico
Commonware intervista Christian Marazzi
Innanzitutto ci interessa riflettere sulla crisi bancaria: da dove viene e che ruolo ha nell’attuale sviluppo della crisi globale? Ci pare infatti di poter affermare che, al di là dei singoli crack, vi è una natura sistemica della crisi bancaria, o potremmo dire una natura sistemica della truffa bancaria. In questo scenario, inoltre, vorremmo capire più approfonditamente come si stanno muovendo i diversi soggetti istituzionali, dagli organi statali e sovrastatali alle banche centrali.
Questa crisi bancaria, che vede alcuni istituti italiani particolarmente esposti, va letta alla luce della politica monetaria della Bce. Da almeno quattro anni tale politica è molto espansiva, avrebbe dovuto alleviare le sofferenze e contribuire a rafforzare il sistema bancario; in realtà è una politica che, proprio attraverso il sistema bancario, non ha avuto alcun tipo di efficacia per quanto riguarda la crescita economica e gli investimenti, mentre ha favorito operazioni speculative sui mercati finanziari e comportamenti bancari estremamente clientelari. Tutto ciò ha portato all’accumulo dei crediti in sofferenza e all’impossibilità – come nel caso di Monte dei Paschi di Siena – di ricapitalizzare attraverso l’apporto di capitali privati.
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L'elefante nella stanza
di Il Pedante

Dal lato della spesa, un impulso all'attività economica potrà derivare da un aumento del coinvolgimento dei capitali privati nella realizzazione di infrastrutture. (M. Monti, novembre 2011)
Gli aumenti dei costi dei servizi di base - sanità, infrastrutture, trasporti, energia ecc. - sono certamente tra i fattori di impoverimento collettivo più percepibili e onerosi, tanto più in quanto non compensati da un corrispondente calo del carico fiscale. Trattandosi di servizi tradizionalmente erogati dal settore pubblico attingendo alla fiscalità generale, l'aspettativa dei cittadini di una diminuzione della spesa pubblica - e quindi delle tasse - apparirebbe razionale. Gli aumenti all'utenza dovrebbero spostare parte dei costi dei servizi dalla collettività ai singoli fruitori. Ma così non accade.
Anzi, a parità o crescita della pressione fiscale aumentano canoni, tariffe e tickets. Oppure - il che è lo stesso - si restringe il perimetro dei servizi offerti. Perché? Le narrazioni mediatiche offrono chiavi di lettura standard ben sedimentate:
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sprechi e voracità del settore pubblico annullerebbero il risparmio fiscale convogliandolo in opere inutili, consulenze strapagate, assunzioni clientelari ecc. invece di scontarlo ai cittadini. Il che presupporrebbe però che gli sprechi siano in aumento e non, come si usa leggere, "ancora troppi nonostante gli encomiabili sforzi del governo, dei commissari ecc.";
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La mutazione neoliberista
di Franco Berardi Bifo
Un paio di anni fa, l’anno precedente l’EXPO milanese per intenderci, insegnavo a Brera, e il mio corso era dedicato alle questioni della precarietà. Il tema dell’EXPO, e particolarmente del lavoro gratuito che veniva “offerto” ai giovani, era naturalmente al centro delle mie lezioni e delle discussioni in classe. A un certo punto un ragazzo cinese che aveva seguito il mio corso con attenzione, anche se aveva qualche difficoltà con la lingua (ma sai come fanno, mentre tu parli digitano sul cellulare una parola che non capiscono e poi fanno cenno di sì tra sé e sé) prese la parola e mi disse che lui aveva accettato la proposta dell’EXPO. Gli chiesi di spiegare le sue ragioni alla classe, e lui disse una cosa ragionevolissima. Mi disse che lui veniva da un villaggio vico a Shanghai e che la possibilità di “fare un’esperienza come quella” (si espresse proprio così) per lui era un’occasione da non perdere. Mi immedesimai in lui, pensai se a venti anni mi fosse capitato di ricevere dall’EXPO di Shanghai la proposta di lavorare gratis per un po’. Effettivamente per me si sarebbe trattato di un’esperienza talmente sbalorditiva che solo il mio occhiuto dogmatismo operaista avrebbe potuto trattenermi dall’accettare.
Scrive Sergio Bologna in Lavoro gratuito ed economia dell’evento: “A casa, disoccupato, tua madre ti tormenta, ti senti un diverso, mentre se lavori gratis sei normale. L’accettazione del lavoro gratuito dipende perciò anche dal fatto che c’è qualcosa che ricompensa più della retribuzione: la protezione dall’angoscia, dalla solitudine”.
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Padoa-Schioppa scrive a Caffè
Due visioni della democrazia e dell’Europa
di Alberto Baffigi
Alberto Baffigi trae spunto da una polemica lettera che Tommaso Padoa-Schioppa inviò a Federico Caffè nel settembre del 1978, alla vigilia dell’accordo sul Sistema Monetario Europeo, per mettere a confronto le loro diverse concezioni della democrazia e dell’Europa. Baffigi sostiene che la concretezza di Caffè, radicata nell’”economia del benessere” e nell’attenzione ai problemi distributivi, appare ancora oggi un’opzione su cui riflettere per rafforzare le basi democratiche delle nostre società e ridare slancio al progetto europeo
Il 2 settembre 1978 Tommaso Padoa-Schioppa, allora consulente economico presso il Ministero del Tesoro, scrisse una lettera privata a Federico Caffè; una lettera molto dura, di reazione alle severe critiche con cui il professore aveva stigmatizzato, in dichiarazioni pubbliche, il piano triennale del ministro del Tesoro, Pandolfi. Il piano (Una proposta per lo sviluppo, una scelta per l’Europa), pubblicato il giorno precedente, comprendeva una serie di impegni e obiettivi sul fronte della politica salariale e su quello della finanza pubblica, elaborati a supporto della partecipazione dell’Italia al Sistema Monetario Europeo, lo SME. Alla sua stesura aveva dato un contributo rilevante lo stesso Padoa-Schioppa (Papadia, 2014). In quella lettera e in due articoli di Caffè pubblicati nelle settimane successive, ritroviamo drammaticamente condensata una parte importante della battaglia tra diverse idee di Europa che segnò le cruciali scelte di quegli anni. Quei testi meritano una lettura attenta, oggi che l’Europa si trova nelle secche di una profonda crisi politica che molti collegano a un preoccupante deficit democratico.
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Luci e ombre della tecnologia informatica
Elena Camino
Una informatica ‘slow’?
In un articolo pubblicato nel 20151 Norberto Patrignani (docente di “Computer Ethics” al Politecnico di Torino) introduce il termine di ‘slow tech” (una informatica buona, pulita e giusta) nell’ambito dell’evoluzione storica della Computer Ethics. Come spiega l’Autore, mentre la Computer Ethics classica si è focalizzata sulle conseguenze dell’uso e diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) nella società, l’approccio Slow Tech propone di introdurre un nuovo paradigma di progettazione delle tecnologie stesse. Propone un’informatica buona (disegnata ponendo al centro i bisogni degli esseri umani), pulita (che minimizza l’impatto ambientale dell’ICT) e giusta (che tiene in considerazione le condizioni dei lavoratori nella filiera ICT).
In effetti l’informatica ha trasformato profondamente la vita personale e l’organizzazione sociale a livello globale. Non solo le regole e abitudini della vita civile, ma sempre più anche i modi di fare la guerra. Ma – mentre sulle responsabilità degli scienziati impegnati nella produzione di ordigni bellici c’è ancora un dibattito in corso (per quanto affievolito rispetto ad alcuni decenni fa) – manca la riflessione sulle responsabilità degli scienziati che contribuiscono alla progettazione e realizzazione dei sistemi informatici che sono alla base dei più avanzati modi di fare la guerra. Basta leggere la presentazione che la Compagnia Leonardo fa nel suo sito per rendersi conto che la tecnologia dell’informazione e della comunicazione è essenziale per tutti i settori militari: dai sistemi di controllo e di automazione in campo di battaglia, lungo i confini, o per il pilotaggio remoto dei droni, ai sistemi radar per il controllo del tiro e la guida di batterie di missili…
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Referendum, quale lezione per la sinistra radicale?
di Carlo Formenti
Ho resistito all’impulso di commentare a botta calda l’esito del referendum, manifestando la mia gioia per la disfatta di un progetto di “riforma” la cui valenza reazionaria ha pochi precedenti nella storia italiana del secondo dopoguerra (mi vengono in mente la legge truffa e il governo Tambroni). Mi sono trattenuto perché ritengo che l’evento meriti ragionamenti più ampi e approfonditi del cicaleccio mediatico con cui è stato celebrato. Provo ora ad abbozzare una riflessione a mente fredda.
Il primo aspetto di cui va preso atto è il clamoroso fallimento della casta dei comunicatori (giornalisti, sondaggisti, spin doctor) chiamati ad alimentare e sostenere la campagna elettorale renziana: come già avevano dimostrato Brexit ed elezioni presidenziali Usa, la loro capacità di manipolare l’opinione pubblica si è ridotta praticamente a zero, malgrado il ricorso all’arma di dissuasione di massa del terrorismo economico, puntualmente ridicolizzato dalla (mancata) reazione dei mercati. Eppure, mentre i cittadini si sono dimostrati impermeabili a lusinghe e minacce, lo stesso non si può dire per buona parte dei militanti impegnati nella campagna per il No, molti dei quali hanno fino all’ultimo momento temuto di poter perdere, a testimonianza del fatto che anche le componenti politiche più sane di questo Paese hanno smarrito – almeno in parte – la capacità di interpretare gli umori della propria base sociale, sottovalutandone il livello di consapevolezza e la capacità di mobilitazione.
Un secondo aspetto che balza agli occhi è, assieme alla partecipazione di massa al voto, la sua composizione sociale, generazionale e regionale.
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L’austerità flessibile
Il fallimento delle politiche economiche di Renzi
intervista a Danilo Barbi
Intervista a Danilo Barbi, a cura di Roberto Ciccarelli, dal 14° Rapporto sui diritti globali
In questi anni i numeri del disagio lavorativo, della disoccupazione e delle povertà sono sensibilmente aumentati, ma non compaiono mai nelle “slide” e nella propaganda del governo Renzi. Il quale preferisce continuare a dare soldi e incentivi alle imprese e ai ceti più ricchi, anziché provare a rilanciare redditi, consumi ed economia. I trenta miliardi in tre anni dati dal governo alle imprese non hanno prodotto risultati apprezzabili. La CGIL ha elaborato un piano per l’occupazione straordinaria giovanile e femminile che costerebbe la stessa cifra ma che prevede la creazione diretta di 600 mila posti di lavoro. Per Danilo Barbi, segretario nazionale della CGIL e responsabile delle politiche dello sviluppo, infatti, è il pubblico che deve assumersi direttamente l’onere e la responsabilità di rilanciare l’occupazione e riattivare l’economia, attraverso gli investimenti pubblici, assumendo i giovani nella pubblica amministrazione e in grandi progetti di utilità sociale per il Paese, messi drammaticamente all’ordine del giorno anche dal terremoto dell’agosto 2016.
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Rapporto sui Diritti Globali: L’Italia è in stagnazione, la poca crescita diminuisce e non produce nuova occupazione. È il fallimento del governo Renzi?
Danilo Barbi: Di sicuro è il fallimento di una politica economica che ha provato a fare. Il governo sembra valutare le cose su sé stesso e non sulla condizione reale del Paese. Sembra che il Paese si deve mettere al servizio del governo e non il contrario.
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Imperialismo e mondializzazione
di Yann Cézard
«Il pericolo giallo che minaccia l’Europa può dunque definirsi nel seguente modo: rottura violenta dell’equilibrio internazionale sul quale si basa attualmente il regime sociale delle grandi nazioni industriali di Europa, rottura provocata dalla brusca concorrenza, abnorme e illimitata, di un immenso nuovo paese». L’economista Edmond Théry esprimeva così le sue paure nel libro Le Péril jaune del 1901.
Il mondo è cambiato radicalmente, ma il fantasma rimane. A parte il fatto che all’epoca la Cina era al centro degli interessi di imperialismi rivali, ora essa costituisce un vero e proprio ”laboratorio mondiale”. La "prima mondializzazione" capitalista vedeva il trionfo dell’Occidente. Quella di oggi vedrebbe il suo declino? Si può ancora parlare di imperialismo? Una confusione estrema, politicamente deleteria, regna oggi nelle coscienze.
Il peggiore dei metodi è la miopia, che impedisce nei fatti una visione netta dell’insieme. È una semplificazione che permette ad alcuni di esaltarsi sulla presunta fine dell’imperialismo (e perché non un “imperialismo rovesciato”: è vero o no che la Cina sommerge l’Occidente dei suoi prodotti industriali?), e permette ad altri di affermare la persistenza, senza variazioni, dell’imperialismo descritto da Lenin nel 1916 (l’Occidente non continua ininterrottamente ad intervenire ai quattro angoli del pianeta?).
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L’essere come produzione
Tra inchiesta, ontologia e prassi politica
Giso Amendola
Alla fine degli anni Settanta, uno dei cicli di lotta più intenso e furioso del Novecento trova davanti a sé, particolarmente in Italia, la chiusura di ogni spazio e di risposta istituzionale, se non quella della repressione più feroce. È su questo passaggio d’epoca che si apre il libro di Willer Montefusco e Mimmo Sersante dedicato al pensiero di Antonio Negri, e, in particolare, al periodo che si apre con il 1980: Dall’operaio sociale alla moltitudine. La prospettiva ontologica di Antonio Negri (1980-2015) (DeriveApprodi, 2016). Periodizzazione molto problematica, che gli autori accolgono infatti molto relativamente. Certo il 1979-80 è per Negri un passaggio fondamentale: l’arresto e l’esilio, la stretta giudiziaria su un intero movimento e, al tempo stesso, la crisi durissima di quel ciclo di lotte, poi Parigi e, con la Francia, quella «formidabile tensione a ricominciare». Ma con Negri, i giochi di periodizzazione funzionano male: i periodi, qui, non sono lunghe scansioni a segnare presunte svolte di pensiero, semmai segnano di volta in volta, modi differenti di far agire teoria e pratiche, ricerca filosofica e rompicapi offerti dalle lotte e dalla prassi politica. Dunque, non c’è qui la descrizione del percorso di un presunto «secondo» Negri: semmai, la trasformazione di un pensiero davanti a una sfida drammatica che la situazione imponeva.
Sul passaggio della fine dei Settanta si apre appunto il libro: su quel ««tempo di Amleto» che vede la profonda ristrutturazione del sistema produttivo, la liquidazione del tempo fordista, la fine della centralità della fabbrica.
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Il ritorno di Engels
di John Bellamy Foster
Poche collaborazioni politiche ed intellettuali sono paragonabili a quella fra Karl Marx e Friedrich Engels. Non scrissero insieme solo 'Il manifesto comunista' del 1848, prendendo parte alla rivoluzione di quello stesso anno, ma anche due lavori precedenti, la 'Sacra famiglia' del 1845 e l'Ideologia tedesca' del 1846. Alla fine del decennio 1870, quando i due socialisti scientifici abitarono vicino e poterono conferire quotidianamente, erano soliti camminare avanti e indietro, ognuno su un lato della stanza, nello studio di Marx, lasciando segni sul pavimento quando si giravano sui tacchi, mentre discutevano di svariate idee, piani e progetti.
Spesso si leggevano l'un l'altro passaggi dei loro lavori in corso di realizzazione. Engel lesse l'intero suo manoscritto Anti-Dühring (al quale Marx collaborò nella stesura di un capitolo) a Marx prima della pubblicazione. Marx scrisse l'introduzione a 'Il socialismo: dall'utopia alla scienza' di Engels. Dopo la morte di Marx nel 1883, Engels preparò per la publicazione i volumi secondo e terzo del 'Capitale', traendoli dalle bozze che l'amico aveva lasciato. Se Engels, come egli stesso ammise, stava all'ombra di Marx, fu nondimeno, a pieno titolo, un gigante intellettuale e politico. Eppure per decenni gli accademici hanno detto che Engel avrebbe distorto e sminuito il pensiero di Marx. Come il politologo John L. Stanley ha criticamente osservato nel suo postumo 'Lineamenti di Marx' del 2002, i tentativi di distinguere Marx da Engels – al di là della differenza che, ovviamente, si trattava di due individui con talenti e interessi diversi – hanno prevalentemente assunto la forma di una dissociazione di Engels, vista come la fonte di tutto ciò che vi è di reprensibile nel Marxismo, da Marx, visto come il compendio dell'uomo di lettere civilizzato, e non un Marxista egli stesso.
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