Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 5356
Il bazooka di Draghi è un narcotico pericoloso
di Andrea Del Monaco*
Quando la cancelliera Merkel invoca il “multilateralismo”, invita il presidente Trump a ricordare le lezioni della storia e il tardivo intervento degli Usa nella Prima guerra mondiale, dovrebbe ricordare un altro precedente storico, il trattato di pace di Versailles del 1919. L’allora presidente francese Clemenceau impose alla Germania come paese sconfitto condizioni sui debiti di guerra vessatorie e impossibili da rispettare: esse causarono il revanscismo tedesco e l’avvento del nazismo. Lo intuì già nel 1919 John Maynard Keynes nel suo scritto “Le conseguenze economiche della pace“: qui Keynes dimostrò l’impossibilità per la Germania di pagare i debiti di guerra.
Usiamo la figura retorica dell’analogia: l’austerità oggi è ostetrica di nuovi fascismi come lo fu il Trattato di Versailles del 1919. Questo è il titolo del prologo del mio libro “Sud Colonia Tedesca“. E l’assenza a sinistra di una proposta di riforma keynesiana dei Trattati Ue accelererà l’avanzata delle destre. Analogamente a quanto fece Keynes, oggi andrebbe analizzata la natura della politica monetaria prima di Jean Claude Trichet poi di Mario Draghi: essa ha generato un debito italiano di 435 miliardi con la Bce. Qualora eletti, cosa faranno Renzi, Berlusconi, Grasso, Salvini, Bonino, Meloni con questo debito?
- Details
- Hits: 1646
Al netto delle elezioni italiane, l'€uropa non ha mai perso e non potrè mai perdere la sua identità (di assediante)
di Quarantotto
1. La prima proposizione che deve essere chiara per non perdere la bussola nel corso di questo estenuante periodo di campagna elettorale, è che ogni cosa che verrà comunicata dal sistema dei big-media, - a partire dal lunare dibattito sulle coperture delle misure fiscali proposte dai vari partiti, e definite sprezzantemente elargitive (dire espansive sarebbe concedergli una chiarezza che non hanno), fino alla telenovela sempre più grottesca delle candidature-, serve a distrarre dalle future certezze e prospettive vincolanti del post-elezioni.
Sappiamo infatti che, a vincolo esterno immutato, l'indirizzo politico (cioè economico, fiscale, industriale, occupazionale, e ovviamente di politica monetaria) è predeterminato a prescindere da qualsiasi esito delle elezioni e da qualsiasi conseguente composizione del parlamento.
Anche se, in questa particolare tornata, si ha un non paradossale interesse, delle elites, come deve ammettere Wolf, alla conservazione della crescita astensionistica che caratterizza l'avvenuta instaurazione di un sistema ordoliberale e sovranazionale "al riparo dal processo elettorale" (pur con qualche rimedio possibile de iure condendo ma anche de iure condito).
- Details
- Hits: 3659

Lo Spettacolo tra nuovi media e valorizzazione
di Raffaele Sciortino e Steve Wright
ll capitalismo è un sistema di relazioni che vanno dall'interno verso l'esterno,
dall'esterno verso l'interno, dall'alto verso il basso e dal basso verso l'alto.
Tutto è relativo, tutto è in catene.
Il capitalismo è una condizione sia del mondo che dell'anima
(Franz Kafka, in Janouch 1971,151–2).
Gli anni Sessanta sono stati un laboratorio di rivolta sociale diffusa e innovazione teorica. È passato mezzo secolo da quel decennio che ha visto, tra l'altro, apparire alcuni testi chiave volti a decifrare la natura delle moderne relazioni sociali capitalistiche. Operai e capitale di Mario Tronti e, seppure assai diversi, la raccolta francese Lire le Capital e il testo di Jacques Camatte sul Sesto capitolo inedito del Capitale sono stati da allora fonti di ispirazione nello sforzo di comprendere il capitale e il modo migliore per distruggerlo. In termini di ampio impatto immediato, tuttavia, il posto d’onore spetta certamente a La Sociétè du Spectacle di Guy Debord, un libro tradotto in una dozzina di lingue nel periodo immediatamente successivo al Maggio francese. La società dello spettacolo è un testo che continua ad affascinare, non da ultimo nell'era di Internet. Né può essere una coincidenza se, caduti nell’ombra con la sconfitta dell'ondata di lotte internazionali post-1968, Debord e i suoi compagni situazionisti sono stati riscoperti proprio negli anni Novanta, un decennio segnato sia dal crollo del socialismo reale sia dall'ascesa del World Wide Web.
- Details
- Hits: 24220
Pensioni: una bomba sociale pronta a esplodere
di Felice Roberto Pizzuti

- Introduzione: la "bomba sociale"
Oramai da molti anni, nel nostro sistema previdenziale sta maturando una vera e propria “bomba sociale” che va affrontata con urgenza[1]. Le sue origini affondano nella combinazione dei cambiamenti intervenuti nel mercato del lavoro e nel sistema previdenziale a partire dagli anni ’90 e, in particolare, con il passaggio dal metodo retributivo a quello contributivo per il calcolo delle pensioni.
Il metodo contributivo, in primo luogo, ha irrigidito il funzionamento del sistema pensionistico: lo ha ancorato alla logica dell’equilibrio attuariale, ma a discapito dell’equità previdenziale; ha uguagliato i tassi di rendimento interni, ma riducendo fortemente le possibilità redistributive. In secondo luogo, da un lato, ha stabilizzato la spesa e, anzi, tende a ridurne l’incidenza sul PIL; d’altro lato, a ciascuna generazione ripropone con più forza per la vecchiaia la stessa distribuzione dei redditi della vita attiva. Non da ultimo, ostacola la possibilità di adattamenti micro e macro delle prestazioni pensionistiche alle condizioni economico-sociali correnti.
A quest’ultimo riguardo, va ricordato che i sistemi pensionistici – pubblici o privati, a capitalizzazione o a ripartizione – pur con diversa trasparenza, svolgono la funzione di redistribuire parte del reddito correntemente prodotto dalle generazioni attive a quelle anziane contemporanee.[2]
- Details
- Hits: 1739
Introduzione a “Lavoro, Natura, Valore”
di Emanuele Leonardi
Pubblichiamo l’introduzione del volume Lavoro, Natura, Valore. André Gorz tra marxismo e decrescita, di Emanuele Leonardi, appena uscito per i tipi di Orthotes
Ancora fino a pochi anni fa un libro dedicato al rapporto tra scienze sociali e crisi ecologica, nonché alle implicazioni politiche di tale rapporto, avrebbe richiesto un’introduzione finalizzata a mostrare la rilevanza della questione ambientale per il dibattito pubblico e/o per quello scientifico. Mi pare si possa tranquillamente affermare che le cose stiano oggi in modo ben diverso, come dimostra per esempio la vastissima eco mediatica destata dalla firma dell’Accordo di Parigi al termine delle ventunesima Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite (Dicembre 2015). Ce ne fosse bisogno, una prova ulteriore potrebbero essere i profondi investimenti economico-diplomatici legati al recentissimo G7 Ambiente – tenutosi a Bologna nel Giugno del 2017 – che ha rappresentato un primo momento di teso confronto tra l’amministrazione americana guidata dal negazionista Donald Trump e i restanti governi delle nazioni più industrializzate del pianeta, impegnatissimi (a parole) nella lotta al riscaldamento globale.
Mi soffermo brevemente su questi due ‘eventi-prova’ perché mi danno la possibilità di chiarire l’oggetto polemico della riflessione che segue e di inquadrare le domande di ricerca che l’hanno guidata. Partiamo dall’Accordo di Parigi, il trattato internazionale che sostituisce il Protocollo di Kyoto (siglato nel 1997 e ratificato nel 2005 – d’ora in poi PK) e su cui è destinata a basarsi nel prossimo futuro la politica climatica globale.
- Details
- Hits: 2428

Potere al popolo critica i limiti del Patto per la Costituzione e rilancia la lotta di classe dal basso
di Luigi Ficarra
Ritengo positiva la risposta data dalla portavoce di Potere al Popolo, Viola Carofalo, ai firmatari del Patto per la Costituzione, Felice Besostri e altri costituzionalisti (*).
La Carofalo evidenzia innanzitutto che le condizioni minime poste nel ‘Patto’ sono “insufficienti ad assicurare davvero a tutti i lavoratori la difesa dei diritti costituzionali alle ferie, al riposo, a un salario decente, alla pace, alla salute, perché essi sono stati sistematicamente negati”.
E negati, dice la Carofalo, non solo con le leggi ordinarie, tipo il Jobs Act ed il decreto Poletti, ma anche con leggi di revisione costituzionale che la classe dominante borghese ha compiuto specie con la modifica degli artt. 81 e 97 cost., per non parlare di quella, anch’essa molto rilevante, dell’art. 118, ultimo comma , cost..
Per cui giustamente dice che in conseguenza delle suddette modifiche molti “principi costituzionali (elencati nel ‘Patto’) sono oggi lettera morta”. Si che quella vigente non è più la Costituzione liberaldemocratica del ’47, ma una costituzione liberale.
Scrive ad esempio la Carofalo che, introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio con gli artt. 81 e 97 novellati, “non è (oggi) possibile attuare l’articolo 3 cost . Invero, non potendosi fare spese fuori bilancio, non possono “rimuoversi gli ostacoli di ordine economico e sociale ”di cui in esso si parla. Il secondo comma dell’art. 81 prescrive infatti che “il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”. Non quindi per motivi sociali e di giustizia.
- Details
- Hits: 2194
Lavoro e rivoluzione
Sapere, linguaggio e produzione nel pensiero radicale italiano
di Angelo Nizza
«Tutta la teoria sul lavoro intellettuale e manuale esposta in queste pagine deve essere interpretata come contributo all’edificazione del socialismo dopo la rivoluzione, non come teoria della rivoluzione. Ma una rivoluzione tende ai propri effetti finali contenendo già in sé gli elementi che trasforma in risultati. La teoria di tali risultati fornisce quindi indicazioni almeno parziali sulle forme della rivoluzione»1
Premessa
Nel pensiero radicale italiano2, che eredita e sviluppa la tradizione marxista-operaista, le condizioni del lavoro costituiscono la base del concetto di rivoluzione: studiarle significa gettare luce su un progetto di trasformazione della società. Intendere il lavoro come oggetto privilegiato della teoria rivoluzionaria significa trattarlo tanto come tema su cui verte l’indagine filosofica, quanto come obiettivo polemico e principale nemico dell’azione politica; la combinazione di entrambi i momenti costituisce un modo coerente di ripensare l’unità di teoria e prassi, nel senso cui pure allude il giovane Marx nell’ultima delle Tesi su Feuerbach: «I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo».
Volendo contribuire a un simile programma, queste pagine mirano a mettere in evidenza una delle contraddizioni che attraversano la società del XXI secolo: è vero che uno dei requisiti della società comunista, cioè, del risultato della rivoluzione, consiste nella soppressione della separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, ma, al contempo, è vero anche che l’unità di mano e mente qualifica sempre più il lavoro nel capitalismo contemporaneo3.
- Details
- Hits: 13311
Intervista con un economista contro
Euro, UE, Germania, Grecia, lavoro, democrazia, sovranità, migranti...
Fulvio Grimaldi intervista
Vladimiro Giacché, della cui amicizia mi onoro da lunga data, è uno dei più autorevoli economisti europei. Ha svolto i suoi studi universitari a Pisa e a Bochum, in Germania, è laureato in filosofia alla Normale ed è presidente del Centro Europa Ricerche. In Italia e in Germania è considerato una delle voci più critiche dell’assetto istituzionale europeo e dell’ordinamento finanziario basato sull’euro, con particolare riferimento al ruolo della Germania, specialmente nei confronti del Sud d’Europa. Dell’intervista che mi ha concesso alcuni brani sono inseriti nel mio nuovo docufilm “O la Troika o la Vita – Epicentro Sud – Non si uccidono così anche i paesi?” E a proposito di paesi, popoli, nazioni, culture da uccidere, ho trovato che uno dei libri più drammaticamente istruttivi su come la classe dirigente tedesca, nelle sue varie espressioni politico-partitiche, ha devastato e vampirizzato la parte del suo popolo riunito nella DDR, Repubblica Democratica Tedesca, sia l’irrinunciabile “Anschluss”, pubblicato da Imprimatur nel 2013. Se ne possono trarre ampie indicazioni su cosa Berlino, il suo retroterra atlantico e i suoi strumenti finanziari abbiano riservato alla Grecia e stiano riservando all’Italia.
* * * *
FG Popolari, Ligresti, Monte dei Paschi…Siamo al collasso del sistema bancario italiano?
VG Sicuramente la situazione attuale, la nuova normativa della cosiddetta Unione Bancaria Europea è qualcosa che ha penalizzato in misura molto drastica il nostro sistema. In particolare, i tedeschi sono riusciti nel capolavoro di tenere fuori dalla Vigilanza Europea la gran parte delle loro banche che fanno credito alle imprese.
- Details
- Hits: 2434
L’identità: un concetto avvelenato
di Armando Lancellotti
Detto approssimativamente: Dire di due cose, che
esse siano identiche, è un nonsenso; e dire di
una cosa, che essa sia identica a se stessa,
non dice nulla (L. Wittgenstein, Tractatus
logico-philosophicus, 5.5303)
È cosa facilmente verificabile per chiunque che il concetto di identità sia oggigiorno uno dei più frequentemente utilizzati in tutti gli ambiti del discorso pubblico e questo ha dato luogo ad una moltiplicazione delle sue possibili declinazioni e delle sue differenti accezioni: identità occidentale, europea, nazionale, culturale, religiosa, etnica, locale o regionale, personale ecc. E poco importa se molte di queste espressioni abbiano oppure non abbiano un senso compiuto che ne permetta un utilizzo valido e pertinente, perché la rivendicazione identitaria sembra essere diventata un’ossessione a tal punto evidente, pervasiva e diffusa da non riuscire più neppure a mascherare le dinamiche che la producono, le esigenze e le difficoltà individuali e collettive che la alimentano. È come se lo sbriciolamento della realtà sociale, politica, economica, lavorativa – conseguenza di un mondo reso globale da un mercato totale in costante corto circuito e aggrovigliato su stesso nel circolo vizioso della riproduzione di iniquità sociale – avesse reso necessario il ricorso a pratiche identitarie, ovvero all’arroccamento difensivo su posizioni identitarie sufficientemente forti per fornire l’illusione di un barlume di sicurezza.
- Details
- Hits: 7015
Quelle sinistre che odiano il popolo
Contro l'ideologia del politicamente corretto
di Carlo Formenti
Il saggio di Jonathan Friedman contro il politicamente corretto (Politicamente corretto. Il conformismo culturale come regime, Meltemi editore) può essere nato da un’occasione contingente (il risentimento per le accuse di razzismo rivolte alla moglie – antropologa come lui – “colpevole” di avere sostenuto che in alcune comunità di migranti africani persistono credenze tribali), e qualcuno potrebbe rimproverargli di essersi eccessivamente concentrato sulla realtà svedese, ma nessuno può negargli il merito di avere magistralmente messo a nudo la dinamica e le radici di un fenomeno che ha contribuito in misura significativa alla mutazione genetica delle sinistre occidentali (e non solo di quella svedese). Il suo lavoro è di importanza pari a quella di autori come Boltanski e Chiapello (cfr. Il nuovo spirito del capitalismo, ancora Meltemi), che hanno analizzato l’integrazione delle culture sessantottine nelle politiche aziendali del capitalismo postfordista, e di Nancy Fraser (vedi, fra gli altri, un suo recente articolo), la quale ha evidenziato la convergenza fra correnti mainstream del femminismo e ideologia neoliberista.
Per esporre le tesi del libro non ne rispetterò la struttura espositiva ma seguirò un percorso in sei tappe: l’”ibridismo” come collante ideologico della politically correctness; le giustificazioni filosofiche del politicamente corretto; gli interessi di classe che la sfruttano come strumento di un progetto egemonico; l’ideologia politicamente corretta come dispositivo per la ridefinizione del nemico; élite transnazionali versus popolazioni locali e totalitarismo globalista; considerazioni conclusive: il politicamente corretto è un attacco alla civiltà moderna o un sintomo della sua natura autodistruttiva?
- Details
- Hits: 2374
La crisi delle banche è finita?
Vincenzo Comito
Il sistema bancario ha bisogno di smaltire i crediti deteriorati il più rapidamente possibile e deve essere compito dei pubblici poteri aiutare in tutti i modi possibili tale processo. Con le necessarie contropartite
Come è noto, la crisi dei mutui subprime ha visto il sistema bancario come un protagonista fondamentale del gioco. Dopo lo scoppio delle difficoltà, nonostante le promesse fatte a suo tempo dal mondo politico al di qua e al di la dell’Atlantico, le riforme del sistema sono state complessivamente insufficienti e ora, almeno negli Stati Uniti, assistiamo alla volontà di Trump di cancellare gran parte di quello che era stato comunque fatto nel paese.
Alcuni studiosi e persone di buona volontà a questo punto rincarano la dose per quanto riguarda le ipotesi di riforma del sistema e propongono una ristrutturazione radicale dello stesso. Intanto avanza rapidamente e parallelamente l’innovazione tecnologica, che sta di fatto rivoluzionando il settore finanziario come quello dei veicoli, della grande distribuzione e così via.
In tutto questo turbinio, il caso italiano appare possedere delle caratteristiche molto specifiche.
Dopo che la crisi del 2008 aveva, tra l’altro, fatto rilevare la pessima situazione del sistema bancario di molti paesi, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, dalla Spagna alla Germania, le nostre classi dirigenti, sostanzialmente compatte, avevano ripetuto a lungo che il nostro sistema finanziario era invece sano e non aveva problemi.
- Details
- Hits: 3176
Oh, right, right with the bones!
di Il Pedante
Nell'episodio 7 della prima serie di Futurama, Fry deglutisce inavvertitamente l'imperatore Bont del pianeta Trisol, popolato da corpi acquatici alieni, succedendogli al trono. Ma Bont, contrariamente alle apparenze, non è morto. Continua a vivere nel corpo di Fry e da lì invita i suoi sudditi a squarciare l'involucro umano che lo tiene prigioniero. Assediato dai trisoliani armati, Fry chiede aiuto al dott. Zoidberg, lo stravagante medico-mollusco di bordo, il quale lo rassicura:
- Rilassati, Fry. Basterà frullarti in una centrifuga ad alta velocità per separare il fluido più denso di Sua Maestà.
- Ma così non mi romperò le ossa?
- Ah giusto, le ossa! Mi dimentico sempre delle ossa.
La scena mi è ritornata in mente leggendo un articolo recente del Sole 24 Ore che, dice nel titolo, «Se tutti pagassero le tasse il debito pubblico si estinguerebbe in 18 anni».
Ora, so che è difficile. Ma invito i lettori a non soffermarsi sul fatto che i titoli di debito pubblico hanno una scadenza e che non rinnovarli per «estinguerne» il montante equivarrebbe a sottrarre allo Stato italiano 2.250 miliardi, catapultandolo nel Quarto Mondo.
- Details
- Hits: 3428

La questione dell’imperialismo e il giudizio su Togliatti
Un carteggio tra comunisti
di Eros Barone e Mario Galati
Io e Mario Galati, i due ‘epistolografi’ di cui viene qui proposto il carteggio telematico, ci siamo conosciuti frequentando il sito di ‘sinistra in rete’. Anche se non apparteniamo alla stessa generazione, entrambi proveniamo dalla tradizione comunista del movimento operaio; entrambi cerchiamo di recare il nostro contributo alla costruzione del partito comunista in un Paese che, almeno finora, ne è privo, anche se, formalmente e putativamente, di partiti così denominati ne conta quasi una dozzina. Io e Mario, non appena abbiamo potuto, grazie alla cortese mediazione del coordinatore del sito, stabilire un rapporto diretto di comunicazione, siamo stati d’accordo nell’individuare due questioni nodali del processo di costruzione del partito comunista: l’analisi dell’imperialismo e il giudizio su Palmiro Togliatti. Che altro aggiungere se non domandare scusa ai compagni e agli amici interessati a questo àmbito di temi e di problemi, che leggeranno i nostri testi, dei margini inevitabili di approssimazione che sono inerenti al genere letterario che abbiamo prescelto per introdurci in tale àmbito? Confidiamo però che quanto si è perso in termini di rigore teorico e filologico possa essere compensato da quanto si guadagnerà in termini di efficacia espositiva. [E. B.]
* * * *
Per la conoscenza reciproca ed un confronto
teorico-politico e ideologico
(lettera del 1° luglio 2017)
Caro Mario Galati, ti ringrazio (posso darti del tu?) per la pronta disponibilità che hai dato a Tonino. Il motivo è semplice: ho apprezzato i tuoi commenti agli articoli pubblicati sul sito di “sinistrainrete” (comprese le osservazioni critiche al mio articolo sull’‘ultimo Engels’), nonché il chiaro e pugnace orientamento comunista che li caratterizza.
- Details
- Hits: 3283
L’austerità espansiva e i suoi oppositori
di Keynes blog
Austerity vs Stimulus: The Political Future of Economic Recovery, a cura di Robert Skidelsky e Nicolò Fraccaroli, Palgrave Macmillan, 178 pagine: http://www.palgrave.com/de/book/9783319504384
L’austerità ha fallito ed è tempo di bilanci. Ma è soprattutto giunto il momento di chiedersi perché, nonostante le politiche di restrizione fiscale abbiano sortito effetti più che negativi sul corso della crisi che ha travolto le economie occidentali (e quella europea in particolare), la discussione tra quanti ne sostengono l’efficacia e i fautori di posizioni keynesiane sia più accesa che mai. Secondo Robert Skidelsky e Nicolò Fraccaroli , entrambi storici dell’economia, è importante comprendere il motivo per cui l’idea di austerità si è andata affermando in termini ideologici, arrivando a forzare l’interpretazione degli andamenti economici di volta in volta osservati pur di giustificare l’adozione di misure draconiane. E’ questo il tema di fondo che anima Austerity vs Stimulus, un’agile raccolta di articoli (in parte originali e in parte ripubblicazioni di precedenti uscite in volumi o da fonti giornalistiche) attraverso cui Skidelsky e Fraccaroli intendono mostrare come l’idea di austerità abbia acquistato sempre maggior forza soprattutto in virtù di un messaggio politico divenuto centrale per i partiti di centro – destra, che hanno dominato la scena politica europea da prima e lungo tutto l’arco della crisi. L’austerità si sposa infatti con la visione che la crescita economica debba essere trainata dal settore privato e che a tal fine l’intervento pubblico non interferisca con i meccanismi di “autoregolazione” del mercato.
- Details
- Hits: 2228
Il lavoro, quello sconosciuto
di Claudio Gnesutta
Sbilanciamo le elezioni/Al di là dei periodici sussulti alla presentazione dei dati statistici sull’occupazione il progressivo deterioramento delle condizioni di lavoro in atto nel paese non sembra scuotere la nostra classe politica
Sembrerebbe una questione importante per la politica italiana se si considerano i periodici sussulti alla presentazione dei dati statistici sull’occupazione in cui i pochi decimi percentuali di variazione del tasso di disoccupazione o la crescita di qualche migliaio di occupati a tempo determinato sollevano entusiasmi o scoramenti per l’avvicinarsi o l’allontanarsi del mitico milione di nuovi posti di lavoro dell’era berlusconiana. Eppure, molto più contenute e generiche sono le riflessioni della nostra classe dirigente alle altre numerose indicazioni (anche statistiche) che denunciano il persistente deterioramento che, da lunga data, subisce il “lavoro” – inteso sia come condizione per la sopravvivenza economica, ma anche come strumento di inclusione civile –, processo strettamente legato all’estendersi delle disuguaglianze sociali e all’ampliarsi delle povertà.
Eppure le informazioni al riguardo sono molte, le situazioni deplorate, le implicazioni temute; ma al di là del loro formale riconoscimento, non sembrano scuotere la nostra classe politica. Anzi, il fatto che il tasso di occupazione e quello di disoccupazione stiano recuperando i livelli di dieci anni fa è cantato come il superamento della lunga recessione e qualcuno si azzarda anche a menarne vanto. Ma se un’occupazione retribuita ha senso solo se offre una prospettiva di reddito in grado di garantire nel tempo condizioni di esistenza dignitose, non sono certamente questi dati a confortarci.
- Details
- Hits: 2222
Un percorso nella filosofia politica di Lenin tra classe, partito e Stato
di Marco Riformetti
1. La Rivoluzione
Quello tra Lenin e la Rivoluzione d’Ottobre è un legame molto profondo:
Se Marx fosse morto senza aver partecipato alla fondazione della Prima Internazionale egli sarebbe sempre Marx. Se Lenin fosse morto senza aver potuto costruire il Partito Bolscevico, senza aver potuto dispiegare la propria guida nella rivoluzione del 1905 e, più tardi, in quella del 1917, senza aver potuto fondare l’Internazionale Comunista, non sarebbe stato Lenin1.
Ma il legame di Lenin con la rivoluzione oltrepassa il crocevia storico e politico dell’Ottobre. Anche quando sembra lontanissima, la rivoluzione è sempre il punto di riferimento costante rispetto al quale Lenin misura ogni scelta
Proprio l’attualità della rivoluzione, che è l’idea fondamentale di Lenin, è anche il punto che lo collega decisivamente a Marx. Poiché il materialismo storico, come espressione concettuale della lotta di liberazione del proletariato, poteva essere afferrato e formulato teoricamente solo in quel determinato momento storico in cui la sua attualità pratica fosse venuta all’ordine del giorno della storia2.
Tutta la riflessione di Lenin è infatti concentrata su un punto apparentemente semplice eppure denso di significato: il compito dei rivoluzionari è ‘fare la rivoluzione’, agire per fare avanzare il processo rivoluzionario. E questo, tanto che la rivoluzione sia ‘all’ordine del giorno’, tanto che la rivoluzione appaia lontana, come spesso era accaduto nei lunghi giorni del confino e dell’esilio.
- Details
- Hits: 3381
Unire le classi subalterne, ricostruire una democrazia progressiva, restituire potere al popolo
Un appello
Unire le classi subalterne, ricostruire una democrazia progressiva, restituire potere al popolo.
Un appello per il mondo della cultura, dell’arte, della formazione e dell’Università, della comunicazione
L’«Occidente liberale» è la realizzazione o la negazione della democrazia? E l’Italia è ancora un paese democratico? E lo è nella stessa misura in cui lo è stato nei decenni alle nostre spalle e cioè in quel senso avanzato e progressivo che avevano in mente i partigiani nel liberare il paese dall’occupante nazifascista e i Padri costituenti nel sottolineare nella nostra Carta fondamentale la centralità del lavoro e della partecipazione popolare ma anche della pace, dell’antimperialismo e dell’anticolonialismo, ovvero del principio di eguaglianza sul piano interno e su quello internazionale?
E’ vero: non c’è forse paese nel quale si vada così spesso a votare.
Tuttavia, la crescita esponenziale dell’astensionismo - sistematicamente sollecitato dall’ideologia dominante e dalle principali forze politiche sulla scorta del modello anglosassone e giunto ormai a livelli tali da rendere illegittimo ogni risultato elettorale -, si configura come il sintomo della de-emancipazione di fatto di milioni di persone e cioè come una revoca sostanziale di un suffragio universale divenuto, nella pratica, inutile.
Chi votiamo, oltretutto, quando andiamo alle urne? Abbiamo veramente quella libertà di scelta che l’ampiezza apparente dell’offerta lascia presagire?
- Details
- Hits: 3207
Prefazione a Schiavitù del terzo millennio
di Dante Lepore
Dante Lepore, Schiavitù del terzo millennio, ©Associazione Culturale PonSinMor, www.ponsinmor.info, Gassino Torinese, pp. 400, Offerta minima € 15, e-mail: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
Prefazione
Questo saggio fu motivato da una polemica, sorta oltre due anni fa, tra militanti già impegnati in attività sindacale e politica, in occasione della stesura di un documento orientato a favorire un movimento per la rivendicazione del salario garantito, che ne distinguesse i fondamenti marxisti rispetto ai vari propugnatori del «reddito universale di cittadinanza» (da UniNomade , Fumagalli ed altri, fino al movimento 5 stelle).
Nell’elaborazione del documento c’erano allusioni alla «schiavitù» da me proposta e intesa come condizione permanente dei lavoratori produttivi in una società divisa in classi, ma che alcuni intervenuti interpretavano come espressioni puramente evocative e «retoriche» non corrispondenti alla condizione giuridica attuale definita più «dignitosa» proprio perché, a loro dire, il lavoro salariato, se inteso e denominato in termini di «schiavitù» salariata, potrebbe risultare soltanto offensivo per gli operai e non portare a risultati auspicabili, possibili e immediati nelle attuali condizioni socio-economiche e politiche. Sarebbe necessario di conseguenza rendere tali condizioni ancora migliori e sempre più avanzate nella direzione della libertà, concepita come il lato opposto del male assoluto, la schiavitù.
- Details
- Hits: 2093
Per un superamento del superamento del Fiscal Compact
di Marcello Spanò
E’ circolato, a fine anno 2017, un appello sottoscritto da diversi economisti, italiani e non solo, favorevole a un superamento del Fiscal Compact, contrario a un suo “rafforzamento istituzionale”, preoccupato per il rischio di implosione dell’Unione Europea che una riconferma del patto fiscale, ormai scaduto, comporterebbe. Tra gli economisti firmatari figurano anche nomi importanti per il loro contributo alla critica della teoria economica mainstream. Per quanto sia apprezzabile una posizione critica, ed altrettanto apprezzabile il tentativo di mettere in agenda una discussione sul Fiscal Compact che, colpevolmente, non sembra appassionare i nostri media, devo tuttavia confessare che il contenuto dell’appello mi lascia molto perplesso. Noto una sproporzione ingiustificabile tra i principi generali di allarme e denuncia che si leggono in apertura e in chiusura dell’appello, e le concrete proposte di riforma, che mi suonano invece timide, non risolutive e anche incoerenti con lo stesso desiderio di un superamento del patto fiscale che ha inutilmente soffocato le economie e peggiorato le condizioni materiali dell’esistenza di gran parte della popolazione dei paesi che l’hanno sottoscritto. La biografia scientifica di alcuni firmatari, su cui nutro anche profondo rispetto personale e professionale, mi lasciano ancora più sorpreso. Come cantava De André, “voi avevate voci potenti….”; ebbene, perchè usare quelle voci per bisbigliare, e per promuovere proposte che qualunque economista consensuale e dottrinario potrebbe sottoscrivere, e niente di più?
- Details
- Hits: 1955
L'Italia tra promesse elettorali e rischio fallimento
L'intesa “europeista” tra Berlino e Parigi non ci salverà
di Enrico Grazzini
Le strabilianti promesse miliardarie di meno tasse e più welfare fatte dai partiti italiani in vista delle elezioni sono poco più di aria fritta perché toccherà a Bruxelles, a Berlino e a Francoforte decidere sui nostri conti. Sono infatti le istituzioni europee e la grande finanza a decidere del destino dei cittadini italiani, mentre le elezioni nazionali e la nostra democrazia parlamentare ormai contano poco. Il problema è che l'Italia è il ventre molle dell'eurozona, in particolare per il suo elevato debito pubblico, e nessuno ci farà degli sconti: l'Unione Europea, e il governo tedesco che comanda la UE germanizzata, ci imporranno sicuramente ancora austerità e sacrifici. La nuova grande speranza dei nostri politici, propagandata dalla fanfara dei media dominanti, è che il nuovo governo tedesco popolar socialista di Merkel-Schulz in via di costituzione accetti la proposta di alleanza “europeista” fatta da Emmanuel Macron e che l'intesa annunciata tra Berlino e Parigi per il rilancio dell'integrazione europea aiuti il nostro paese a ottenere più flessibilità sui conti pubblici, e quindi a uscire dalla crisi. Ma questa è una falsa speranza e una pia illusione. Ai due paesi europei, nostri vicini e concorrenti, può infatti convenire che l'Italia resti nel tunnel della crisi.
- Details
- Hits: 2655
Israele e i miti sionisti
di Joseph Halevi
Recensione a: Ilan Pappé Ten Myths About Israel London: Verso 2017, pp. 171
La situazione dei palestinesi si aggrava in una forma così accelerata che si può ormai misurare quotidianamente. Il deterioramento viene regolarmente documentato dalle agenzie specializzate delle Nazioni Unite e tuttavia sul piano politico i principali membri dell’ONU permettono la continuazione della finzione che l’occupazione israeliana sia temporanea e cesserà quando verrà firmato un accordo di pace. Israele non è però un custode temporaneo, ad interim, della Cisgiordania e di Gerusalemme orientale, nonché di Gaza. Come osserva Ilan Pappé nel capitolo su Gaza, il nono, del suo ultimo libro, non bisogna quindi farsi confondere dal ‘ritiro’ voluto nel 2005 da Ariel Sharon deciso piuttosto a metterla sotto assedio. Per l’ONU Israele rimane formalmente il paese occupante della Striscia. Dal 1967 il governo di Tel Aviv tratta i territori della Cisgiordania e del Golan – quest’ ultimo illegalmente annesso nel 1981 – come zone di popolamento coloniale rimaneggiando ed espellendo gli abitanti dalle aree scelte per gli insediamenti, distruggendone le case e limitandone gli spostamenti, costruendo strade per soli ebrei. Il punto è che l’occupazione in corso dal 1967 non è mai stata considerata come temporanea da parte dei vari governi israeliani. Essa si presenta come la continuazione della pulizia etnica condotta in maniera massiccia dal dicembre del 1947 fino al 1949 con prolungamenti fino agli inizi degli anni ’50 quando gli abitanti di Majdal, ribattezzata Ashkelon, furono messi su dei camion e scaricati oltre il confine della striscia di Gaza.
- Details
- Hits: 2802
Potere al Popolo
Maurizio Zaffarano intervista Viola Calofaro
Ciao Viola anzitutto grazie per la tua disponibilità a questa intervista. Prima domanda: chi è Viola Carofalo? In breve puoi descrivere la tua storia personale e politica? Sarai candidata?
La mia storia politica e personale non è molto diversa da quella di tutti i militanti e gli attivisti di Potere al popolo: non ho un lavoro stabile; nello specifico sono ricercatrice precaria in filosofia all'università; ho militato per anni nei collettivi universitari, nelle occupazioni di spazi da dedicare alle attività sociali in città a fianco dei disoccupati, dei lavoratori e degli immigrati, e ho sempre partecipato ai cosiddetti movimenti “antagonisti”, che avevano come scopo quello di costruire e di proporre un’alternativa a quei cambiamenti della società, che si sono avverati negli ultimi vent'anni.
Per quanto riguarda la candidatura: no, non sarò candidata. Abbiamo dovuto scegliere un capo politico perché questa legge elettorale ce lo ha imposto; la scelta è caduta su di me, e ne sono felice; ma proprio per scardinare la logica personalistica delle elezioni politiche, abbiamo ritenuto opportuno che il capo politico non fosse anche candidato.
- Details
- Hits: 2621
Ti ricordi?
A cent’anni dall’Ottobre russo: la questione dell’internazionalismo
Il Lato Cattivo
C'è chi immagina che l'esperienza storica dell'Ottobre 1917 sia ancora e sempre pregna di mirabolanti lezioni da impartire al presente, in primis riguardo alla «necessità del partito»... o della democrazia nel partito... o della non-democrazia nel partito (non ebbe forse ragione Lenin, solo contro tutti, sostenendo le Tesi di Aprile?); o, all'opposto, riguardo alle ragioni per cui la forma-partito o l'idea comunista tout court debbano necessariamente tramutarsi in un nuovo dominio... Insomma, ce n'è per tutti i gusti. Potendo disporre di una macchina del tempo, sarebbe interessante spedire tutti questi cultori della Historia Magistra Vitae proprio nella Russia del 1917, per vedere allora quanto poco il senno di poi sarebbe loro di conforto. Alcuni di costoro si scannano ancora per sapere esattamente in quale anno-mese-giorno le cose hanno cominciato a buttar male per la rivoluzione. Nel '21 (NEP)? Nel '24 (morte di Lenin)? Nel... (compilare a piacere, ndr)? Verità al di qua dei Pirenei, errore al di là. Poi arriva il solito anarchico impolverato, con l'aria di quello a cui non la si dà a bere: «...e Kronstadt???». Ecco un piccolo campionario dei temi e dei dibattiti che non appaiono in questo breve testo, se non per l'unico uso che oggi se ne può fare: lo scherzo.
- Details
- Hits: 2563
Rifugiati, migranti e mercato del lavoro nell’Unione Europea. Alcune note
di Devi Sacchetto
Queste note analizzano alcuni aspetti della relazione tra il mercato del lavoro, i migranti e i rifugiati nell’Unione Europea, tenendo conto dei recenti flussi migratori provenienti non solo dall’Asia e dall’Africa, ma anche dall’Ucraina, dove continua un conflitto a bassa intensità. La gestione dei recenti flussi di rifugiati e migranti ha esacerbato la segmentazione del mercato del lavoro dell’UE, rafforzando il processo di degradazione. La politica migratoria e del lavoro dell’UE si basa sulla segmentazione del mercato del lavoro, che genera forti differenze salariali e processi di stigmatizzazione e razzismo. Tuttavia, i migranti e i rifugiati, sostenuti anche da una parte dell’associazionismo di base e da alcuni sindacati, si muovono per contrastare questa tendenza.
Negli ultimi anni i flussi di migranti e rifugiati provenienti dall’Asia e dall’Africa attraverso il Mediterraneo hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica europea. Le immagini degli sbarchi, dei campi e delle persone che camminano attraversando i confini sono diventate familiari, così come la presenza dei rifugiati.
- Details
- Hits: 2038
Lenin e le trappole della politica assoluta
di Giso Amendola*
Ci sono molti modi per mancare il confronto con Lenin al quale il centenario del 1917 vorrebbe chiamarci. Il primo è quello di assorbire Lenin dentro una oziosa linea di continuità con tutta l’esperienza sovietica, e farne l’origine del fallimento del socialismo reale. Strada privilegiata dalla gran parte del pensiero politico liberale: Lenin qui è il nome di un processo storico lineare e necessitato che conduce dal 1917 al 1989, senza alcuna soluzione di continuità. Non è mai mancato, per la verità, alla costruzione di una tale pretesa di omogeneità del corso storico, il contributo di alcuni marxisti, per cui la tragedia segreta del socialismo reale andrebbe fatta risalire direttamente a Lenin, e quindi, dopo il 1989, non resterebbe che produrre un’improbabile cesura antileninista che salvi un ipotetico Marx in purezza da qualsiasi successivo ‘leninismo’.
Del resto, la stessa pretesa continuità, lo stesso riassorbimento del ‘momento Lenin’ all’interno di un unico processo storico necessitato, si riscontra, se solo se ne rovesci il segno, nell’apologetica staliniana, cui si deve l’invenzione di un leninismo inteso esattamente come ricostruzione di un’Origine della rivoluzione del tutto funzionale alla legittimazione dello Stato sovietico come si andrà costituendo in seguito.
Page 392 of 672




























































