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Il buco-armi con la manovra intorno, la IV di Meloni
di Roberto Romano
Senza il Pnrr saremmo già in territorio-recessione. Ma la manovra tratteggiata da Giorgetti avrà impatto nullo, improntata al Patto di Stabilità senza un euro per politiche di sostegno alla crescita. L’obiettivo, rientrare dalla procedura di infrazione, pare funzionale a lasciare spazio finanziario a un piano di riarmo.
Il trittico dei documenti che delineano l’impianto economico del governo si è completato con l’approvazione della Legge di bilancio da parte del Consiglio dei ministri il 17 ottobre. Ne risulta un quadro programmatico improntato a una manovra a saldo pressoché nullo, rigidamente conforme ai vincoli del nuovo Patto di Stabilità e Crescita sottoscritto dai Paesi europei nel 2024.
Sussistevano margini, seppur limitati, per un utilizzo più flessibile dei saldi di finanza pubblica, agendo sull’avanzo primario o sull’indebitamento netto, al fine di liberare risorse aggiuntive da destinare a politiche di sostegno alla crescita. Tuttavia, l’esecutivo ha optato per un’applicazione pedissequa del quadro europeo, presumibilmente per evitare effetti negativi sulla quota del bilancio pubblico assorbita dagli interessi sul debito.
Ne deriva un bilancio di previsione per il triennio 2026-2028 sostanzialmente neutro, con risorse aggiuntive limitate a 900 milioni di euro per il 2026, in crescita a 6 e 7 miliardi rispettivamente nel 2027 e nel 2028. Tali incrementi sembrano correlati alla necessità di coprire il progressivo aumento della spesa militare, temporaneamente rinviata a giugno, quando il Paese dovrebbe uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo, attivata a seguito del superamento della soglia del 3% di indebitamento netto già previsto per il 2025.
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CUBA. Con Lenin all’Avana, le sfide globali della sinistra
di Geraldina Colotti
Con la sua presenza discreta, ma attenta, il presidente di Cuba, Miguel Díaz Canel, ha accompagnato le giornate del Terzo incontro internazionale di pubblicazioni teoriche di partiti e movimenti di sinistra (el Tercer Encuentro Internacional de Publicaciones Teóricas de Partidos y Movimientos de Izquierda). Un appuntamento periodico che ha riunito quest’anno oltre 100 delegati di 36 nazioni, e che ha avuto al centro una straordinaria manifestazione di sostegno al socialismo bolivariano e al suo presidente legittimo, Nicolas Maduro.
L’incontro si è svolto nell’Università del Partito comunista di Cuba, intestata a Ñico López, figura storica del Movimento 26 di luglio, che ha lottato contro il regime del dittatore Fulgencio Batista, sotto la guida di Fidel Castro. Una università dedicata alla formazione di quadri politici e dirigenti del partito, e che mira a promuovere e a rafforzare la teoria e la pratica del socialismo a Cuba, preparandone i futuri dirigenti.
Con che spirito e metodo si dà la loro preparazione lo si poteva notare vedendoli trasportare casse di vettovaglie o documenti. Per questo, l’omaggio finale a Lenin e alle speranze mai concluse della rivoluzione bolscevica sulle note dell’Internazionale hanno riempito la sala di un’emozione profonda che, in Europa, le masse sono abituate a provare solo durante il tifo da stadio: o a riscoprire durante le grandi manifestazioni che ricominciano denunciare i propri governi a seguito del genocidio in Palestina.
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Appunti sulla giornata di lotta del 22 settembre
di Cosimo Scarinzi
Sulla giornata di mobilitazione del 22 settembre 2025 contro il genocidio a Gaza riportiamo queste riflessioni di Cosimo
Ritengo si debba partire da un dato quantitativo, più di 80 manifestazioni, alcune con decine di migliaia di partecipanti, altre con migliaia portano a una presenza in piazza in occasione dello sciopero di lunedì 22 settembre di centinaia di migliaia di persone.
Un dato ancora più significativo se si tiene conto del fatto che lo sciopero e l’assieme delle mobilitazioni sono stati costruiti in pochi giorni, che la CGIL ha organizzato come controfuoco uno sciopero e una serie di manifestazioni su temi simili per venerdì 19.
Un dato che ci dice che lo sciopero ha coinvolto sui posti di lavoro molte/i lavoratrici e lavoratori che non hanno come riferimento sindacale il sindacalismo di base e che sono venuti in piazza anche lavoratori autonomi, insomma che si è andati ben oltre il mondo del sindacalismo di base e della sinistra radicale.
Questo senza, ovviamente, sottovalutare una robusta presenza di studentesse e studenti per i quali il 22 settembre non era, dal punto di vista della conduzione immediata, significativamente diverso dalle molte manifestazioni sugli stessi temi che si sono tenute negli ultimi mesi. Sarebbe anzi oggetto di un’interessante inchiesta militante la comprensione che gli studenti hanno della differenza fra sciopero delle lavoratrici e lavoratori e manifestazione.
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Iran: la guerra inevitabile
di Davide Malacaria
Il Pakistan continua a tessere la tela del dialogo Washington - Teheran, ma tante sono le complicazioni, con Trump che non riesce a trovare una via di uscita dal tunnel in cui si è ficcato
“Il conflitto con l’Iran è entrato in una nuova fase dannosa: un limbo paralizzante tra guerra e pace che lascia lo Stretto di Hormuz chiuso e la prospettiva di un’escalation incombente”. Così il Wall Street Journal, che allarma sui pericoli della chiusura dello Stretto che, a causa del blocco americano, che a sua volta ha innescato la nuova stretta di Teheran sullo stesso, non solo prolunga l’aggravio dei mercati globali, ma rischia anche un nuovo scontro aperto.
Infatti, prosegue il WSJ. “La battaglia per il controllo dello Stretto, uno dei più importanti corridoi del commercio globale, infuria, tenendo in allerta gli operatori del mercato delle materie prime e contribuendo a spingere i prezzi internazionali del petrolio oltre i 100 dollari al barile […] né Washington né Teheran stanno allentando le tensioni, quanto piuttosto mettendo alla prova i limiti della coercizione. Finché il doppio blocco rimarrà in vigore, ogni abbordaggio, ogni colpo di avvertimento o sequestro di navi può diventare un fattore scatenante per una più ampia ripresa del conflitto”.
Il Pakistan continua a tessere la tela del dialogo Washington – Teheran, ma tante sono le complicazioni, con Trump che non riesce a trovare una via di uscita dal tunnel in cui si è ficcato. Perché ciò avvenga deve ottenere qualcosa dall’Iran, una vittoria che Teheran non è disposta a concedere.
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L’alleanza dei sonnambuli: la NATO, l’Europa e l’arte di camminare verso il baratro
di Mario Sommella
Trump minaccia di seppellire l’Alleanza Atlantica. L’Europa, che dovrebbe brindare, preferisce dissanguarsi in guerre altrui e riarmo senza strategia.
Trump dice che vuole mollare la NATO. Lo ha ripetuto il primo aprile — e no, non era un pesce — al Telegraph e a Reuters, definendo l’Alleanza Atlantica una “tigre di carta” e dichiarando che ci sta pensando “seriamente”. Viene da rispondere: dove si firma? È dal 1989, dall’anno in cui il Muro di Berlino crollò seppellendo l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia, che l’Alleanza Atlantica non ha più ragione di esistere. Eppure è sopravvissuta per trentasette anni, mutando pelle, fabbricando nemici, trasformandosi nel braccio armato di un imperialismo americano che ha seminato macerie dal Medio Oriente ai Balcani, dall’Asia Centrale al Nordafrica. Ora che il suo principale azionista minaccia di staccare la spina, l’Europa potrebbe trovarsi di fronte alla scelta storica più importante dal dopoguerra: costruire la propria sovranità o continuare a recitare la parte del vassallo. Le probabilità che le classi dirigenti europee sappiano cogliere l’occasione sono, purtroppo, inversamente proporzionali alla gravità del momento.
Un cadavere in ottima salute dal 1989
La NATO nacque nel 1949, quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, come scudo difensivo contro l’Unione Sovietica di Stalin — che pure quella guerra l’aveva vinta accanto a Washington, Londra e Pechino, pagando un prezzo di sangue senza eguali: ventisette milioni di morti. Solo nel 1955 Mosca avrebbe risposto con il Patto di Varsavia. Per quarant’anni, le due alleanze si fronteggiarono in un equilibrio del terrore che, per quanto cinico, garantì almeno la pace in Europa.
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Ritratto di famiglia:Trump, Epstein e la Silicon Valley
Tra controllo dei corpi e nuovo ordine tecnologico
di Infoaut
Trump pochi giorni fa al Congresso ha snocciolato una serie di orpelli discorsivi per dimostrare che tutto sta procedendo per “Rendere l’America Ancora Grande”
Dalla colpa agli immigrati per i crimini più efferati, al finto miglioramento dei prezzi sulle merci per gli americani grazie ai famosi dazi, sino a dirsi immune e ignaro di essere all’interno degli Epstein Files, negando la parola di una delle donne violentate dallo stesso di cui in questi giorni si sono magicamente perse le documentazioni. In questo show utile a camuffare la poca soddisfazione per la sua politica interna in vista delle elezioni di midterm non ha esitato a dare certezze sul prossimo obiettivo strategico, l’Iran, realizzato prontamente nei giorni successivi con l’avvio di una guerra diretta da parte di Usa e Israele.
Francesco Dall’Aglio commenta così la conferenza di Monaco per la sicurezza di qualche settimana fa: “è stata, in linea di massima, un gran circo con pochi acrobati e moltissimi clown. I clown non devono però distrarci dalle conclusioni alle quali i nostri leader sono giunti, ovvero che l’Occidente, qualsiasi cosa intendiamo con questo termine, è nei guai. Questa non è una novità ma è sicuramente un problema, e non solo perché in Occidente ci viviamo pure noi: è un problema perché ormai è chiaro che l’unico modo di venirne fuori è la guerra, non quella che la Russia, la Cina e gli altri cattivi faranno a noi, perché non hanno né necessità né intenzione né mezzi per farla, ma quella che noi faremo a loro e per la quale stiamo preparando la nostra opinione pubblica, la nostra legislazione, la nostra economia.” E poi continua elencando i motivi dei guai dell’Occidente: la scarsità di risorse e dunque il colonialismo come strumento adottato su più livelli; la pavida rincorsa alle indicazioni dell’imperialismo USA, tradotto in una sorta di continuo punzecchiamento nei confronti di Russia, Cina e Iran – Paesi che due su tre hanno l’arma atomica.
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L’arresto di Hannoun. Repressione-metodo e movimento innocuo
di Pasquale Liguori
C’è qualcosa di ipnotico nel leggere, in fila, le dichiarazioni di Calenda, Meloni, Renzi, Lupi, Picierno, Salvini e Tajani. Non è politica: è karaoke. Uno spartito unico, un’impressionante omogeneità lessicale, simbolica e politica. Parole d’ordine preconfezionate: infiltrazioni, tolleranza zero, sicurezza, ordine.
L’arresto di Mohammad Hannoun ha un obiettivo tricolore preciso: criminalizzare retroattivamente e in prospettiva l’intero campo palestinese. Non è un caso che Calenda parli di “movimenti infiltrati”, che Picierno ne approfitti per cucire il fantasy del filo “galassia putiniana”-Palestina, che Salvini ironizzi sulle masse e che Meloni celebri l’operazione come una vittoria geopolitica. Tutti mobilitati a ridefinire il perimetro del dicibile.
Dentro questo trionfalismo securitario colpisce soprattutto ciò che manca (al netto della disonestà intellettuale e della profonda ignoranza storico-politica su cosa siano resistenza, Hamas, Gaza). È un’analisi condotta col buco intorno: non esiste occupazione illegale; non esiste idiritto alla resistenza; non esiste la parola genocidio.
Per costoro, bisogna infatti rassicurare i carnefici. Dire a Israele, agli Stati Uniti, all’architettura imperiale occidentale: «Siamo affidabili. Conteniamo il dissenso. Facciamo anche noi il lavoro sporco». È lo stesso ceto politico che esprime esponenti apicali che, senza imbarazzo, dichiarano di voler accogliere sul suolo italiano criminali sionisti ricercati a livello internazionale. Qui il doppio standard non è un inciampo: è la regola. Da questa gente te lo puoi aspettare.
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Usa. Il Capo del Pentagono nella tempesta
di Davide Malacaria
Il Capo del Pentagono Pete Hegseth è finito un’altra volta nell’occhio del ciclone: dopo l’attacco a una barca venezuelana sospettata di trasportare droga, avrebbe dato l’ordine di uccidere i sopravvissuti.
Hegseth afferma di non aver dato lui l’ordine e che non era presente quando è stato impartito e Trump lo sostiene, ma le accuse montano. Apparentemente questa tempesta sembra nascere dalla necessità di chiudere la porta sia a nuove aggressioni contro le barche venezuelane sia, soprattutto, alla guerra che incombe su Caracas, rimuovendo dalla scacchiera il pezzo più ingaggiato in questa criminale determinazione.
Ma è davvero così? In realtà, la questione è più complessa. Hegseth è solo un esecutore, la tragica partita si deciderà nello scontro tra neocon e Trump, con i primi che vogliono a tutti i costi la guerra mentre Trump continua nella sua muscolare indecisione, non fosse altro che perché sa che lo spettacolo dei marines che ritorneranno in patria dentro sacchi di plastica – e ce ne saranno se attacca – lederà non poco la sua immagine.
A volere a tutti i costi questa guerra sono i neoconservatori, i quali non hanno nulla da perdere, dal momento che da decenni governano gli Usa da dietro le quinte lasciando che altri si prendano le responsabilità delle loro sanguinarie follie. E, nello specifico, contano sul Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio, che più di altri sta spingendo per l’attacco.
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Il disastro ambientale segreto di Israele
di Kit Klarenberg - kitklarenberg.com
Il 23 settembre, l’ONU ha pubblicato un rapporto passato sotto silenzio che mette in luce un aspetto quasi sconosciuto dell’Olocausto del XXI secolo a Gaza: il fatto che il genocidio perpetrato dall’entità sionista sta causando un devastante impatto ambientale non solo sulla Palestina occupata, ma più in generale sull’Asia occidentale, Israele compreso. Il danno è incalcolabile perché l’aria, le fonti alimentari, l’acqua e il suolo sono ampiamente inquinati, in misura fatale. Il recupero potrebbe richiedere decenni, se mai avverrà. Nel frattempo, la popolazione rimasta a Gaza ne pagherà il prezzo, in molti casi con la vita.
Nel giugno 2024, l’ONU aveva pubblicato una valutazione preliminare sull’impatto ambientale del genocidio di Gaza. Aveva riscontrato che la barbarica aggressione dell’entità sionista aveva avuto un profondo impatto sulla popolazione di Gaza e sui sistemi naturali da cui essa dipende. A causa di “vincoli di sicurezza” – vale a dire i continui assalti di Israele – l’ONU non aveva potuto “valutare la portata complessiva del danno ambientale [sic]”. Ciononostante, l’organismo era stato in grado di raccogliere informazioni secondo cui “la portata del degrado era immensa” ed era “peggiorata in modo significativo” dal 7 ottobre.
Ad esempio, l’Olocausto del XXI secolo di Tel Aviv ha “degradato in modo significativo le infrastrutture idriche, con il risultato di un approvvigionamento idrico gravemente limitato e di bassa qualità per la popolazione”. L’ONU ritiene che ciò “stia causando numerosi effetti negativi sulla salute, tra cui un continuo aumento delle malattie infettive”. La contaminazione delle acque sotterranee è dilagante, con implicazioni catastrofiche “per la salute ambientale e umana”. Nessuno degli impianti di trattamento delle acque reflue di Gaza è operativo, mentre “la grave distruzione dei sistemi di canalizzazione e il crescente utilizzo di pozzi neri per i servizi igienico-sanitari hanno aumentato la contaminazione della falda acquifera, delle zone marine e costiere”.
Di conseguenza, il genocidio “ha praticamente eliminato i mezzi di sussistenza dei pescatori di Gaza”.
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Perché la guerra? Una riflessione psicoanalitica
di A. Marin
«Non c’è speranza nel voler sopprimere
le tendenze aggressive degli uomini […]
D’altronde non si tratta di abolire completamente
l’aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto
che non debba trovare espressione nella guerra»
S. Freud, Perché la guerra
Introduzione
Possono fattori economici, politici, demografici, ideologici, socio-culturali ed etnico-religiosi esaurire per intero lo spettro delle cause in grado di scatenare una guerra? Se ciò non è possibile, quale altra dimensione risulta necessario indagare e con quali strumenti, per reperire quelle cause che non rientrano in questo elenco? Può la psicoanalisi fornirci chiavi di lettura del fenomeno guerra che giustifichino la sua condizione endemica nella specie umana, al pari della religione? Quando la guerra venga studiata solo a partire dalle cause esterne sopra citate, obliterando il soggetto che singolarmente vi prende parte, non si rischia di compiere un’operazione astratta? Non risulta perciò necessario indagare la condizione dell’individuo come soggetto e come membro di un gruppo per far luce su quelle dinamiche, che lavorando sottotraccia a livello infra e inter individuale, segnano il destino dei singoli e dei popoli? E su quale piano dev’essere condotta quest’indagine se non su quello dell’inconscio, visto che quest’ultimo è quella parte sommersa di noi che interferisce nei nostri comportamenti coscienti e che struttura in profondità il nostro carattere? La strutturale ambivalenza emotiva del soggetto umano, i meccanismi di difesa della negazione e della proiezione, la sintomatologia depressiva e maniacale, nonché le figure cliniche della melanconia e della paranoia, hanno qualcosa a che fare con lo scatenamento della guerra? E la morte, con la conseguente più o meno riuscita elaborazione del lutto? Infine, è la guerra, nelle sue trasformazioni intervenute storicamente, un’invariante comportamentale connaturata alla specie umana? Per rispondere a tali domande indagheremo, seguendo diverse linee di pensiero, le dinamiche inconsce che agiscono all’interno dell’essere umano nel fenomeno guerra.
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“In Venezuela, stiamo costruendo una scienza per la vita e per la pace”
Geraldina Colotti intervista la Ministra Gabriela Jiménez
Alla Fiera del Libro di Caracas, Gabriela Jiménez Ramírez, Ministra del Potere Popolare per la Scienza e la Tecnologia e Vicepresidente Settoriale di Scienza, Tecnologia, Ecosocialismo e Salute, presenta i testi pubblicati dal Fondo editoriale del suo Ministero, diretto dalla giornalista Mercedes Chacín. Riflessioni che indicano gli assi attorno ai quali si articola il lavoro di ideazione, formazione e organizzazione del Ministero di Scienza e Tecnologia, e che si configura come uno dei principali motori del processo bolivariano, in articolazione produttiva con tutti i settori della società.
* * * *
Sotto la sua direzione, che segue le indicazioni del presidente Maduro, il Venezuela sta ottenendo grandi risultati a livello scientifico, riconosciuti a livello internazionale. A cosa è dovuto? Qual è il suo segreto?
Questo è il segreto del popolo venezuelano che il comandante Hugo Chávez ha emancipato invitandolo a fare della scienza un atto collettivo, un atto comunitario, un atto di pace, un atto di costruzione e di organizzazione sociale. La scienza nella scuola, la scienza nei laboratori, la scienza nei campi, la scienza nella letteratura per la decolonizzazione delle forme e dei processi di produzione. E così il Venezuela oggi ottiene più di 20 medaglie per i suoi vivai scientifici, nelle olimpiadi internazionali di robotica, chimica, astronomia, matematica... E in questo lavoro invitiamo tutti i bambini e le bambine del Venezuela, con i loro padri, con le loro madri, a fare scienza per la vita, che è fondamentale di fronte a un cambiamento di civiltà, di fronte a un mondo che è molto convulso per l'odio, per le aggressioni. Il Venezuela fa scienza per la vita e per la pace.
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Gli analfabeti dell'egemonia culturale
di Francesco Coniglione
Vi è un equivoco, oggi molto diffuso, che rivela non soltanto povertà politica, ma anche una sorprendente ignoranza teorica: credere che l’egemonia culturale consista nell’occupazione degli apparati, nella sostituzione dei dirigenti, nella nomina di “propri” intellettuali nei luoghi chiave della produzione simbolica. È un errore grossolano: l’egemonia non è il risultato meccanico del potere politico, ma la sua precondizione. Non si governa per stabilire un’egemonia: si è legittimati a governare – in senso storico-politico e non solo in termini elettorali – nella misura in cui un’egemonia è già stata conquistata.
Il punto è decisivo. Una forza politica può vincere le elezioni, controllare ministeri, nominare presidenti di fondazioni, dirigenti televisivi, membri di consigli d’amministrazione, direttori di musei o di enti culturali. Ma tutto questo non basta a produrre egemonia: può al massimo trasformare una forza politica in ceto di governo, non in autentica classe dirigente. Essa può disporre di una maggioranza parlamentare, magari favorita da meccanismi elettorali distorsivi, ma restare priva di quella direzione morale e intellettuale che sola fonda una vera egemonia. Qui bisogna tornare a Gramsci, non per citarlo come un feticcio, ma per comprenderne il significato profondo, al di là degli scimmiottamenti opportunistici. In Gramsci, l’egemonia non coincide con il dominio. Una classe è dominante quando esercita la forza, la coercizione, il controllo degli apparati; è dirigente quando riesce invece a orientare, convincere, attrarre, costruire consenso.
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La Sinistra Negata 10
La Sinistra Negata e gli anni ’90
a cura di Nico Maccentelli
Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina. (Questa seconda parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate e questa è la seconda puntata).
Parte seconda/2: quale comunismo?
3. SUICIDIO, VOCAZIONE ULTIMA.
Detto ciò, siamo ancora ben lontani da una definizione di “comunismo” valida, pur avendone forse individuato qualche elemento. Per “comunismo” si intende infatti anche un tipo di ordinamento economico che contempli il lavoro quale valore d’uso, non di scambio, il comunismo, cioè, a differenza del socialismo, non prevede una permanenza del proletariato, sia pure in posizione di classe dominante, bensì la sua scomparsa in quanto classe legata alla vendita della forza-lavoro e con ciò la scomparsa di tutte le altre classi sociali.
È individuabile qualcosa del genere nei comportamenti storici del proletariato? Nelle fasi di lotta non molto, visto che in quei momenti il problema è combattere le altre classi, mantenendo la propria identità e anzi valorizzandola. Inoltre la questione non può porsi in questi termini in contesti nei quali la scarsità dei beni non consenta una radicale trasformazione delle forme di distribuzione, e imponga la conservazione di una qualche gerarchia sociale, anche se magari capovolta.
Esistono tuttavia comportamenti pre-politici e metapolitici che fanno comprendere come l’abolizione delle classi sia un’altra delle istanze spontanee del proletariato, a pari titolo dell’aspirazione alla democrazia diretta. Per fare un esempio, le lotte alla FIAT dei primissimi anni Ottanta sorpresero gli osservatori per il fatto che protagonista ne era una classe operaia composta da giovani e giovanissimi che, a differenza dei loro “padri”, col luogo di lavoro intrattenevano un rapporto superficiale e non determinante. Le ore di lavoro venivano da questi soggetti, in prevalenza dotati di un buon grado di istruzione, “date per perse”: si trattava ai loro occhi di un sacrificio cui sottoporsi per ottenere il denaro necessario a una gestione del tempo libero analoga a quella dei coetanei. Era del resto difficile anche solo definire “operai” quei giovani; nel senso che “operai” lo erano nelle ore trascorse in fabbrica, ma per il resto del tempo erano membri di gruppi rock, ragazzi di quartiere, frequentatori di discoteche, animatori di varie attività culturali, ecc., e ai loro occhi questo secondo tipo di definizione era molto più importante della prima.
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Non c’è pace per la Ue
di Giuseppe Gagliano
Sembra una barzelletta, ma purtroppo è il riassunto dello stato dell’Unione Europea.
Ogni volta che americani e russi si mettono anche solo lontanamente a parlare di pace, da Bruxelles a Strasburgo fino all’ultimo editorialista embedded scatta lo stesso riflesso pavloviano: scandalo, tradimento, “umiliazione dell’Europa” e, ovviamente, “dell’Ucraina”.
Guai a trattare, guai a fermare la carneficina, guai a mettere in discussione il verbo atlantico: l’unica opzione ammessa è “la vittoria”, possibilmente totale, definitiva, cosmica.
Di chi e a quale prezzo non è dato sapere, ma non disturbiamo i manovratori con domande così volgari.
L’Unione Europea intanto, quella vera, non quella dei discorsi gonfiati di retorica, è ridotta a ciò che i suoi stessi leader fingono di non vedere: un cadavere politico che pretende di fare la morale a chiunque, ma che nessuno prende più sul serio.
Ventisette più uno, con l’Ucraina a mezzo servizio, che brontolano contro Washington e Mosca accusandole di “umiliarli”.
Per essere umiliati bisognerebbe prima esistere, politicamente; qui invece siamo al punto che se togli i comunicati stampa e le conferenze sulla “resilienza”, resta solo il vuoto.
Gli stessi campioni dei “valori europei” che per due anni hanno ripetuto come un disco rotto la formula magica della “sconfitta della Russia”.
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Palestina: la lotta continua
di Fronte del Dissenso
La tregua in atto da qualche giorno a Gaza dà quantomeno respiro a una popolazione martoriata. E’ alla sofferenza, e all’incredibile capacità di resistenza del popolo palestinese, che va il nostro primo pensiero. E’ grazie a questa resistenza che lo sterminio genocida di Israele è stato almeno provvisoriamente fermato. A questo popolo e alle sue organizzazioni va la nostra piena solidarietà.
La tregua non è la pace. Non lo è non solo perché essa è precaria, non solo perché Israele viola da sempre ogni accordo (come vediamo in questi giorni in Libano), ma soprattutto perché essa è figlia di uno stallo militare, non di una svolta politica che riconosca finalmente i diritti del popolo palestinese.
La tregua è il frutto di un compromesso aperto a diversi possibili sviluppi. Un compromesso che, per ora, ha portato alla cessazione dei combattimenti e allo scambio dei prigionieri. Su tutto il resto il disaccordo permane. Hamas e le altre forze della Resistenza palestinese, che hanno agito in grande accordo tra loro, hanno accettato la tregua, non certo il pretenzioso piano neocolonialista di Trump.
Quel piano rappresenta la prosecuzione della politica dell’imperialismo americano in Medio Oriente. L’Occidente continua, infatti, a considerare l’entità sionista come il proprio decisivo avamposto in quella regione. Sta di fatto che Israele non avrebbe potuto reggere due anni di guerra – attaccando oltre che a Gaza e in Cisgiordania, il Libano, l’Iran, la Siria, l’Iraq, lo Yemen e il Qatar – senza le armi e la complicità statunitense ed europea.
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Da Roma a Gaza: Palestina vincerà!
di Militant
Il 4 ottobre è stata una giornata figlia di un lungo percorso, durato due anni, che ha visto nel suo corteo oceanico uno dei momenti di apice per un movimento che in questo autunno ha iniziato a dispiegare tutta la sua capacità di mobilitazione. Una settimana lunga e intensa, inedita, che ha portato milioni di persone in piazza in tutta Italia e che ha saputo esprimere numerosi momenti di conflitto. Questa settimana ha dimostrato plasticamente che la società italiana è schierata convintamente per la Palestina e contro le politiche terroristiche di Israele, contro il sionismo colonizzatore, e contro un sistema di relazioni internazionali marcio e complice, che permette da 70 anni al sionismo genocida di annientare un popolo senza Stato, senza esercito e senza economia, armato solo della convinzione e della necessità di dover resistere per sopravvivere.
Un movimento ormai composto dai più diversi settori sociali e che rivendica con forza il proprio sostegno alla resistenza palestinese. Che ha preso le mosse dalle organizzazioni della diaspora palestinese che per prime si sono organizzate all’alba del 7 ottobre e che hanno avuto la capacità di generalizzare, nel pieno di una crisi di mobilitazione che durava da un decennio, le ragioni della Palestina e dell’opposizione all’operato del governo Meloni, uno dei più filo-irsraeliani d’europa, in piena e sostanziale sintonia con quello di Netanyahu.
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L’incerta strada per “la pace” in Ucraina
di Dante Barontini
Seguire l’andamento delle trattative tra Stati Uniti e Russia per porre fine alla guerra in Ucraina è difficile per tutti. Ma non è impossibile capire il senso in cui vanno. L’importante è fare una “tara” drastica sui media occidentali – divisi da tra reazionari trumpiani speranzosi e “dem” guerrafondai – e badare al sodo anziché alla propaganda.
Una prova della difficoltà? Eccola. La ex prestigiosa Cnn, di stretta osservanza “bideniana”, sa quanto noi cosa si siano detti gli inviati di Trump (Witkoff e Kushner) nelle cinque ore di colloquio con Putin e Ushakov. Che è poi quanto riferito dai rispettivi portavoce: “la delegazione statunitense ha illustrato le proposte di correzione al piano avanzate dall’Ucraina in Florida e la Russia ha spiegato cosa gli sembrava accettabile e cosa no”.
La sintesi sta in una bozza di piano in 27 punti, ora, e quattro documenti di accompagnamento dal contenuto sconosciuto. La delegazione è poi ripartita da Mosca direttamente per Washington, senza fermarsi a Bruxelles dove Zelenskij stava attendendo insieme agli europei. Dettaglio che chiarisce quanto sia “potente” il peso politico della UE e della stessa Kiev in questa trattativa.
Un po’ poco per imbastire un pezzo interessante… E dunque cosa fa l’ex prestigiosa Cnn? Si sbizzarrisce in dettagli psicologici su Putin – come se disponesse di referti medici o di “confessioni inconfessabili” – che vanno da “Putin non vuole la pace”, ma “ama essere supplicato”, fino al definitivo “È utile fare un passo indietro e guardare il mondo e l’invasione russa attraverso i suoi occhi”. Segue analogo trattamento psicoanalitico per spiegare la “condiscendenza” di Trump verso il “dittatore russo”.
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Ci sono gli Emirati dietro gli eccidi e la pulizia etnica in Sudan
di Marco Santopadre
Mentre proseguono i combattimenti tra l’esercito e le cosiddette “Forze di Supporto rapido” (RSF) e altre milizie in diverse zone del paese, le notizie che provengono dal Sudan sono sempre più terribili.
Un’organizzazione medica locale ha accusato le milizie di aver portato avanti un “tentativo disperato” di nascondere le prove delle uccisioni di massa nel Darfur bruciando i corpi delle vittime o seppellendoli in fosse comuni.
La “Sudan Doctors Network” ha dichiarato che i paramilitari stanno raccogliendo “centinaia di corpi” dalle strade di el-Fasher, la città della regione occidentale del Darfur conquistata dalle RSF il 26 ottobre. «Ciò che è accaduto a el-Fasher non è un episodio isolato, ma un altro capitolo di un vero e proprio genocidio perpetrato dalle Forze di Supporto Rapido» scrive l’associazione.
Si ritiene che molti residenti siano ancora intrappolati in alcune zone della città. Altre persone in fuga da el-Fasher verso il nord sarebbero morte, secondo Al Jazeera, «perché non avevano cibo né acqua, o perché avevano riportato ferite a causa degli spari».
Molti civili fuggiti da el-Fasher hanno raccontato agli operatori di “Medici senza frontiere” di essere stati «presi di mira a causa del colore della loro pelle» dai miliziani appartenenti per lo più alle componenti arabe o arabizzate della società sudanese.
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La menzogna del moderatismo
di Mario Sommella
Tacere sugli eccidi, accettare la redistribuzione al contrario, svuotare la democrazia: il vocabolario di un’ipocrisia che si chiama moderazione.
In Italia, da almeno trent’anni, una parola è stata trasformata in arma. Quella parola è moderato. Si presenta come confine ragionevole tra estremi, ma nei fatti funziona come dispositivo di neutralizzazione del conflitto sociale, della responsabilità politica e della verità storica. Schermare il massacro dei civili, accettare il furto sistematico delle risorse collettive, normalizzare la distruzione consapevole dei diritti del lavoro, tacere davanti al genocidio: questo significa oggi essere moderati. Chi si dichiara tale non occupa il centro, sta dalla parte della violenza che si è fatta sistema.
La riflessione nasce dalla constatazione di un’asimmetria intollerabile. Il governo Meloni fa ciò che ha detto di voler fare, restringere lo spazio pubblico, comprimere salari e diritti, blindare il privilegio fiscale dei più abbienti, garantire copertura politica e militare allo Stato di Israele mentre prosegue lo sterminio del popolo palestinese ben oltre il cessate il fuoco formalmente in vigore dall’ottobre 2025. Quello che chiamiamo per inerzia centrosinistra non riesce a uscire dal lessico difensivo del moderatismo. Chiede pazienza, equilibrio, gradualità. Tutti sinonimi, in questo contesto, di rinuncia.
La domanda non può più essere rinviata. A chi serve oggi un moderatismo che non mette mai in discussione le rendite, non rompe i memorandum militari, non sfida la concentrazione della ricchezza, non chiede conto delle complicità nei crimini di guerra?
1. La trincea del lessico
La prima frontiera dello scontro politico contemporaneo è linguistica. Le parole sono armi e vengono offerte sempre alla stessa parte. Moderato è diventato sinonimo di rispettabile, ragionevole, presentabile in salotto televisivo.
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La legge della pirateria
di Manlio Dinucci
Come se nulla fosse stato fatto, il Consiglio europeo sull’Ucraina, il 18 dicembre, ha ribaltato quanto gli europei avevano concesso ai negoziatori statunitensi a Berlino il 15 dicembre: ha ribadito che la NATO avrebbe schierato truppe di terra in Ucraina e che avrebbe tentato di contattare la Russia.
L’UE (a eccezione di Slovacchia e Ungheria) continua a contraddirsi, mentre allo stesso tempo afferma il suo piano di guerra contro la Russia e di riarmo della Germania. Allo stesso tempo, il comando militare statunitense sta conducendo una guerra contro i narcotrafficanti nel Mar dei Caraibi e contro l’Iran nell’Oceano Indiano, assicurandosi che le sue operazioni minaccino direttamente Venezuela e Iran con un intervento militare.
* * * *
Ennesima rielaborazione del “piano di pace” per l’Ucraina, presentata dal Consiglio Europeo riunitosi a Bruxelles insieme a rappresentanti dell’Amministrazione Trump. Questa, in sintesi, la Dichiarazione finale: “I leader hanno apprezzato la forte convergenza tra Stati Uniti, Ucraina ed Europa. Sia i leader statunitensi che quelli europei si sono impegnati a collaborare per fornire:
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Paolo Virno. Il linguaggio della moltitudine
di Nadia Cavalera
C’è un punto, in ogni pensiero che conti davvero, in cui la vita e la teoria smettono di essere due linee parallele e si curvano l’una dentro l’altra.
Paolo Virno ha vissuto esattamente in quella piega.
Filosofo napoletano, militante del ’68 e del ’77, detenuto politico, docente e scrittore ironico, Virno non ha mai concepito il pensiero come contemplazione, ma come gesto, pratica, forma di vita.
Per lui la filosofia non serviva a rendere il mondo “un po’ migliore”, ma a rovesciarlo – a pensarlo altrimenti, fino a cambiarne la grammatica.
Nato a Napoli nel 1952 e cresciuto tra Genova e Roma, attraversò da giovanissimo le grandi lotte operaie e studentesche.
Entrò in Potere Operaio dopo le occupazioni di Torino del ’69, e nel movimento del ’77 riconobbe un momento di svolta epocale: non una rivoluzione sconfitta, ma un cambio di paradigma – “che i più spregiudicati compresero e gli altri no”.
Nel 1979 fu arrestato nel cosiddetto Processo 7 aprile, accusato ingiustamente di partecipazione a un’organizzazione eversiva. Passò anni tra carceri speciali e domiciliari, fino all’assoluzione nel 1987.
Fu proprio in quegli anni di reclusione che il suo pensiero prese forma: nelle celle di Rebibbia e Palmi iniziò a interrogarsi sul linguaggio, la memoria, l’azione. Da quell’esperienza nacquero riviste come Metropoli e Luogo Comune, dove una generazione di intellettuali tentò di pensare il comunismo dopo la fabbrica fordista.
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Autopsia di un Conflitto: “Katechon” come giustificazione
di Kamran Babazadeh
Questa non è l’analisi di una campagna militare sul campo, ma l’autopsia filosofica e ideologica di una guerra di aggressione. Se le armi distruggono i corpi, sono le narrazioni e le dottrine politiche a legittimare i conflitti, plasmando la percezione pubblica. Smontare i meccanismi di questa guerra delle idee significa comprendere come la metafisica e la propaganda si trasformino in decisioni geopolitiche letali.
Al cuore della moderna instabilità mediorientale non vi sono solo interessi energetici, ma una profonda radice teorica che affonda nel pensiero del filosofo Carl Schmitt.
La strategia israeliana, infatti, riflette il concetto di Katechon: la “forza che trattiene” l’avvento del caos e dell’apocalisse. Presentandosi come l’unico baluardo democratico contro la “barbarie”, Israele legittima la propria azione militare trasformandola in una missione sacrale.
In questa visione, l’Iran viene dipinto come l’opposto metafisico: un elemento di disordine da rimuovere per garantire la stabilità globale. Questa retorica trasforma il conflitto in uno scontro finale, dove lo Stato ebraico agisce spesso come proxy occidentale per compiere operazioni che le democrazie moderne non potrebbero rivendicare apertamente.
Questo modello narrativo del “baluardo della civiltà” non è un caso isolato, ma una costante della comunicazione geopolitica contemporanea. Lo abbiamo visto con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il quale ha ripetutamente impostato le sue richieste di aiuti economici e militari all’Unione Europea sulla stessa identica logica: l’Ucraina come scudo estremo che combatte per l’Europa, senza il quale il “male russo” invaderebbe e distruggerebbe l’intero Occidente.
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La resa della Cop a Belem
di Carmen Storino
Un disastro. La Cop30 non ha fissato la fine dei combustibili fossili mentre il rialzo delle temperature va velocemente verso un raddoppio, ha continuato a monetizzare le foreste senza arrestarne l’erosione, rimandando ogni sforzo ulteriore alla Cop 31, in uno dei Paesi campioni del business fossile: la Turchia
La COP30 di Belém è nata con aspettative enormi. Prima conferenza a tenersi alle porte dell’Amazzonia a dieci anni dall’Accordo di Parigi, avrebbe dovuto segnare un nuovo inizio per le politiche climatiche. È stata definita la COP della verità e del coraggio ma l’assenza degli USA prima, così come i passi indietro sulla transizione energetica e le iniziative decise come non vincolanti durante e dopo, hanno trasformato il negoziato in un gioco al ribasso pieno di contraddizioni e promesse disattese, in una condizione dove il limite di 1,5 °C è già stato raggiunto e superato. Evidentemente, gli ultra-ricchi del pianeta, sulla scia delle nuove affermazioni di scettiscismo climatico di Bill Gates, trovano opportuno allinearsi alle posizioni del re Trump, che platealmente afferma: “Drill baby, drill”. Forse ritengono che loro saranno in grado di salvarsi dal collasso sociale che potrà provocare il cambiamento climatico, nei loro residence di ultralusso o forse anche in nuovi rifugi su Marte da raggiungere sui razzi di Elon Musk, lasciando i poveri, colpevoli di esseri poveri, all’inferno sulla Terra.
Nel seguito, con uno sguardo critico proviamo a mettere in fila le cose sull’accaduto e sul perché le COP continuano a inciampare sull’unica cosa realmente rilevante: la certezza di un phase-out veloce dai combustibili fossili.
La COP alle porte dell’Amazzonia
“Portare la COP nel cuore dell’Amazzonia è stato un compito arduo, ma necessario”, ha affermato il Presidente brasiliano Lula nel discorso di apertura dei lavori della COP30. Non aveva tutti i torti. Ma i prezzi spropositati per una camera di hotel e la carenza di alloggi disponibili a prezzi accessibili hanno trasformato i negoziati sul clima in un evento d’élite sul quale si è alimentato il business degli alloggi. Così, mentre Lula parlava di investimenti strutturali che “potranno essere conservati dagli abitanti”, la scelta di svolgere la COP30 a Belem è risultata quantomeno contradditoria per i residenti e totalmente non inclusiva rispetto ai delegati provenienti dai Paesi più poveri.
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Ancora su guerra e pace a scuola
di Fernanda Mazzoli
La normalizzazione della scuola, ovvero il suo allineamento all’agenda neoliberista, è cosa ormai avvenuta, sia sul piano normativo, sia nei fatti e nello spirito di chi vi lavora, al netto di qualche malumore e qualche distinguo.
Tuttavia, rischia di restare sempre un passo indietro rispetto al contesto politico e sociale in cui è inserita, rallentata dal peso dei saperi disciplinari (per quanto alleggeriti e banalizzati in pillole di sapere) e dalla lentezza dei processi di apprendimento, per rimediare alla quale si iniettano dosi crescenti di digitale. Complessivamente diligente agli ordini che vengono dall’alto, resta comunque inadeguata e proprio per questo tenuta a regolarsi giornalmente sull’implacabile orologio che scandisce tempi e ritmi della vita collettiva, seguendo naturalmente il progredire delle lancette nella direzione impressa dagli orologiai.
E le lancette, adesso, vanno in direzione della preparazione psicologica a un’eventualità bellica e docenti e studenti, per anni ammaestrati a considerare la globalizzazione come un pacifico ipermercato su scala mondiale in cui comperare e consumare in perfetta letizia di mente e di corpo merci di ogni natura, anche culturale ed emotiva, si trovano impreparati.
C’è quindi un gap da colmare, tanto più che ce lo chiede l’Europa, dove prendono le cose più seriamente: solo per citare alcuni esempi, in Polonia si introducono nei programmi scolastici esercitazioni militari e corsi di pronto soccorso, in Lituania si prevede di istruire i ragazzini a costruire e pilotare droni.
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Segnali di insubordinazione da parte di Israele?
di Antonio Magariello
Quantunque la stampa nostrana – e, a onor del vero, anche quella straniera – sovrabbondi di articoli sulla sororale relazione tra Trump e Netanyahu, salutando con giubilo in questi giorni l‘avveramento della tanto agognata, e più volte differita, pace in Palestina, a ben vedere è stato eclissato un aspetto decisivo dell’evoluzione di questo rapporto: il progressivo sbilanciamento a vantaggio del secondo e a scapito del primo.
Diversi nodi problematici erano già vistosamente emersi con la precedente amministrazione a stelle e strisce. Basti pensare per esempio ai duri e accorati – rivelatisi poi del tutto inefficaci – ammonimenti che Biden aveva rivolto a Netanyahu, sperando di dissuaderlo dal varcare la “linea rossa” rappresentata da Rafah; oppure alla ridicola minaccia americana di non fornire bombe di grandi dimensioni, cui ha fatto seguito la replica secca del primo ministro: “se necessario combatteremo da soli e con le unghie”.
Con la vittoria presidenziale di Trump, il quale aveva proclamato durante la sua campagna elettorale di portare a termine tanto la guerra russo-ucraina quanto il massacro palestinese (da questi eufemisticamente definita guerra contro Hamas), pareva configurarsi uno spazio, sebbene difficile e con molti caveat, per la trattazione quanto meno di una tregua all’immane eccidio in Medioriente.
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L’esperimento da Nobel che ha stravolto la realtà
di Roberto Paura
Era il 10 dicembre 2022 quando, esattamente un secolo dopo Albert Einstein, Alain Aspect – in frac e cravatta bianca di ordinanza – ritirava il premio Nobel della Fisica dalle mani del re di Svezia. Il secolo trascorso tra questi due eventi segna un passaggio radicale nella nostra comprensione della realtà: quando Einstein ritirò il suo premio per la scoperta dell’effetto fotoelettrico, la rivoluzione della fisica quantistica era già consolidata ma il dibattitto sulla sua interpretazione era ancora agli albori e il grande fisico tedesco conservava – e conservò per tutta la vita – la “fede” in un universo deterministico, in cui gli aspetti probabilistici delle misurazioni quantistiche restavano di tipo epistemico, non ontologico, spiegabili cioè con limiti della nostra conoscenza sperimentale, destinati a essere superati da una teoria più profonda che li avrebbe ricondotti a una natura essenzialmente deterministica e prevedibile.
Quando a ritirare il premio è toccato ad Aspect, per il suo celebre esperimento con cui dimostrò il teorema delle disuguaglianze di Bell, la concezione di Einstein era ormai andata in pezzi.
Il Nobel rappresentava l’estrema sconfessione della concezione einsteiniana della realtà: l’universo non è deterministico, ma probabilistico; non esiste una realtà indipendente dall’osservatore; la causalità può essere di tipo non-locale, ossia tenere in relazioni istantanee causa-effetto oggetti distanti ben più del cono di luce definito dalla relatività ristretta. Non stupisce che, come un giorno raccomandò con una punta di ansia John Bell al giovane Aspect durante il loro primo incontro a Ginevra nel 1975, “non bisogna dedicare troppo tempo a riflettere sui fondamenti della meccanica quantistica, poiché ciò mette a rischio la propria salute mentale” (Aspect, 2026). Come il vecchio dottor Gibarian che l’allievo Kris Kelvin scopre essersi suicidato all’arrivo nella stazione di Solaris nell’eponimo capolavoro di Stanislaw Lem, così Bell aveva voluto mettere in guardia dai rischi di calarsi troppo a fondo nei paradossi della fisica perché, per citare Lem, non di sola fisica si tratta, “qui si tratta dell’uomo e dei limiti della conoscenza umana” (Lem, 2013).
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Un nuovo mondo sta nascendo mentre quello vecchio sta morendo
di Pepe Escobar
"Pointed threats, they bluff with scorn
Suicide remarks are torn
From the fool’s gold mouthpiece the hollow horn
Plays wasted words, proves to warn
That he not busy being born is busy dying"
Bob Dylan
Il piano in 15 punti che il Team Trump ha presentato all’Iran è già destinato al fallimento
Si tratta di una capitolazione imposta: un atto di resa mascherato da “negoziazione”.
Il piano-non-piano – che impone richieste mentre implora una tregua di un mese – prevede l’azzeramento dell’arricchimento dell’uranio sul suolo iraniano; lo smantellamento completo degli impianti di Natanz, Isfahan e Fordow; l’espulsione di tutto l’uranio arricchito dall’Iran; il programma missilistico estremamente limitato; nessun finanziamento a Hezbollah, Ansarallah e alle milizie irachene; lo Stretto di Hormuz totalmente aperto.
Tutto ciò in cambio di una vaga “revoca della minaccia di reintrodurre le sanzioni”.
L’unica risposta realistica dell’Iran a questo accumulo di vane speranze potrebbe essere il signor Khorramshahr-4 che distribuisce il suo biglietto da visita su obiettivi selezionati – in linea con l’utilizzo della deterrenza economica e militare per dettare le vere condizioni.
E le condizioni reali sono dure:
Chiusura di TUTTE le basi militari statunitensi nel Golfo; garanzia che non ci saranno più guerre; fine della guerra contro Hezbollah; revoca di TUTTE le sanzioni; risarcimenti per i danni di guerra; un nuovo ordine nello Stretto di Hormuz (già in vigore: riscossione di diritti proprio come l’Egitto a Suez); programma missilistico intatto.
Conclusione: l’infernale macchina dell’escalation continua a girare.
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L'effetto Mamdani: riaccendere la speranza dei disperati
di Vincenzo Maddaloni
Nell'era della disuguaglianza, la vittoria di Zohran Mamdani eletto sindaco di New York, è il segnale di una rivolta per ottenere un nuovo contratto sociale: un capitalismo temperato dalla consapevolezza del rispetto umano. La sua sfida è incommensurabile. Se fallisse, i conservatori rivendicherebbero la propria vittoria; se avesse successo, potrebbe ridefinire la "governance progressista" per le generazioni che si affacciano sul mercato del lavoro.
Zohran Mamdani , deputato trentatreenne dell'assemblea statale è figlio dello studioso indo-ugandese Mahmood Mamdani e della regista indo-americana Mira Nair, ha sconfitto il peso massimo della politica Andrew Cuomo, diventando il primo sindaco musulmano sudasiatico-americano di New York. Per una metropoli da tempo sinonimo del capitalismo di Wall Street, il suo trionfo è più di un semplice sconvolgimento politico: segna una svolta epocale, un riorientamento sulla qualità della vita degli umani.
Sorprendente è la storia degli antenati di Mamdani che, hanno attraversato i continenti del Sud del mondo. I suoi lontani parenti migrarono dal Gujarat all'Africa orientale come commercianti sotto il dominio britannico. Suo padre, Mahmood Mamdani, fu tra le migliaia di sud-asiatici espulsi dall'Uganda da Idi Amin nel 1972, affermandosi in seguito come uno dei principali pensatori postcoloniali africani. Sua madre, Mira Nair, nata in India e laureata ad Harvard, è diventata un'acclamata regista. Il loro figlio, nato a Kampala nel 1991, si trasferì a New York all'età di sette anni.
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IA. Solo il Papa parla di tecnologia e “necrosfera” che ormai è già qui
di Alessandro Robecchi
Alla fine (o all’inizio, le cose si toccano), dell’intelligenza artificiale si deve occupare il Papa. La politica non se ne occupa, o lo fa solo per vedere quanto può guadagnarci in termini di dominio, l’economia applaude i nuovi clamorosi profitti, i militari festeggiano che qualcuno possa ammazzare senza troppe remore o problemi etici, i lavoratori perdono il lavoro o vengono relegati in nuovi inquadramenti schiavistici, gli scienziati, in maggioranza, collaborano. Su una cosa sono tutti d’accordo: siamo all’inizio, e tra una ventina di anni guarderemo all’intelligenza artificiale di oggi come oggi guardiamo a un telefono grigio con il filo e la rotella per i numeri: preistoria.
Se qualcosa è possibile tecnicamente, l’uomo lo farà, e i dilemmi morali ed etici verranno dopo – se verranno – ed è stato così per ogni tecnologia dalla scoperta del fuoco in poi. Con moltissime analogie e alcune differenze, tra cui, evidentissima, quella che ad avere in mano le sorti dell’umanità sono oggi una decina di persone – persone fisiche, con nome e cognome – più potenti di qualunque stato nazionale, organizzazione collettiva, istituzione democratica, e quindi senza alcun controllo. Dobbiamo fare i conti, dunque, con una specie di fantascienza reale, effettiva, tangibile, che si svolge qui e ora, non in un ipotetico futuro, non in uno scenario lontano e fantastico, ma nella vita di oggi. I sistemi di guerra gestiti dall’IA valutano quanti civili possono morire in un attacco e accettano la barbarie, decide l’algoritmo, così come l’algoritmo decide le consegne delle nostre pizze portate da uno schiavo in bicicletta, il nostro rendimento sul lavoro, quali contenuti possiamo leggere sui social media e tutto il resto.
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Un meridiano in controluce. Antonio Cantaro e il suo “Amato popolo”
di Onofrio Romano
Ci sono libri che sfuggono a ogni tentativo di classificazione, che rifiutano di farsi “mettere a posto” negli scaffali del pensiero ordinato e che chiedono piuttosto di essere attraversati come si attraversa un paesaggio accidentato, dove ogni passo produce un attrito permanente con il presente. Il libro di Cantaro appartiene a questa rara specie (Amato popolo. Il sacro che manca da Pasolini alla crisi delle democrazie, Bordeaux, Roma 2025): si offre come una lente che costringe lo sguardo a sostare nel punto più oscuro del nostro tempo, là dove la democrazia non muore per mano di un golpe spettacolare, né crolla in diretta televisiva producendo il frastuono a cui siamo abituati, ma semplicemente si sfalda, evapora in una dissolvenza lenta e silenziosa.
Cantaro rifugge da quella neutralità che spesso maschera l’indifferenza intellettuale. Al tempo stesso, egli si tiene accuratamente a distanza dalla retorica dell’agit-prop da studio televisivo, da quella indignazione prêt-à-porter che costruisce altari dell’Apocalisse dove officiare la liturgia del “siamo alla fine” per poi chiudere la pratica. Il lavoro che Cantaro compie è più scomodo e rischioso: si muove sul filo di un ossimoro che una certa tradizione culturale italiana ha saputo reggere con equilibrio precario, quell’ossimoro per cui emancipazione e radicamento, tradizione e progresso, conservazione e trasformazione non costituiscono coppie da separare in campi contrapposti, ma rappresentano tensioni da tenere insieme nella loro contraddizione produttiva. Soltanto dalla tensione, soltanto tenendo fermo l’ossimoro senza cedere alla tentazione di risolverlo in una sintesi prematura, la vita può generare senso e assumere quello spessore che le impedisce di ridursi a mera sopravvivenza.
Per questo Cantaro è un autore autenticamente “meridiano” (Cassano docet), ma senza alcuna concessione al sentimentalismo identitario. La sua postura intellettuale discende da una linea lunga e mai pacificata – da Machiavelli a Leopardi, da Gramsci a Pasolini – che non ha mai scambiato la liberazione con lo sradicamento, né la critica del potere con l’odio per le istituzioni, né il progresso con la cancellazione di ciò che resiste.
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