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Scuola, una sfida per l’emancipazione
di Davide Sali
Ieri sono stato alla proiezione del film “D’Istruzione pubblica” di Federico Greco e Mirko Melchiorre al cinema Beltrade di Milano. Dopo la proiezione, è uscita un’interessante discussione con i due film-makers e con Lorenzo Varaldo, il preside dell’istituto comprensivo “Sibilla Aleramo”, protagonista del documentario. Di seguito, propongo alcune riflessioni a partire proprio dallo stimolante dibattito successivo e, ovviamente, dai temi del film.
Varaldo ha sottolineato come il punto essenziale del film e della sua denuncia sia capire se vogliamo una scuola che si schiacci sulla situazione reale o sia, per gli studenti come per gli insegnanti, una sfida: cioè un tentativo di alzare l’asticella delle possibilità culturali e quindi che la scuola sia un’opportunità per innalzarsi oltre le proprie possibilità di partenza, oltre ciò che l’orizzonte di nascita sembra segnare come un destino. Allo stesso modo, Greco, incalzato da domande che chiedevano se fosse nostalgico della scuola del secondo dopoguerra e della scuola gentiliana, ha evidenziato come il film non rimpiangesse la scuola del passato per il suo essere (innegabilmente) autoritaria e unidirezionale, tant’è che l’esergo iniziale del film reca una citazione di Bontempelli del 1999 (quindi all’inizio delle riforme neoliberali della scuola, dato che la riforma di Luigi Berlinguer è del 1997): «I ragazzi hanno trovato fin qui una scuola arida». Ciò che si celebra della scuola del passato è l’orizzonte entro la quale era inserita: al netto quindi delle storture autoritarie, degli errori e delle mancanze, ciò che guidava era l’idea di una scuola come percorso emancipativo per le classi subalterne, come approfondimento culturale per tutti, anche per gli operai che già lavorano (si pensi all’introduzione delle 150 ore retribuite per il diritto allo studio nel 1973).
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Il Segretario di tutte le guerre
La visione MAGA di Pete Hegseth
di Alberto Toscano
La visione che Hegseth porta dentro l’amministrazione Trump è quella di un’America che può tornare «grande» solo riconoscendo la guerra come sua condizione naturale. Non più guerra soltanto contro nemici esterni, ma contro tutto ciò che — dentro e fuori i confini — viene percepito come ostacolo al primato americano: la cultura «woke», i migranti, i Paesi latinoamericani troppo autonomi, la Cina come avversario sistemico.
Questa idea di un’America «prima tra le Americhe» traduce il vecchio privilegio imperiale in una dottrina di sicurezza emisferica, dove difendere la patria significa estendere la sua influenza militare e politica sull’intero continente. Fare l’America «great again» coincide, in pratica, con rimettere ordine nella geoeconomia del Sud e riaffermare un ruolo egemonico ormai in crisi.
A tenere insieme questo progetto è una retorica da crociata, che fonde il linguaggio della fede e quello della forza: la guerra diventa una missione morale e la battaglia culturale contro il «woke» assume i toni di una purificazione necessaria. Nella visione di Hegseth, come in quella degli aderenti al «partito della guerra», la potenza americana non si misura più solo nei mezzi militari, ma nella capacità di ridare forma e senso a un’identità ferita, anche per distogliere l’attenzione dalle cause profonde delle sue crisi sociali interne.
Un articolo di Alberto Toscano, come sempre chiarificatore su quanto accade dall’altra parte dell’Atlantico e sulla natura del governo Trump.
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Per Kiev l’ora delle “decisioni irrevocabili”, ma al contrario…
di Dante Barontini
Si sta arrivando al dunque. In Ucraina e anche in Europa. Il cosiddetto “vertice di Londra”, che ha riunito ancora una volta Starmer, Macron, Merz, il polacco Tusk (i sedicenti “volenterosi”) e Zelenskij ha prodotto l’ennesimo esercizio di scrittura.
I cinque hanno preso il “piano in chissà quanti punti” di Trump (molte le versioni circolanti, dunque meglio attendere la versione vera) e hanno cancellato le parti che a loro non piacciono, scrivendone altre. Se questo potesse avere un qualche effetto pratico per lo sviluppo delle trattative di pace, la cosa avrebbe un senso. Ahinoi, è però l’esatto opposto.
Pretendere – a questo punto, con la situazione creata sul terreno – che la Russia torni indietro e acconsenta che Kiev entri nella Nato, magari pagando anche “riparazioni di guerra”, è peggio che wishful thinking: è solo un ostacolo a serie trattative di pace.
Ma stiamo arrivando al dunque, dicevamo. La guerra, per l’Occidente euro-atlantico, è già persa. Washington – che sotto le presidenze “neocon” (sia repubblicane che “democratiche”) aveva spinto per allargare la Nato fino all’ultimo centimetro disponibile, provocando così la dura reazione russa – ha intenzione di togliere le tende al più presto per dedicarsi ad altri scenari. La nuova “strategia di sicurezza nazionale” è esplicita e l’intervista di Trump a POLITICO l’ha ribadita in modo come sempre molto trash.
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Rompere la pace dentro territori, fabbrica e università della guerra
di kamo
Prima di presentare il testo, una piccola introduzione di riepilogo delle “puntate passate”, per meglio inquadrare il senso dell’iniziativa «Guerra alla guerra» dell’11 ottobre scorso con la redazione di Infoaut e i compagni di Askatasuna Torino. Va premesso infatti che come Kamo non abbiamo pensato questo incontro soltanto in rapporto alle ultime settimane e mesi di mobilitazione per la Palestina e contro la guerra – tempi intensi e convulsi di “aria frizzante”, che hanno visto anche Modena scendere in piazza in massa per la Palestina e in solidarietà con la Global Sumud Flotilla, per fermare il genocidio e “bloccare tutto”, a partire da quella che chiamiamo la «fabbrica della guerra», cioè quell’intreccio di territorio, industria e sapere in ristrutturazione in funzione del riarmo e della guerra, che pone Modena tra i centri dello sviluppo capitalista in trasformazione bellica.
L’incontro lo abbiamo voluto collocare soprattutto come il punto di condensazione dei precedenti cicli di discussione che abbiamo organizzato negli anni passati, in particolare «Militanti» (2023) e «La fabbrica della guerra» (2024-2025). Ciò di cui ci interessa ragionare è infatti come si possa esprimere la militanza politica nella fase attuale, e le sfide che le ultime piazze ci chiamano a raccogliere: se nel ciclo «Militanti» abbiamo tentato di riallacciare e riscostruire, selezionandoli e facendoli nostri, i fili di una tradizione novecentesca di militanza comunista che va da Lenin al movimento di inizio terzo millennio, passando dall’Autonomia operaia degli anni Settanta e alla nascita dei centri sociali – sempre con l’obiettivo di approfondirne la portata teorica e storica e i loro limiti, di riappropriarci di strumenti e soprattutto di riattualizzare il punto di vista della rottura rivoluzionaria –, con «La fabbrica della guerra» invece abbiamo voluto esaminare i processi di radicale e accelerata riorganizzazione e trasformazione del capitalismo innescati dalla guerra, che ci coinvolgono direttamente sul territorio emiliano e modenese.
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Dicono dottrina Monroe ma è il solito bullismo
di comidad
Giustamente l’Azione Cattolica ha condannato la decisione delle autorità venezuelane di ritirare il passaporto al cardinale Porras, impedendogli di uscire dal paese per recarsi in Spagna. Il disdicevole episodio si inserisce in una serie di atti paranoici da parte del regime di Maduro, il quale, nonostante i benefici effetti delle sanzioni economiche statunitensi, non riesce a evitare che la popolazione versi in “condizioni sempre più difficili”.
Davvero vergognoso. C’è anche chi cerca attenuanti per il comportamento di Maduro, ricordando come il ragazzo abbia avuto molti cattivi maestri, tra i quali andrebbe annoverato non solo Chavez, ma anche lo stesso cardinale Porras. In un’intervista del 2017 il cardinale non ha esitato a dare la colpa a Maduro per la morte di un sacerdote in seguito a un’emorragia cerebrale. La mancanza del farmaco che, secondo Porras, avrebbe potuto salvare lo sventurato, ovviamente non andrebbe ascritta alle sanzioni, ma a Maduro in persona.
In base a criteri di attribuzione di responsabilità così oculati e oggettivi, lo stesso Maduro può aver pensato che sia colpa di Porras se le forze armate statunitensi uccidono delle persone che navigano su imbarcazioni civili nelle acque dei Caraibi. Persino due naufraghi superstiti a un primo attacco, sono stati poi uccisi dai proiettili statunitensi mentre si aggrappavano ad un relitto della loro imbarcazione. Negli USA l’episodio ha suscitato “perplessità e preoccupazione” da parte di alcuni parlamentari democratici; insomma una reazione davvero energica che ha inchiodato Trump ed Hegseth alle loro responsabilità.
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Moneta e debito pubblico
Elaborazione su spunti di Giovanni Piva
di Marco Cattaneo
Al momento della sua formazione, uno Stato acquisisce il diritto a creare moneta. La moneta è un monopolio dello Stato medesimo.
I soggetti privati non creano moneta, con l’eccezione delle banche commerciali, che tuttavia creano moneta erogando finanziamenti ma nello stesso tempo contraggono passività nei confronti dei depositanti. Questo, in quanto all'erogazione di ogni finanziamento corrisponde la formazione di un deposito nel sistema bancario. E le banche commerciali possono garantire integralmente i depositi solo grazie all’accesso al rifinanziamento della banca centrale (BC), e fintantoché dispongono di questo accesso.
Gli organismi statali che presiedono alla gestione del monopolio monetario sono il Ministero dell’Economia (ME) e la BC. Non esiste una ragione logica o tecnica per la quale le due entità debbano essere separate. E’ un assetto istituzionale che gli Stati si sono dati, ma le due entità potrebbero benissimo essere accorpate.
Il ME immette moneta nell’economia mediante il deficit pubblico, cioè mediante l’eccesso di spesa rispetto al prelievo fiscale. Nella prassi (anche se non è, neanche in questo caso, una necessità) la creazione di moneta conseguente al deficit pubblico viene attivata mediante una sorta di “gimcana”. Il ME emette titoli che vengono sottoscritti da banche commerciali, le quali ottengono la moneta mediante finanziamenti erogati dalla BC contro garanzia dei titoli stessi.
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Stanno cercando di eliminare il movimento di solidarietà con la Palestina?
di Sergio Cararo
Edward Lorenz sosteneva che il battito delle ali di una farfalla in Brasile poteva scatenare un tornado nel Texas. Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni è il tentativo, con molte meno suggestioni scientifiche e decisamente forzato, di strumentalizzare una strage di civili di religione ebraica avvenuta all’altro capo del mondo – in Australia per la precisione – per usarlo politicamente nel nostro paese.
L’obiettivo, apertamente o subdolamente dichiarato, è quello di mettere a tacere l’empatia e l’ampio movimento di solidarietà che si è manifestato a sostegno del popolo palestinese e il ripudio del genocidio commesso dagli apparati politici, militari e ideologici dello Stato di Israele a Gaza e in Cisgiordania.
Il tentativo sta andando avanti negli ultimi mesi, soprattutto dopo che grandi manifestazioni popolari nelle strade e alcuni scioperi generali nei luoghi di lavoro e di studio, hanno dato corpo all’indignazione generale cresciuta nella società.
Questo movimento ha suscitato grandi preoccupazioni in Israele, negli apparati sionisti attivi nel nostro e altri paesi europei, e anche nel governo di destra italiano che in ripetute occasioni ha dimostrato la propria complicità con Israele.
Possiamo individuare almeno cinque passaggi di questo tentativo di zittire il movimento di solidarietà con la causa palestinese:
1) Gli effetti del Piano Trump per Gaza;
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La resa dell'Ucraina, la disfatta dell'Europa
Una storia che viene da lontano
di Umberto Franchi
Come è noto con la proposta di Trump/Putin, basata su 28 punti in merito alla guerra tra Russia e Ucraina, costringe Zelensky a dare una risposta in tempi brevi, anche se continua ad appellarsi alla NATO/UE, con i Paesi UE che considerano la proposta solo una base di partenza, provando a chiedere alcune modifiche. Ma Zelensky sarà costretto comunque ad accettare la proposta che a mio parere vedrà poche modifiche, perché a Trump oggi interessa sciogliere i nodi della contesa imperialista, cercando una alleanza con Putin per tentare di emarginare la Cina.
Il Presidente USA che è notoriamente incoerente e inaffidabile, sembra però puntare a un nuovo equilibrio sul Piano geopolitico mondiale che tenga anche conto del fatto che la realtà sul campo di battaglia non da molto scampo all’Ucraina. L’Europa richiamata in causa con i “volonterosi”, ha però di fatto giocato tutte le sue carte fondate sulla deterrenza a sanzioni perdendole, e non può cambiare nella sostanza la bozza di accordo USA/RUSSIA ne tanto meno le sorti della guerra.
Ma perché siamo arrivati a questa situazione con centinaia di miglia di soldati e civili morti da ambo le parti, e alla fine vi sarà un accordo che poteva essere fatto in modo migliore per l’Ucraina all’inizio della guerra?
Come sappiamo la contesa parte da lontano
Il primo aprile del 1991 in una riunione a Praga venne formalmente sciolto il Patto di Varsavia, con l’impegno da parte degli USA/NATO a non far mai entrare i Paesi che facevano parte del Patto di Varsavia nella Nato.
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Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro
di Andrea Inglese
Facciamo due ragionamenti. Uno su come si diventa anticapitalisti, il secondo sul perché uno scrittore (poeta per la precisione, ma non solo) considera la sua attività come qualcosa da difendere, preservare, anche al di fuori del mercato del lavoro e del salario.
Dove il capitalismo fa male e perché lo si odia
Partiamo dal primo punto. “Che cos’è il capitalismo? Una folla innumerevole di cose, di fatti, di avvenimenti, d’azioni, di idee, di rappresentazioni, di macchine, d’istituzioni, di significazioni, di risultati (…)” (Cornelius Castoriadis, L’institution imaginaire de la société, 1975). I risultati del capitalismo possono essere il riscaldamento climatico, le narrazioni che giustificano i tagli di spesa sociale, le annessioni di territori palestinesi in Cisgiordania. Il capitalismo è ovunque, ma non significa allora che non è da nessuna parte. C’è un contesto, una zona, un ambito dell’esistenza quotidiana, dove l’individuo lo incontra: il lavoro salariato. Nel lavoro salariato io cedo una parte significativa, preponderante, della mia giornata, a un datore di lavoro, in cambio di un salario che mi permette un’autonomia economica. La parte della mia giornata che cedo è dedicata a un attività, di cui istituzioni pubbliche o aziende private si servono per i loro scopi, siano essi in accordo o meno con i miei scopi. Possiamo definire questo rapporto tra l’individuo singolo, il lavoratore, e il datore di lavoro, come un rapporto tra due entità più generiche: il lavoro e il capitale. All’interno di questo rapporto possiamo – la storia ce lo insegna – individuare condizioni specifiche: di sfruttamento, di alienazione, ecc. Tutto ciò ha ancora senso per noi, queste sono ancora termini che ci permettono di definire la nostra esperienza, e di identificare il punto dove il capitalismo duole. Dove esso ci fa soffrire.
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Ucraina. Sabotare il negoziato, preparare la grande guerra in Europa
di Davide Malacaria
Il finanziamento di 90 miliardi della Ue per l’Ucraina segnala che la guerra deve proseguire. E probabilmente continuerà, dal momento che i leader Ue hanno carte per sabotare le trattative: basta inserire nel piano di pace di Trump condizioni che la Russia ritiene inaccettabili e il gioco è fatto. D’altronde le condizioni di Mosca sono note da anni.
Le trattative salterebbero senza mettersi contro l’America, in attesa che oltreoceano accada qualcosa che riporti gli States a riabbracciare la guerra per procura contro Mosca. Tante le opzioni per un riposizionamento Usa, a iniziare da un esito delle midterm che riporti in auge un Congresso pro-guerra; oppure che accada l’imponderabile.
Lo ha dichiarato apertamente Zelensky, che ha ripreso fiducia nei sui niet a Trump, tanto da arrivare a prefigurare che questi potrebbe morire. In un intervento al Consiglio europeo, infatti, dopo aver criticato gli Usa perché non comprendono quanto sia importante che l’Ucraina aderisca alla Nato, ha espresso fiducia sul fatto che la posizione di Washington possa cambiare, spiegando: “I politici cambiano, qualcuno può morire, così è la vita”.
Il fatto che il presidente ucraino minacci tanto apertamente Trump, seppur in maniera ovviamente implicita, la dice lunga sui rapporti di forza all’interno dell’Impero tra il partito della guerra e Trump e soci. Tale Forza, infatti, a Zelensky non è assicurata dalla debole Ue, quanto dai circoli americani iper-atlantisti.
Abbiamo scritto che quello della Ue è un finanziamento, ché la denominazione ufficiale, un prestito garantito dai costi di ricostruzione che saranno imposti ai russi, è ovviamente una boutade, meglio, una frode, perché tale garanzia non scatterà mai.
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Sul 25 Aprile e la Resistenza
di Nico Maccentelli
Da parecchi decenni assistiamo a una storpiatura della Resistenza nei suoi valori. Le liturgie istituzionali hanno fatto da preludio a tutte le operazioni che sono state fatte successivamente e a tappe. In particolare sulla questione comunismo anticomunismo, l’operazione di sdoganamento del fascismo con le foibe e la giornata istituita, che azzera i crimini di massa commessi dal nazifascismo e dai suoi complici ustascia di Ante Pavelic nei Balcani della Yugoslavia.
L’operazione della Brigata Ebraica, che non fu partigiana ma in forze all’esercito britannico del gen. Alexander e operò solo per un mese e alla fine della guerra e dopo la liberazione di Auschwitz a opera dell’Armata Rossa e che sta servendo a sdoganare il suprematismo etnofascista del sionismo israeliano: lo abbiamo visto in questi ultimi anni con la presenza e il beneplacito di PD e ANPI nelle manifestazioni ufficiali di veri e propri squadristi, che a Porta San Paolo per esempio hanno assaltato la parte filo-palestinese della sinistra di classe. Lo scopo ben preparato da ambienti legati all’hasbara è quello di far accettare le porcate criminali del sionismo genocidario e di estromettere la questione palestinese dalle manifestazioni antifasciste. Iniziamo col dire che l’antifascismo ha senso se è concepito come Resistenza all’oppressione fascista in tutte le sue sfaccettature, che universalmente è strumento dell’imperialismo. Ed è proprio questo l’elemento narrativo e di analisi che le liturgie di sistema hanno espunto soprattutto dopo la fine del PCI e la morte degli ultimi testimoni, i partigiani che la Resistenza l’hanno fatta e non a chiacchiere e ci avrebbero potuto dire che le forze titine hanno contribuito alla liberazione dal nazifascismo, che le foibe furono in prevalenza utilizzate dai criminali nazisti contro la popolazione slava, che la partecipazione degli ebrei alla Resistenza fu massiccia ma dentro le formazioni partigiane esattamente come tutti gli altri combattenti e che della Brigata Ebraica non v’era traccia.
Ma l’apoteosi la si raggiunge con il banderismo ucraino, creato e sostenuto dalla NATO in funzione anti-russa. Qui si va ben oltre il PD, l’ANPI, l’ARCI e le ong “di sinistra” varie con le loro visite a Odessa e bandiere di Pravy Sektor davanti alla Casa dei Sindacati che fu teatro il 2 maggio 2014 di un eccidio di antifascisti a opera dei nazi-banderisti del regime golpista eterodiretto dai servizi USA e occidentali.
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Fuori l'Italia dalla guerra!
di Francesco Cappello
Teheran ha avvertito che un utilizzo delle basi statunitensi sul nostro territorio sarebbe considerato un atto di guerra
Il nostro è un territorio funestato dalla presenza militare statunitense (vedi nota [1]). Gli USA fanno di noi ciò che vogliono.
Gli iraniani difendendosi dall’attacco terroristico che stanno subendo hanno reagito distruggendo basi e porti militari in tutte quelle monarchie familiari arabe affiliate agli Stati Uniti utilizzate quale base di lancio verso il territorio iraniano.
Gli USA, in misure proporzionale alla distruzione di quelle infrastrutture militari, indietreggeranno ritirandosi presso i paesi del Mediterraneo come il nostro, la Grecia e gli altri. Abbiamo visto come gli iraniani siano riusciti a prendere di mira con successo gli inglesi a Cipro.
Noi dovremmo tirarci fuori dalla guerra e invece ci stiamo facendo coinvolgere sempre più pericolosamente.
L’Italia verso un decreto aiuti, l’ipotesi di sistemi anti droni e Samp/T al Golfo
L’Italia si prepara purtroppo a fornire supporto militare ai Paesi del Golfo colpiti dai missili iraniani. Il nostro solerte ministro della Guerra, Guido Crosetto, ha annunciato un pacchetto di aiuti – dispositivi anti-drone e possibilmente il sistema terra-aria Samp/T – da varare con un decreto legge in coordinamento con i partner europei, su richiesta di Emirati Arabi Uniti e Kuwait.
Resta inoltre aperto il nodo cruciale delle basi italiane per eventuali azioni offensive americane contro l’Iran. Non a caso il ministro degli esteri Tajani ha tenuto a ribadire rivolto all’Iran che il supporto delle basi sul territorio italiano è solo di natura logistica e non cinetica come vorrebbe la richiesta americana e come moltissimi elementi fanno già sospettare che sia.
Sappiamo qual è stata la reazione spagnola a questa stessa richiesta e la relativa reazione di Trump. Teheran ha avvertito che un utilizzo delle basi statunitensi sul nostro territorio sarebbe considerato un atto di guerra!
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Il reddito di cittadinanza per il riscatto del mondo del lavoro
di Carlo Lucchesi
Con l’intensificarsi dei processi di innovazione tecnologica e, in particolare, con il diffondersi dell’Intelligenza Artificiale, andiamo incontro a un’epoca segnata da crescenti fenomeni di disoccupazione di massa e di dequalificazione del lavoro. La drastica riduzione degli orari di lavoro e il Reddito di cittadinanza sono i due soli strumenti in grado di contrastarla. Non agirli entrambi sarebbe imperdonabile.
Proviamo a ragionare su cosa potrebbe rappresentare il ripristino, con opportuni aggiornamenti, del Reddito di cittadinanza (RdC). Sotto questa denominazione intendo qui sia il reddito erogato per contrastare la povertà, sia quello offerto alle persone in cerca di lavoro. La prima considerazione da fare è che, pur essendo due finalità nettamente distinte, converrebbe mantenere un solo istituto. In questo modo si terrebbero strettamente uniti gli interessi, diversi ma del tutto compatibili e per molti aspetti convergenti, di una massa considerevole di persone e di famiglie quale quella che si ottiene sommando le due tipologie. Così facendo, ogni eventuale tentativo di ridurre nel tempo il finanziamento dell’istituto alienerebbe al decisore politico una grandissima quantità di consensi e susciterebbe verosimilmente una forte reazione popolare. Del resto, in entrambe le finalità si conferma in via di principio che lo Stato ha il dovere di intervenire per assicurare il minimo vitale a tutti i suoi cittadini. In questo senso l’unico criterio da osservare per l’erogazione del reddito a contrasto della povertà dovrebbe essere quello derivante dal valore dell’ISEE dei componenti il nucleo familiare ricalibrato sulla base del loro numero e di altri riscontri oggettivamente accertabili.
Diverso e più complesso è il ragionamento sul RdC a sostegno delle persone in cerca di lavoro. Sotto questo profilo occorre assumere un punto di vista più ampio e più di parte, si dovrebbe dire di classe, rispetto a come è stato concepito e realizzato originariamente. Deve essere dichiarato apertamente il suo scopo, quello di strumento fondamentale per combattere la precarietà del lavoro, e i suoi modi di funzionare debbono essere finalizzati al raggiungimento di questo scopo.
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L’Europa tedesca: dalla moneta unica al riarmo continentale
di Gerardo Lisco
L’Unione Europea nasce ufficialmente come progetto di pace e cooperazione economica tra Stati che, per secoli, si erano combattuti. Ma sotto questa rappresentazione idealistica ha sempre agito un’altra dimensione: quella geopolitica. La costruzione europea, infatti, non può essere compresa senza collocarla dentro gli equilibri strategici emersi dopo la Seconda guerra mondiale e, soprattutto, all’interno del sistema di potenza costruito dagli Stati Uniti durante la Guerra fredda.
Oggi, con la crisi dell’ordine internazionale uscito dal 1989, con il progressivo disimpegno americano dall’Europa e con il conflitto russo-ucraino, riemerge una questione che sembrava archiviata dalla storia: il ruolo della Germania nel continente europeo. Le recenti dichiarazioni del cancelliere Friedrich Merz sulla necessità di una maggiore assunzione di responsabilità tedesca nella NATO e nella difesa europea rappresentano soltanto l’ultimo passaggio di un processo molto più lungo e profondo, che porta inevitabilmente a interrogarsi sul destino dell’Unione Europea e sulla sua possibile “germanizzazione”.
Per comprendere l’attuale fase storica bisogna tornare agli anni Cinquanta del Novecento. La nascita della Repubblica Federale Tedesca fu favorita dagli Stati Uniti non soltanto per ragioni economiche ma soprattutto strategico-militari.
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Referendum, la radicalizzazione algoritmica come ariete per la vittoria del NO
di nlp
L’esito del referendum, culminato in una netta vittoria del NO, aiuta a entrare con forza nelle dinamiche tecnologiche di formazione della polarizzazione politica e della mobilitazione sociale. Non ci troviamo infatti di fronte all’ormai classica cesura sistemica tra la rappresentazione dell’opinione pubblica dei media tradizionali e le correnti di mobilitazione che si sviluppano attraverso le piattaforme digitali. Da questa dimensione di analisi emerge piuttosto l’importanza della radicalizzazione algoritmica nello spostamento del consenso in politica. La radicalizzazione algoritmica è il processo per cui i sistemi di raccomandazione dei contenuti delle piattaforme social ottimizzano e massimizzano il tempo di visione dei post, amplificando contenuti ad alta attivazione emotiva (rabbia, indignazione) e favorendo la migrazione degli utenti verso percorsi di polarizzazione cognitiva.
Analizzando il referendum la Actor-Network Theory (ANT) emerge come un modello antropologico capace di spiegare la radicalizzazione algoritmica. Attraverso questa lente teorica, l’analisi procede a decostruire la scatola nera (black box) algoritmica, quella che suggerisce i contenuti agli utenti, mappando le intricate reti di attori umani e non umani che hanno determinato il successo del fronte del NO. Emerge inoltre l’economia dell’attenzione come primario motore della esigenza di radicalizzazione degli utenti, evidenziando il suo impatto dirompente sull’evoluzione dei movimenti sociali contemporanei.
L’Actor-Network Theory (ANT) offre infatti un approccio teorico e metodologico che ridefinisce radicalmente il concetto stesso di “sociale” e di “agire” (agency). Il principio fondativo dell’ANT è l’ontologia piatta (flat ontology), un postulato secondo cui tutto ciò che esiste nel mondo sociale e naturale è il risultato di reti di relazioni in costante mutamento e negoziazione. In questo paradigma decostruttivista, non esistono forze sociali astratte, macro-strutture o sovrastrutture ideologiche preesistenti che possano essere utilizzate per spiegare i fenomeni a priori; al contrario, la “società” è concepita esclusivamente come un effetto generato, una conseguenza performativa dell’interazione continua e precaria tra entità eterogenee.
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I furbetti della manipolazione e dell’indignazione
di Sergio Cararo
In soli tre giorni abbiamo assistito a un combinato disposto di disinformazione, manipolazione e stigmatizzazione teso a coprire e rimuovere eventi politicamente scomodi per la narrazione dominante.
Il primo è avvenuto venerdì quando l’attenzione politica e mediatica si è concentrata quasi esclusivamente nell’incursione alla sede del quotidiano La Stampa allo scopo evidente di oscurare lo sciopero generale dell’Usb e dei sindacati di base contro “La Finanziaria di guerra” del governo Meloni.
Il copione si è ripetuto tra sabato sera e domenica mattina quando, tra telegiornali serali e giornali domenicali, è stata oscurata una enorme manifestazione popolare contro il governo puntando esclusivamente ad amplificare la “stigmatizzazione” delle parole della relatrice speciale dell’Onu Francesca Albanese nel corso della manifestazione, tra l’altro distorcendone spudoratamente il senso e le parole stesse.
Aver usato Francesca Albanese come target di questa offensiva disinformativa e manipolante ha consentito alla classe politica e ai mass media di evitare di riferire e commentare una manifestazione pienamente riuscita sul piano della partecipazione e che proprio governo, mass media al servizio dello stesso e apparati sionisti avevano ardentemente sperato che non riuscisse. Un certo giornalismo-avvoltoio sperava magari in scontri o qualche vetrina sfasciata. Ma sono rimasti delusi, ragione per cui hanno ritenuto di dover oscurare una manifestazione con decine di migliaia di persone.
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Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
di Paolo Selmi
Ventesima parte. “Ammettere i propri difetti è privilegio dei forti”: l’intervento di Tomskij al XIV Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico) PARTE X
m. Sindacato e partito
Penso che tutte le nostre osservazioni resteranno parola morta in una risoluzione, l’ennesima bella risoluzione, di quelle che a noi certo non mancano, se tutti gli organi del partito non si faranno finalmente una ragione del fatto che che la questione del lavoro dei sindacati, della vita dei sindacati e dei suoi successi, sia una questione di partito, ovvero se non capiranno che i sindacati non sono un’organizzazione concorrente rispetto all’organizzazione partito. In particolare, ho letto recentemente sui giornali interventi di alcuni famosi compagni, i quali scrivono che, se l’iniziativa operaia avviene nel partito, allora è una buona iniziativa; se invece essa avviene fuori dal partito, e per fuori dal partito si intende principalmente il sindacato, allora non è una buona iniziativa. Da qui, a concludere che le fila del partito si siano ingrossate eccessivamente, il passo è breve.1
È, questo del rapporto fra sindacato e partito, un argomento che Tomskij ha già toccato in precedenza, ma qui si arricchisce di dettagli nuovi, concreti, non di massimi sistemi. In certi punti, sembra di essere alle riunioni di qualche coordinamento fra associazioni o commissione comunale: c’è chi vuole mettere a tutti i costi il cappello su qualcosa, c’è chi minaccia di andarsene, c’è chi la butta sul personale, c’è chi rivanga – per l’ennesima volta – antichi e mai sopiti rancori, eccetera.
A rileggere queste righe ci si accorge di come, ahinoi, viviamo in un momento storico di regressione, dove invece di andare avanti si va indietro, grazie soprattutto a pezzi di plastica luminosi con cui ci interfacciamo tutti i giorni per “comunicare” con altri come noi, e che confondono volutamente i codici linguistici, convenzionali e non, della comunicazione e dell’invettiva, dello “sfogatoio”, della battuta al fulmicotone prodromo dello sputtanamento dell’interlocutore, declassato al ruolo di bersaglio. Pertanto, anche nei rari, pochi momenti di confronto individuale o collettivo de visu, siamo spesso incapaci di elaborare concetti in modo costruttivo, sia nell’immediato che nel lungo termine. In altre parole, rispetto ad allora oggi ci troviamo molto, ma molto peggio.
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Suprematismo occidentale per tutti i gusti
di comidad
Mai sottovalutare la futilità; perciò può valere la pena di occuparsi persino di uno come Vannacci, se occuparsene serve a demistificare un po’ l’ambiente. C’è chi sostiene che il generale sia l’ennesima esca lanciata dall’establishment per manipolare e fuorviare le istanze di opposizione. Certamente le cose stanno anche così, ma non è l’unico aspetto del problema, che si presenta più complicato. Gran parte dell’elettorato ha sicuramente metabolizzato la fintocrazia e ne ha interiorizzato i rituali, perciò in personaggi come Vannacci l’elettore non scorge tanto una alternativa politica concreta, bensì cerca un personaggio con il quale identificarsi; si tratta di un voto del tutto simile a quello che gli spettatori esprimono per i reality show come il Grande Fratello o l’Isola dei Famosi. La “sinistra” mainstream si identifica con una serie di tabù: magistratolatria, eurolatria e vaccinolatria; perciò molti cittadini la percepiscono come quella che li vuole colpevolizzare, quella che cerca di farli sentire brutti e cattivi se non si fanno piacere i migranti, i gay e le tasse ecologiche.
In questo contesto di frustrazione e di colpevolizzazione, si può facilmente vendere agli elettori una figura di spregiudicato istrione in guerra contro la tirannia del politicamente corretto. Anche il Buffone di Arcore e l’attuale cialtrone della Casa Bianca si sono venduti all’elettorato come liberi e selvaggi iconoclasti nei confronti dei tabù del politicamente corretto. Insomma, l’elettore fintocratico non cerca soluzioni ai suoi problemi materiali, bensì psicodrammi che lo aiutino a liberarsi dall’oppressione della polizia del pensiero.
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Palestina, pace e giustizia non significano disarmo
di Fabio Ciabatti
La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, a cura di Luca Salza, Cronopio, Napoli 2025, pp. 94, € 12,00.
Hamas è un’associazione terroristica e dunque chiunque abbia a che fare con Hamas è un terrorista. È su questo semplice ragionamento, di natura politica prima ancora che giuridica, che si regge l’inchiesta che vede coinvolti molti palestinesi residenti in Italia con l’accusa di associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale. Il pensiero mainsteram non nutre alcun dubbio alla natura del gruppo islamista. Ma questo presupposto è accettabile?
Può essere utile partire da questa domanda per presentare La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, testo che nasce dalla traduzione di una lunga intervista del filosofo francese pubblicata nel 2025 sulla rivista transalpina “K Reveu” a cura di Luca Salza. Ebbene, Balibar, sostenitore da anni dalla causa palestinese anche in qualità di membro del Tribunale Russel sulla Palestina, fa un’importante precisazione:
non bisogna passare facilmente dal riconoscimento di azioni terroristiche, o persino dalla loro rivendicazione, all’essenzializzazione dei movimenti e delle loro organizzazioni come ‘movimenti terroristici’, intrinsecamente perversi da eliminare con ogni mezzo. Hamas, per quanto disastrosi si giudichino il suo programma e le sue azioni, non è lo Stato islamico (Daesh). E questo significa che i rapporti storici tra lotte di emancipazione o di resistenza e il terrorismo come tattica sono sempre stati (e sono oggi più che mai), complessi, impuri, soggetti a evoluzione.1
Balibar sostiene che l’attacco del 7 ottobre merita la qualifica di atto terroristico perché ha colpito principalmente civili disarmati ed è stato accompagnato da un’esplosione di brutalità, sebbene la crudeltà dei fatti sia stata sistematicamente ingigantita dalla propaganda israeliana. Aggiunge, però, che bisogna sempre stare attenti nel maneggiare il concetto di terrorismo. Le sue definizioni ufficiali, infatti mirano a occultare
la reciprocità e la dissimmetria tra le azioni terroristiche e le operazioni “contro-terroristiche”. In modo perfettamente arbitrario, le prime sono definite criminali, mentre le seconde sono ritenute legittime, qualunque sia la ferocia dei mezzi impiegati.2
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Intellettuali, subalternità e nuove forme di universalità
Note su L’egemonia della superficie di Marco Gatto
di Chiara De Cosmo
Una delle ragioni del blocco dell’agire politico rivoluzionario è da ricondurre all’incapacità della teoria di fare presa sul reale. L’egemonia della superficie: per una critica del postmoderno avanzato (Castelvecchi editore, 2024), l’ultimo libro di Marco Gatto, scava a fondo di questa «autoreferenzialità priva di sbocchi» - come la definisce Chiara De Cosmo in questa recensione - della teoria e dell’immateriale e quindi della figura dell’intellettuale e del loro nesso con i meccanismi profondi di riproduzione della società capitalistica nella sua fase «post-moderna avanzata».
* * * *
Nel contesto delle società occidentali a capitalismo avanzato si mostra, con sempre maggiore evidenza, uno scollamento netto tra le forze collettive e le posizioni intellettuali, che di esse pretendono di farsi interpreti. Le recenti mobilitazioni per la Palestina, che hanno visto un’inedita partecipazione allargata, con forme organizzative e di presa di coscienza veramente sorprendenti se paragonate alla situazione degli ultimi decenni, hanno reso questa frattura ancor più manifesta. La polarizzazione del dibattito intellettuale pubblico, i tentativi di sussumere queste energie comuni in etichette dicotomiche che non hanno una reale presa su quanto accade mostrano come l’universo culturale appaia sempre più svuotato e incapace di assolvere a quello che tradizionalmente era il suo compito: cogliere il proprio presente in concetti, in forme in grado di restituirne una leggibilità oggettiva. Si ha l’impressione che le discussioni politiche siano diventate espressione di un arrovellarsi puramente linguistico, che vede le parole diventare referenti vuoti da adattare alla posizione che via via si assume.
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Gaza, il diritto sotto assedio e la macchina della delegittimazione
di Giuseppe Gagliano
Quando il bersaglio non è una persona ma la verità dei fatti
L’articolo di Francesca Albanese non va letto come una semplice autodifesa. È piuttosto la ricostruzione di un meccanismo politico e mediatico che oggi colpisce chiunque tenti di nominare, con gli strumenti del diritto internazionale, ciò che accade in Palestina. Il punto di partenza è netto: le campagne contro la relatrice speciale delle Nazioni Unite non nascono da un confronto serio sui fatti, ma dalla volontà di alterarne il senso, di amplificarli o ridurli a seconda delle convenienze, di deformare dichiarazioni pubbliche fino a farne materia di delegittimazione personale. In questo senso il bersaglio non è solo Albanese. Il bersaglio è il diritto stesso di descrivere la realtà senza passare per il filtro degli interessi strategici occidentali.
Nel testo, Albanese osserva che da tempo, dentro il dibattito alle Nazioni Unite e ancor più nella sua eco mediatica, si è consolidata una narrazione diffamatoria: quella secondo cui le sue parole avrebbero giustificato le atrocità del 7 ottobre 2023, negato o minimizzato le violenze sessuali, attenuato il dramma degli ostaggi o, addirittura, espresso una forma di ostilità pregiudiziale contro Israele. La sua replica è dura perché è documentata. Ricorda di avere condannato senza esitazione i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità compiuti contro i civili israeliani, di aver parlato con chiarezza delle violenze sessuali commesse contro le vittime israeliane sulla base della documentazione raccolta dagli organismi dell’ONU, e di aver sempre collocato quei crimini dentro il quadro del diritto internazionale, non dentro una contabilità morale selettiva. Questa precisazione è essenziale: per Albanese la giustizia non è un riflesso emotivo, né un’arma da agitare contro il nemico di turno. È una qualificazione giuridica dei fatti, che implica responsabilità individuali, prove, procedure e rispetto del giusto processo.
Il 7 ottobre e la trappola della selezione morale
Proprio qui emerge uno dei nuclei più forti dell’articolo.
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Israele e la guerra nel cuore dell'Impero
di Davide Malacaria
Qualcosa di grosso sta succedendo negli States e non è solo l’elezione di Mamdami a sindaco di New York, pure impensabile solo qualche mese fa avendo contro tanta comunità ebraica americana e tanti miliardari. Qualcosa che può essere identificata come una vera propria rivolta contro l’Israel First, secondo una precipua definizione di The American Conservative.
Se la rivolta nel partito democratico si disvela nell’ascesa di figure socialiste come Mamdami – un socialismo americano, nulla a che vedere con la sinistra europea – che ieri ha visto la vittoria a Seattle di un altro sindaco che si dice “socialista”, molto più interessante appare quanto accade nel partito repubblicano.
In questo ambito è ormai guerra aperta tra movimento Maga e l’establishment neocon, conflitto che verte sulla sudditanza Usa a Israele e sulla morsa dello Stato profondo su Trump. Uno scontro nel quale sta uscendo fuori di tutto. E qui le cose si fanno davvero interessanti.
A guidare la rivolta, a parte alcuni esponenti politici del mondo Maga, alcuni influencer più seguiti del New York Times e del Washington Post messi assieme, un fenomeno tutto americano che è un po’ il prosieguo delle figure immortalate nei film anni ’70 e ’80 che vedevano il solitario speaker radiofonico denunciare le malefatte del sistema.
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Imminente sciopero della fame di massa nelle carceri del Regno Unito
di Il Rovescio
Decine di prigionieri politici nel cosiddetto Regno Unito, che hanno sopportato mesi di abusi mirati dietro le sbarre a causa del loro sostegno alla liberazione della Palestina, annunciano la loro intenzione di avviare uno sciopero della fame.
Audrey Corno, rappresentante dei Prigionieri per la Palestina (che ho intervistato il mese scorso), afferma che si tratterebbe del più grande sciopero della fame coordinato dei prigionieri nel Regno Unito dai tempi dello sciopero della fame dell’Esercito Repubblicano Irlandese/Esercito di Liberazione Nazionale Irlandese nell’Irlanda del Nord occupata nel 1981, quando dieci prigionieri di guerra furono martirizzati.
Il 20 ottobre, Audrey e Francesca Nadin, entrambe in carcere per azioni dirette contro le aziende di armi sioniste, hanno consegnato una lettera al Ministro degli Interni del Regno Unito “a nome delle 33 persone ingiustamente incarcerate a seguito di azioni intraprese per fermare il genocidio in Palestina”.
Hanno cinque richieste: la fine di ogni censura sulla loro posta e sulle loro comunicazioni; il rilascio immediato e incondizionato su cauzione; il diritto a un giusto processo; la rimozione di Pal Action dalla lista dei “terroristi” proibiti; e la chiusura di tutte le strutture di Elbit Systems nel Regno Unito.
I prigionieri, tra cui figurano membri del Filton 24 e del Brize Norton 5 , sono detenuti senza accusa in diverse carceri del Regno Unito ai sensi del “Terrorism Act”, in alcuni casi per oltre un anno. Finora, i ricorsi per il rilascio su cauzione dei prigionieri non hanno avuto successo.
Gli scioperi della fame collettivi su larga scala hanno il potere di avanzare richieste coraggiose e di vasta portata che vanno oltre il miglioramento delle condizioni immediate dei prigionieri. I Prigionieri per la Palestina ne sono chiaramente consapevoli, come dimostra il modo strategico in cui hanno integrato richieste più immediate relative ai loro casi legali e alle condizioni carcerarie in attacchi più ampi alla Elbit Systems.
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Frammenti di pensieri, speranza e lotta
di Silvia Guerini
Viviamo in una società della novità perpetua e della continua rincorsa a standard ridefiniti di volta in volta dagli algoritmi della cosiddetta Intelligenza Artificiale che a loro volta ridefiniscono l’essere umano e lo stare al mondo. Una ridefinizione che precede il reale e che lo plasma, lo sostituisce. Il mondo del reale si deve adeguare a quello che viene considerato come vero, desiderabile, migliore.
I contesti critici a loro volta non sono immuni da determinate dinamiche e caratteristiche che dovrebbero contrastare. Viene inseguita l’ultima sensazionale notizia, scivolando sulla superficie senza mai addentrarsi nel profondo di acque scure e melmose per il timore di affrontare questioni scomode e impopolari, pena la perdita di ascolti e di incassi nelle serate. Si rincorre il teatrino del mainstream, discutendo di ciò che ci si aspetta di discutere, si creano dibattiti che rimangono ai margini, attorno a dettagli, senza porre le domande giuste rimanendo dentro confini prestabiliti. Nel mentre passano sviluppi tecno-scientifici a cui attorno c’è il deserto della critica. Critici che restringono appositamente la critica, scelte di campo che denotano solo disonestà intellettuale.
La grande marcia della distruzione prosegue e le parole non contano più, le narrazioni si pongono non solo al di là dei significati, ma anche al di là dei fatti e ciò che viene detto perde aderenza con la realtà. Tutto può diventare il contrario di tutto, venire stravolto e risignificato senza che ci sia memoria di quello che significava un attimo prima. In questo scenario perde senso stare a rincorrere l’ultima dichiarazione estraendola non solo da un contesto ben più ampio, ma da questa operazione di cancellazione e risignificazione della realtà trasformata in un processo fluido, proteiforme rimodellabile a piacimento. E il “fatto tecnico”, come insegna Bernard Charbonneau, diventa “la carne stessa del reale e del presente” e quando veniamo travolti dalle sue conseguenze altri sviluppi, applicazioni, lasciapassare bioetici e passaggi legislativi sono già oltre… Ci si scandalizza di fronte a eccessi, ma al contempo, di fatto, si sostiene ciò che è alla loro radice.
In tutto questo influencer del pensiero concorrono a sgretolare la possibilità di costruire un reale pensiero critico. Sfuma il senso e chi costruisce pensiero critico e libero fatica a far capire tutto questo.
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Trump e l’idea della guerra come valore
di Alessandra Ciattini
Le inquietanti dichiarazioni fatte dal presidente Usa e dal segretario Pete Hegseth a Quantico ripropongono una pericolosissima concezione della guerra, che nel corso di secoli il diritto internazionale aveva tentato di superare. Inoltre, ancora una volta presentano come invincibili le forze militari Usa, quasi assimilate ai protagonisti delle pellicole commerciali hollywoodiane, nonostante la stessa intelligence riconosca la loro inferiorità in vari campi.
È oggi assai difficile comprendere se tutta l’aggressività presente nei discorsi di Trump, definito da qualcuno “il buffone apocalittico”, o di Pete Hegseth, ora segretario del meno ipocrita Dipartimento della guerra, sia solo frutto di un bluff o se riveli una qualche folle concretezza o consistenza. Certamente si vuole impressionare e terrorizzare con metodi diversi da quelli dei cerimoniali nazisti costellati da lugubri svastiche su fondo rosso, con le coreografie elaborate dall’architetto Albert Speer; metodi che sono la volgare secrezione della rozza cultura di massa televisiva e cinematografica di matrice statunitense. Certamente si vuole convincere il pubblico con un pugno allo stomaco che gli Usa sono sempre forti, battendo i piedi e strepitando, come fanno i bambini quando non vengono presi in considerazione. Probabilmente uno psicoanalista direbbe che tutta la retorica bellicista, strombazzata nella mega riunione di generali e ammiragli a Quantico (Virginia), serve anche a persuadere gli stessi parlanti che sono invincibili, pur essi costatando contraddittoriamente nello stesso tempo che il loro esercito è in decadenza, che bisogna far rinascere lo spirito guerriero, che evidentemente è scemato, anche se non per colpa loro.
Per comprendere se effettivamente tutta questa retorica bellica, che giunge a prospettare una guerra senza limiti in un mondo in cui solo il più forte ha ragione, occorrerebbe capire fino a che punto le minacce lanciate in questi insoliti consessi, in cui ci si attende anche di essere applauditi, abbiano una base concreta, se per esempio la Russia è effettivamente una “tigre di carta”, proverbiale espressione impiegata da Mao Zedong per definire i nemici reazionari della Cina e che stranamente il presidente Usa ha evocato, forse non sapendo chi stava citando.
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Gaza: l'ingegneria della fame
di Davide Malacaria
Dopo l’entrata in vigore della tregua, 10 ottobre, Israele ha violato il cessate il fuoco almeno “282 volte”, uccidendo 242 persone e ferendone altre 622. Né si arrestano le violenze in Cisgiordania, dove gli squadristi israeliani attaccano impunemente i civili che cercano di raccogliere le olive. Ieri, per la prima volta, gli Stati Uniti hanno rotto il silenzio sulle violenze dei coloni: il Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio ha dichiarato che potrebbero mettere in discussione il cessate il fuoco.
Una querula, quanto tragicamente tardiva, protesta pigolata, che in Israele è stata accolta con l’ovvia indifferenza del caso, come altrettanta indifferenza gli States dimostrano per le violazioni della tregua a Gaza, sulle quali non hanno finora detto nulla.
A Tel Aviv tutto è permesso purché il cosiddetto cessate il fuoco non sia messo in discussione seriamente, ne va dell’immagine di Trump e dei rapporti tra Stati Uniti e Paesi arabi.
E, a quanto pare, i diuturni bombardamenti su Gaza e le incursioni in Cisgiordania non hanno raggiunto questo livello critico. Ciò solo e soltanto perché Hamas, nonostante tutto, continua a ottemperare agli accordi senza reagire, che è quello che vorrebbe Tel Aviv per riprendere le ostilità in grande stile, come chiedono i messianici al governo e come vorrebbe Netanyahu, che morde il freno.
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Cuba-Venezuela. Il fucile, la penna e il dovere di non tradire: giugno, mese di esempi e rotture
di Geraldina Colotti
"Chi tenta di impadronirsi di Cuba, raccoglierà la polvere del suo suolo impregnata di sangue, se non perisce nella lotta". Queste parole, che la tradizione rivoluzionaria ha scolpito nella coscienza cubana come l'eco eterna della Protesta di Baraguá, appartengono alla tempra di Antonio Maceo, il Titán de Bronce. Uomo di umili origini, nato il 14 giugno del 1845 in una famiglia mulatta che fece della lotta per la libertà un destino collettivo, Maceo è stato un genio della strategia militare.
La postura che assunse a Baraguá, nel 1878 — quando di fronte al generale Martínez Campos rispose con un secco “Non ci intendiamo”, rifiutando il Patto del Zanjón — non fu un gesto isolato. Fu il seme della consapevolezza che, anni dopo, lo avrebbe portato a guidare la leggendaria Invasione da Oriente a Occidente (1895-1896). Se a Baraguá Maceo aveva salvato la dignità della rivoluzione dal tradimento della resa, con l'Invasione dimostrò che quella stessa dignità era diventata un progetto nazionale capace di mettere in ginocchio l'Impero.
La leggendaria Invasione inizierà nell'ottobre del 1895. All'epoca, il grosso delle forze spagnole e della ricchezza economica dell'isola si concentrava nelle province occidentali, mentre l'Oriente rimaneva il focolaio della rivolta. La strategia di Maceo, condivisa con Máximo Gómez, fu quella di spezzare l'illusione della Spagna di poter isolare la ribellione in una periferia periferica e povera. Attraversare l'intera isola significava percorrere circa 1.800 chilometri in poco più di tre mesi, sfidando decine di migliaia di soldati nemici, superando linee fortificate come la famosa Trocha di Júcaro a Morón e marciando in condizioni estreme.
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Fuga da Big Tech
di Chiara Pedrocchi
YouTube, Facebook, Instagram, TikTok: sono le piattaforme social più utilizzate dagli italiani. Social media, e non social network, visto che – come sottolinea Kenobit nel suo nuovo saggio “Assalto alle piattaforme” (Agenzia X) – l’obiettivo è tenerci agganciati a consumare passivamente contenuti multimediali, invece che mobilitarci per creare rete.
App come queste sono infatti caratterizzate dall’apparente gratuità e da un algoritmo esplicitamente progettato per generare dipendenza, stimolando uno scrolling destinato a non finire mai. Lo stesso Aza Raskin, il designer che nel 2006 ha ideato lo scrolling infinito (cioè il caricamento continuo e automatico di nuovi contenuti durante lo scorrimento, senza un punto di arresto naturale), a distanza di 20 anni si è dichiarato pentito della sua invenzione. Inoltre queste piattaforme intrappolano gli utenti in modo che non clicchino su link che rimandano a siti esterni, inibendo così l’uscita dalle piattaforme.
“Il gioco è sempre lo stesso”, scrive Kenobit. “Visto che il profitto delle piattaforme è direttamente proporzionale al tempo che gli dedichiamo, i loro meccanismi sono studiati scientificamente per aumentarlo il più possibile. Produciamo valore quando creiamo contenuti, ma anche quando li consumiamo”.
Per un utente che non cerca altro che intrattenimento, luoghi del genere sembrano l’Eldorado. E invece si tratta, antropologicamente parlando, di veri e propri non luoghi: spazi in cui non si creano connessioni, ma che si attraversano di passaggio per andare da un contenuto a un altro senza che resti all’utente alcun valore aggiunto.
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Melonellum: l’architettura della sopravvivenza e l’ombra lunga dell’autocrazia
di Mario Sommella
I costituzionalisti lanciano l’allarme sulla riforma elettorale: un premio di maggioranza abnorme, listini bloccati e la soglia dei tre quinti spalancano la porta a una democrazia a sovranità limitata
Non è una riforma. È un dispositivo di sopravvivenza politica travestito da ingegneria elettorale. Dopo il tentativo fallito di piegare la magistratura attraverso la riforma Nordio, affondato nelle urne del referendum di marzo, la destra di governo cambia obiettivo ma non metodo: se non si può manomettere il controllo di legalità, si manometteranno le regole della rappresentanza. Il Melonellum — come l’hanno già battezzato giuristi e costituzionalisti — è la prosecuzione con altri mezzi della stessa ambizione: sottrarre ai cittadini la facoltà di scegliere e consegnare al vincitore, chiunque esso sia, un potere sostanzialmente incontrollato. Una legge concepita non per riflettere la volontà popolare, ma per confezionarla su misura.
Il paradigma della legge truffa
Il richiamo alla «legge truffa» non è casuale né retorico. Nel 1953 fu la Democrazia Cristiana, spaventata dall’ascesa delle sinistre e dall’incognita post-degasperiana, a tentare l’operazione: un premio di maggioranza che avrebbe garantito al vincitore una quota abnorme di seggi. L’operazione fallì per poche migliaia di voti e divenne uno dei momenti più oscuri della storia repubblicana, un paradigma negativo da cui la cultura politica italiana ha impiegato decenni a liberarsi. Settantatré anni dopo, la tentazione torna e viene portata avanti con una brutale chiarezza di intenti che aggrava, se possibile, la natura di quell’antecedente.
Il Comitato di difesa costituzionale, presieduto da Massimo Villone, ha colto con precisione il nodo: non si tratta di un semplice aggiustamento tecnico, ma di un tentativo di riscrivere i rapporti di forza fra eletti ed elettori trasformando la rappresentanza in una scorciatoia plebiscitaria.
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Gaza: come si pianifica un genocidio
di Davide Malacaria
“La più efficace manipolazione che Israele ha messo in atto negli ultimi due anni è stata quello di imporre dei parametri del tutto infondati al ‘dibattito’ che si è svolto in Occidente riguardo la credibilità del bilancio delle vittime di Gaza, che ora ufficialmente ammonta a poco più di 70.000”. Così Jonathan Cook su Consortium news.
“Non è solo che siamo rimasti impantanati in controversie senza fine sull’affidabilità delle autorità sanitarie di Gaza o su quanti di quei morti siano combattenti di Hamas (nonostante le campagne di disinformazione israeliane, l’esercito israeliano stesso ritiene che oltre l’80% dei morti siano civili); o che questi ‘dibattiti’ ignorino sempre il fatto che, fin dall’inizio, Israele ha distrutto la capacità di Gaza di contare i propri morti, distruggendo gli uffici governativi e gli ospedali dell’enclave, da cui discende che la cifra di 70.000 morti è probabilmente una drastica sottostima”.
“No, il trucco più grande è che Israele è riuscito a trascinarci tutti in un ‘dibattito’ completamente scollegato dalla realtà, che riguarda solo quelli che sono stati uccisi direttamente dalle sue bombe e dai colpi d’arma da fuoco. La verità è che un numero molto, molto più grande di persone di Gaza è stato ucciso volutamente da Israele non attraverso mezzi diretti, ma attraverso quelli che gli statistici chiamano mezzi ‘indiretti'”.
“Tutte queste persone sono state uccise da Israele, che ha distrutto le loro case e le ha lasciate senza riparo. Da Israele, che ha distrutto le loro risorse idriche, le infrastrutture elettriche e i sistemi igienico-sanitari.
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