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L’Unione Europea e la sovranità popolare perduta
di Giampiero Marano
“Voi non potete immaginare quale angoscia e quale rabbia invada l’animo vostro, quando degli inetti si impadroniscono di una grande idea, che voi da gran tempo venerate, e la danno in pasto ad altri imbecilli uguali a loro, in mezzo a una strada, e voi la ritrovate al mercato della roba vecchia, irriconoscibile, infangata, messa a gambe all’aria, assurdamente, senza proporzione, senza armonia, ridotta a giocattolo per bambini stupidi!”. Queste parole piene di amarezza che Stepan, nei Demoni di Dostoevskij, pronuncia tra i sospiri (non sappiamo quanto sinceri) sono, proprio perché così amare, sempre veritiere e attuali. Oggi, per esempio, offrono una descrizione perfetta dell’Unione Europea. L’antica e alta aspirazione a unire i popoli d’Europa superando rivalità secolari ha avuto sostenitori come Dante, Novalis, Mazzini, Hugo; poi però la “grande idea” è finita nelle mani di uomini spiritualmente “inetti” che l’hanno uccisa e sfigurata: i burocrati e i tecnocrati dell’UE, vuoti e arroganti come il premier non eletto Mario Monti.
“L’altissimo merito di quest’ultimo”, chiariva Piergiorgio Odifreddi all’indomani della nomina a senatore a vita, “è di essere stato commissario europeo con deleghe economiche, dal 1994 al 1999 per nomina del primo governo Berlusconi, e dal 1999 al 2004 per nomina del primo governo D’Alema.
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Finita la festa gabbatu lu santu
Lettera aperta a Bersani
di Quarantotto
1- Caro onorevole Bersani,
mi permetto di scriverle, anche se probabilmente non mi leggerà mai (ma...non dispero), da questa insignificante postazione di "confine"...sul "Deserto dei tartari" di chi, diciamo insieme ad alcune decine di migliaia di persone, ha scoperto che le cose non vanno proprio con "più europa" e che l'euro è una nuova religione ipostatizzata "a metodo di governo" (copyright "Ecodellarete").
Di queste decine di migliaia di persone, a fianco delle quali coopero e discuto, userò la collettiva consapevolezza per esporre quanto "pare" necessario dirle.
Allora, in questi giorni caotici di Monti ipercomunicativo si comprende come lei sia impegnato a pararne i colpi in termini di "erosione" elettorale che ne potrebbe derivare.
Quindi molte sue dichiarazioni e prese di posizione sono tattiche, o strategiche, o comunque guardano ai "flussi elettorali" di questa strana cosa che è l'elettorato italiano, una massa di persone assuefatte alla tv, che non leggono molto i giornali e che, se anche lo fanno, sono comunque "ipercondizionati" da un discorso di "colpevolizzazione di popolo" (concetto caro ai tedeschi di un recente e infausto passato), che compattamente va avanti da 20, che dico, 30 anni:
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Il deleterio modello tedesco e i luoghi comuni sul welfare
di Guido Iodice e Daniela Palma
Un articolo di Giovanni Perazzoli su MicroMega online [1] indica Keynes blog tra quelle fonti che diffonderebbero false informazioni sulla situazione sociale in Germania. Addirittura, veniamo accusati di essere parte di una “controinformazione italiana” la quale mirerebbe a “smentire che in Germania i salari siano più alti che in Italia”.
In primo luogo è bene chiarire che l’articolo a cui si riferisce implicitamente il nostro critico [2] è stato tratto da Voci dalla Germania [3], che a sua volta riprendeva i contenuti da due siti tedeschi. La “controinformazione” di cui saremmo un pericoloso tentacolo avrebbe perciò radici nella stessa Germania. Ma questo è evidentemente un argomento minore.
Ciò di cui Perazzoli sembra proprio non rendersi conto è che la sua argomentazione integra e conferma la tesi che abbiamo esposto, ossia che il “reddito minimo di cittadinanza”, di cui egli è un sostenitore, è esattamente ciò che ha permesso alla Germania di rendere socialmente sopportabili i mini-jobs, cioè il lavoro sottopagato. Come lo stesso Perazzoli spiega, infatti:
i Mini-Job sono lavori part-time da 400 euro al mese netti rivolti per principio agli studenti, e che – attenzione – si possono sommare a Hartz IV, il reddito minimo garantito tedesco.
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Il progetto europeo pericolante
di Riccardo Achilli
L'economia tedesca su un crinale pericoloso I recenti dati congiunturali sull'economia tedesca sono univoci, e preoccupanti. La crescita del PIL, che è stata, in volume, pari al 3,1% nel 2011, nel 2012 dovrebbe attestarsi su un modesto 0,9%, per poi scendere ulteriormente allo 0,6% nel 2013. I segnali di rallentamento del ciclo sono peraltro colti dagli indicatori anticipatori. L'indice IFO è in caduta libera: il sub-indice sul clima di business scende dal valore di 108,3 di gennaio 2012 a 101,4 a novembre, e certo il lieve incremento congiunturale sul mese precedente (+1,4 punti) non basta a tratteggiare una aspettativa di recupero; il sub-indice sulle aspettative di business scende, sul medesimo periodo, da 100,9 a 95,2, ed anche qui il lieve recupero fra ottobre e novembre non è tale da configurare alcuna prospettiva di ripresa economica in futuro. Ciò anche perché il saldo fra risposte positive e negative circa il clima degli affari, anche a novembre 2012, permane negativo per tutti i settori produttivi (seppur con un recupero rispetto ad ottobre), ad eccezione del solo commercio all'ingrosso. Il superindice Ocse, un indice composito con elevata capacità di anticipare l'andamento futuro del ciclo, nell'ultima release aggiornata ad ottobre 2012, anticipa un peggioramento per il ciclo economico tedesco per i prossimi mesi, con un outlook di “crescita debole”.
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Le nuove incrinature del pensiero unico non deviano il corso della Ue
di Alfonso Gianni
Forse non c’era bisogno che Angela Merkel annunciasse al mondo che la crisi economica è destinata a durare ancora qualche anno, almeno cinque, e soprattutto che non si ha la più pallida idea di quando finirà, spegnendo così definitivamente quella luce in fondo al tunnel che a qualche visionario era parso di vedere. I dati che ci vengono sfornati ormai quotidianamente da centri studi istituzionali e non lo confermano già in modo praticamente unanime.
Da ultimo ci si è messa anche l’Istat, sfidando apertamente il divieto a sconfinare nel campo delle previsioni sul futuro, essendo i ricercatori dell’Istat, secondo alcuni, tenuti soltanto a fornire analisi del passato o fotografie del presente. Lo ha fatto ovviamente per quanto riguarda l’Italia, ma il suo contributo a spegnere i fuochi fatui della ripresa è stato impietoso con quell’11,4% di disoccupazione prevista per il 2013 (cui andrebbero aggiunti i sempre più numerosi lavoratori scoraggiati a cercare lavoro che perciò sfuggono alle statistiche ufficiali), connesso con uno 0,5% negativo per quanto riguarda l’aumento del Pil. Su quest’ultimo versante perciò la recessione rallenterebbe, mentre, com’era prevedibile, la disoccupazione e l’inoccupazione dei giovani aumenterebbero a ritmi molto rapidi.
Consistenti segnali di crisi anche per l’economia tedesca
Ma l’uscita della Merkel va intesa, da un lato, come un ribadimento che, malgrado gli insuccessi per il resto dell’Europa, la Germania deve continuare a soffiare sul fuoco del rigore, lo stesso che infiamma fuor di metafora le vie e le piazze di Atene; dall’altro lato come una mossa preelettorale, visto che in Germania si voterà nell’autunno del 2013, intendendo così rassicurare i propri cittadini riguardo a ciò che più temono, la mutualizzazione del debito.
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La dittatura dello spread e il programma della shock economy
di Piero Valerio
Ieri è stata una giornata di fibrillazione e passione in Italia: tutti gli occhi degli analisti, degli opinionisti e degli organi di informazione erano puntati sull’andamento dello spread, che dopo essere sceso nei giorni scorsi intorno ai 300 punti base, è risalito sopra quota 350 punti base. L’indice di Piazza Affari è crollato di -2,21%. I titoli bancari sono andati a picco. L’Italia si è avvicinata di nuovo pericolosamente al cosiddetto baratro. Visi preoccupati dappertutto, catastrofismo a fiotti, paura sparsa a piene mani e raffiche di dati allarmanti. Persino il Vaticano ha ritenuto opportuno pronunciarsi, per bocca del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana Bagnasco: “La casa brucia. Irresponsabile chi pensa a sé. Non si possono mandare in malora i sacrifici di un anno. Monti? Errore non avvalersene in futuro”. Ma cosa è accaduto di così straordinariamente minaccioso per l’Italia? Come mai la propaganda di regime italiana si è mossa all’unisono con tanta aggressività e compattezza? E’ accaduto un fatto normalissimo. Uno dei partiti di maggioranza, il PDL, che appoggiava il governo dei banchieri guidato da Monti ha avuto l’insolenza di dire la verità: tutti i dati economici, dal PIL, all’occupazione, alla produzione industriale, ai consumi, ai risparmi, al debito pubblico, alla pressione fiscale sono peggiorati dopo un anno di governo Monti, e quindi il PDL ha preferito non garantire più il suo sostegno incondizionato. Cosa c’è di tanto strano in tutto questo? Niente. E’ una normalissima dinamica democratica che si ripete da sempre in tutti i paese che possono ancora reputarsi tali. Tuttavia nello stato di diritto di eccezione in cui si trova incastrata da anni l’Italia all’interno dell’eurozona, commissariata di fatto dai "mercati" finanziari, ogni azione, che abbia una lontana parvenza di democraticità, diventa incredibilmente pericolosa e delicata.
Tralascio ovviamente tutto lo squallore dei tatticismi e delle questioni interne al PDL, basate su alcune rivendicazioni tipiche di un partito padronale (la riforma della giustizia, la legge sulle intercettazioni, l’incandidabilità dei condannati etc), e vado subito al sodo: in linea di principio la bocciatura al governo Monti non fa una piega.
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L'"agenda Bagnai" e la maldicenza e mediocrità molto tenaci
di Alberto Bagnai
Tesi
luca grignani ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Una cortesia":
Comincio a notare anche qui sul blog di Bagnai una certa qual avversione verso la sovranità monetaria.....
Antitesi
Da "Il tramonto dell'euro", p. 277:
E dopo che si fa?
Proviamo allora a unire i puntini. Questa crisi richiede un deciso cambio di paradigma, che è fuori dalla portata di chi si ostina a difendere l’esistente, per difetto etico (collusione col potere, incapacità di ammettere un errore), o politico (incapacità di immaginare un cambio di rotta senza sopportare enormi costi in termini elettorali). Il nuovo paradigma, evidentemente, deve muovere dal superamento degli errori del vecchio, e da una percezione chiara, e articolata per priorità, dei problemi che abbiamo di fronte. Problemi, giova ricordarlo, che quando non sono stati creati, non sono stati nemmeno risolti dall’entrata nell’euro. Problemi, va anche detto, che non sono tutti alla nostra portata, né come singoli, né come collettività nazionale. Tuttavia se prima non si acquisisce una consapevolezza, è impossibile proporre un’azione politica tale da coinvolgere altri soggetti (siano essi il vicino di casa, o altre nazioni europee). L’agenda di quello che si può fare parte anche da una visione costruttiva, e non scaltramente distruttiva, di quello che non si può fare, o non da soli, o non adesso.
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Europa : fine di partita?
di Jacques Sapir*
Il processo definito “costruzione europea”, con la situazione di stallo che si è venuta a creare sulla pianificazione di bilancio dell’Unione europea per gli anni 2014-2020, e in secondo luogo per il bilancio 2013, sta subendo un triplice fallimento: economico, politico e simbolico. La questione simbolica è certamente più importante. Questa situazione di stallo, ben che vada durerà fino all’inizio del 2013, arriva dopo il blocco dell’inizio di questa settimana sulla questione degli aiuti da accordare alla Grecia, e dopo i negoziati estremamente duri relativi alla partecipazione rispettiva degli Stati nell’ambito del gruppo aeronautico EADS, e di conseguenza di una riduzione importante delle ambizioni dell’Europa spaziale**. È altamente simbolico che questi avvenimenti si siano succeduti tutti in un periodo di otto giorni. Ciò sta a dimostrare l’esaurimento definitivo dell’Unione europea nell’incarnare l’“idea di Europa”.
Un fallimento economico
La questione del bilancio dell’Unione europea è economicamente importante. Non tanto per le somme in gioco. Il contributo al bilancio dell’Unione europea ha raggiunto l’1,26% del PIL dei differenti paesi. Quindi, per il 2013 sono previsti 138 miliardi di euro. Ma è l’esiguità di questa somma che pone dei problemi.
Nel momento in cui l’Eurozona, un sottoinsieme dell’Unione europea (UE), è in recessione, e questa condizione si protrarrà certamente nel 2013 e nel 2014, la logica avrebbe voluto che si fosse raggiunto un accordo su un bilancio di rilancio, sia per promuovere la domanda che per favorire politiche dell’offerta e della competitività in alcuni paesi.
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Spread? La vera emergenza è la disoccupazione
Domenico Moro
In Eurolandia la disoccupazione è strutturale…
La vera emergenza nell’area euro non è lo spread ma la disoccupazione. Lo ammette la Bce nel suo ultimo rapporto sul mercato del lavoro[1], che rivela come un’elevata disoccupazione sia ormai una caratteristica strutturale dell’economia europea. Tra il 2008 e il 2011 l’Europa ha perso 4 milioni di posti di lavoro (-2,6%). Negli Usa la perdita è stata maggiore, ovvero di 6 milioni di posti di lavoro (-4,5%), pur a fronte di un medesimo calo del Pil (-5%). Ma mentre dopo il 2010 - quando entrambe le economie raggiunsero un tasso di disoccupazione del 10% - negli USA questo ha cominciato a diminuire, in Europa ha continuato a crescere (raggiungendo nella sola area euro, a settembre scorso, i diciotto milioni e mezzo di unità). La disoccupazione dell’area euro in meno di tre anni è aumentata di due punti, passando dal 9,6% del 2009 all’11,6% del settembre 2012[2]. Contemporaneamente, è aumentata anche la disoccupazione di lungo periodo[3], che nel 2010 ha raggiunto il 67,3% del totale (7 punti più che nel 2008). Un segno evidente di quanto la disoccupazione non sia più un fenomeno congiunturale. I disoccupati nell’area euro dal settembre 2011 al settembre 2012 sono aumentati di 2milioni 174mila unità.
…ma “divergente” tra la Germania e quasi tutto il resto dell’area euro
Nel primo periodo della crisi in Germania e in Belgio la perdita di posti di lavoro è stata solo dell’1%, sebbene il calo del Pil fosse nella media europea, mentre in Irlanda è stata del 15%, e in Spagna e Grecia del 10%.
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Il romanzo di centro e di periferia*
di Alberto Bagnai
I protagonisti sono due: quello maschile è un paese sviluppato, lo chiameremo “il centro”, con una forte base finanziaria e industriale; quello femminile è un paese, o un gruppo di paesi, relativamente arretrato, che chiameremo “periferia”. Fra centro e periferia l’attrazione è subitanea e fatale (soprattutto per la periferia), ma, come in ogni trama che si rispetti, la diversità di origini pone qualche problema. Dove sarebbe altrimenti l’interesse della storia? La storia è interessante proprio perché i protagonisti sono diversi, molto diversi.
Il centro è un ragazzo moderno, spregiudicato, mentre la periferia è una ragazza all’antica, risparmiatrice, saggia, e un po’ repressa. Che pensate? No, non sessualmente repressa! Questo, al centro, non interessa. Non ricordate? Il centro è virtuoso. Lapida le adultere (dopo esserci andato a letto).
No, la periferia è, come dicono gli economisti, un po’ repressa finanziariamente, il che significa, in buona sostanza, che nella periferia lo Stato mantiene un certo grado di controllo sul circuito del risparmio e dell’investimento. Ad esempio, pensate un po’ che idea bislacca, nella periferia si considera la politica monetaria come uno strumento a disposizione dell’azione del governo, da mantenere, sia pure in forma mediata, sotto il controllo della sovranità democratica dei cittadini.
Avete capito bene: è esattamente quello che gli intellettuali della nostra sinistra definirebbero “populismo”, che è poi il termine con il quale certi sinistri intellettuali etichettano qualsiasi circostanza nella quale il popolo non fa ciò che loro hanno deciso che faccia. Che ne sa il popolo della moneta?
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Il Costo del Federalismo nell'Eurozona
di Jacques Sapir
Ora sull'ipotesi "Federale" si sprecano fiumi di inchiostro. E' presentata come "la" soluzione alla crisi dell'euro, le alternative essendo o un drammatico impoverimento dei Paesi "del sud" dell'Euro o un crollo dell'euzona [1] .Alcuni non esitano ad aggiungere che quest'ipotesi era già implicita nelle imperfezioni oggi riconosciute della zona euro [2] . Tuttavia, non sembra che si abbia una reale comprensione di ciò che comporta la formazione di una "Federazione europea", in particolare dal punto di vista dei flussi di trasferimento.
Per contro, cominciamo a sentirne lo stress, e in particolare l'abbandono della sovranità fiscale. La volontà della Germania di sottoporre i bilanci a una decisione preventiva di Bruxelles, naturalmente, va in questo senso [3] .
In realtà, passare al "federalismo" implica che le politiche fiscali degli Stati membri della Federazione siano controllate dal governo "federale", in questo caso, nella situazione attuale, dalla Commissione Europea. Ma, "il federalismo" implica anche notevoli trasferimenti di bilancio che esistono altrove negli Stati federali, sia in Germania, che negli Stati Uniti, in Brasile o in Russia. Il presidente russo Vladimir Putin ha d'altronde posto perfettamente la questione, in una discussione tra esperti internazionali che abbiamo avuto con lui, sottolineando che il passaggio a una moneta unica tra paesi molto eterogenei comporta ingenti flussi di trasferimenti. [4] .
I. Il livello di eterogeneità all'interno dell'eurozona
Tre gli elementi utilizzati per misurare il livello di eterogeneità nella Zona Euro.
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La sinistra e la crisi
Sergio Cesaratto
Credo che la constatazione da cui partire* non possa che essere il manifesto fallimento delle politiche di austerità.[1] Le previsioni negative su crescita, occupazione e peggioramento dei conti pubblici nell’Eurozona sono diventate un bollettino di guerra. Manovre non solo inique, ma inutili abbiamo scritto con Turci più volte nei mesi del passaggio fra Berlusconi e Monti. Devastanti aggiungerei ora, e in una logica senza fine visto che il loro effetto, manifesto, evidente, è quello di peggiorare i conti pubblici. Dire che Monti ha fatto sinora bene, se è comprensibile politicamente, non lo è nella sostanza economica. Monti non ha fatto altro che quello che Berlusconi avrebbe fatto, solo con una faccia più perbenista. E quello che ha fatto è quello che l’Europa di marca tedesca ci ha chiesto. Una valutazione politica va inoltre data sull’operazione Monti: l’austerità ci è stata presentata come la merce di scambio per l’intervento della BCE: noi diamo prova di contrizione, loro faranno intervenire la BCE. Di questo intervento non v’è stata traccia se non, un anno dopo, con la proposta di Draghi delle operazioni di mercato aperto (nel gergo della BCE, Outright Market Transactions, OMT) in cambio di cessione (ulteriore) di sovranità fiscale, su cui entreremo successivamente. Abbiamo dunque accettato quelli che sono solo i prodromi del massacro sociale e produttivo del paese senza nulla, ma proprio nulla, in cambio. E siamo solo agli inizi, il bello deve ancora avvenire, per parafrasare tristemente Obama.
L’”austerità fiscale espansiva” di Monti-Grilli, il gioco che l’austerità avrebbe condotto a minori tassi e alla crescita via guadagni di credibilità, è dunque chiaramente fallito.
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Quelle liberalizzazioni incostituzionali
Lorenzo Dorato*
Gli obiettivi di liberalizzazione dei mercati (e in subordine logico quelli di privatizzazione) - definiti a partire dalle direttive dell’Unione europea della fine degli anni ‘80, principio anni ‘90 - si sono imposti come preminenti rispetto ad altri obiettivi di politica industriale ad essi divenuti subordinati, a scapito così di quella flessibilità discrezionale e di quegli ampi margini di manovra che avevano caratterizzato l’approccio delle politiche pubbliche di intervento nei sistemi produttivi nel trentennio immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale (e in parte già dagli anni ’30 del novecento).
Il paradigma liberista, posto come unica opzione possibile, ha eroso in maniera sistematica e progressiva i margini di flessibilità delle politiche industriali degli Stati nell’orientamento dei sistemi produttivi nazionali (erosione, va detto, avvenuta di fatto in forme asimmetriche tra paese e paese, segno di una chiara gerarchia nei rapporti di forza). Si è trattato di un vero e proprio sconvolgimento paradigmatico che ha radicalmente mutato il ruolo dello Stato nella sua capacità di intervento nelle dinamiche del sistema produttivo. Da uno Stato interventista, pensato come governatore dei processi economici a garanzia di obiettivi politici e sociali, si è giunti ad uno Stato regolatore del mercato e del libero gioco della concorrenza. La regolazione ha sostituito la programmazione. E così si è consumato un radicale contrasto tra la concezione di governo del sistema economico che emerge dal dettato costituzionale italiano e la concezione che invece prescrive la normativa comunitaria.
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Austerità autolesionista?
di Dawn Holland e Jonathan Portes
I governi dell'UE hanno ciascuno singolarmente adottato severi programmi di austerità, nel tentativo di evitare di diventare il prossimo Portogallo. Questo articolo presenta i risultati del National Institute Global Econometric Model, i quali suggeriscono che le politiche, pur razionali se considerate singolarmente, stanno portando alla follia collettiva. Il ''paradosso della parsimonia" di Keynes è in pieno svolgimento, in quanto le nazioni dell'UE continuano a comportarsi come piccole economie aperte, mentre in realtà sono una grande economia chiusa.
L'austerità - in particolare i programmi di risanamento di bilancio in corso nella maggior parte dei paesi dell'UE - è autolesionista? DeLong e Summers (2012) hanno sostenuto che, nelle attuali circostanze economiche, l'impatto negativo del risanamento di bilancio sulla crescita può essere così forte che gli effetti sul rapporto debito/PIL diventano perversi, provocandone un aumento invece che una diminuzione. Questa domanda è stata bruscamente messa in luce dalla tardiva rivalutazione da parte del FMI della grandezza del "moltiplicatore fiscale" nei principali paesi industrializzati durante la Grande Recessione (IMF 2012), anche se il loro metodo, che chiaramente non è definitivo, è stato contestato da Giles (2012).
In una recente ricerca, abbiamo fatto il primo tentativo – a quanto ci risulta – di costruire un modello sull'impatto quantitativo del consolidamento fiscale coordinato in tutta l'UE, usando il National Institute Global Econometric Model, e tenendo conto della congiuntura economica attuale (Holland e Portes 2012).
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Gli squilibri europei e la lezione di Keynes
di Alessandro Bramucci
La crisi economica mondiale esplosa nel 2007 negli Stati Uniti con lo scoppio della bolla immobiliare e il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers nel Settembre del 2008 affonda le sue radici nella finanza. La deregolamentazione del settore bancario, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, ha permesso la trattazione di prodotti finanziari altamente rischiosi il cui fallimento, scatenato dal default dei mutui sub-prime e dal collasso dei prezzi nel settore immobiliare americano, ha aperto enormi voragini nei bilanci delle più grandi banche d’affari del mondo.
Tuttavia in Europa la crisi finanziaria si è presto evoluta in crisi del debito sovrano. Tra il 2010 ed il 2011 molte economie dell’Euro zona hanno visto il carico del debito pubblico aumentare consistentemente come conseguenza sia dei piani di salvataggio per il settore bancario, sia per l’ausilio di politiche fiscali espansive per far fronte alla recessione nell’economia reale. L’aumento eccessivo del debito ha poi innescato la speculazione finanziaria. Gli stati periferici dell’area Euro come Grecia, Spagna, Portogallo e Italia, si sono trovati nella condizione di dover pagare tassi di interesse insostenibili sull’emissione del debito sovrano per potersi finanziare sul mercato dei capitali privati.
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