Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly, PDF & Email

L'euro non va. No complotto, sì lotta sociale

Roberto Santilli intervista Riccardo Bellofiore

"Non credo che l'euro sia un problema. Semmai, la sua costruzione è stata un problema".

L'economista Riccardo Bellofiore, professore ordinario al dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Bergamo, ha la sua versione sulle condizioni terribili in cui versano l'Italia e l'Europa. E non coincide, non in tutto, con chi negli ultimi tempi si è scagliato contro il governo di Bruxelles, la Banca centrale europea (Bce) e, in Italia, Mario Monti e la moneta unica, considerata da alcuni economisti il vero scandalo al centro di tutto ciò che sta distruggendo la ricchezza europea.

Le critiche del prof contro Bruxelles, per capirci, non corrispondono a quelle di alcuni dei suoi colleghi.

“È sbagliata - spiega Bellofiore ad AbruzzoWeb - la posizione di quelli che credono che la crisi sia colpa dell'euro. L'origine della crisi europea non ha molto a che vedere con il bilancio pubblico, né con l'euro. Tutto risale alla crisi del debito privato del 2007-2008. Il che non toglie che sia deleteria l’ossessione degli eurocrati contro i disavanzi di bilancio e che il disegno istituzionale della moneta unica sia sbagliato".

"La crisi che stiamo vivendo - sostiene - è stata senz’altro resa drammatica dalla struttura istituzionale dell'Europa unita. Si vive con l'ossessione dei disavanzi del debito pubblico. I tecnocrati tagliano la spesa pubblica e impongono l’austerità e la privatizzazione di ogni servizio, le uniche medicine che conoscono. Senza contare il modo in cui la Bce gestisce i finanziamenti dei disavanzi”.

“Non ci si può arrabbiare troppo con Mario Draghi, presidente della Bce - continua Bellofiore - accusandolo, per esempio, di non aver permesso l’acquisto dei titoli di Stato da parte della Banca centrale.

Print Friendly, PDF & Email

Perché l'Unione Fiscale e di Bilancio non Funzionerebbe*

di carmenthesister

Man mano che mi inoltro nelle letture consigliate, mi risulta sempre più chiaro il motivo per cui la crisi dell'euro non può essere risolta  con un'unione fiscale o di bilancio, come sembra cominciare a pensare generosamente la Germania, dopo che le sue esportazioni verso l'eurozona hanno iniziato il movimento discendente.

Per capirlo meglio, può essere utile ripercorrere un po' di storia del nostro controverso rapporto con l'area del marco.


Il Serpentone

Nel 1973 l'Italia aderì al primo tentativo fatto in Europa di integrazione monetaria denominato "serpente monetario", dove i paesi aderenti si impegnavano a mantenere le proprie valute ancorate al marco entro una banda di oscillazione, e insieme fluttuare nei confronti del dollaro.

Le autorità di governo allora si accorsero abbastanza presto che la creazione di un sistema di cambi fissi tra economie non perfettamente integrate può fortemente danneggiare alcune delle economie avvantaggiandone altre, e che l'Italia non era in grado di migliorare nel breve periodo le debolezze strutturali della sua economia per adeguarne la competitività a quella dei partners più forti, quindi per evitare di mandare il paese in stagnazione, decisero velocemente di uscire dal serpente.

Print Friendly, PDF & Email

Fine dell'Euro: Guida alla Sopravvivenza

di Peter Boone e Simon Johnson

Nel loro Blog The Baseline Scenario Simon Johnson e Peter Boone sostengono che l'uscita della Grecia farà crollare l'eurozona, e qui spiegano come secondo loro accadrà

In ogni crisi economica arriva un momento di chiarezza. In Europa, presto, milioni di persone si sveglieranno e si renderanno conto che l'euro-come-lo-conosciamo non c'è più. Li attende il caos economico.

Per capire perché, prima spogliatevi delle vostre illusioni. La crisi Europea fino ad oggi è stata una serie di presunti "decisivi" punti di svolta, ciascuno dei quali si è rivelato essere solo un altro passo giù verso il burrone. Le prossime elezioni del 17 giugno in Grecia sono un altro momento del genere. Benché le forze cosiddette "pro-bailout" possano prevalere in termini di seggi parlamentari, una qualche forma di nuova moneta presto invaderà le strade di Atene. E' già quasi impossibile salvare l'appartenenza della Grecia alla zona euro: i depositi fuggono dalle banche, i contribuenti ritardano i pagamenti delle imposte, e le aziende posticipano il pagamento dei loro fornitori - sia perché non possono pagare sia perché si aspettano che presto potranno pagare in dracme a buon mercato.

La troika della Commissione Europea (CE), Banca Centrale Europea (BCE), e Fondo Monetario Internazionale (FMI), non si è dimostrata in grado di riportare la Grecia in una prospettiva di ripresa, e qualsiasi nuovo programma di prestiti incontrerà le stesse difficoltà. Con un'evidente frustrazione, il capo del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha osservato la scorsa settimana, "Per quanto riguarda Atene, penso anche a tutte quelle persone che cercano continuamente di sfuggire al carico fiscale."

Print Friendly, PDF & Email

Così parlò George Soros

Ecco cosa pensano davvero i “mercati” della crisi europea

di Vladimiro Giacchè

Ormai tutte le decisioni assunte dai Governi dell’Eurozona vengono giustificate in nome dei mercati: si opera per ricevere la loro benevolenza ed evitare la loro “ira funesta” (la prima si traduce nella disponibilità ad acquistare i titoli di Stato emessi dal nostro Paese, la seconda nel venderli).

Come ho già ricordato nel numero di Linus di febbraio, l’idea (sbagliata) che si debba ossequiare sempre e comunque quello che desiderano i mercati risale agli anni Novanta, e precisamente agli anni in cui si decise la moneta unica: fu allora che il presidente della Bundesbank, Hans Tietmeyer, lodò il fatto che i Governi nazionali avevano scelto di privilegiare “il permanente plebiscito dei mercati mondiali” rispetto al “plebiscito delle urne”. E in effetti il Governo Monti deve la propria nascita precisamente al fatto che si è deciso di privilegiare il primo tipo di plebiscito rispetto al secondo (ossia alle elezioni anticipate, che sarebbero state la logica conseguenza del fallimento di Berlusconi e della sua maggioranza).

Ora la verità è che non esiste un signor Mercato. I mercati non sono persone, ma luoghi in cui si scambiano delle cose (scarpe, pesci, azioni, obbligazioni), in genere contro denaro. E quando parliamo dei “mercati” come dotati di un’autonoma volontà, parliamo in realtà di ciò che risulta dalle tante volontà individuali, spesso contrastanti tra loro, di chi opera sui mercati. Nel caso dei mercati finanziari, si tratta di trader e operatori di borsa, di gestori di fondi di investimento, e simili.

Questi operatori non agiscono (in genere) in maniera arbitraria e irrazionale, ma assumono delle informazioni, fanno i loro ragionamenti, e sulla base di questi comprano o vendono. Ovviamente non tutti gli operatori sono uguali: ce ne sono alcuni più influenti di altri, o per il fatto di aver azzeccato molte previsioni in passato (in gergo si dice che hanno un “buon track record”), o per il fatto di gestire molti soldi, o per il fatto di avere entrambe le caratteristiche (ovviamente, spesso la seconda caratteristica deriva dalla prima).

Print Friendly, PDF & Email
politicaecon

Sugli Eurobond

Sergio Cesaratto

Questo articolo uscito oggi su il manifesto col titolo "La finta panacea degli Eurobonds per un'europa a corto di idee" si collega agli ottimi interventi di Marco d'Eramo, una delle voci più lucide di questo paese, sopratutto nel denunciare il disperante provincialismo del dibattito italiano. Non concordo completamente con lui, tuttavia, quando individua i problemi europei in un deficit di democrazia e la soluzione in una sinistra europea. Purtroppo questi richiami lasciano il tempo che trovano e rischiano di essere anch'essi un deus ex machina. Purtroppo la materialità, come cerco di spiegare sotto, è che in un'Europa solidale i tedeschi pagano, una volta che la periferia cedendo lo strumento del cambio ha perso la propria capacità di autosostenersi senza aiuti esteri. Questo è il puzzle. Dobbiamo inventarci qualcosa, ma non so cosa. Intanto la Spagna si avvia a diventare il quarto paese europeo fuori mercato. Evidentemente la storia, a passi veloci, sta trovando le soluzioni per noi.

La pezza degli Eurobonds

Alla ricerca di un’ancora che la porti fuori dalla crisi, l’Europa progressista si è di nuovo aggrappata all’idea degli eurobond che, eclissatasi per un po’, è stata ora rilanciata da Hollande. L’opposizione tedesca non appare, tuttavia, a mio avviso del tutto ingiustificata - sebbene questo non scagioni la Germania dalla responsabilità di proporre alternative al suicidio dell’Europa.

Print Friendly, PDF & Email

Grecia: cronaca di un default preannunciato

di John Weeks


In un qualche momento di questa prossima estate europea, alla fine, il governo greco si dichiarerà inadempiente per i suoi debiti in euro e cercherà di gestire una fuoriuscita dalla moneta unica. Questo non accadrà perché la gente lo vuole (anche se qualcuno lo vuole), né perché è la politica più saggia (non lo è). Fallimento e uscita accadranno perché non possono essere impediti.

C'è voluto più di un decennio per arrivare a questo risultato. Dopo una performance irregolare negli anni ’90, la crescita economica della Germania riunificata ha cominciato a calare durante i primi 5 anni del governo Schroder (Figura 1). In risposta a questo calo, il governo socialdemocratico si è imbarcato in una strategia di crescita basata sulle esportazioni. Questa strategia si appoggiava su un accordo con i sindacati per una restrizione dei salari reali, una riduzione della tutela dei lavoratori in modo da permettere salari più bassi in un mercato del lavoro segmentato, e dei sussidi de facto alle esportazioni attraverso incentivi fiscali.

Il tasso di crescita riprese a salire, con tre quarti della ripresa dovuta alla crescita delle esportazioni (Figura 2). La principale determinante di questa crescita delle esportazioni, anche questa volta influente per un tre quarti della variazione, era il costo di lavoro unitario, che è calato o è cresciuto poco (Figura 4). Una semplice moltiplicazione suggerisce che possiamo attribuire un quarto della performance di crescita della Germania alla politica di taglio dei salari reali (0.75 x 0.75 x 0.5 = 0.28 o 28%).

Print Friendly, PDF & Email

Europa: crisi di debito o di bilancia dei pagamenti?

di Andrea F. Presbitero

Per uscire dalla crisi bisogna capirne bene la natura. Se si tratta di una crisi dei debiti sovrani, allora si fa bene a combatterla con politiche di rigore. Ma se il problema sono i debiti esteri e gli squilibri commerciali fra i paesi europei, allora concentrarsi sul risanamento delle finanze pubbliche potrebbe essere insufficiente, o addirittura controproducente. Per questo, torniamo sull'argomento con un intervento di Andrea F. Presbitero (Università Politecnica delle Marche)

L’attacco speculativo contro i debiti sovrani di alcuni paesi membri dell’Unione Economica e Monetaria (UEM) ha riportato alla ribalta il rischio-paese. L’introduzione della valuta comune e la rapida integrazione finanziaria dei paesi membri dell’unione monetaria avevano consentito ai rendimenti dei titoli pubblici dei paesi membri dell’eurozona di rimanere sostanzialmente allineati anche durante la crisi finanziaria globale 2007-2009. Con il dispiegarsi della crisi greca, tuttavia, si è aperto un divario crescente tra i rendimenti dei titoli emessi dai governi di Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna (GIIPS) e quelli emessi dalla Germania.

La crisi all’interno dell’eurozona ha attirato l’attenzione su due ordini di problemi interdipendenti: 1) l’esistenza di persistenti squilibri esterni negli scambi reali tra i paesi membri dell’UEM e 2) l’aumento dei debiti pubblici. L’impennata degli spread dei titoli greci e, a seguire, degli altri paesi GIIPS ha posto in primo piano il secondo problema a scapito del primo. La giustificazione può apparire ovvia, se ci si limita a considerare che questi titoli sono rappresentativi di elevati e crescenti debiti pubblici, dei quali si teme l’insostenibilità. Appare meno ovvia se, invece, si allarga la visuale fino ad analizzare le cause profonde che alimentano i problemi di sostenibilità delle finanze pubbliche europee. Questi ultimi, infatti, sono radicati negli squilibri macroeconomici dell’eurozona e, in particolare, nella presenza di squilibri esterni persistenti tra paesi in deficit e paesi in surplus.

Se si prende in considerazione anche il primo dei due ordini di problemi si può capire che l’ampliarsi degli spread tra i rendimenti dei titoli di stato europei rappresenta la febbre sintomatica della fragilità strutturale dell’eurozona e che limitarsi a curare le finanze pubbliche può abbassare la febbre, ma non ne cura le cause.

Print Friendly, PDF & Email

Come si esce dall'euro?

Tutto quello che c'è da sapere per non farsi trovare impreparati

Claudio Messora intervista Claudio Borghi

Sul Corriere della Sera di oggi si inizia a parlare di "corsa alle banche", cioè della possibilità che si verifichi il ritiro massiccio dei depositi sui conti correnti da parte dei cittadini, spaventati dall'ipotesi di chiusura degli sportelli e dalla svalutazione sui risparmi, che a breve potrebbe far implodere il sistema monetario europeo.

Per cercare di fare chiarezza sullo scenario di una possibile uscita dell'Italia dall'euro ho intervistato Claudio Borghi, economista docente all'Università Cattolica di Milano, editorialista ed ex managing director di Deutsche Bank. Prendetevi un'ora di tempo, perché la rete, a differenza della televisione, non ha fretta.

MESSORA: Claudio Borghi, docente di economia degli intermediari finanziari alla Cattolica di Milano, nonché economista e giornalista.

BORGHI: Buongiorno.


MESSORA: Buongiorno. siamo qua oggi perché vorremmo tentare di capire, nell'approfondimento che solo la rete consente, che cosa succede se usciamo dall'euro. È uno spauracchio, è un totem, è un tabù. Però in effetti nessuno ci spiega nell'ora zero, nel caso in cui dovessimo uscire dall'euro, quali sarebbero i passi e gli avvenimenti che si susseguirebbero.

BORGHI: Innanzitutto nessuno ve lo spiega perché non ci sono grandi precedenti, nel senso che è successo in passato che ci sono stati dei cambi di valuta, siamo passati dalla lira all'euro e il giorno dopo eravamo ancora tutti lì. Quello che spaventa è il fatto di passare da una valuta debole a una forte. Tutti pensano che sia facile, perché normalmente c'è un vecchio detto che dice che la moneta buona scaccia la moneta cattiva.

Print Friendly, PDF & Email

Il bilancio in rosso di un continente

Christian Marazzi

L'economista Jacques Sapir risponde positivamente al provocatorio titolo del suo ultimo saggio «Bisogna uscire dall'euro?» e denuncia i rapporti di forza a favore dell'economia tedesca presenti nell'Unione Europea

Le elezioni francesi e greche hanno aggiunto nuovi fattori di instabilità ad una Unione monetaria europea già economicamente e socialmente insostenibile. D'ora in poi l'alternativa si riduce a questo: o i Paesi forti dell'Europa accettano di finanziare i Paesi deboli o di garantirne i debiti, oppure la spaccatura dell'euro diventa inevitabile. In entrambi i casi è in gioco la definizione del piano della sovranità, della possibilità o meno di governare l'uscita dalla crisi con politiche di crescita declinate su scala nazionale o sovranazionale. In mezzo ci sta l'euro, la sua architettura, la sua «natura». Analizzarla criticamente, come ha fatto Jacques Sapir nel suo Bisogna uscire dall'euro? (ombre corte, pp. 158, euro 16) diventa sempre più urgente, specie a fronte della falsa idea secondo cui la spaccatura dell'euro significherebbe la fine dell'Europa, della sua stessa possibilità.

Diciamo subito, prima di entrare nel merito delle tesi di Sapir, che l'idea di un Patto per la crescita lanciata dal presidente della Bce, Mario Draghi, per rabbonire François Hollande, così come l'idea di un Piano Marshall di 200 miliardi di euro consistente in investimenti infrastrutturali finanziati da una «Banca Europea per gli Investimenti» (Bei), per non parlare dell'idea di rinviare di un anno gli obiettivi di risanamento dei conti dei Paesi in difficoltà, non hanno alcuna possibilità di frenare la caduta in recessione sempre più grave di Paesi come l'Italia o la Spagna. Il patto per la crescita proposto da Draghi non è nient'altro che una proposta di riforme tese a liberalizzare ulteriormente il mercato del lavoro per accrescere la competitività delle economie europee, mentre il Piano Marshall europeo consisterebbe nell'apertura di cantieri infrastrutturali per rilanciare «keynesianamente» la crescita. In entrambi i casi si tratta di misure di medio e lungo termine che nulla possono contro il precipitare della situazione, in particolare l'aumento dei debiti pubblici indotto dalla recessione e la conseguente necessità di proseguire con altre misure di austerità.

Print Friendly, PDF & Email

La crescita secondo i padroni dell'Europa

di Riccardo Achilli

Introduzione

Sarebbe ingenuo non dire che, dalla vittoria elettorale di Hollande, e dalla dura sconfitta della Merkel in un land strategico per l’economia tedesca come il Nord Reno-Vestfalia, l’asse strategico degli euro-funzionari del Capitale finanziario posti alla guida dei diversi Stati europei non sia cambiato, sia pur di una misura appena percettibile.

Nel suo recente outlook (16 maggio) su una delle più disastrate economie dell’area euro, ovvero l’Italia, il FMI cambia un pochino il registro, rispetto alla consueta litania basata sui principi del Washington Consensus (lotta all’inflazione, rigore di bilancio, privatizzazioni, riforme del mercato del lavoro e dei servizi, taglio della spesa per ridurre la pressione fiscale, ecc.). Intendiamoci: il registro cambia di pochissimo, intanto perché il FMI esalta il macello sociale compiuto dal Governo Monti, sparando una previsione di incremento di 6 punti del PIL legata ai presunti effetti della riforma Fornero e del pacchetto liberalizzazioni. Ovviamente è troppo chiedere la metodologia con cui il FMI ha ideato questa fantastica crescita previsionale, ma basta ricordare agli analisti del FMI che:

a)    non esiste alcuna correlazione fra grado di flessibilità del mercato del lavoro e crescita. L’indice di correlazione del Perason fra l’indice di rigidità della protezione dei lavoratori con riferimento al costo ed alla facilità di effettuare licenziamenti collettivi (fonte Ocse) ed il tasso di disoccupazione, per i Paesi Ocse nel periodo 2008/2009, è pari a zero, mostrando come la flessibilità in uscita non generi alcun effetto di miglioramento sul tasso di disoccupazione, essendo le due variabili incorrelate (http://ilmarxismolibertario.wordpress.com/2012/02/25/la-flessibilita-del-lavoro-miti-e-realta-di-riccardo-achilli/).

Print Friendly, PDF & Email

La partita a scacchi del piccolo Lord

di Piotr (Пётр)

1. Il piccolo Lord del romanzo di Frances Hodgson Burnett si chiamava Cedric Errol.

Noi invece stiamo parlando del piccolo Lord Keynes. O meglio dei tanti piccoli Lord Keynes che si stanno affacciando sulla scena politica occidentale.

In una recentissima analisi sull’esito delle elezioni europee (Le elezioni in Europa. Una “svolta politica”?) ho interpretato la “svolta a sinistra” come un misto di reazione popolare intrecciata a strategie politiche non popolari. Ad una richiesta di ritorno degli Stati europei ad un patto costituzionale coi propri cittadini messi in ginocchio dal tentativo di gestione della crisi finanziaria (a sua volta un atto della più generale crisi sistemica), si inizia a rispondere delineando una diversa strategia di gestione della crisi. Due piani ben diversi che però fanno riferimento a una rappresentazione simbolica condivisa: l’intervento statale.

In realtà l’intervento statale c’è sempre stato: statali sono le decisioni di deregulation finanziaria, statali sono le decisioni di vendita dei beni statali, statali sono le decisioni di salvataggio delle banche non statali, statale infine è la politica di sostegno di alcuni settori strategici operanti tra energia e armamenti. Qualcuno infatti sostiene con buoni argomenti che in tutto questo tempo in cui lo Stato è sembrato ritrarsi da tutta la scena, abbia invece operato un keynesismo privato e un keynesismo militare, vuoi interno come negli Stati Uniti, cioè rivolto innanzitutto alla crescita della propria potenza, vuoi esterno, cioè rivolto all’esportazione di armamenti.

Print Friendly, PDF & Email

Più Europa (e meno Spagna). O no?

di Alberto Bagnai

Vi ho parlato in un post precedente di un economista eterodosso, un certo Pesce (o almeno così lo chiamavano a Roma), che in un convegno scientifico passato alla storia come il mountain workshop (il seminario della montagna), del quale sta per ricorrere il duemillesimo anniversario, disse una serie di cose di grande attualità, che via via abbiamo commentato in questo blog. Ieri alcuni lettori, chi in forma privata (per non perdere il posto di lavoro), chi in forma pubblica, mi hanno segnalato questo articolo di Repubblica, e le parole immortali di Pesce mi si sono stagliate davanti agli occhi: a fructibus eorum cognoscetis eos.

Eh già! Perché per valutare appieno la portata di questa ennesima riedizione del mantra “più Europa”, più che entrare (o rientrare) nel merito di cosa sia una zona valutaria ottimale, occorre e basta scorrere la lista dei firmatari, e contare le menzogne, le pure, semplici, sfacciate, incontrovertibili menzogne (nel senso di sovvertimenti e presentazioni distorte della realtà fattuale consegnataci dalle statistiche) sulle quali i firmatari basano i loro argomenti.

Il più noto dei firmatari, il professor Prodi, ha spinto molto perché l’Italia entrasse nell’euro, sostenendo che questa misura avrebbe avuto grandi vantaggi per noi. Ora che l’euro si rivela insostenibile, ci viene a dire però che comunque non ne usciremo perché esso fa comodo... non più a noi (come diceva prima), bensì alla Germania! Una dichiarazione surreale, di cui ci sorprende non tanto il contenuto, che a noi è assolutamente ovvio (abbiamo spiegato più volte come e perché le asimmetrie dell’euro avvantaggiano alcuni paesi a danno di altri, ponendo le basi per la disgregazione economica, sociale, culturale e civile di questo continente), quanto la disarmante sfacciataggine.

Print Friendly, PDF & Email

La crisi europea oltre l'ideologia del mercato

di  Paolo Massucci*

Inserendoci nel dibattito attuale sulla cosiddetta “crisi dell’Euro” ci proponiamo, pur senza pretesa di completezza, di coglierne alcuni punti essenziali, per poter ampliare il ragionamento al di là della preponderante informazione massificata, basata su ”l’ideologia del mercato”, fuorviante per una effettiva comprensione del processo storico sottostante.

Si tratta evidentemente di un compito ostico, soggetto ad errori e fraintendimenti e certamente parziale e provvisorio, in quanto si tenta di “afferrare” una fase della storia in tumultuoso corso di svolgimento, il cui terreno sembra continuamente “muoversi sotto i piedi”. L’attuale crisi appare comunque di proporzione “storica”: è in atto un profondo e drammatico processo di riorganizzazione del sistema capitalistico, il cui esito purtuttavia non può essere né noto né certo.

Siamo vicini al collasso del sistema capitalistico? Al momento è poco probabile, mentre siamo di fronte, almeno in Europa, ad una profonda ristrutturazione dei rapporti di potere, nel segno della scomparsa dei modelli cosiddetti “democratici” del funzionamento della politica e dei modelli cosiddetti “sociali” di redistribuzione delle ricchezze, la scomparsa dunque dei diritti, pur parziali, conquistati dai lavoratori nel secolo scorso. Ma lo scenario futuro rimane imprevedibile.

Quale è il principale fattore di questa incertezza, di questa instabilità, di fronte alle politiche economiche imposte dai poteri dei grandi azionisti dei capitali finanziari? Esso è, in ultima analisi, la possibilità e la capacità di reazione della società stessa (la classe lavoratrice in senso ampio), è l’imprevedibilità della storia, il fattore uomo, cioè la libertà dell’agire umano, la “risposta all’azione”.

Print Friendly, PDF & Email

Chi salverà l’Europa dall’euro?

Andrea Terzi*

Dopo gli articoli apparsi sull’Economist e sul Washington Post e il reportage di Repubblica, è cresciuto l’interesse per l’economia ‘neo-cartalista’, nota anche con l’acronimo MMT (Modern Monetary Theory). Qui vorrei proporre ai lettori di Economia e Politica una sintesi dei concetti principali di questo approccio ‘eterodosso’ per ricavarne alcune ricette per l’Europa, in alternativa alla visione che domina il dibattito in corso, e che si può riassumere più o meno così:

La crisi dell’euro non è un problema della moneta unica europea, che invece ha dimostrato di mantenere stabile il proprio potere d’acquisto interno ed estero, grazie alla BCE. È piuttosto un problema di alcuni stati che hanno fallito su due fronti: la competitività e l’equilibrio dei conti pubblici. In altre parole, se fossimo tutti come la Germania l’area dell’euro godrebbe di ottima salute. Per quei paesi che hanno fallito, e che possono ancora rimboccarsi le maniche per evitare di uscire dall’euro, la ricetta è una sola: austerità e riforme strutturali, e quindi sacrifici fino a quando le riforme non daranno i loro frutti. È un cammino non breve, né facile, ma è l’unico percorribile: solo riducendo sprechi e costi di produzione (anche attraverso una minor tutela del lavoro dipendente) si riacquisterà la competitività che consentirà di creare nuovi posti di lavoro.

Secondo la MMT, le ragioni della crisi non sono affatto queste, né le ricette sul tavolo dell’Europa (e dell’Italia) hanno una qualche possibilità di successo. E in considerazione del fatto che l’Europa, tra summit, annunci della BCE e nuovi trattati, entra ormai nel terzo anno della “sua” crisi, può essere utile esaminare alcune proposizioni neo-cartaliste e valutare le proposte per l’Europa che se ne possono trarre. Si tratta, d’altra parte, di proposte condivise da un più ampio fronte di economisti di formazione keynesiana e postkeynesiana, con i quali la MMT condivide alcuni principi di fondo.

Print Friendly, PDF & Email

Lezioni di default dalla crisi greca

di Andrea Fumagalli

A più di una settimana dalla conclusione della ristrutturazione del debito greco, può essere utile, a mente più serena, ripercorrere e valutare le tappe che hanno portato ad un vero e proprio default controllato.

Il 9 marzo scorso si è chiuso l’operazione di scambio (swap) di titoli di Stato greci che ha coinvolto i creditori privati. Da un punto di vista tecnico, la maggior parte degli investitori istituzionali e privati, che hanno dato la propria adesione, hanno accettato di cambiare i propri titoli con nuovi titoli di minor valore: in particolare, i vecchi titoli di stato sono stati scambiati con:

a. nuove obbligazioni con scadenze comprese fra il 2023 e il 2042 dal valore nominale complessivo pari al 31,5% dei titoli originariamente in possesso (quindi una svalorizzazione del 68,5%); b. un warrant (titolo finanziario particolare) emesso dalla repubblica ellenica con importo nominale pari al 31,5% (quindi una svalutazione ancora del 68,5%) e scadenza nel 2042 che darà diritto al pagamento di interessi annuali nel caso in cui la Grecia dovesse osservare il previsto percorso di crescita del Pil. c. nuovi titoli zero coupon emessi dall’Efsf (Fondo europeo di stabilità finanziaria) con scadenze a 12 e 24 mesi aventi un valore nominale pari al 15% (perdita dell’85%).

In conclusione si è trattata di una riduzione del valore dei titoli di stato greci mediamente pari al 73% del valore nominale. Il risultato è stato un taglio netto del debito greco privato da 206 a 107 miliardi di euro, pari a più di un terzo del debito complessivo.

Tale riduzione ha prevalentemente interessato le grandi banche europee. L’adesione degli istituti di credito all’offerta di concambio è stata, comunque, massiccia. Le 450 aziende rappresentate dalla Institute for International Finance hanno accettato tale taglio su un patrimonio complessivo vicino ai 110 miliardi di euro.