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Ucraina: il panico europeo e la “guerra civile” d’Occidente
di Roberto Iannuzzi
Sebbene gli USA non puntino a una pace vera con Mosca, l’Europa vuole una prosecuzione della guerra. I russi lasceranno che il fronte occidentale si sfaldi sotto il peso delle sue contraddizioni
La pubblicazione della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Trump, insieme all’ultimo piano di pace per l’Ucraina proposto dalla Casa Bianca, costituiscono solo gli ultimi due episodi che hanno inasprito le relazioni fra Washington e il vecchio continente.
Ma la spaccatura fra le due sponde dell’Atlantico è tutt’altro che netta, bensì frastagliata e trasversale, e le sue origini precedono l’arrivo di Donald Trump alla presidenza americana.
Al momento del suo insediamento, avevo scritto che anche il secondo mandato del magnate statunitense era destinato “a suscitare opposizione, resistenze, confusione e shock a livello politico ed economico, sia sul piano interno che all’estero”.
Avevo sottolineato però che una parte dell’oligarchia USA era ormai dalla sua parte, e che i principali venture capitalist della Silicon Valley si contendevano l’orecchio del presidente.
Aggiungevo che allo stesso tempo
“pezzi della magistratura sono determinati ad opporsi ai provvedimenti di Trump all’interno, mentre elementi del cosiddetto “Stato profondo”, come la comunità dell’intelligence, sono pronti a dar filo da torcere al presidente sulle questioni di politica estera”.
Già allora era facile prevedere che Trump era “destinato a spaccare ulteriormente l’Europa”, e a dare un’ulteriore spallata a “un ordine internazionale già abbondantemente picconato da Joe Biden e dai suoi predecessori alla Casa Bianca”.
Le ragioni erano molteplici:
“Trump ha detto di amare l’Europa ma non l’UE. Tuttavia i dazi e la richiesta di acquistare ancora più LNG americano rischiano di svuotare le tasche dei comuni cittadini europei prima ancora di danneggiare i tecnocrati di Bruxelles.
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Russia, Cina e la rotta dell’Artico
di Fabrizio Casari
La compagnia di navigazione Haijie Shipping Company ha inaugurato ieri il progetto artico cinese, denominato China-Europe Arctic Express. Si tratta di una connessione di navi portacontainer tra l’Estremo Oriente e l’Europa, lungo una rotta commerciale che attraversa l’Oceano Glaciale Artico invece dell’Oceano Indiano. Il China-Europe Arctic Express sarà operato dalla nave Istanbul Bridge, capace di trasportare 5.000 container per viaggio. Salpando dal porto di Quingdao (a nord di Shanghai), avrà come possibili destinazioni Felixstowe in Gran Bretagna, Rotterdam, Amburgo e Danzica.
La rotta riduce della metà i tempi di percorrenza (18 giorni invece di 28 passando per Suez) e i costi di consegna delle merci rispetto alle autostrade marittime che passano dall’Oceano Indiano fino al Mediterraneo. E tra i vantaggi di questo passaggio a nord-ovest sono c’è il fattore sicurezza: si evitano Mar Rosso e Canale di Suez, costantemente sotto la minaccia della pirateria e una rotta sicura riduce fortemente i costi assicurativi, oltre a quelli gestionali.
Benché al momento la rotta artica sia navigabile solo per alcuni mesi all’anno, gli scienziati cinesi e russi prevedono che a causa dello scioglimento dei ghiacci e della cantieristica navale specialistica, sarà sempre più navigabile.
La fase sperimentale procede a buon ritmo: il Centre for High North Logistics, un istituto norvegese che monitora la navigazione nei mari dell’estremo Nord, ha già registrato tra giugno e agosto il passaggio di 52 navi tra Vladivostok e San Pietroburgo.
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I "cieli della Nato" e le ultime vette toccate dal Corriere della Sera
di Fabrizio Poggi
Furfanti, canaglie, falsari: difficile raccapezzarsi nella scelta delle caratteristiche per cui si distinguono, in un pericoloso crescendo, i guerrafondai euroatlantisti e i manigoldi delle redazioni belliciste che fanno loro da portavoce.
«Sfida di Putin nei cieli della NATO», è il titolone di prima pagina del Corriere della Sera dopo il presunto sconfinamento di tre jet russi nello spazio aereo estone. Ovvio che la secca smentita del Ministero della difesa russo, secondo cui non c'è stato alcuno sconfinamento, come confermato dai dispositivi di controllo aereo e i caccia erano in volo programmato dalla Karelia verso Kaliningrad, venga bellamente ignorata: roba da “amici di Putin” e non per “giornali seri”, di regime!
Invece, avanti con la “provocazione” ai danni dell'aereo di Ursula-Demon-Gertrud, forza coi droni russi sulla Polonia, vai con le immagini della colonica polacca a Wyryki colpita dai droni russi, mentre la stessa Varsavia parla di missile polacco finito per sbaglio sulla casa; si batta il tasto dei “poveri ucraini” bombardati giorno e notte dai barbari della tajga, ma si taccia sull'ennesimo attacco ucraino alla centrale nucleare di Zaporož'e, mentre veniva ispezionata dai tecnici della IAEA.
Già, ma Kaliningrad, verso cui volavano i MiG-31, può essere davvero assunta da Mosca «come pretesto per l'invasione», titolano a via Solferino, perché già nelle passate visioni NATO di ipotetica “invasione russa dell'Europa” – già, proprio dell'Europa; non di una regione, un paese; no: proprio l'Europa tutta intera! - questa sarebbe partita da Kaliningrad. Occupata la Lettonia dai russi, i fieri battaglioni NATO, quelli cui partecipa anche l'Italia, dopo il vertice NATO in Galles nel 2014, «avrebbero stretto ai fianchi l’esercito russo sconfiggendolo».
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Il genocidio sta accadendo. Proprio in questo momento
di Giovanni Pillonca
Il primo quadro che Hedges ci consegna in questo suo ultimo libro, A Genocide Foretold (ora anche in edizione italiana, per Fazi) è quello del suo ritorno, a un anno dal 7 ottobre, nei territori noti e a lui cari della Cisgiordania: egli è stato, infatti, per 7 anni a capo della sezione Medio Oriente del NYT e per il suo lavoro di giornalista è stato insignito del premio Pulitzer.
Hedges vuole incontrare un suo vecchio amico, lo scrittore Atef Abu Saif, che ha appena pubblicato Don’t Look Left: A Diary of Genocide (Boston: Beacon Press, 2024), un libro che contiene il resoconto degli 85 giorni trascorsi da Abu Saif a Gaza dove si trovava in visita a dei parenti il 7 ottobre e dove resta bloccato dall’attacco israeliano e dalla conseguente chiusura di tutti i varchi.
Abu Saif è un testimone prezioso. Essendo nato nel 1973, ha vissuto le tragedie e le speranze del suo popolo dell’ultimo mezzo secolo, dalla guerra del Kippur, passando per le due intifada, inframmezzate dai colloqui che portarono agli accordi di Oslo, a loro volta sconfessati dall’inarrestabile processo di spossessamento prodotto dall’occupazione e da tutte le rappresaglie di Israele sui Territori e tutte le operazioni su Gaza degli ultimi vent’anni. Abu Saif si trovava, infatti, a Gaza anche durante la campagna denominata “Piombo fuso” del 2008-2009 e durante quella del 2014 chiamata “Margine protettivo” su cui si basa il suo The Drone Eats Me: Diaries From a City Under Fire.
Già a pochi giorni dall’inizio dei bombardamenti Gaza si presenta come “una landa desolata di macerie e detriti”, da cui affiorano le membra delle vittime sorprese dai bombardamenti. Mentre rischia ogni giorno la vita, Saif è colpito direttamente dalla morte di persone care, la nipote adolescente cui vengono amputate entrambe le gambe, e che chiede di morire, dall’eliminazione mirata di giornalisti, di colleghi scrittori e poeti, tra i quali l’amico Refaat Alareer, l’autore di “Se devo morire”, la poesia più tradotta e citata in questi ultimi mesi. L’eliminazione di testimoni articolati ed eloquenti come Alareer, e in genere di altri scrittori, era stata preannunciata da settimane di minacce ricevute per telefono da numeri israeliani.
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Iran-USA: un pareggio che può cambiare il mondo
di Giuseppe Masala
Con l'insperata tregua mediata dal Pakistan e dalla Cina, Iran e USA si avviano a incamerare un "pareggio" in uno scontro che poteva avere esiti drammatici. Ma pareggio in questo caso non significa che tutto rimarrà come prima; la storia del mondo e ad uno snodo cruciale e questo pareggio cambia per sempre gli equilibri
Quando tutto sembrava avviato verso uno sbocco ancora più tragico di quello visto nel corso dell'ultimo mese e mezzo è arrivata la notizia, tanto insperata, quanto attesa: Stati Uniti e Iran hanno accettato una tregua di quindici giorni nei quali si impegnano a trovare una soluzione definitiva al conflitto in corso.
L'accordo che potrebbe avere una rilevanza storica ha visto il Pakistan nel ruolo di mediatore decisivo; secondo alcune fonti nella fase finale ci sarebbe stato anche un intervento della Cina che avrebbe spinto anche i settori più oltranzisti della élite iraniana ad accettare i termini dell'accordo.
Cosa contenga in realtà questo accordo, non è dato sapere visto che le parti parlano di vittoria storica e totale sull'avversario. Secondo le fonti iraniane, Trump avrebbe accettato i dieci punti proposti da Teheran; in realtà, pare evidente, che Trump ha accettato di discuterli in questi quindici giorni di cessate il fuoco. Il che è molto diverso.
I punti più difficili da accettare per Washington del “decalogo” di Teheran sono certamente il (1) mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz, (2) l'accettazione di Washington che l'Iran arricchisca il suo uranio, (3) il pagamento di un risarcimento all'Iran da parte degli USA, (4) ritiro delle truppe statunitensi dalla regione.
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Dal Tevere al Giordano: Gaza chiama Roma risponde
di Militant
L’indiscutibile riuscita della piazza di ieri ha relegato, almeno per il momento, ogni manovra da “piccolo cabotaggio” che aveva caratterizzato il movimento di solidarietà per la Palestina nel passato, generando una grande giornata di mobilitazione che ha esondato tutti i soggetti organizzati di movimento. Questo è stato possibile grazie a una straordinaria mobilitazione delle coscienze di fronte a un genocidio in corso e al rigetto della complicità totale e asservita di ogni singolo governo occidentale all’infame colonizzazione sionista.
La generalizzazione dello sciopero di ieri, che più che uno sciopero dei soli lavoratori, almeno a Roma, è stato uno sciopero sociale e politico “per Gaza” è un chiaro segnale per tutto il movimento che si batte al fianco della Resistenza palestinese in questo paese.
Il virtuosismo delle piazze del 22 settembre crediamo sia stato possibile principalmente grazie alla capacità che è stata dimostrata da larghi settori di movimento di intercettare il sentimento dominante nella società italiana rispetto alla questione palestinese – una diffusa solidarietà che trova paragoni solo episodici con altri paesi europei. A questo va sommato il sempre più profondo processo di scollamento tra la società italiana e il Palazzo, che vede la stragrande maggioranza della popolazione su sentimenti “filo-palestinesi” e “contro il massacro”, mentre il governo italiano segue inesorabilmente la parabola sionista ritrovandosi sempre più chiaramente in una condizione di isolamento.
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Da Giosuè a Teheran
di Alberto Giovanni Biuso
«Ogni luogo che calcherà la pianta dei vostri piedi, ve l’ho assegnato, come ho promesso a Mosè. Dal deserto e dal Libano fino al fiume grande, il fiume Eufrate, tutto il paese degli Ittiti, fino al Mar Mediterraneo, dove tramonta il sole: tali saranno i vostri confini. Nessuno potrà resistere a te per tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te; non ti lascerò né ti abbandonerò» (Giosuè, 1, 3-5; Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane, Bologna 1988, p. 407).
Siamo sempre lì, siamo sempre a questa promessa di un Dio/Arconte al suo Popolo Eletto. Una promessa che ha prodotto guerre e stermini di ogni genere, dal XII secolo a.C. (epoca alla quale si riferiscono i fatti narrati nel Libro di Giosuè) sino al XXI secolo d.C.
Siamo alle radici religiose e più esattamente teocratiche di un presente che si crede laico e ‘scientifico', libero da ogni superstizione, emancipato da ogni parola di Dio e la cui politica internazionale è invece in mano alla teocrazia sionista e ai movimenti che negli Stati Uniti d’America vedono in Donald Trump l’uomo inviato dalla Provvidenza divina a preparare i tempi dell’Apocalisse, dopo i quali avverrà il ritorno di Cristo.
Incredibile? No. Perché è certamente vero che «sei ancora quello della pietra e della fionda, / uomo del mio tempo» (Salvatore Quasimodo, Uomo del mio tempo, vv. 1-2) ed è altrettanto vero che «sei ancora quello della Bibbia e della guerra, / uomo del mio tempo».
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Come li freghiamo e ci riprendiamo tutto: una guida pratica
di Giuliano Marrucci
Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà: è uno dei concetti di Gramsci più bacioperuginizzati di tutti, insieme al famoso odio per gli indifferenti e a quello per il capodanno. Non poteva essere altrimenti; la frase, infatti, in realtà è una citazione dell’intellettuale francese e Nobel per la Letteratura Romain Rolland ed effettivamente, in mano sua, era esattamente l’appello un po’ retorico e moraleggiante che sembra: cercate di analizzare razionalmente il mondo per quello che è, con tutte le sue brutture, ma non arrendetevi e continuate a praticare il bene. Ma quando Gramsci la fa sua, cambia tutto, dalla morale all’azione politica: la citazione accompagnerà tutte le fasi dell’elaborazione politica di Gramsci, dagli editoriali dell’Ordine Nuovo alle lettere ai familiari e i Quaderni scritti durante la prigionia; e, col tempo, arriverà a riassumere non solo un’intera analisi della realtà capitalistica di una profondità senza pari, ma anche un vero e proprio programma d’azione per superarla. “Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà“ scriveva, ad esempio, Gramsci in un editoriale del 1920, “dev’essere la parola d’ordine di ogni comunista consapevole degli sforzi e dei sacrifici che sono domandati a chi volontariamente si è assunto un posto di militante nelle file della classe operaia”: ma in che senso? Per capirlo, bisogna prima focalizzare un punto fondamentale e, cioè, che dal punto di vista della biografia intellettuale, prima di ogni altra cosa Gramsci è un filosofo della crisi.
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“La responsabilità non è dell’occupante, ma dell’occupato”
di Rami Abu Jamous
Rami Abu Jamous scrive il suo diario per Orient XXI. Giornalista fondatore di GazaPress, un’agenzia di stampa che forniva aiuto e traduzioni ai giornalisti occidentali, Rami ha dovuto lasciare il suo appartamento a Gaza con la moglie e il figlio Walid di due anni e mezzo. Rifugiatisi a Rafah, la famiglia è stata poi costretta a un nuovo esilio prima a Deir al-Balah, poi a Nuseirat, bloccata come tante famiglie in questa enclave miserabile e sovraffollata. Un mese e mezzo dopo l’annuncio del cessate il fuoco, Rami è finalmente tornato a casa con la moglie, Walid e il figlio appena nato, Ramzi. Per il suo Diario da Gaza, Rami ha ricevuto tre importanti riconoscimenti al premio Bayeux per i corrispondenti di guerra. Questo spazio gli è dedicato dal 28 febbraio 2024.
* * * *
Giovedì 4 settembre 2025.
Qualche giorno fa, ho ricevuto una telefonata da un’amica che vive in Francia:
— Rami, a quanto pare, questa volta la situazione è grave. Gli israeliani occuperanno l’intera Striscia di Gaza e deporteranno tutta la popolazione. Il piano è già pronto e verrà realizzato. Non è meglio per te cercare di evacuare?
— Perché dovrei andarmene?
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Iran, le illusioni e la realtà
di Mario Lombardo
A dieci giorni dall’inizio della guerra di aggressione di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, le fantasie trumpiane di una vittoria o una resa rapida del governo di Teheran sono andate in fumo. Le indicazioni che la decisione di attaccare sarebbe sfociata in una guerra di attrito dalle conseguenze imprevedibili erano molteplici, in varie occasioni arrivate dalle stesse agenzie di intelligence e dai vertici militari americani. La domanda che in molti continuano a farsi è perciò se Trump e Netanyahu siano così stupidi da aver creduto in un’operazione indolore che avrebbe cambiato il volto del Medio Oriente a favore di Washington e Tel Aviv senza conseguenze troppo pesanti per i loro paesi. Al di là della risposta, i contorni del conflitto continuano ad allargarsi e non ci sono ovvie vie d’uscita da un’avventura che minaccia di essere la più disastrosa della già distruttiva storia dell’Impero a stelle e strisce.
I rapporti fantasma e il fantasma dei rapporti
Già alla vigilia del lancio dei bombardamenti contro la Repubblica Islamica era circolata la notizia di un avvertimento rivolto a Trump dal capo di Stato Maggiore USA, generale Dan Caine, circa i rischi di una guerra di questo genere. A molti, la rivelazione era sembrata un modo per i militari di mettere le mani avanti e scaricare la responsabilità della probabile débâcle interamente sulla Casa Bianca.
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La campana sta suonando per noi, e da un pezzo
di Luciano Curreri
Un sottile rumore di fondo nell’ottantesimo anniversario della pace mondiale (sic): il caso della guerra in Iraq e La scatola del signor Hulford (2015) di Giorgio Taschini
I.
La guerra in Iraq del 2003-2011 non è stata, almeno nella durata e nella deriva, una seconda guerra del Golfo. La prima (1990-1991), del resto, me la ricordo bene, anche perché all’epoca, da giovane e ultima ruota del carro, scrivevo brevi per il radiogiornale di Radio Torino Popolare (1982-2009).1 Ai nostri giorni, per comodità di narrazione, tendiamo ancora a unirle, ma faremo bene a darci un taglio a questo “arrangiamento da manuale”. E non soltanto per l’11 settembre 2001 e la lunga risposta, la vendetta USA, l’invasione americana dell’Afghanistan (2001-2021) e le leggi antiterroristiche che colpiranno soprattutto un’altra etnia: un’etnia che noi abbiamo fatto fatica a pensare e a rispettare come tale, insieme alla sua identità e religione, alla sua storia e geografia, autoattribuendoci un diritto d’istruzione morale e principiando così, a inizio del nuovo secolo e millennio, a dare ancora una volta un bel bacio dell’addio a libertà civili e diritti dell’uomo, grazie pure a quella acquosa e sanguinante “ciliegina sulla torta” che è stata (e forse è) Guantánamo.2
La cito non a caso, Guantánamo, perché a tutte e tutti verranno in mente le foto e i filmini delle torture brutali e volgari, di natura anche sessuale, evocate ormai come «enhanced interrogation techniques» (in italiano tradotte come «tecniche di interrogatorio potenziato» o come «tecniche di interrogatorio rinforzate»)3 e di cui si resero responsabili uomini e donne sorridenti, “in posa”, dell’esercito americano (da Guantánamo ad Abu Ghraib, cioè allo «scandalo di Abu Ghraib»).
In effetti, una delle scoperte più clamorose e inquietanti seguite da Giorgio Taschini (1968) in La scatola del signor Hulford (2015), proprio relativamente alla guerra in Iraq del 2003-2011, è relativa alla piattaforma americana «Fucked up», che regalava porno ai militari americani in cambio di foto o video di immagini di guerra, di morti ammazzati ai check point: uno spasmodico e tristissimo scambio di carne, che è l’orrore estremo e quotidiano immaginato e raccontato, conseguenze comprese, da un romanzo che non fa sconti ma che non usa il sesso come espediente per vendere di più o vendere (e vendersi) tout court, magari seguendo quegli stilizzati canovacci in cui figura il numero giusto di scene di morte e di sesso, specie quello caratterizzato da violenza, da stupri e da scambi simbolici di natura patologica e funerea.
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Argentina, JP Morgan ed elezioni
di Marco Consolo
Fiumi di inchiostro sono stati versati sul risultato elettorale in Argentina e sulla “vittoria schiacciante” del partito di governo, La Libertad Avanza di Javier Milei alle elezioni di medio termine del 26 ottobre. Molto si è scritto sugli equilibri politici interni, sulle alleanze, su quali siano stati i fattori che hanno reso possibile una vittoria sorprendente per molti aspetti.
Ma forse non tutti sanno che il 24 ottobre (2 giorni prima delle elezioni) a Buenos Aires si era tenuta la riunione annuale del vertice di JP Morgan Chase Bank, la più grande banca d’affari degli Stati Uniti. Ovvero, una delle banche che ha stabilito le condizioni della sottomissione economica dell’Argentina al sistema finanziario internazionale. E così, mentre nelle strade si chiudeva la campagna elettorale, i poteri forti si riunivano nei salotti eleganti di Buenos Aires, senza troppo chiasso, in abiti scuri e la spilla di JP Morgan sul bavero.
Si sa, ça va sans dire, i banchieri non badano a spese (soprattutto con soldi che non sono loro). E così, parcheggiati nella zona VIP dell’aeroporto internazionale di Ezeiza, hanno fatto bella mostra di sé più di una dozzina di jet privati di alti funzionari della banca, il meglio dell’aviazione executive mondiale, il cui costo per aeronave oscilla tra i 57 e i 61 milioni di dollari.
La presenza di JP Morgan nel bel mezzo di una campagna elettorale caratterizzata dall’incertezza e dalle tensioni cambiarie è stata un’ispezione diretta del laboratorio economico argentino, il più ortodosso del pianeta. Il governo di Javier Milei ha trasformato il Paese in un esperimento neo-liberista radicale, con deregolamentazione, privatizzazioni e indebitamento in nome della libertà di mercato. Ma quella libertà ha dei proprietari, atterrati a Ezeiza con jet di lusso e la JP Morgan è ospite d’onore. Detto in altri termini, prima delle elezioni, i banchieri avevano già deciso chi avrebbe governato, chi avrebbe gestito l’economia e il debito estero, chi avrebbe controllato l’energia e il prezzo delle bollette. Lungi dall’essere un fatto isolato è la rappresentazione plastica di una politica di svendita della sovranità travestita da modernizzazione.
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Approvato il primo scheletro di una finanziaria tutta improntata alla guerra
di Stefano Porcari
Presi dall’enorme mobilitazione che ha interessato il paese in questi giorni in solidarietà con la lotta palestinese e in sostegno della rottura del blocco illegale di Gaza da parte della Global Sumud Flotilla, è passato momentaneamente sullo sfondo il dibattito sull’approvazione della prossima manovra finanziaria, che si avvicina inesorabilmente con la fine dell’anno.
Giovedì, però, il Consiglio dei Ministri ha varato il Documento programmatico di finanza pubblica (o Dpfp), che ha sostituito la vecchia Nadef. La funzione è più o meno la stessa: serve a fare il punto della situazione dei conti pubblici e delle previsioni di crescita, e a dare così una cornice definita entro cui scrivere in maniera dettagliata la legge di bilancio per l’anno a venire.
Le previsioni di crescita tendenziale del PIL sono ancora più striminzite di qualche mese fa: +0,5% quest’anno, invece di +0,6%; +0,7% nel 2026 e nel 2027; +0,8% nel 2028. Il ministero dell’Economia mette però in chiaro che “tali dati si basano su stime assai prudenziali che allo stato risentono anche del contesto geopolitico internazionale“, innanzitutto dei dazi ‘amichevoli’ di Trump.
Rimane invece inflessibile la gabbia dei vincoli europei, e dunque dell’austerità imposta da Bruxelles. La spesa primaria netta, cioè quella che esclude gli interessi sul debito e componenti cicliche, è diminuita: la solerzia del governo Meloni nel tagliare spese e servizi pubblici ha fatto sì, dalla stima dello scorso aprila che lo dava al 3,3%, ora il deficit è proiettato sul 3%.
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Un blog di Rivoluzionari Ottimisti
Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere
Sudan, genocidio fuori campo: l’oro, il Mar Rosso e le vite che non contano
di Mario Sommella
Genocidi a geometria variabile
Nell’ultimo anno il dibattito pubblico è stato costellato di parole enormi: “genocidio”, “crimini di guerra”, “pulizia etnica”. Si discute, spesso in modo strumentale, di Gaza e della Palestina; si invocano i tribunali internazionali, si litiga sui numeri, si prova perfino a stabilire una gerarchia del dolore. Ma mentre il mondo si accapiglia su ciò che vuole o non vuole vedere, c’è un altro genocidio che si consuma quasi nel silenzio: quello in Sudan.
Non è una tragedia minore. È semplicemente un genocidio che cade fuori dall’inquadratura: troppe poche telecamere, troppo nero il colore dei corpi massacrati, troppo evidente l’intreccio tra rapina di risorse, neocolonialismo, interessi militari e finanziari di mezzo mondo.
Dal 2023 ad oggi, la guerra tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le milizie paramilitari delle Rapid Support Forces (RSF) ha ucciso decine di migliaia di persone e spinto alla fuga oltre 12 milioni di esseri umani: la più grande crisi di sfollamento al mondo, con più di 8 milioni di profughi interni e milioni di rifugiati nei paesi vicini.
Alcune stime parlano ormai di oltre 150 mila morti complessivi, solo nell’ultima fase del conflitto.
Eppure, nelle scalette dei telegiornali, questa guerra quasi non esiste.
Dal Darfur a El Fasher: un genocidio annunciato
Per capire che cosa sta accadendo oggi, bisogna tornare al Darfur, inizio anni Duemila: il governo di Omar al-Bashir arma le milizie arabe janjāwīd per reprimere la ribellione delle popolazioni non arabe. Villaggi rasi al suolo, stupri di massa, deportazioni: un’intera regione trasformata in laboratorio di pulizia etnica. La comunità internazionale arriverà a parlare di genocidio, gli Stati Uniti lo dichiarano formalmente nel 2004, ma la macchina di morte non verrà mai davvero smantellata.
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Il trionfo del moralismo fuorviato sulla precisione descrittiva
di Lorenzo Forlani*
Io davvero non riesco a capire come siamo finiti in questo tombino dialettico permanente, fatto di dicotomie e polarizzazioni inutili, stupide, anti logiche, di timore reverenziale nei confronti della argomentazione, anzi della precisione delle parole, dell’utilizzo assennato dei loro significati, del vittimismo costante, del mal riposto riflesso d’indignazione, della sudditanza verso il vuoto conformismo del silenzio, oppure della frase di circostanza a corollario del lutto, della perdita, dello shock.
Un intellettuale di nome Odifreddi dice una cosa elementare, banale, del tutto circostanziata dalla sua accuratezza terminologica: “uccidere Kirk non è la stessa cosa rispetto a uccidere Martin Luther King”. Voglio dire, è ovvio che non sia la stessa cosa. Letteralmente non lo è, perché uno promuoveva l’opposto dell’altro in merito alla violenza della società stessa.
“Non è la stessa cosa” nella misura in cui lascia una diversa eredità e diverse premesse, nella misura in cui stimola riflessioni differenti su come un omicidio possa essere maturato nella mente di una persona, e su come un omicidio possa verificarsi più facilmente se concepito all’interno di una società più violenta, che incidentalmente veniva promossa dalla vittima.
In che frangente o mediante quale interpretazione questa frase di Odifreddi può essere considerata sinonimo di “uccidere Martin Luther King sarebbe stato ingiusto, uccidere Kirk no”? [anche Martin Luther King è stato ucciso, ma da un suprematista bianco non troppo distante dal mondo di Kirk, ndr]
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La bolla di illusioni dell’Occidente su Israele – e su se stesso – sta per scoppiare
di Jonathan Cook*
Per decenni, due narrazioni inconciliabili su Israele e le sue motivazioni sono coesistite in parallelo.
Da un lato, la narrazione ufficiale occidentale ritrae un coraggioso e assediato Stato di Israele “ebraico”, disperatamente impegnato a raggiungere la pace con i suoi ostili vicini arabi. Ancora oggi, questa narrazione domina il panorama politico, mediatico e accademico.
Più e più volte, o almeno così ci viene detto, Israele ha teso un ramoscello d’ulivo agli “arabi”, cercando l’accettazione, ma è sempre stato respinto.
Un sottotesto in gran parte inespresso suggerisce che i regimi presumibilmente irrazionali, sanguinari e antisemiti di tutta la regione avrebbero portato a termine il programma di sterminio nazista se non fosse stato per la protezione umanitaria offerta dall’Occidente a una minoranza vulnerabile.
La contro-narrazione palestinese, condivisa in gran parte del resto del mondo, viene soffocata nel silenzio in Occidente come una “calunnia del sangue” antisemita.
Il libro presenta Israele come uno stato etnicamente suprematista, fortemente militarizzato, armato dagli Stati Uniti e dall’Europa, determinato all’espansione, alle espulsioni di massa e al furto di terre.
Secondo questa interpretazione, l’Occidente ha impiantato Israele come avamposto militare coloniale, con lo scopo di sottomettere la popolazione palestinese autoctona e terrorizzare gli stati confinanti, costringendoli alla resa attraverso dimostrazioni di forza implacabili e schiaccianti.
I palestinesi non possono raggiungere la pace né alcun tipo di accordo, perché Israele persegue solo la conquista, il dominio e l’annientamento. Non è possibile alcuna via di mezzo.
La prova, fanno notare i palestinesi, è il persistente rifiuto di Israele di definire i propri confini. Con la crescita della sua potenza militare decennio dopo decennio, sono emerse agende politiche sempre più estreme, che chiedono non solo l’annessione da parte di Israele degli ultimi lembi di territorio palestinese illegalmente occupato, ma anche l’espansione verso stati confinanti come il Libano e la Siria.
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Sul 25 Aprile e la Resistenza (seconda parte)
di Nico Maccentelli
Era da dire…
Eh sì, era da dire che dopo le provocazioni squadristiche di questi signori contro il prof. Angelo D’Orsi, reo di svolgere iniziative democratiche sul tema della russofobia, la risposta ci sarebbe stata di fronte all’ennesima provocazione. Stavolta a Roma: i +Europa e radicali con le bandiere dell’Ucraina sono stati accolti da una massa antifascista in un respingimento spontaneo.
Mentre a Milano la Brigata Ebraica non è riuscita a entrare nel corteo del 25 aprile, respinta sempre da una massa spontanea che manifestava un bel BASTA con lo sdoganamento del peggior sionismo genocidario fatto di bandiere di Israele, ma anche quella del fu sanguinario Scià di Persia (la Savak e le sue torture in Iran se le ricordano ancora…) e degli USA che ci sta portando tra una guerra imperialista e l’altra alla catastrofe economica mondiale.
Cosa si aspettavano, una medaglia? Le proteste contro chi porta avanti guerre e genocidi sono sintomo di una sana intemperanza politica diffusa. Ed era ora che qualcuno si svegliasse e desse dei termini alle provocazioni e alle narrazioni propagandistiche di chi sostiene le peggiori porcate gerrafondaie e genocidarie. Era ora che la si smettesse di infangae la Resistenza e i partigiani, che se fossero stati vivi oggi avrebbero sparato a nazi banderisti ucraini, per non parlare dell’oppressione genocidaria e della pulizia etnica di un intero popolo: quello palestinese.
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Neoliberalismo totalitario. Che fare?
di Laura Bazzicalupo
L'errore peggiore è sottovalutare la capacità del neoliberalismo di penetrare nelle anime. Ma è un errore anche sopravvalutarne la forza. Il neoliberalismo è sfociato oggi in un regime di guerra permanente. Una versione securitaria e autoritaria: evidentemente contestata e contestabile
Cosa significa liberalismo totalitario? sembra un paradosso! E intendiamo scioglierlo: perché nel liberalismo la vocazione totalitaria è implicita e nel neoliberalismo è costruita consapevolmente sin dall’inizio.
Perché parliamo di totalitarismo?
Diciamo che una politica è totalitaria quando penetra oltre l’istituzione politica nell’intera vita sociale. Quando la totalizza in un’unica forma di vita, escludendo qualsiasi limite e qualsiasi alternativa. Il liberalismo è una creatura sfuggente, ambigua.
Fa leva su una conquista base della cultura politica moderna: la libertà. Ma la piega ad una interpretazione disegualitaria e individualista: in netto contrasto con la logica democratica dell’uguaglianza e della solidarietà, la “egaliberté”. Aggiungerei che mentre la democrazia è esplicitamente politica (poiché la uguaglianza deve essere costruita politicamente), la libertà della narrazione liberale si presume naturale e nasconde quello che è invece da sempre il suo obiettivo politico. Come tutte le ideologie, sostiene un progetto politico e lo nasconde, spoliticizzandolo.
Il suo preciso e costante progetto politico è liberare l’economia (capitalista) da qualunque contrappeso: l’intervento sovrano, le pretese dei lavoratori, gli interessi organizzati, i vincoli democratici, le lotte sindacali o le persone che vogliono un altro tipo di vita. Rimuovere gli ostacoli alle operazioni del capitale, liberarle dal conflitto. E liberarsi dal conflitto è appunto il totalitarismo.
Aggiungiamo subito che gli altri obiettivi della dottrina sono subordinati: per esempio, si accantona il libero scambio in congiunture nelle quali diventa sfavorevole. Lo Stato minimo: è minimo nelle politiche di welfare, ma forte, molto forte, nella imposizione della logica del mercato e dell’ordine sociale.
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La congiuntura americana mentre si accende l'ottavo fronte israeliano
di Alastair Crooke* - Strategic Culture
Putin può convivere con la "schizofrenia di Giano" di Trump, mentre le forze russe avanzano su tutti i principali fronti di battaglia
La seconda fase del passaggio di consegne della guerra in Ucraina da parte di Trump agli europei è stata chiaramente delineata nel suo post su Truth Social del 23 settembre. Nella prima fase del passaggio di consegne, Trump si è ritirato dal ruolo di principale fornitore di armamenti a Kiev e ha indicato che d'ora in poi l'Europa avrebbe dovuto pagare praticamente tutto, acquistando armi da produttori statunitensi.
Naturalmente, Trump sa che l'Europa è "in bancarotta" dal punto di vista fiscale. Non ha i soldi per finanziarsi, figuriamoci per una guerra su larga scala. Poi ha "aggiunto sale" a questa crisi fiscale sfidando gli stati della NATO a essere i primi a sanzionare tutti i carburanti russi. Ovviamente, anche questo non accadrà. Sarebbe una follia.
In questo ultimo post su Truth Social, Trump porta la linea di Keith Kellogg alla sua reductio ad absurdum . "L'Ucraina, con il sostegno dell'UE, può riportare il Paese [Ucraina] alla sua forma originale, facendo sembrare la Russia una 'tigre di carta'... e chissà, forse potrebbe spingersi anche oltre !"
Certo, Kiev sta avanzando verso Mosca? Prenditi gioco di lui, signor Trump. Certo che sta prendendo in giro Kellogg e gli europei.
Poi, in seguito all'incontro di Trump con Zelensky, Francia, Germania e Regno Unito all'ONU, è stata proposta una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che riecheggiava la richiesta esplicita di capitolazione russa avanzata dagli europei e dalla Coalizione dei Volenterosi . Trump ha permesso ai funzionari statunitensi di partecipare attivamente alla discussione sulla risoluzione, ma poi, all'ultimo momento, ha fatto sì che gli Stati Uniti ponessero il veto.
In questo modo contorto, Trump riesce – come Giano – a guardare due direzioni contemporaneamente: da una parte, sostiene al 100% l'Ucraina, esaltando il "Grande Spirito" dell'Ucraina e adottando la linea di Kellogg secondo cui Putin è in grossi guai. Ma "dall'altra parte", Trump si impegna al contrario a "non limitare la possibilità di colloqui di pace, né a far sì che le tensioni si inaspriscano ulteriormente ".
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“La criminalizzazione della resistenza è l’arma degli oppressori”
Grimaldi su Gaza, proteste e crisi dell’informazione occidentale
Francesco Mastrobattista intervista Fulvio Grimaldi
Fulvio Grimaldi, classe 1934, giornalista di lungo corso, inviato di guerra per la RAI e la BBC e autore indipendente. Negli anni ha scritto per storiche testate militanti di sinistra e collaborato con importanti giornali come La Repubblica, L’Espresso e Il Manifesto. Grimaldi è da sempre famoso per le sue posizioni filo-palestinesi riguardo al conflitto arabo-israeliano. È noto soprattutto per aver seguito da vicino il conflitto israelo-palestinese e aver prodotto numerosi reportage e documentari, frutto di esperienze sul campo a Gaza, in Cisgiordania e Libano. Non un giornalista “neutrale” nel senso classico, ma una figura da sempre vicina a cause anti-imperialiste e anti-NATO. Francesco Mastrobattista ha deciso di intervistarlo in esclusiva per il Corriere delle città con qualche domanda piccante in merito agli ultimi avvenimenti sullo scenario italiano e mondiale.
* * * *
F.M: Ciao Fulvio. Innanzitutto grazie per la disponibilità. Dalla Capitale è partito un grido di battaglia che si è esteso in tutta la nazione. Milano e Torino, in particolare, sono state teatro di guerra tra manifestanti pro-Palestina e forze dell’ordine. Come mai improvvisamente una buona parte dell’opinione pubblica prende questa posizione netta? Perché anche una parte del mainstream cambia narrazione rispetto a mesi fa?
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Di Salerno Aletta invece ci fidavamo
di Davide Miccione
Due anni fa, in estate, lessi il libro di Guido Salerno Aletta. Mi aveva colpito il titolo, la perfetta puntuta formula descrittiva della società di questi anni: Non ci fidiamo più. Il sottotitolo suonava, invece, lungo e tetro: Verso un nuovo ineluttabile futuro senza libertà, democrazia, stati. Suonava impressionante il sottotitolo, soprattutto per chi avendo letto Salerno Aletta ne conosceva il garbo e la misura nella scrittura. Non lo avevo acquistato né lo stavo leggendo solo per il titolo ovviamente. Avevo già letto l’autore nei suoi puntuali e dotti articoli economici e lo avevo sentito parlare (persino più efficace che nella scrittura) in alcune interviste o Talk Show sul web, in spazi perlopiù appartenenti a quella galassia dissenziente ancora senza nome che non ritiene la classe politica europea e americana innocente e non compromessa in tutto quello che è accaduto (a farla breve) negli ultimi cinque anni. Coloro insomma che dell’ultimo quinquennio delle emergenze mediche, economiche, sociali e belliche vedono la dimensione volontaria e politicamente costruita e non quella favolisticamente fortuita o necessitata da “altri” cattivi.
La curiosità di leggerlo mi aveva indotto a violare due principi personali regolativi di piccola etica (etichetta): quello di non comprare su Amazon e quello di non comprare libri pubblicati in self-publishing. Non ci fidiamo più infatti era purtroppo auto-pubblicato (la motivazione mi sfugge per un autore che non avrebbe avuto problemi a procurarsi una casa editrice) e poteva essere acquistato solo su Amazon. Il senso della mia ritrosia per entrambe le cose è il medesimo: non contribuire a questo processo di distruzione di tutte quelle articolazioni che costituiscono la nostra cultura (le librerie fisiche, le case editrici, la categoria di chi nelle case editrici lavora ecc) in nome di una falsa disintermediazione. Il libro ripagò la mia violazione con la qualità delle sue tesi e delle sue analisi ma al contempo mi confermò sull’orrore di queste pratiche. Infatti, a fronte di un contenuto interessante, ipercompetente e convincente, il libro in quanto oggetto editoriale mostrava la mancanza di una cura editoriale decente: una grafica strampalata, pagine saltate, una organizzazione del materiale non priva di salti interni e ripetizioni e un paratesto mutilo (mancava persino l’indicazione dell’anno di pubblicazione che graziosamente Amazon indica nel 2023, giugno).
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Hormuz. Trump fa marcia indietro. Intesa imminente con l'Iran?
di Davide Malacaria
Se il Project Freedom avesse proseguito il suo corso gli incidenti di percorso si sarebbero moltiplicati fino a non poter più essere ignorati. Così ieri la fazione più moderata dell'amministrazione Trump (capofila J.D. Vance) ha convinto il presidente a soprassedere; o più probabilmente è stato lo stesso Trump a prendere l'iniziativa
Trump mette in pausa il Project Freedom dopo sole 48 ore dal varo. Svapora l’idea di riaprire al transito commerciale lo Stretto di Hormuz grazie alla vigilanza armata degli Stati Uniti. Il mondo tira un sospiro di sollievo come dimostra il calo subitaneo del prezzo del petrolio. Una vittoria di Teheran narrano, ovviamente, i suoi sostenitori. Vero, ma è anche altro e più di prospettiva.
Per capire quanto accaduto bisogna tenere presente a cosa serviva tale iniziativa e soprattutto che l’amministrazione Trump non è un monolite, anzi. Sul Project Freedom ricordiamo quanto avevamo scritto, cioè che l’iniziativa aveva tutte le potenzialità di un escamotage per ricominciare la guerra.
Infatti, era ovvio che gli iraniani non avrebbero mai permesso la riapertura dello Stretto di Hormuz in assenza di un accordo con Washngton e con il blocco statunitense ancora in atto. Infatti, gli avvertimenti di Teheran a evitare la forzatura sono subito risuonati forti e chiari.
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"No Kings" e MAGA: il teatro delle ombre sul ponte del Titanic
di Laura Ruggeri*
Il movimento "No Kings" si è affacciato sulla scena politica lo scorso giugno organizzando manifestazioni di protesta in occasione del compleanno di Donald Trump e della parata militare per il 250° anniversario dell'esercito. Da quel momento le sue iniziative di lotta hanno visto la partecipazione di milioni di persone, non solo negli Stati Uniti ma più recentemente anche in diversi paesi occidentali.
Il movimento si oppone alle politiche della Casa Bianca in tema di immigrazione e alla loro applicazione violenta, denuncia la deriva autoritaria, gli abusi di potere dell'esecutivo e la guerra di aggressione contro l'Iran.
Pur condividendo l'indignazione e la profonda frustrazione che hanno spinto milioni di persone a scendere in piazza, ritengo necessario analizzare gli obiettivi e le finalità del movimento, oltre alle sue fonti di finanziamento.
Commentatori e politici allineati al Partito Repubblicano, basandosi principalmente su un'inchiesta di Fox News, hanno messo in evidenza l'infrastruttura organizzativa e le reti finanziarie che sostengono il movimento, ma lo hanno fatto in modo selettivo per etichettare le proteste come una "rivoluzione colorata".
Avendo scritto ampiamente sulle rivoluzioni colorate, ritengo importante mantenere la chiarezza analitica nell'utilizzo di questo termine al fine di evitare confusione epistemica.
Sebbene sia vero che il movimento No Kings poggi in larga misura su un apparato di protesta professionalizzato, sostenuto da finanziatori di cause liberal come Open Society Foundations di Soros che figura praticamente in tutte le rivoluzioni colorate a cui abbiamo assistito finora, dobbiamo mantenere una distinzione fondamentale, almeno a livello analitico.
Tutti i donatori menzionati nelle indagini condotte da Fox News, Daily Mail, Pearl Project, Snopes e altri, sono cittadini statunitensi.
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Il coraggio degli iraniani
di Emanuele Maggio
Possiamo parlare un attimo del coraggio degli iraniani? Per favore, mi sembra sia qualcosa da ammettere universalmente, anche da parte di sionisti, islamofobi o esportatori netti di democrazia.
Questi sono stati uccisi in serie, su appuntamento, testa dopo testa. Poi ecco subito il ricambio, un morto che cammina, uno che sa che sarà il prossimo, e lo vedi tranquillamente camminare in pubblico nei cortei, con gli occhi sorridenti e la barba pettinata, pronto al martirio. Poi muore e ne arriva un altro identico, all'infinito. Ciò che doveva scoraggiare il morale dell'aggredito ha finito per scoraggiare il morale dell'aggressore.
Da noi è diverso. L'anno scorso Crosetto osò opporsi al sacrificio del nostro Pil per una guerra non nostra, quella ucraina. Il giorno dopo l'aereo governativo in cui viaggiava atterrò d'emergenza per fumo in cabina. Magari fu solo un'assurda coincidenza, ma da quel momento il pover'uomo è irriconoscibile. Non appena gli sfugge qualcosa di compromettente, si affretta su Twitter a scansare ogni equivoco, con gli errori di ortografia di chi digita con mani tremanti.
Draghi due anni fa, in un suo raro momento di onestà, osò proporre sull'Economist linee guida contro l'architettura economica europea a trazione nordica. Un'intervista che ebbe risonanza mondiale. Qualche giorno dopo andò a fuoco una parte della sua villa (questo ebbe meno risonanza). Da quel giorno non rilascia più interviste sull'argomento né accetta incarichi.
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La geopolitica del tifoso e il pragmatismo chavista
di Geraldina Colotti
Caracas. Esiste una strana creatura che popola i bar digitali della sinistra occidentale: il tifoso geopolitico. Il tifoso è un individuo affascinante: conosce il regolamento, urla contro l'arbitro e spiega con sprezzante sicurezza che quel rigore lui non l'avrebbe mai sbagliato. Il piccolo dettaglio? Il tifoso non è mai sceso in campo. Non ha mai sentito il sapore del fango in bocca, né ha mai dovuto decidere, sotto assedio, tra una mediazione tattica e l'annientamento totale. Persino uno psichiatra come Crepet, pur con la sua critica soft, riesce a centrare un punto quando parla di una generazione che si accontenta della mediocrità e rifugge il rischio di frantumarsi. Il tifoso vuole giovani startup biotech di rivoluzioni perfette, vuole la rivoluzione estetica, performativa, ma non è mai sceso in campo a farsi spaccare le ossa.
Un tempo esisteva un imperativo: la coerenza fra il dire e il fare. Esistevano i partiti, le grandi agenzie di regolazione di massa che trasformavano le idee in azione, e su questo si confrontavano e si scontravano, in base agli interessi delle classi che rappresentavano. E che avevano la propria linea politica, a livello interno e internazionale. Poi è arrivato il momento dell'associazionismo e del “sostegno” a chi fa politica nei propri paesi, il passaggio dal militante all'”attivista”, e la progressiva perdita di memoria sulla durezza del conflitto e sulla necessità di assumerselo in prima persona, e di sentirsi responsabili del mondo in quanto esseri sociali. Finiti i partiti e i movimenti di classe con carattere internazionalista, il cui primo dovere era quello di “fare la rivoluzione” nel proprio paese, di “sociale” restano le reti, in cui le “opinioni” si equivalgono perché valgono come il due di coppe a briscola. E il fenomeno è esploso. Passiamo dal "tecnico di droni" - che discetta di armi viste solo in mano ai carabinieri - e al distributore di "patenti da traditore", che dal suo divanuccio giudica la purezza di chi governa sotto ricatto e sanzioni criminali. Fino al reduce, che avendo "visto tutto" non approva nulla.
Mentre il tifoso analizza la "performance" della rivoluzione bolivariana come un reality, nuove geometrie imperialiste hanno ridisegnato il mondo. Siamo di fronte a una repressione, alla chiusura degli spazi di agibilità a livello globale basata su un dispositivo che, già Lenin chiamava con ragione “controinsurrezione preventiva”.
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Dopo l’immorale aggressione all’Iran, le macerie!
di Alberto Bradanini
Fanno difetto le parole se si prova a descrivere le tragedie di cui sono responsabili i due principali stati canaglia dell’universo, Stati Uniti e Israele, il cui ordine di canaglità può essere invertito a piacimento.
Ormai tutto è chiaro, se solo si evita di sedersi davanti alle TV dei regimi occidentali o leggerne i giornali fortunatamente pressoché irreperibili. Eppure, poiché repetita iuvant, prendiamo qui la libertà di riflettere pubblicamente sul dolore del mondo.
La rassegna delle nefandezze dei due vetusti capi di governo – D. Trump (80 anni) e B. Netanyahu (77 anni) – richiederebbe un tempo infinito, perché la magnitudine dei loro crimini si perde nella profondità della galassia, in compagnia di quelli dei loro degni compagni: monarchi arabi e non, demonarchie europee e altri camerieri sparsi qua sul pianeta Terra.
La folle guerra di aggressione che il 28 febbraio Israele ha scatenato contro l’Iran, aizzando il suo cane da passeggio, gli Stati Uniti (dominati/ricattati dalla càbala epstiano/sionista) è illegittima (le leggi nazionali e internazionali dovrebbero essere il pilastro della vita collettiva e non utilizzate al posto della carta igienica), disumana (ogni essere vivente, se non si fa servo, viene torturato o ucciso ad libitum), furfantesca (gli Usa, per la seconda volta dal giugno 2025, hanno finto di negoziare, con la pistola puntata sotto il tavolo) e ladronesca (balcanizzare la millenaria Persia, per saccheggiarne le risorse, sottrarle alla Cina/indebolire il Sud Globale, far salire dollaro e petrolio, vendere armi a tutti e via dicendo). È sempre più chiaro che il tossico regime corporativo Usa non ha alcuna intenzione di rinunciare al privilegio di dominare il mondo.
Se qualcuno, di grazia, si chiede la ragione della posizione novantagradesca delle nostre classi dirigenti davanti all’incedere di questi carri mortuari, la risposta è banale: perché altrimenti ti fanno saltare il cervello.
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Logica sacrificale e cattiva coscienza
di Geminello Preterossi
La logica sacrificale perseguita Aldo Moro: dal “deve accettare di morire” alla liquidazione dell’art. 32 II comma, causa Covid, sancito dalla Consulta. È un paradosso amaro: monumentalizzazione retorica e rimozione etico-politica vanno di pari passo. Un atteggiamento che serba quasi un accanimento sospetto, un bisogno inconscio di negare, rivelativo di un modo complessivo di vedere il rapporto con il potere: quello che si è via via affermato dopo la cesura del ’78 e il cambio di regime mascherato del ’92/’93, e che non ha nulla a che fare con l’energia della Costituente e le sue culture politiche, tantomeno con il lascito, le convinzioni profonde e la sensibilità di Moro. Anche in virtù di tale abreazione, si spiega l’adesione totale all’ideologia del vincolo esterno presuntamente salvifico e il conseguente riorientamento dei cosiddetti “poteri neutri”, già in parte dopo Moro e definitivamente dopo Maastricht. Poiché oggi prevalgono gli arcana imperii finanziari, e l’unica fede è la salus fisica (non civile), si moralizzano gli interessi dei giganti farmaceutici. Tanto si trova sempre un leguleio, un praticone dell’Amministrazione, pronto a legittimare l’illegittimabile.
Il nodo è teorico, e per coglierne certe implicazioni è utile richiamare il saggio che Habermas (esponente prototipico del pensiero liberal-progressista) ha dedicato a Il coronavirus e la protezione della vita (uscito nei Blätter für deutsche und internationale Politik nel 2021 e pubblicato in italiano dal Mulino nel 2022).
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Movimenti sociali ed elezioni in Occidente
di ALGAMICA*
In occasione delle straordinarie mobilitazioni contro il genocidio perpetrato dallo Stato sionista di Israele nei confronti del popolo palestinese e la distruzione di Gaza, è tornata di moda la discussione sul fatto che le piazze siano state piene, ma continuano a essere vuote le urne, ovvero che c’è una disaffezione al voto da parte del popolo e in modo particolare delle nuove generazioni.
Questo per un verso, mentre per l’altro versante ci sarebbe un “acceso” dibattito circa la riduzione degli spazi democratici, impugnando il fatto, tra l’altro, che la presidente del consiglio Meloni viva una sorta di orticaria nei confronti dei giornalisti, ovviamente in modo particolare quelli di sinistra.
Premesso che ai sottoscrittori di queste scarne note non importa un fico secco delle elezioni, di qualsiasi tipo, e che le ritengono un magistrale imbroglio nei confronti del cosiddetto popolo, e che questo agisce sempre impegnando il minimo sforzo per ottenere il massimo risultato. Siamo perciò di fronte a chi si candida a imbrigliare e a chi di buon grado si fa imbrigliare, pur di evitare di assumere un impegno in proprio per diritti collettivi, mentre va alla ricerca di quello/i individuale/i.
Di logica, perciò, diciamo in modo convinto che gli assenti hanno sempre torto, e non hanno nessun diritto di accampare scuse.
Entriamo però più nel merito, cercando di fornire una nostra spiegazione a un fenomeno che in Occidente desta – per lor signori – qualche preoccupazione.
Detto che gli assenti hanno sempre torto, cerchiamo di capire e spiegare perché lor signori sono preoccupati dell’astensionismo passivo del popolo, fino al punto che si recano alle urne meno del 50% degli aventi diritto.
La prima risposta è che c’è una disaffezione al voto, ma questa è solo la presa d’atto di un fatto, non la spiegazione del fatto stesso.
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Di piazze piene a milioni e di carogne, canaglie e cialtroni…
di Carlo Modesti Pauer
Un cattolico dice a un sedicente ateo: “In te vedo comportamenti cristiani…” E il sedicente ateo: “Ma io mica ero nato al tempo di Cristo!”
“Il fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come dev’essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l’idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti.” (Enciclopedia Italiana, Treccani 1932, voce Fascismo).
In questo breve estratto si può trovare espressa la quintessenza dell’operazione fascista: un rovesciamento della nozione di democrazia. Non più la regola della maggioranza, bensì la concentrazione dell’Idea nel Capo. È un passo intriso di hegelismo filtrato dalle teorie di Gentile, il filosofo al servizio del Dittatore e autore della voce. Vi emerge la fenomenologia del popolo come Spirito oggettivo e dello Stato come Idea morale che si realizza attraverso la mediazione di un soggetto unico, all’interno di un quadro para-teologico in cui prende forma, allo scopo di conferire l’autorità assoluta, un legame mistico tra il Duce e gli imperatori Augusto e Costantino. Infatti, è esemplare come nel catalogo della “Mostra augustea della romanità” (Roma 1937), si leggeva dell’arco di trionfo costantiniano “eretto per celebrare la vittoria su Massenzio del 28 ottobre 312 che segnò l’avvento della Cristianità […] riportata presso quello stesso ponte Milvio, che il 28 ottobre 1922 le Camicie Nere varcarono, iniziando l’Era dei Fasci”.
Dunque, non si tratta solo di retorica propagandistica: questa formulazione afferma una vera metafisica politica, in cui la democrazia “reale” (quantitativa, misurata da libere elezioni) viene bollata come degrado, mentre la qualità “spirituale” è naturale prerogativa di pochi, o meglio, di uno solo. In questo modo, appare decisamente configurato e tracciato il carattere messianico dei fascismi storici: il Capo (duce o fuhrer) come incarnazione della volontà collettiva.
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Scuola: le nuvole di settembre
di Enrico Manera
Settembre è di nuovo qui. Da giorni il ritmo nelle strade si è intensificato e per chi ha a che fare con il mondo-scuola – studenti, docenti, genitori – ci sono tutti i segni del ritorno alla piena attività. L'anno scolastico è iniziato il 1° di settembre e con il primo giorno di scuola si riavvia il sistema. Un sistema che comincerà ad accelerare per frequenza, intensità e densità dell'impegno; ora è ancora lento, anticipato dagli esami di riparazione nelle secondarie superiori, un momento non privo di amarezze, e dalle prese di servizio nelle sedi di destinazione e dalle riunioni di funzionamento e programmazione. Ci sono nuovi inizi per docenti (ma anche studenti), trasferimenti e promesse di serenità per chi è in fuga da qualcosa, il ritrovarsi per chi riprende la routine e si ripromette di evitare errori e trappole dell'anno precedente, di migliorare le condizioni e aumentare le soddisfazioni. Simile a un capodanno, settembre porta bilanci, previsioni e propositi, commenti, analisi e annunci. L'anno scolastico passato è finito senza finire, lasciando in sospeso questioni che hanno aspettato, come uccelli neri sui cornicioni delle case e delle strade.
Polemiche sull'esame di Stato e annunci del nuovo assetto della maturità hanno caratterizzato il dibattito pubblico tra giugno e luglio: i rifiuti di sostenere l'orale per protesta (di cui si è letto), pur nella semplificazione e sovrarappresentazione, testimoniano un clima di sfiducia che alimenta il conflitto, vero o presunto, tra studenti e docenti e rafforzano il partito trasversale della scuola più severa e la linea ministeriale che ne ha fatto una questione di principio. Il precedente tipo di esame era senz'altro ambiguo, stanco e consunto: come per ogni cosa, quando non ha funzionato è perché le regole di svolgimento non sono state condivise o adeguatamente messe in atto. Sottolineo quando, perché le esperienze sono molto diversificate e ve ne sono anche di positive, oscurate dalla dominanza dei discorsi di lamentazione. La scuola con il suo carattere iperonimo non è squadrabile da ogni lato, non lo è mai stata e ora lo è meno che mai, e penso possa essere raccontata con onestà solo per storie e frammenti che non abbiano pretesa di universalità.
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