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Considerazioni su maggioranza e opposizione tra BBC e Hasbara
Se non è zuppa è pan bagnato
di Fulvio Grimaldi
Quando ero alla BBC…
C’è un filo, più nero che rosso, che corre tra elementi apparentemente lontani e separati come la BBC, Israele e quello che si dice distingua le maggioranze dalle opposizioni. Trovate che questo filo sia un po’ tirato per i capelli? Giudicherete in fondo. Intanto è un filo lungo il quale scorre un bel po’ di biografia (mia) e di storia (altrui).
Avete visto: grande scandalo alla BBC, madre di tutte le emittenti, anzi di tutte le fonti di informazione, affettuosamente chiamata “Auntie”, zietta, dai sudditi (suoi e del sovrano). Si è dimesso la figura, solitamente sacrale, del grande capo Tim Davie, e pure quella della grande direttrice Deborah Turness. E’ successo là dove ancora vige un antiquato e da noi dismesso principio: la responsabilità politica di chi sta in alto e conduce. Perché non è che siano stati questi due numi dell’informazione a cinque stelle ad aver manomesso l’intervista a Donald Trump, al punto da farlo apparire il Masaniello dell’assalto al Capitol Hill. Hanno pagato i capi, perché responsabili della baracca. Pensate al presidente dell’Authority, irremovibile a dispetto di fetidi intrallazzi.
Con la BBC ho avuto un contratto di cinque anni da redattore a Bush House, Londra. La mia è conoscenza di causa. Era molti anni fa e, al netto di qualche incrinatura, Auntie gode tuttora di buona fama. Meritata, o abbaglio mediatico? Un po’ l’uno, un po’ l’altro. Certo, se pensiamo alle nostre di bocche da fuoco, tra polveri bagnate e micette fatte passare per informazione… E’ che l’emittente britannica, pur consanguinea culturalmente, socialmente e, dunque, politicamente, dell’establishment, ha l’accortezza (che da noi è stata obliterata) di esibire, a rottura di una linea generale di sistema, più tory che labour, l’eclatante fuoricoro. Stravaganza tollerata poichè garanzia di obiettività, indipendenza, pluralismo. Serve una occasionale, ma clamorosa – e solitaria – testa matta che le cose le diceva come stavano e mandava tutti a dormire convinti di una loro zietta cane da guardia a difesa del volgo e dell’inclita.
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Il sangue "lontano" e la coscienza "vicina”
di Pasquale Liguori
A margine dell’editoriale di Antonio Polito sul Corriere della Sera, “Cosa ci dice una strage lontana. Come contrastare l’antisemitismo”
C’è un genere letterario che a queste latitudini si pratica con disciplina: l’editoriale igienico. Funziona così: davanti a un massacro reale, documentato, si cambia scala morale. Si prende un episodio “lontano” - “La strage che arriva da «down there» (da «laggiù»), come gli inglesi chiamano l’Australia perché è dall’altra parte del mondo)” - e lo si usa come grimaldello per rimettere in ordine il discorso pubblico: non per capire, ma per addomesticare.
L’operazione è sempre la stessa: si dichiara di voler combattere l’antisemitismo e intanto si costruisce un campo magnetico dove qualunque critica radicale a Israele viene squalificata, ricondotta a patologia.
Ecco il trucco. Si parte da un fatto e lo si mette in cornice: “una robusta fetta della nostra «società civile» inserisce senza alcun dubbio gli ebrei morti a Sydney nella contabilità generale della guerra di Gaza”. È un rilievo che pretende lo statuto del fatto, ma che resta una generalizzazione presentata come constatazione per orientare l’opinione. In ogni caso, subito dopo, la cornice diventa il quadro. L’antisemitismo non viene trattato per ciò che è - storicamente, socialmente, politicamente - bensì come effetto collaterale della solidarietà con la Palestina. Come se il problema non fosse l’odio antiebraico (che ha una genealogia occidentale lunga e pesante), ma l’eccesso di indignazione per Gaza.
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“Bolivarismo contro Monroismo”, la pace delle donne e degli uomini liberi
di Gianmarco Pisa
La giornata internazionale dei diritti umani, 10 dicembre, corrisponde, qui a Caracas, capitale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, alla seconda giornata, quella della restituzione in plenaria dei Tavoli di lavoro, dei panel conclusivi, e della proclamazione del Manifesto di Caracas per la verità, la pace e la sovranità dei popoli, della Assemblea dei Popoli per la sovranità e la pace, la grande assise internazionale, di lotta contro la guerra e per la pace, che ha portato nella capitale venezuelana mille delegati provenienti da ben cinquanta Paesi di tutto il mondo, letteralmente da tutti e cinque i continenti. Già la restituzione dei tavoli di lavoro fornisce una prima ricostruzione di massima della vastità, dell'ampiezza e della ricchezza dei temi che sono stati sviluppati e che sono stati oggetto di relazioni, confronto e dibattito: guerra economica; guerra cognitiva e, in particolare, voci del mondo emergente contro la guerra mediatica; difesa della madre terra; difesa dei diritti delle persone migranti contro razzismo, xenofobia, suprematismo; unione dei popoli del Sud globale; giovani generazioni, la generazione geniale contro l’etichetta di “generazione Z”; e infine, ma non certo per importanza, di fronte all’escalation statunitense nel mar dei Caraibi, all’ennesima aggressione in corso contro il Venezuela bolivariano (ma si potrebbero aggiungere Cuba socialista e tutti i Paesi i cui governi non sono “allineati” alle imposizioni statunitensi), al proliferare della violenza armata, della militarizzazione e della guerra a ogni latitudine, “bolivarismo contro monroismo”, la dottrina e il pensiero di Simón Bolívar contro la famigerata e attualissima dottrina Monroe.
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Palestinesi usati come scudi umani, silenzio dell’intelligence USA
di Gigi Sartorelli
Il 12 novembre l’agenzia britannica Reuters ha diffuso le informazioni ottenute da due ufficiali dell’intelligence statunitense, rimasti anonimi, secondo i quali i servizi stelle-e-strisce avevano raccolto in autonomia già alla fine del 2024 (cioè agli sgoccioli del mandato di Joe Biden) prove dell’uso da parte israeliano di palestinesi come scudi umani.
Le fonti hanno rivelato che gli agenti USA avevano prove di funzionari israeliani che discutevano di come l’IDF avesse inviato, in tunnel sotto Gaza ritenuti potenzialmente minati, dei palestinesi con lo scopo evidente di usarli come ‘esca’ per possibili trappole. Inoltre, queste prove sono state condivise e discusse con la Casa Bianca, che dunque era informata delle azioni israeliane.
Ovviamente, la notizia ha sollevato domande, ai vertici statunitensi, su quanto questa pratica fosse diffusa e se derivasse da ordini diretti di comandanti militari. Ma questa assomiglia più a una difesa non richiesta che non alla consapevolezza derivante dal bersagliamento continuo dei civili e delle infrastrutture vitali della Striscia, a cui abbiamo assistito negli ultimi due anni.
Quello che Reuters non ha potuto determinare, in base alle informazioni fornite dalle fonti, è se i palestinesi fossero “prigionieri”, ovvero veri e propri ostaggi spesso imprigionati senza alcuna accusa, o civili presi a caso. Ma queste distinzioni, come detto, nell’azione sionista sono spesso sfumate, e tutto ciò, insieme alle tante notizie simili, rafforza il convinvimento che quella di utilizzare “scudi umani” non fosse un’idea di soldati semplici.
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La lezione al tempo della scuola neoliberale
di Emanuele Dell'Atti
Al di là delle polemiche sulle Indicazioni nazionali per i Licei, con le loro deplorevoli e intenzionali omissioni e con i vari cortocircuiti e incongruenze disciplinari che le caratterizzano, la scuola di Valditara non si muove di un millimetro dalla visione generale che negli ultimi decenni ha egemonizzato il mondo dell’istruzione. Anzi, rincara la dose.
Nella Premessa alle Indicazioni, infatti, dopo aver celebrato il valore eminentemente formativo dell’istruzione, dopo aver esaltato retoricamente la storia e la funzione dei licei in un afflato pseudo-hegeliano volto a rimarcare il valore dell’universale sul particolare e della comunità sull’individuo, dopo aver sottolineato l’importanza delle tradizioni culturali e dei loro autori di riferimento, si passa a confermare (e a rinforzare) i soliti obiettivi: scuola del territorio, competenze digitali, alternanza scuola-lavoro, STEM e – proprio così – “competenze imprenditoriali”.
Ma mettiamo da parte le Indicazioni e torniamo per un momento all’inizio di quest’anno scolastico. Il MIM a settembre inviò a molti docenti un questionario con l’obiettivo di elaborare dei descrittori utili per il RAV, il Rapporto di Autovalutazione che ogni scuola redige ogni tre anni. I docenti erano invitati a rispondere a delle domande sui punti di forza e sulle criticità della scuola in cui lavorano, elementi utili per migliorarne la produttività. E fin in qua nulla di nuovo: è lo schema a cui ormai siamo abituati, quello che emula il metodo e il lessico del management aziendale.
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La politica nelle pieghe della materia
Un libro di Karen Barad
di Giorgio Griziotti
Il 24 aprile esce in italiano per le edizioni Mimesis, con la cura e la traduzione di Floriana Ferro, l’importante volume di Karen Barad «Incontrare l’universo a metà strada. La fisica quantistica e l’entaglement tra materia e significato». Filosofa e fisica teorica, esponente del nuovo materialismo, nelle sue ricerche propone un ripensamento radicale del dualismo del pensiero occidentale che comporta profonde implicazioni politiche e, in sintonia con alcune intuizioni dell’operaismo italiano, apre a una nuova visione del mondo in chiave postcapitalista. Qui proponiamo in anteprima l’introduzione al volume scritta da Giorgio Griziotti, ringraziando l’autore e la casa editrice per la disponibilità.
* * * *
Leggendo per la prima volta Karen Barad, mi ha colpito la radicalità della sua svolta onto-epistemologica rigorosamente basata sulla fisica quantistica: la realtà non è data in anticipo, ma emerge continuamente da processi di intra-azione tra corpi, tecnologie, pratiche e infrastrutture. La conoscenza non rispecchia un mondo preesistente — vi partecipa, lo trasforma dall’interno.
Ho riconosciuto in questa visione teorica elementi che appartengono alle pratiche dell’operaismo come per esempio la conricerca. Il metodo elaborato da Alquati non raccoglieva dati sul soggetto oppresso — co-produceva realtà con esso. La conoscenza si formava nel conflitto, nel rifiuto, nella comunanza situata. Non descriveva il mondo: lo riconfigurava. È esattamente ciò che Barad chiama «respons-ability».
Il ravvicinamento non cancella le tensioni — i nuovi materialismi hanno talvolta attenuato la dimensione del conflitto, l’operaismo ha faticato a pensare fuori dai confini dell’umano.
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Né pace né giustizia per la Terrasanta
di Gaetano Colonna
Quanto avvenuto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 17 novembre 2025, con l’approvazione della Risoluzione n. 2803, è un evento rivelatore dell’acquiescenza della comunità internazionale al predominio della forza delle armi in Terrasanta. Risulta oramai evidente che non vi è più spazio per il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, e che la violazione del diritto internazionale non trova sanzione nemmeno presso l’ONU: non una riga viene infatti dedicata in questa risoluzione alle molteplici, reiterate, permanenti violazioni dei diritti umani commesse dallo Stato di Israele nella Striscia di Gaza (e non solo).
Oltre a Stati Uniti, Regno Unito, Francia, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, Algeria, Danimarca, Grecia, Guyana, Sud Corea, Pakistan, Panama, Sierra Leone, Slovenia, Somalia, membri non permanenti, hanno votato a favore della risoluzione.
Si sono astenuti gli altri due membri permanenti, Cina e Russia. Una decisione questa di notevole gravità, che sembra costituire il prezzo per ottenere vantaggi in altri scottanti contesti: la soluzione del conflitto in Ucraina per la Russia; un ammorbidimento delle posizioni statunitensi nel conflitto commerciale con la Cina Popolare.
Opportunismo russo
Da questo punto di vista, le preoccupazioni esternate dall’ambasciatore russo all’ONU, Vassily Nebenzia, tolgono ben poco al fatto che la Russia ha compiuto una scelta dettata da una ristretta Realpolitik, rinunciando di fatte a proprie autonome posizioni in Medio Oriente, evidentemente per concentrarsi sull’Ucraina: ulteriore conferma dopo l’abbandono di Bashir Assad in Siria.
A poco serve quindi che Nebenzia dichiari: «La cosa principale è che questo documento non dovrebbe diventare una foglia di fico per gli esperimenti sfrenati condotti dagli Stati Uniti in Israele, nei territori palestinesi occupati». La Russia sa benissimo che invece proprio di una foglia di fico si tratta.
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La Dottrina Monroe nell'era della pirateria
di Geraldina Colotti
Che le manovre di aggressione degli Stati Uniti nei Caraibi non avessero come obiettivo il narcotraffico, lo dicono i rapporti delle istituzioni deputate ad analizzare questo fenomeno di portata globale: Informative dell'ONU, della DEA, dell'Unione Europea e dell'Organizzazione Mondiale delle Dogane, durante diversi anni, rivelano che il Venezuela è un paese "irrilevante" nella produzione e nel traffico di droga. Tanto è vero che il governo bolivariano ha sequestrato il 70% di ciò che hanno tentato di far passare per il territorio venezuelano, che non supera il 6 per cento del traffico totale tra Ecuador, Colombia e Stati Uniti.
Che gli interventi dell'imperialismo statunitense ai quattro angoli del mondo non fossero precisamente per motivi "umanitari" o democratici, lo testimonia la lunga scia di sangue che hanno lasciato gli Usa nel Sud Globale. Un recente articolo del New York Times ricorda l'impressionante elenco di queste aggressioni nel corso della storia passata e recente: che arrivano fino al presente, quando riprende corpo l'idea di imporre al continente latinoamericano una nuova Dottrina Monroe, e agli "alleati" una nuova subalternità economico-finanziaria e militare.
Che in gioco vi fossero interessi giganteschi, lo dice la sproporzione dei mezzi militari e gli altissimi costi che implicano queste operazioni. Che questi interessi mirino ad appropriarsi delle formidabili risorse del Venezuela lo dimostrano le dichiarazioni dirette pronunciate da Donald Trump e Marco Rubio, e il documento sulla sicurezza degli Stati Uniti.
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Neoliberismo senza speranza
di Riccardo Boeri
Questo articolo cerca di indagare, a partire da alcuni lavori di Maurizio Lazzarato, in che modo il discorso neoliberale abbia creato le condizioni per l’ascesa della destra nazionalista dopo il suo progressivo svuotamento post-2008. Lazzarato ha sempre espresso un certo scetticismo sulla capacità del concetto di neoliberalismo di catturare l’effettiva configurazione del capitalismo contemporaneo. Nonostante ciò, va messo in luce come questi concetti abbiano creato un'egemonia e siano riusciti a catturare il desiderio di parte delle popolazioni del Nord globale e a cambiare «cuore e anima» delle persone, per dirla con Margaret Thatcher.
A partire dal 2008 il discorso neoliberale ha iniziato a deteriorarsi in puro apparato disciplinare, quello del debito, incapace di giustificare e rendere desiderabile l’accumulazione capitalista nel Nord globale. Su questo solco i nazionalismi di destra hanno piantato i loro topoi e sono riusciti, come sta mostrando Trump, a rendere l’economia un tutt’uno con la guerra, ossia far del dominio imperialista il fine ultimo della concorrenza e dell’imprenditoria. Pur non marcando una novità assoluta nella storia del capitalismo, in cui guerra ed economia sono un tutt’uno sin dagli albori, sicuramente l’uso che Trump fa dello spazio egemonico lasciato vuoto dal neoliberalismo rimane un fenomeno degno di indagine (R.B.).
* * * *
Sulle tracce del discorso neoliberale
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In corsa contro il tempo per concludere il conflitto in Ucraina
di Gianandrea Gaiani
“Spero di incontrare presto il Presidente Zelenskyy e il Presidente Putin, ma solo quando l’accordo per porre fine a questa guerra sarà definitivo o nelle sue fasi finali” ha scritto ieri serra (in Italia) Donald Trump in un post su Truth confermando che le trattative sono ancora aperte e il risultato non può essere dato per scontato.
Del resto il piano di pace per fermare la guerra in Ucraina presentato dagli Stati Uniti e con ogni evidenza messo a punto congiuntamente con la Russia in seguito ai colloqui tra l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff e l’inviato russo Kirill Dmitriev, sembra essersi moltiplicato al punto che le proposte sul tavolo sono almeno tre.
Il piano americano in 28 punti, è stato giudicato positivamente dai russi. In una telefonata con Recep Tayyip Erdogan, Vladimir Putin ha detto il 24 novembre che “queste proposte, nella versione che abbiamo visionato, sono coerenti con le discussioni del summit in Alaska e, in linea di principio, possono formare la base per un accordo di pace finale”.
Tra i punti salienti il piano prevede che ai russi venga riconosciuta l’annessione di Crimea, Lugansk e Donetsk con il ritiro delle truppe ucraine da quel 10 per cento di quest’ultima regione che ancora controllano.
Nelle regioni di Kherson e Zaporizhia, anch’esse annesse alla Russia con il referendum del settembre 2022 e attualmente in mano ai russi rispettivamente per il 76 e 80 per cento, è previsto che i russi conservino il controllo delle aree sotto il loro controllo al momento della firma dell’accordo.
Se a Kherson i due eserciti sono separati dal Fiume Dnepr, confine naturale che al momento i russi non sembrano voler oltrepassare in forze, a Zaporizhia le forze di Mosca stanno accelerando le operazioni offensive.
Come previsto da Analisi Difesa, in vista di un possibile accordo che congeli il fronte, i russi premono da sud e da est per giungere a ridosso dell’omonimo capoluogo regionale, obiettivo pe5seguibile una volta caduta Hulyapole dove i russi hanno ormai raggiunto la periferia dopo aver conquistato i villaggi a est e nord est della cittadina dove le truppe di Mosca cercano di interrompere la via di rifornimento per Huliapole (nella mappa).
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Ucraina: lotta alla corruzione o campagna di pressione contro Zelensky?
di Roberto Iannuzzi
L’attuale operazione anticorruzione sembra finalizzata a ridurre Zelensky all’obbedienza, inducendolo ad abbassare l’età di reclutamento sotto i 25 anni. Obiettivo: prolungare la guerra
L’Operazione Mida lanciata dalle agenzie anti-corruzione NABU e SAPO ha sollevato un polverone in Ucraina.
Essa ha fatto emergere un sistema di tangenti e riciclaggio di denaro del valore di 100 milioni di dollari che coinvolge la compagnia di stato Energoatom, vedendo implicati importanti ministri e Timur Myndich, amico di vecchia data ed ex socio d’affari del presidente Volodymyr Zelensky.
E la partita potrebbe essere appena cominciata. Nuove rivelazioni esplosive legate agli appalti della difesa potrebbero seguire nelle prossime settimane, stando alle dichiarazioni rilasciate dal direttore del NABU Semen Krivonos.
Ma la vera questione sollevata da quello che è solo l’ultimo scandalo in ordine di tempo non è la corruzione dilagante (problematica ben nota sia nel paese che presso le cancellerie occidentali), quanto piuttosto se l’Ucraina si stia avvicinando a un punto di non ritorno dopo aver condotto per più di tre anni una guerra che è al di sopra delle sue possibilità.
L’Operazione Mida che sta facendo tremare i vertici del potere ucraino si somma alle crescenti difficoltà militari sul fronte, e a una crisi finanziaria resa ancor più seria dalla manifesta incapacità europea di sostenere economicamente l’Ucraina dopo il passo indietro degli Stati Uniti.
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Regno Unito, Laburisti a tutta destra
di Mario Lombardo
Il Partito Laburista britannico sotto la guida del primo ministro, Keir Starmer, sta procedendo a passo spedito verso la trasformazione in un soggetto di (estrema) destra, liquidando anche formalmente riferimenti e principi di carattere progressista. Questa involuzione era iniziata almeno ai tempi del “New Labour” di Tony Blair circa tre decenni fa, ma ha registrato una drastica accelerazione dopo la parentesi rappresentata dalla leadership di Jeremy Corbyn, vista evidentemente con orrore dall’ala destra del partito e dai grandi interessi economici e finanziari di cui è ormai in larga misura espressione. La natura odierna del partito al potere a Londra si può osservare proprio in questi giorni con la presentazione, da parte del governo, di un piano di riforma del sistema di “accoglienza” degli immigrati che include, in particolare, nuove norme ultra-restrittive e profondamente anti-democratiche, per non dire illegali, sul trattamento dei richiedenti asilo.
In apparenza, come spiegano praticamente tutti i media ufficiali, si tratterebbe di una strategia ormai consolidata tra i tradizionali partiti socialdemocratici e di centro-sinistra occidentali, i quali, per non perdere consensi, inseguono le politiche dei movimenti populisti di destra in ascesa, in primo luogo incorporando programmi xenofobi per combattere quella che viene spacciata come la piaga che affliggerebbe le società occidentali, la causa di ogni male, ovvero i flussi migratori fuori controllo. Fermo restando che, se anche così fosse, saremmo in presenza di una strategia fallimentare che porta puntualmente alla sconfitta elettorale i governi di centro-sinistra che la perseguono, le ragioni sono in realtà diverse.
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Arte e politica
di Gianmarco Pisa
È l’arte che interagisce dialetticamente con il reale, che riguarda l’uomo nella società e nella storia, con la sua vita, le sue evoluzioni e le sue trasformazioni, sempre dialetticamente intrecciate con la dinamica sociale, il conflitto sociale, e il divenire storico, la trasformazione storico-sociale, a essere propriamente arte.
Due le affermazioni, di estetica prima ancora che di politica, rese da Wim Wenders, il grande cineasta tedesco, durante l’incontro inaugurale della giuria della Berlinale 2026. La prima, sul potere trasformativo del cinema e sulla capacità di trasfigurare che l’arte, in generale, porta con sé: “Sì, i film possono cambiare il mondo. Non in senso politico. Nessun film ha mai davvero modificato il punto di vista di un politico. Tuttavia, possiamo influenzare il modo in cui le persone immaginano la propria vita”, ha dichiarato, aggiungendo poi che esiste una “grande frattura” tra chi aspira a “vivere la propria vita liberamente” e i governi “che hanno opinioni diverse”, e che i film possono magari “mettere in luce quella frattura”. La seconda, sul rapporto tra cinema e politica e, quindi, estensivamente, sul rapporto tra politica e arte: “Dobbiamo restare fuori dalla politica perché, se facciamo film dichiaratamente politici, entriamo nel campo della politica. Ma noi siamo il contrappeso della politica, siamo l’opposto della politica. Dobbiamo fare il lavoro delle persone, non quello dei politici”.
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Trappola di Tucidide o trappole narrative?
di comidad
Non si sa abbastanza del dibattito interno al gruppo dirigente cinese per stabilire se il riferimento di Xi Jinping alla cosiddetta “trappola di Tucidide” sia stato fatto seriamente oppure in chiave ironica. In effetti il contesto in cui il presidente cinese ha pronunciato quelle parole lascia adito a qualche dubbio, per cui potrebbe essersi trattato di uno sfottò alla leggendaria ignoranza di Trump, oppure di un dileggio nei confronti del vezzo occidentale di applicare pompose etichette storico-retoriche alle proprie teorie delle relazioni internazionali. La tesi secondo cui gli USA, in quanto potenza dominante, possano sentirsi minacciati e indotti a iniziare una guerra contro la emergente potenza cinese, potrebbe apparire realistica; ma, a proposito di trappole, ci sono anche le trappole narrative. Anzi, per essere più precisi, le trappole dell’epica.
La narrazione sulla emergente potenza cinese è inquadrata in una narrazione più ampia, che riguarda la fatidica “sfida multipolare” all’unipolarismo americano. Nel documento costitutivo del 2009 del gruppo dei BRICS (all’epoca ancora BRIC, poiché il Sudafrica si è aggiunto solo l’anno successivo), effettivamente c’è un richiamo esplicito ad un mondo multipolare, con rapporti più equi tra gli Stati. Sta di fatto che i BRICS non si sono mai posti come contrappeso al dominio statunitense. Nel 2014 l’India è entrata nel QUAD, una partnership militare guidata dagli USA in funzione anticinese. Inoltre, due attuali membri dei BRICS, l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti, sono addirittura in guerra tra loro. Visto quanto gli USA sono ondivaghi, bizzosi, aggressivi e inaffidabili, è comprensibile che i regimi dei vari paesi cerchino qualche rete di protezione commerciale e finanziaria; ma da qui a raccontarci (o raccontarsi?) di sfida multipolare, ce ne corre.
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La filosofia magmatica di Biagio de Giovanni
di Roberto Paura
La scomparsa di Biagio de Giovanni, il filosofo partenopeo della finis Europae (Napoli, 21 dicembre 1931 – Napoli, 22 aprile 2026)
Un pomeriggio di una ventina d’anni fa, un ragazzo allora poco più che ventenne si affacciò in un’aula di Palazzo Giusso, la storica sede dell’Università Orientale di Napoli: quattro studenti un po’ smarriti attendevano l’inizio della lezione. Il professore, nell’intravedere un quinto discente, s’illuminò e con grandi gesti invitò a prendere poste nella prima fila. Il ragazzo per la verità stava cercando un altro corso, ma gli parve brutto farlo notare e si sedette. Il professore iniziò la sua lezione, servendosi di appunti e leggendo ampie citazioni da libri sulla scrivania. Man mano che la lezione proseguiva, il tono si fece più concitato: si capiva che il docente non stava semplicemente insegnando, ma ponendo problemi intorno ai quali da tempo doveva starsi interrogando, pronunciandoli ad alta voce nella speranza di trovare le risposte. Gli studenti, inizialmente perplessi, iniziarono anche loro a scaldarsi, a prendere appunti concitati, ad annuire convintamente negli snodi più drammatici della prolusione. Lo sguardo febbrile del professore passava in rassegna i grandi temi della filosofia europea, li collegava alle vicende politiche del presente e tracciava piste d’indagine per l’avvenire. Un termine, in particolare, colpì il ragazzo capitato lì per caso, e gli rimase impresso, perché il professore lo citava spesso: “Magmatico”.
Al di sotto della filosofia olimpica dei grandi nomi dell’Occidente, il professore accennava all’esistenza di un magma vivo che in ogni momento rischiava di emergere e sommergere il precario edificio della Ragione. Magmatico appariva il pensiero stesso di quel professore, che come tutti i figli di Parthenope portava nel sangue il principio della precarietà dell’esistenza di chi vive tra i vulcani. Il ragazzo decise di cambiare il suo piano di studi per poter continuare a seguire le lezioni, ansioso di scoprire come sarebbe finita quella storia. Avrebbe poi scoperto che quella storia non finisce mai, perché, come avrebbe ricordato il professore citando una frase di Benedetto Croce:
“la Verità è sempre cinta di mistero, ossia è un’ascensione ad altezze sempre crescenti, che non hanno giammai il loro culmine, come non l’ha la Vita”
(Croce, 1997).
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Riarmo, guerra e desiderio di giustizia
di Gennaro Avallone
L’ennesimo atto di repressione del governo post-fascista di Giorgia Meloni ha colpito ieri, 18 dicembre 2025, il centro sociale Askatasuna di Torino. Con la scusa del ripristino della “sicurezza” e dell’ordine si fanno in realtà deserti dove rimbomba il silenzio e si ribadiscono dispositivi di subordinazione, sudditanza, paura od opportunismo. Difficile, di questi tempi, affermare (come in realtà è) che il libero esercizio della critica, la sperimentazione di culture e prassi alternative, la presa d’atto che la società è multiculturale, sono gli unici antidoti all’abisso, disumano e violento, imposto dal potere contemporaneo. Lo spiega bene, in questo articolo, Gennaro Avallone: l’attuale potere dispotico ha bisogno della costruzione di un nemico interno, per ribadire la “superiorità” di quei valori occidentali che oggi si fondano sulla guerra, sul riarmo, sul genocidio e sull’annichilimento della persona “altra”. Secondo questa logica il nemico è diverso, povero, giovane, islamico, è una strega, ha idee diverse, opinioni, pensieri, culture diverse. Fa sciopero, fa i blocchi, è il movimento per la Palestina. Si creano frammentazioni sociali per mettere i poveri contro i più poveri.
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"Non rivendicate diritti": come la sinistra ha dimenticato Marx
di Leonardo Sinigaglia
La prassi politica della moderna sinistra occidentale si basa sulla rivendicazione di “diritti” per gruppi di minoranza presentati come oppressi e marginali all’interno della società.
Tale prospettiva è condivisa anche con i settori più radicali della sinistra, che si limitano unicamente ad accentuare la radicalità delle rivendicazioni: se i moderati chiedono l’estensione del diritto all’interruzione di gravidanza, i radicali chiedono la fine di ogni limite in merito; se i moderati vogliono l’apertura dei confini ai flussi migratori, i radicali esigono l’abbattimento di ogni frontiera; se i moderati denunciano il cosiddetto “patriarcato”, i radicali arrivano a parlare di “decostruzione del maschio” e a presentare ogni uomo come un potenziale violentatore.
Tutto ciò è perfettamente coerente con la visione “intersezionale” fondata sulla credenza post-moderna dell’esclusiva validità di ogni prospettiva soggettiva rispetto a una realtà oggettiva in realtà inesistente, oltre che con l’individualismo estremo proprio del tardo liberalismo. Si tratta di posizioni però incompatibili con il marxismo e con la visione materialista-dialettica, al di là delle credenze degli esponenti della sinistra radicale e delle coloriture retoriche con le quali infarciscono i propri discorsi.
Già nel 1844, Karl Marx, nella sua Critica alla filosofia del Diritto di Hegel, arrivava a vedere nella classe lavoratrice quel “soggetto universale” la cui emancipazione avrebbe significato l’emancipazione generale dell’Umanità, e non la semplice sostituzione di una nuova gerarchia sociale a quella abbattuta, come accaduto per ogni rivoluzione precedente a quella proletaria-socialista.
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La Guerra Multipla
di Carla Filosa
L’ultima definizione indifferente della guerra, l’ultima aggettivazione che sembra smussarne il fine criminale è quella di essere “ibrida”, cioè multiforme, combattuta su piani diversi, quasi fosse solo una semplificazione dell’innovazione tecnologica dell’ultima ora. Precedentemente, a difesa della sovranità, territorio e giurisdizione di uno stato, il diritto all’intervento bellico alla difesa della rule of Law, o diritto internazionale, era il garante ultimo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Dopo l’avvio della guerra al “terrorismo”, però, tutto ciò è sparito al punto che oggi è difficile distinguere tra guerra e terrorismo, soprattutto se quest’ultimo viene praticato proprio da stati che si pretendono i padroni del mondo, al di sopra di ogni legge. Ibrido, in questo caso, mantiene un’incerta definizione sulla strategia militare che comprende la guerra convenzionale, irregolare, di attacco e sabotaggio cibernetico, la cui flessibilità significa sottrarsi a una precisa classificazione, oscurandone sempre i fini sostanziali di predazione di risorse o di supremazia valutaria.
La narrazione “occidentale” vorrebbe condurre a un dominio altrimenti definito come “volontà di potenza” con diritto autoreferenziale, autoproclamato di guerra olistica che inevitabilmente invade la sicurezza di tutti coloro che non ne fanno parte, evidenziando la vulnerabilità di qualsiasi altro controllo che possa contrapporglisi. Fuori da ogni altro diritto condiviso che ne temperi l’onnipotenza, l’imposizione del primato della forza tende a confondere gli scopi che persegue. La guerra all’Iran, diversamente motivata da Usa e Israele, trova infatti continuamente nuovi obiettivi o motivi d’orgoglio nello “spezzarne le ossa”, secondo la recente espressione di Netanyahu. Al momento ogni governo autoctono non scelto o approvato dall’invasore verrà decapitato, assicura Trump, in base all’unicità decisionale dell’aggressore, anche se, essendo considerato l’Iran uno stato “terrorista”, non è più un “aggredito”, ma soggetto a un’“operazione geopolitica a sorpresa”, secondo la rocambolesca precisazione dell’ex ambasciatrice Zappia.
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Venezuela, colpo di Stato dal cielo: dalla Dottrina Monroe alla Dottrina Trump
di Mario Sommella
Nella notte di Caracas: quando il “cortile di casa” prende fuoco
Alle 2 del mattino del 3 gennaio, ora di Caracas (le 7 in Italia), il cielo sopra la capitale venezuelana si è illuminato di missili. Fuerte Tiuna, La Carlota, obiettivi strategici lungo la costa tra La Guaira e lo Stato di Miranda: una serie di esplosioni, sorvoli a bassa quota, blackout. Poco dopo, fonti statunitensi hanno fatto filtrare la notizia del rapimento di Nicolás Maduro e di sua moglie, trasferiti all’estero come ostaggi di guerra.
Non è solo un raid “mirato”. È la combinazione, in un’unica notte, di bombardamento e decapitazione forzata della leadership politica: un golpe travestito da operazione di polizia internazionale.
Donald Trump ha rivendicato politicamente l’operazione incastonandola dentro una nuova versione della dottrina Monroe, ribattezzata con sfacciato narcisismo “Dottrina Trump”: l’America Latina come cortile di casa da disciplinare, punire, ricolonizzare con sanzioni, blocchi, bombardamenti e sequestri di capi di Stato. Un mondo diviso tra chi comanda e chi deve solo subire.
Dalla Monroe alla “Dottrina Trump”: due secoli di ingerenze
La notte di Caracas non nasce dal nulla. È l’ultimo capitolo di una lunga storia in cui la dottrina Monroe – proclamata nel 1823 per ribadire che l’emisfero occidentale doveva restare sotto influenza statunitense – si è tradotta in colpi di Stato, invasioni, “esportazioni di democrazia” a colpi di baionetta.
Basta scorrere qualche tappa:
Guatemala 1954: l’Operazione PBSuccess della CIA rovescia il presidente democraticamente eletto Jacobo Árbenz, colpevole di voler riformare la proprietà agraria.
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Crisi del fronte euro-atlantico: chi comanda e chi striscia
di Matteo Bortolon
Se nel 2025 le azioni compiute dall’amministrazione Trump hanno suscitato scalpore, l’alba del nuovo anno ha visto un crescendo rossiniano: attacco al Venezuela, tremebonda attesa di ulteriori bombardamenti all’Iran, e infine il proposito di prendersi la Groenlandia, con l’annuncio di nuovi dazi agli alleati che si oppongono all’acquisizione di essa. Tale minaccia pare rientrata, ma il clima resta molto teso.
È stato un incipit convulso, in cui Trump ha dispiegato appieno il suo talento per gesti eclatanti che polarizzano e attirano clamore, buttando a mare con ruvida noncuranza inveterate consuetudini diplomatiche foderate di ipocrisia. Fra gli aspetti principali si è visto un riassetto dei rapporti fra Usa e paesi europei di inedita significatività e risonanza mediatica, che pare sempre sul punto di arrivare a un punto di non-ritorno. La questione su cui interrogarsi è se tali politiche abbiano una reale consistenza e progettualità o siano mera successione di tatticismi ad alta intensità mediatica senza una reale prospettiva.
Il caso della Groenlandia – Trump vuole impadronirsene, a suo dire per motivi di sicurezza, allegramente noncurante del fatto che si tratta del territorio di un paese sovrano – è solo il culmine di un anno di attriti coi vertici europei, che da parte loro oscillano fra insofferenza e umilianti sottomissioni.
I diplomatici europei paiono sempre più sfiduciati. Se a inizio 2025 ci si chiedeva angosciosamente se fosse la fine della NATO adesso si arriva a dire che “Il nostro sogno americano è morto”, come ha riferito un diplomatico dell’UE a Politico; “Donald Trump lo ha ucciso.”
Come siamo arrivati a tutto questo?
Un nuovo sceriffo in città”
Chi pensava che l’agenda America First della nuova amministrazione fosse più una posa elettorale ad usum populi che qualcosa di reale ha ricevuto segnali esplosivi.
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Della miseria dell’industria scolastica
Francesca Ioannilli Intervista Gigi Roggero
In Italia la scuola sembra assurgere a tema di attenzione solo quando avvengono episodi drammatici. Se di fronte a un caso come l’accoltellamento nella scuola di Trescore Balneario non ci si vuole limitare al (legittimo) orrore, alla (necessaria) indignazione per le risposte governative o alla (discutibile) patologizzazione dei comportamenti giovanili, bisogna iniziare a ragionare. Andando oltre l’emergenza della cronaca, afferrando l’urgenza delle questioni di fondo. Siamo ad esempio sicuri che gli (e le) insegnanti siano semplici vittime di questa situazione? Per chi vuole riflettere e discuterne seriamente, riproponiamo un’intervista a Gigi Roggero realizzata nel gennaio 2021, in piena crisi Covid, e allora pubblicata su Commonware. L’intervistato, al tempo insegnante nelle scuole superiori, ha anticipato temi che oggi sono di stringente attualità.
* * * *
Francesca Ioannilli: È una scuola diversa quella di quest’anno: che aria si respira tra i corridoi dopo questo passaggio alla Dad, quali sono le percezioni degli insegnanti?
Gigi Roggero: I corridoi sono deserti perché in realtà la stragrande maggioranza degli insegnanti lavora da casa anche laddove c’è la possibilità di scegliere, le percezioni che si hanno quindi sono ovviamente mediate dallo schermo e dalla distanza. L’aria è piuttosto di solitudine e rassegnazione, con un aumento di casi di ansia o depressione tra gli studenti: si tratta di una tendenza ormai di lungo periodo, accelerata nella crisi sanitaria e con cui, credo, dovremo sempre più fare i conti.
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In Memoriam: Romano Luperini (1940-2026)
di Erminia Passannanti
Ho conosciuto Romano Luperini nel 1990, in occasione della rassegna “Poesia ’90”, organizzata dal Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Salerno, dove allora ero studentessa del Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere. In quell’occasione, Romano mi fu presentato da Federico Sanguineti, figlio del professore dantista e poeta Edoardo Sanguineti, con cui eravamo di recente diventati amici e il quale all’epoca era un giovane ricercatore. A quell’evento erano presenti anche Gregory Lucente, Robert Dombrowski, Piero Cataldi e Amelia Rosselli.
Con Romano si instaurò immediatamente un rapporto destinato a protrarsi nel tempo. Ricordo quando mi scriveva da Toronto, dove era Adjunct Professor, e la neve e la malinconia erano il tema principale delle sue osservazioni.
Fu un’amicizia preziosa quella che mi offriva: non soltanto un dialogo, con me, che ero ancora in una fase iniziale della mia formazione intellettuale, ma anche l’apertura a un circuito di amicizie internazionali, con suoi colleghi stranieri con i quali si parlava tanto in italiano quanto in inglese di argomenti che significavano l’esordio della mia passione letteraria. In particolare, con Robert Dombrowski mantenni fino alla sua dipartita dal mondo un forte legame di simpatia reciproca. Robert e Romano erano stretti da un’amicizia fraterna, corroborata negli anni dalla riflessione critica sull’opera di Carlo Emilio Gadda. La tragica fine di Robert in un ospedale di Parigi, per una acuta endocardite che non seppero curare, mentre aspettavo che venisse come mio ospite alla mia casa di Oxford, segnò traumaticamente Romano, che, accorso da Siena ad assisterlo, lo vide morire tra le sue braccia.
Il nostro rapporto fu inizialmente intenso e costante, sostenuto da uno scambio epistolare fitto e per molti anni ininterrotto. Conservo ancora tutte le lettere e cartoline che Romano mi mandava da Siena, caratterizzate dalla sua grafia minuta, irregolare e da una scrittura fitta: mi scriveva come se la nostra conversazione non dovesse mai finire.
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Ucraina al bivio: mentre l’Occidente litiga, Mosca vede avvicinarsi la vittoria
di Roberto Iannuzzi
Leader europei e falchi americani sabotano l’ennesimo piano Trump, Zelensky cerca di trarsi d’impaccio dallo scandalo sulla corruzione, i russi sono pronti a una soluzione militare
Le ultime settimane sono state molto dure per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Costretto sulla difensiva dai gravi episodi di corruzione legati alla compagnia di stato Energoatom, e da una coincidente campagna di pressione europea volta a fargli abbassare l’età minima di arruolamento, egli si è visto cadere addosso la tegola dell’ennesimo piano di pace promosso dal presidente americano Donald Trump.
Se le pressioni europee puntano a estendere la base di reclutamento dell’esercito ucraino con l’obiettivo di contrastare l’avanzata russa, e dunque sostanzialmente di prolungare il conflitto (Kiev non ha alcuna speranza di rovesciarne le sorti), il nuovo piano Trump apparentemente intende porre fine alle ostilità attraverso concessioni altrettanto dure da digerire per Zelensky.
Si è dunque messo in moto un meccanismo già visto nei mesi passati: di fronte alla proposta della Casa Bianca, Kiev ha espresso le proprie perplessità, alleati europei e falchi americani sono corsi in aiuto del governo ucraino elaborando “controproposte”, Trump ha affermato che il piano non era immodificabile, aprendo così la strada ad una formulazione concordata con Kiev.
Il risultato sarà probabilmente un piano digeribile per Ucraina e partner europei, e del tutto indigesto per Mosca. L’ultimatum del 27 novembre inizialmente imposto da Trump a Zelensky per accettare il piano, pena la sospensione degli aiuti militari e di intelligence, nel frattempo è svanito.
Una Casa Bianca priva di reale potere contrattuale
Ripercorrendo la breve storia degli sforzi negoziali compiuti dall’amministrazione Trump, ci si rende conto che essi sono apparsi sempre meno credibili con il passare dei mesi, e che l’ultimo piano “in 28 punti” è probabilmente nato morto.
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L’Europa tedesca: dalla moneta unica al riarmo continentale
di Gerardo Lisco
L’Unione Europea nasce ufficialmente come progetto di pace e cooperazione economica tra Stati che, per secoli, si erano combattuti. Ma sotto questa rappresentazione idealistica ha sempre agito un’altra dimensione: quella geopolitica. La costruzione europea, infatti, non può essere compresa senza collocarla dentro gli equilibri strategici emersi dopo la Seconda guerra mondiale e, soprattutto, all’interno del sistema di potenza costruito dagli Stati Uniti durante la Guerra fredda.
Oggi, con la crisi dell’ordine internazionale uscito dal 1989, con il progressivo disimpegno americano dall’Europa e con il conflitto russo-ucraino, riemerge una questione che sembrava archiviata dalla storia: il ruolo della Germania nel continente europeo. Le recenti dichiarazioni del cancelliere Friedrich Merz sulla necessità di una maggiore assunzione di responsabilità tedesca nella NATO e nella difesa europea rappresentano soltanto l’ultimo passaggio di un processo molto più lungo e profondo, che porta inevitabilmente a interrogarsi sul destino dell’Unione Europea e sulla sua possibile “germanizzazione”.
Per comprendere l’attuale fase storica bisogna tornare agli anni Cinquanta del Novecento. La nascita della Repubblica Federale Tedesca fu favorita dagli Stati Uniti non soltanto per ragioni economiche ma soprattutto strategico-militari.
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Da Monroe a Donroe, dalla Groenlandia a Carney
di Michael Roberts
In questo articolo, Roberts esamina le basi storiche ed economiche della disputa sulla Groenlandia e le minacce degli Stati Uniti. Secondo l'autore, l'"armonioso" mondo capitalista della cooperazione globale, guidato da uno Stato egemonico in alleanza con altre "democrazie" capitaliste che stabiliscono le regole per gli altri, è finito.
* * * *
Oggi il presidente degli Stati Uniti Trump terrà il suo discorso davanti ai leader politici ed economici del capitalismo mondiale riuniti al Forum economico mondiale di Davos, in Svizzera. Il tema principale sarà, sorprendentemente, l'isola artica della Groenlandia.Groenlandia? Come mai un'area ricoperta per lo più da ghiaccio ha questo nome? A quanto pare, si trattò di una strategia di marketing ideata dagli esploratori vichinghi che arrivarono oltre mille anni fa. Chiamarla "verde" era un tentativo di attirare migranti nell'area affinché la occupassero. Ironia della sorte, oggi la Groenlandia sta diventando più verde a causa dei cambiamenti climatici. Una recente ricerca pubblicata nel 2025 mostra che la calotta glaciale della Groenlandia si sta sciogliendo rapidamente, consentendo alla vegetazione di diffondersi in aree un tempo dominate dalla neve e dal ghiaccio. Negli ultimi trent'anni, si stima che 11.000 miglia quadrate della calotta glaciale e dei ghiacciai della Groenlandia si siano sciolte. Questa perdita di ghiaccio è leggermente superiore alla superficie dello Stato del Massachusetts e rappresenta circa l'1,6% della copertura totale di ghiaccio e ghiacciai della Groenlandia.
La Groenlandia fa parte geograficamente del continente nordamericano, ma appartiene (anche se in modo autonomo) alla Danimarca. Ai danesi piace dire "Regno di Danimarca", proprio come gli inglesi parlano del "Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord". L'eredità coloniale monarchica rimane. E sappiamo cosa può significare il colonialismo per le popolazioni indigene del Nord America.
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“La pace è vicina”, ma forse no…
di Dante Barontini
A Berlino va in scena “l’accordo” che potrebbe portare alla pace in Ucraina. Che sarebbe cosa ottima, se non fosse per il piccolo limite che per ora quel che è stato lì concordato riguarda soltanto il composito schieramento occidentale. La pace vera, insomma, va fatta con la Russia… Tutto quello di cui stiamo parlando è solo predisposizione di una proposta dal lato euro-atlantico.
Come è regola di ogni trattativa strategicamente rilevante i contenuti sono per il momento “coperti”, ma le immancabili indiscrezioni pilotate definiscono comunque con qualche certezza “la direzione” in cui tutti i protagonisti del vertice di ieri sera – Steve Witkoff e Jared Kuchner come inviati di Trump, i leader dei principali paesi europei (Germania, Danimarca, Finlandia, Francia, Regno Unito, Italia, Olanda, Polonia, Svezia e Norvegia, più la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e quello del Consiglio europeo Antònio Costa, nonché l”extra-comunitario” britannico Keir Starmer).
Perché il percorso venga ritenuto praticabile serviva naturalmente il consenso ucraino, e Volodymyr Zelenskyy ha dato una valutazione ottimistica della nuova offerta da parte di funzionari americani riguardante le “garanzie di sicurezza”, descritte come una sorta di art.5 della Nato pur senza che Kiev entri nell’Alleanza (punto che per Mosca è sempre stato dirimente).
Andrebbe ricordato che l’attuale art. 5 garantisce, ai paesi membri attaccati dall’esterno, una forma di attivazione da parte dei partner, ma nella misura che ognuno di essi ritiene possibile.
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La Knesset e il "metodo post 11 settembre"
di Patrick Lawrence, scheerpost.com
Forse avete visto il video reso pubblico il 1° novembre in cui Itamar Ben-Givr è in piedi sopra una fila di prigionieri palestinesi sdraiati a faccia in giù, con la testa in un sacco e le mani legate dietro la schiena. “Guardate come sono oggi, in condizioni minime”, dice il ministro ultrasionista della sicurezza nazionale del governo di Bibi Netanyahu, pieno di fanatici, rivolgendosi al suo entourage. “Ma c’è un’altra cosa che dobbiamo fare. La pena di morte per i terroristi”.
Quelli sdraiati a pancia in giù erano presumibilmente membri di al-Nukhba, l’unità di forze speciali di al-Qassam, l’ala militare di Hamas. Ben-Givr, un colono militante che si dimostra, più e più volte, totalmente indifferente al diritto internazionale, alle leggi di guerra o a qualsiasi norma accettata, vuole che lo Stato sionista uccida i prigionieri di guerra. Ecco a cosa si riduce la questione.
Se non avete visto il video (e qui c’è una versione con sottotitoli in inglese), forse avete sentito l’indignazione che ha poi echeggiato in tutto il mondo (tranne che negli Stati Uniti). Il filmato del volgare Ben-Givr è stato diffuso su tutti i media digitali: su YouTube, Facebook, Instagram. Al Jazeera lo ha trasmesso su “X”. Ho preso la versione linkata qui dalla CNN, uno dei pochi media mainstream americani a parlarne.
Quello era allora, questo è adesso: lunedì 10 novembre, la Knesset ha votato con 39 voti favorevoli e 16 contrari a favore di un disegno di legge che consentirà a Israele di giustiziare coloro che arresta come “terroristi” – a patto, cioè, che siano palestinesi e non coloni israeliani, che da molti mesi seminano un’escalation di terrore in Cisgiordania. “Chiunque, intenzionalmente o per imprudenza, causi la morte di un cittadino israeliano, motivato da razzismo, odio o intenzione di danneggiare Israele, dovrà affrontare la pena di morte”, recita in parte il disegno di legge. Non consente alcun riesame di una condanna a morte una volta emessa.
Questa votazione è avvenuta in prima lettura, tre delle quali secondo la procedura parlamentare israeliana.
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Leone, Agostino e l'IA
di Alessandro Zaccuri
Silvestro II, il papa dell’anno Mille, era un matematico. Competenza di primo acchito inconsueta per un successore di Pietro, ma del tutto coerente nella prospettiva medievale dell’unità del sapere, che non contempla soluzione di continuità tra le discipline umanistiche del trivio e quelle scientifiche del quadrivio. Nonostante questo, a Gerberto di Aurillac (così si chiamava al secolo il pontefice) non è stata risparmiata la leggenda nera dello stregone e necromante, in buona parte alimentata dall’equivoco sul termine latino astrologia, che nello specifico si riferisce allo studio degli astri, la nostra “astronomia”, e non alla compilazione degli oroscopi. Tra le opere di Gerberto figura il Libellus de numerorum divisione, che è un piccolo manuale per l’uso dell’abaco. Per far di conto correttamente, si spiega, occorre anzitutto stabilire quale valore attribuire al digitus, che nel linguaggio dell’epoca è l’unità di calcolo basilare.
Le suggestioni vanno prese per quello che sono, però non passa inosservato il fatto che anche nella formazione di Leone XIV la matematica occupi un posto di rilievo. In un millennio abbondante, il digitale ha cambiato di significato, per quanto l’etimologia dell’inglese digit rimandi proprio al digitus delle artes liberales. In ogni caso, è ancora un papa a occuparsene, e con indiscutibile chiarezza. L’impressione che si ricava dalla lettura dell’enciclica Magnifica humanitas, la prima promulgata dal pontefice statunitense, è infatti quella di un’esposizione serrata e difficilmente contestabile.
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Le maschere del soft power
di Philip Golub*
Quando gli Stati Uniti pretendevano di sedurre piuttosto che dominare
«Il presidente Trump non capisce il “soft power”, è quanto di recente affermava con rammarico Joseph Nye, l’inventore della nozione “potenza morbida”. Questo tipo di potere d’influenza, soprattutto culturale, del quale si servirebbero gli Stati Uniti per soggiogare il mondo, ha esso stesso sedotto numerosi intellettuali. Il suo successo è dovuto in particolare al fatto di ricoprire con un gentile guanto di velluto il pungo d’acciaio della coercizione.
Dal momento in cui è stata enunciata nel 1990 dal politologo e specialista del potere americano Joseph Nye, la nozione di soft power - «potenza morbida» - si è imposta per descrivere la diplomazia di influenza associata alla mondializzazione liberale americano-centrica che arriva alla sua fine sotto i nostri occhi. Ripresa sia in Cina che in Europa, è stata a lungo utilizzata nei discorsi dei politici, degli esperti e nei commenti dei media. Al tempo del grande riarmo, dello sfilacciamento del diritto internazionale e della crescita degli impulsi di un etno-nazionalismo aggressivo, il soft power non riesce più ad avere presa sulle realtà mondiali – ammesso che ne abbia mai avuta.
Quando attacca l’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale (Usaid), Donald Trump prende di mira una istituzione concepita per lottare contro il comunismo, e più recentemente, contro dei cosiddetti regimi «illiberali», diffondendo un’immagine favorevole del «mondo libero». Alla volontà di conquistare i cuori e le coscienze si sostituiscono ormai i rapporti di forza con le grandi potenze (Cina, Russia) e di dominazione brutale con i «deboli» (Panama, Colombia, Palestina, ecc.)
«I forti fanno ciò possono e i deboli sopportano ciò che devono»: la formula degli Ateniesi resa celebre da Tucidide si s’addice alla diplomazia trumpiana.
[Più precisamente, Tucidide diceva: I forti fanno ciò che devono fare e i deboli accettano ciò che devono accettare. N.d.T.]
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Capitalismo – Guerra – Rivoluzione
Comprendere il presente per sovvertirlo
di V. Pellegrino
Ebbene sì, siamo ripiombati nel fascismo! E il fascismo, braccio politico dell’imperialismo, produce la guerra, il genocidio, la distruzione. Ma ciò che è ancor più grave e preoccupante in questo terrificante presente è la totale assenza di una prospettiva strategica di classe, in grado di porre la rivoluzione necessaria come obbiettivo concreto, perseguibile e perseguito. I livelli di atomizzazione a cui è stata spinta la società, attraverso la manipolazione algoritmica profonda, sono senza precedenti e le lotte, lungi dal convergere, si fanno sempre più frammentate e isolate, tra loro e in seno alla società. Le classi subalterne sono talmente soggiogate, da vecchie e nuove forme di controllo e di oppressione, da non essere in grado di sviluppare un pensiero critico autonomo, restando così prive degli strumenti necessari a produrre autocoscienza e spinta rivoluzionaria e, ancor più, capacità di autorganizzazione collettiva.
Tanto il concetto di guerra (in atto) quanto quello di rivoluzione (necessaria) sono stati completamente rimossi dal quadro del pensiero politico anticapitalista, con il risultato che non solo ci troviamo del tutto impotenti rispetto alla devastante realtà di fascismo e guerra che ci circonda, ma anche privi di una prospettiva di riscossa, di liberazione. Al di là della critica delle forme della politica, che ho cercato di sviluppare negli articoli che ho scritto per Rizomatica, e della proposta di un nuovo metodo politico fondato sulla democrazia diretta informatizzata, l’impasse, in cui si vede intrappolato il molteplice e disperso mondo anticapitalista, ha radici profonde. Radici direttamente connesse con la particolare linea di pensiero che, secondo le recenti tesi di Maurizio Lazzarato, a partire da Foucault e dalla sua analisi del neoliberalismo, basata sul concetto di biopolitica, è stata fatta propria dal mondo antagonista in tutto l’Occidente.
Nel tentativo, sempre velleitario – come deve essere ogni prospettiva rivoluzionaria – di rintracciare le carenze del pensiero critico occidentale, successivo al grande momento di rottura rappresentato dal 1968 e di rimettere al centro le nozioni di «guerra», come elemento strutturale del sistema capitalistico, e di «rivoluzione», come necessaria via di uscita dalla catastrofe verso la quale lo stato presente di cose ci sta precipitando e come avvio della costituzione di una società auspicabile, farò riferimento a un autore che, nella sua recente opera, mostra di avere un quadro analitico sufficientemente chiaro e condivisibile insieme a un barlume di prospettiva strategica: il già citato Maurizio Lazzarato.
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