Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 2310
Lezioni di default dalla crisi greca
di Andrea Fumagalli
A più di una settimana dalla conclusione della ristrutturazione del debito greco, può essere utile, a mente più serena, ripercorrere e valutare le tappe che hanno portato ad un vero e proprio default controllato.
Il 9 marzo scorso si è chiuso l’operazione di scambio (swap) di titoli di Stato greci che ha coinvolto i creditori privati. Da un punto di vista tecnico, la maggior parte degli investitori istituzionali e privati, che hanno dato la propria adesione, hanno accettato di cambiare i propri titoli con nuovi titoli di minor valore: in particolare, i vecchi titoli di stato sono stati scambiati con:
a. nuove obbligazioni con scadenze comprese fra il 2023 e il 2042 dal valore nominale complessivo pari al 31,5% dei titoli originariamente in possesso (quindi una svalorizzazione del 68,5%); b. un warrant (titolo finanziario particolare) emesso dalla repubblica ellenica con importo nominale pari al 31,5% (quindi una svalutazione ancora del 68,5%) e scadenza nel 2042 che darà diritto al pagamento di interessi annuali nel caso in cui la Grecia dovesse osservare il previsto percorso di crescita del Pil. c. nuovi titoli zero coupon emessi dall’Efsf (Fondo europeo di stabilità finanziaria) con scadenze a 12 e 24 mesi aventi un valore nominale pari al 15% (perdita dell’85%).In conclusione si è trattata di una riduzione del valore dei titoli di stato greci mediamente pari al 73% del valore nominale. Il risultato è stato un taglio netto del debito greco privato da 206 a 107 miliardi di euro, pari a più di un terzo del debito complessivo.
Tale riduzione ha prevalentemente interessato le grandi banche europee. L’adesione degli istituti di credito all’offerta di concambio è stata, comunque, massiccia. Le 450 aziende rappresentate dalla Institute for International Finance hanno accettato tale taglio su un patrimonio complessivo vicino ai 110 miliardi di euro.
- Details
- Hits: 3395

Recensione a Titanic Europa di Giacchè
di Riccardo Bellofiore
Vladimiro Giacché inizia il suo libro Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato (Aliberti editore, Roma 2012, 14 euro) in modo fulminante, citando il film di John Landis Blues Brothers. Più precisamente la scena dove Jake (John Belushi) incontra la ex fidanzata da lui lasciata sola all’altare, minacciosamente armata di fucile d’assalto M16, intenzionata ad una resa dei conti finali. Jake inanella una serie di scuse palesemente infondate, una più dell’altra. Così, ci dice Giacché, è per la lettura delle cause della crisi che ci è stata rifilata in questi anni. Non è uno dei pregi minori di questo libro agile, che si legge d’un fiato per la scrittura limpida e la chiarezza delle argomentazioni, il fatto di smontare la narrazione dominante: una narrazione che come nel caso di Jake - Giacché non lo dice, ma lo fa capire – è risultata miracolosamente convincente. Un’altra vera e propria ‘fabbrica del falso’. Sicché, passata la fase più grave della tormenta 2007-2009 ci si illuse di esserne fuori, mentre ora si va profilando una seconda immersione, forse ancora più grave, nella Grande Recessione. Se non il rischio di scivolare in un nuovo Grande Crollo, come negli anni Trenta del secolo scorso.
Chi è alla ricerca di una descrizione aggiornata dell’evoluzione della crisi, dalla prima fase centrata sugli Stati Uniti, alle risposte di politica economica che hanno spostato il debito dai soggetti privati allo Stato, al presente incubo europeo, trova qui, per così dire, il libro più breve, succoso, e intrigante: anche perché Giacché è sempre attento alle questioni teoriche sottostanti, e alle implicazioni di politica economica. Giacché ha, ai miei occhi, un solo competitore, forse adesso un po’ datato, perché precedente la deriva per cui l’esplodere del debito sovrano ha messo in questione l’esistenza stessa dell’euro, e precedente la crisi europea come moltiplicatore della crisi globale: il libro di Paul Mason, Meltdown: The End of the Age of Greed, Verso 2008 (in italiano: La fine dell’età dell’ingordigia. Notizie sul crollo finanziario globale, Bruno Mondadori, 2009).
- Details
- Hits: 3601

La disintegrazione europea e la Grande Recessione 2.0
Riccardo Bellofiore
Il magico mondo di Mario Monti
Certo, pare di vivere in uno strano meraviglioso mondo, con il ‘tecnico’ Mario Monti al governo del Paese. Il secondo ‘Super-Mario’ dopo l’originale: Mario Draghi ora al comando della Banca Centrale Europea. Intanto la nave europea affonda - talora sembra velocemente con un botto, talora più lentamente con un sospiro: qualcosa a metà tra la tragedia del Titanic e la farsa (tragica essa stessa) della Concordia. Da noi, l’entusiasmo lambisce lidi inattesi, da chi invita con il cuore in mano a ‘baciare il rospo’, a chi puntigliosamente elenca ‘pilastri della saggezza’. Tanto senno da dignitosa conversazione al bar, nutrito di stoica, o etica, cognizione della grave ‘necessità’ del momento, in una pretesa assenza di alternative.
Monti: che, se non fracassone come Sarkozy, pure proclama una certa simpatia per la tassa Tobin, e se solo potesse proporrebbe una vera patrimoniale. Quel Monti che, a veder bene, è guardato con una neanche tanto nascosta simpatia dalla multiforme galassia post-operaista. Fosse mai che la riforma del mercato del lavoro facesse uscire dalla bottiglia il genio del ‘reddito di esistenza’, ora nelle proclamazioni anche della Fiom? In volgare, non si tratta d’altro che di un qualche sostegno al lavoro precario, sempre più universalizzato. Un Monti che, udite udite, infila pure qualche considerazione sensata, che alcune/i di noi andavamo in realtà dicendo da un bel po’ di tempo (anche su queste pagine). Tipo: che le agenzie di rating mica hanno tutti i torti; che il problema è la crescita (anche se io preferirei dire, lo sviluppo); che la mera austerità non ci farà uscire dalla crisi - ma il suo ‘posto fisso’ non è quello di professore, non stupido, di economia?
Dunque, di che stupirsi? Quel Monti che non soltanto fa apparire - con il suo aplomb anglosassone e la sobrietà che gli calza come una seconda pelle - Angela Merkel e Nicholas Sarkozy, diciamocelo, un po’ volgarotti, riempiendoci così di italico orgoglio. Quel Monti che superficialmente dà l’impressione di avere doti inaspettate di politico, in grado di inserirsi come abile terzo nell’asse frastagliato tra Berlino e Parigi, proclamando ad alta voce alcune verità, e sparigliando i giochi.
Così, la sinistra oscilla tra una più o meno nascosta ammirazione e il ricorso all’argomento finale: che i tedeschi non ne azzeccano mai una.
- Details
- Hits: 6425
La crisi dell'Europa*
Leonardo Paggi
1. Devo dire subito che il tema di questo seminario suscita in me inquietudine e risposte tutt’altro che ottimistiche. Con il compimento di un ventennio dal varo del Trattato di Maastricht, inevitabilmente giunge anche il tempo dei bilanci. Ne ha suggerito uno particolarmente catastrofico, ma sostanzialmente, a mio parere, condivisibile, l’economista americano Martin Feldstein, prima sul Wall Street Journal del 15 dicembre 2011 e poi in modo più diffuso in una intervista al settimanale Die Zeit del 23 febbraio di quest’anno. L’idea che fosse possibile unire tra loro economie molto diverse senza nemmeno l’esistenza di una effettiva banca centrale, e avendo come unica preoccupazione il mantenimento della stabilità monetaria e il rispetto dei vincoli di bilancio, si è rivelata una solenne sciocchezza, che chiama duramente in causa le responsabilità di un’intera classe dirigente europea.
Se già negli anni 90 l’Europa paga ai celebri “parametri di Maastricht” il prezzo di un fortissimo rallentamento della crescita, con la crisi del settembre 2008 è la Ue nel suo insieme ad essere gettata nel caos. La peculiarità negativa della esperienza che il vecchio continente viene facendo all’interno di questa crisi globale la si coglie bene proprio in comparazione. In assenza di qualsiasi strumento di governo politico, a differenza di quanto è avvenuto negli Stati uniti, la crisi delle banche si è rovesciata da noi in una assai più drammatica crisi dei debiti sovrani. Si è innescata per questa via una dinamica di conflitto che chiama ormai in causa le relazioni tra gli stati e ripropone apertamente il contrasto tra i diversi interessi nazionali.
E’ penoso vedere il ministro delle finanze Wolfgang Schauble messo in divisa SS sui tabloid di Atene. Siamo alla banalizzazione di un passato tragico, che chiama in causa la storia d’Europa nel suo complesso, spiegabile solo con un sentimento di frustrazione e di impotenza politica. Ma è inquietante anche il riaffiorare nel discorso pubblico della Germania dei toni di una cultura della superiorità e della sanzione che si pensava archiviati per sempre.
Il vecchio assunto funzionalista (qualcuno dice marxista!) che la moneta in quanto tale avrebbe unificato le culture europee e generato per partenogenesi la politica è dunque ormai improponibile. Con la costituzione economica adottata a Maastricht l’euro non solo non ha unito, ma ha anzi profondamente diviso e contrapposto i paesi europei. L’unificazione europea è oggi molto più lontana di quanto non fosse nel 1992.
- Details
- Hits: 2784
La Germania e l’Italia che vorremmo (e quelle che abbiamo)
Sergio Cesaratto
Il 2 marzo il primo ministro italiano dichiarava al termine di un vertice europeo che la crisi finanziaria era uscita per un po’ di scena “speriamo per sempre.” La battuta, oltre che improvvida, suona persino cinica se si pensa che in quel meeting il primo ministro spagnolo aveva disperatamente chiesto, fra l’ostilità dei suoi colleghi, un allentamento degli obiettivi di rientro del disavanzo pubblico - questo è stato dell’8,5% nel 2011 contro un obiettivo del 6%, mentre il perseguimento dell’obiettivo del 4,4% nel 2012 comporterebbe una manovra aggiuntiva di €44 miliardi tale da distruggere lo stato sociale spagnolo, a detta di Mariano Rajoy, e se questo è troppo persino per un conservatore spagnolo, v’è da crederci (Eurointelligence). Il “successo” del taglio al debito privato greco non tragga in inganno, quel paese è spacciato e il resto del debito è sulle spalle del resto dell’Europa, compresi i paesi che come l’Italia non hanno responsabilità in merito, a differenza della Germania (qui).
1. La situazione europea è in verità drammatica e non s’intravedono vie d’uscita. Non che queste in via di principio non esistano, e questo è il grottesco della situazione. Un percorso di crescita e di riproposizione del modello sociale europeo sarebbe possibilissimo e alla portata. Ad esso si frappongono tuttavia scelte nazionali che solo gli sciocchi definiscono egoistiche. Ho più volte scritto, ricordando gli insegnamenti del realismo politico (che fu anche di Tucidide, di Machiavelli, di Hobbes), che nelle relazioni internazionali non valgono valori morali, tantomeno fra economie capitalistiche. Queste sono guidate da borghesie nazionali con i propri disegni, e in molti casi attorno a questi si raccoglie il consenso della maggioranza della popolazione, incluse le classi sociali e relative rappresentanze tradizionalmente d’orientamento progressista. Infatti, difficilmente qualcuno saprebbe fornire un esempio di quella che un tempo si definiva “solidarietà internazionalista” (che non siano scelte individuali di partire volontari per qualche nobile causa).
- Details
- Hits: 3082

Quod erat demonstrandum (6)
di Alberto Bagnai
Sul blog di una delle poche forze politiche che hanno avuto (in Italia) il coraggio di prendere posizione contro l'euro, trovo questo post che dipinge esattissimamente la natura del problema politico che abbiamo davanti. In sintesi, l'amica piddina dell'autore lo chiama trafelata perché pare che i fascisti abbiano manifestato a Roma per il ritorno alla sovranità monetaria.
Guardate il lato positivo. Una previsione si avvera, e per un economista è sempre una bella soddisfazione (anche se spesso si associa al manifestarsi di cataclismi!). Cosa scrivevo ad agosto, rispondendo a una madre nobile della sinistra per bene e decotta?
Ora è successo, e così quelli che, come Goofy, difendono tesi che venivano date per scontate ad Harvard negli anni '90, hanno fatto un bel salto di qualità. Fino ad oggi ci sentivamo dare dei leghisti. Da oggi, novità: saremo additati come fascisti! Noi!?
- Details
- Hits: 3293
Punizione, pagamento, prevenzione. La Grecia di oggi come la Germania di ieri
Ugo Marani*
La storia di frequente propone ricorsi paradossalmente speculari alle modalità con le quali gli avvenimenti si sono inizialmente presentati. E’ il caso della Germania che si presenta oggi in Europa, nella gestione della crisi del debito sovrano greco e nei preliminari dei nuovi accordi comunitari sulle politiche fiscali, in un ruolo del tutto antitetico a quanto era successo, in ben altro momento, all’indomani della Prima Guerra Mondiale. Il paragone storico sembrerà irriverente; le implicazioni economiche probabilmente no.
Il ventotto giugno del 1919 la delegazione tedesca alla Conferenza di Parigi, guidata dal ministro degli Esteri Brockdorff-Rantzau è chiamata, nel Salone degli Specchi della reggia di Versailles, a firmare il Trattato di Pace con Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. E’ l’atto finale, tragico, che sancisce un trattamento della nazione sconfitta assai più severo di quanto la delegazione tedesca, confinata all’Hotel des Rèservoirs di Versailles, possa immaginare: il bacino della Saar, la Polonia, la Slesia, ovvero il tredici per cento del territorio, il dieci per cento della popolazione e oltre centoventi miliardi di dollari di riparazioni (MacMillan, 2003).
E’ la logica conclusione di un approccio, quello del primo ministro francese Clemenceau di fatto subito da Lloyd George e da Woodrow Wilson, che poggia su due assunti basilari: la Germania va considerata la responsabile unica del conflitto bellico; il Trattato di Pace deve, di conseguenza, caratterizzarsi per i principi di “Punizione-Pagamento-Prevenzione”(d’ora in avanti PPP; Trachtenberg, 1982).
Il principio della responsabilità unica della Germania, da cui discende il rigore delle sanzioni è l’aspetto più criticato dalla società tedesca, anche da quella meno benevola nei confronti del militarismo prussiano.
- Details
- Hits: 4338

Chi si è arricchito con la Grecia e come
di Alberto Bagnai
(un post telegrafico della serie “pe’ malati c’è la china...”, o, forse, speriamo, della serie “forse non tutti sanno che”. Rimango debitore di risposte a marco e marco, la darò, ma qui si segue il principio “facit indignatio”, e quello che sto per dire serve anche a voi)
Sul blog Voci dall'estero dell’ottima Carmen trovo, a commento di un intervento di Ambrose Evans Pritchard sul ritorno alla dracma (tema sul quale vi segnalo le parole di buon senso dell'Economist) questa sparata di un lettore:
Non saranno certo i dipendenti pubblici ad aver rovinato la Grecia (i numeri presentati da Bagnai parlano chiaro). Sono dati altrettanto incontrovertibili, comunque, il Debito Pubblico che è esploso e la bilancia corrente che è crollata dal 2000 in poi: molti greci hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità!
Io vengo da una famiglia che mi ha insegnato 2 cose:
1° i debiti si fanno se si ha la (quasi) certezza di ripagarli con il risparmio futuro.
2° per rispamiare devi avere un reddito adeguato che ti assicura solo se sei in gardo di assicurarti un lavoro (superandi, ma questa è una mia aggiunta data dall'esperienza, la voglia di spendere il tempo in modo differente). Forse molti in Grecia, negli anni scorsi, hanno pensato che qualcuno avrebbe pagato per loro?
“Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt” (Luca, 23-34).
Perché questa sequenza di ovvietà moralistiche, che ci sentiamo ripetere da giornali, “economisti” e, naturalmente, dai nostri lettori, si basa sull’ignoranza più bieca della realtà dei fatti. Ignoranza che, ovviamente, nel caso degli “economisti” è colposa o dolosa.
- Details
- Hits: 7381
Chicken game: ancora sull’eurocrisi1
Raffaele Sciortino
A partire dalla scorsa estate la crisi globale ha investito pesantemente i debiti sovrani europei e l’Italia. Tra gli avvertimenti “performativi” dei soliti noti sul rischio (reale) di disfacimento della moneta unica e il delinearsi di una strategia di risposta di Berlino, si è iniziato a intravedere lo scontro in atto tra i centri finanziari anglosassoni e l’Europa. Ma il dito è rimasto puntato contro una generica “speculazione” e al tempo stesso, con il procedere incalzante delle politiche di austerity “consigliate” da Ue e Bce e portate avanti da “sobri” governi di tecnici, l’attitudine anti-tedesca è andata facendosi quasi senso comune.2
Si tratta di posizioni confuse e ancora fluide nello spettro politico, trasversali alle embrionali dinamiche sociali. E’ su questo sfondo, destinato a rapidi slittamenti, che si tratta di fare il punto sull’eurocrisi provando a individuare una logica specifica dietro gli eventi e quelle linee di tendenza che condizionano aspettative e umori delle classi sociali.3
Boccata d’ossigeno nell’empasse globale?
Dopo alcuni mesi di fuoco, con i cambi politici in Grecia Spagna e Italia e il declassamento finale dei debiti sovrani di mezza Europa, a inizio 2012 le prospettive per l’euro e l’Unione Europea sembrano a molti meno buie. Che i mercati permettano di tirare un po’ il fiato è dovuto in prima battuta all’operazione Draghi di fine dicembre grazie alla quale la Bce ha elargito alle traballanti banche europee quasi 500 miliardi di euro di finanziamenti a tre anni a tasso simbolico in cambio di collaterali svalutati o emessi ad hoc purchè, attenzione, garantiti dagli stati4 .
- Details
- Hits: 2400
La Grecia siamo noi
di Guido Viale
A due anni dalla denuncia dello stato comatoso delle sue finanze (ma gli interessati, in Germania e alla Bce, lo sapevano da tempo: erano stati loro a nasconderlo) la Grecia, sotto la cura imposta dalla cosiddetta Troika (Bce, Commissione europea e Fmi) presenta l’aspetto di un paese bombardato: un’economia in dissesto; aziende chiuse; salari da fame; disoccupazione dilagante; file interminabili al collocamento e alle mense dei poveri; gente che fruga nei cassonetti; ospedali senza farmaci; altri licenziamenti in arrivo; tasse iperboliche sulla casa e sfratti; beni comuni in svendita. E ora anche una città in fiamme. Ma a bombardare il paese non è stata la Luftwaffe, bensì il debito contratto e confermato dai suoi governanti di ieri e di oggi nell’interesse della finanza internazionale. Con la conseguenza che, a differenza di un paese uscito da una guerra, in Grecia non c’è in vista alcuna “ricostruzione”, o “rinascita”, “ripresa”; ma solo un fallimento ormai certo – e dato per certo da tutti gli economisti che l’avevano negato fino a pochi giorni o mesi fa – procrastinato solo per portare a termine il saccheggio del paese e, se possibile, il salvataggio delle banche che detengono quel debito; o di quelle che lo hanno assicurato. Le armi però c’entrano eccome. All’origine di quel debito, oltre alla corruzione e all’evasione fiscale, ci sono le Olimpiadi del 2004 (costate oltre un decimo del Pil) e l’acquisto di armi, che la Grecia è costretta a comprare e pagare a Francia e Germania come contropartita della “benevolenza” europea, per importi annui che arrivano al 3 per cento del Pil. Quattro fattori, armi (come F135), Grandi eventi (Olimpiadi o Expò, o Mondiali, o G8), evasione fiscale e corruzione che accomunano strettamente Grecia e Italia. Ma non solo.
- Details
- Hits: 3027
Politiche d’austerity e ristrutturazione del debito in Grecia
di Andrea Fumagalli
L’imposizione di nuove misure draconiane per la riduzione del debito in Grecia da parte della troika economica europea sta assumendo delle forme paradossali.
Per la Grecia si tratta della quinto intervento di tagli in 18 mesi. La ricetta è contenuta in un documento di 51 pagine frutto di settimane di trattative. L’obiettivo immediato è quello della riduzione della spesa pubblica di 3,3 miliardi di euro solo nel 2012: per farlo si dovranno tagliare le pensioni supplementari del 15%, gli stipendi minimi del 22% e quelli dei giovani neoassunti tra i 18 e i 25 anni del 32%, con un blocco per almeno tre anni. Questa sforbiciata si porterà dietro, a cascata, una riduzione di tutti gli altri salari e, probabilmente anche del sussidio di disoccupazione, che attualmente è fissato in 461 euro (lo stipendio minimo invece è di 751 euro, lordi).
Questi nuovi provvedimenti tendono a peggiorare in primo luogo le condizioni salariali e del mercato del lavoro, mentre le precedenti hanno privilegiato soprattutto interventi sulle entrate fiscali e sulla spesa pubblica. Di fatto, le cinque leggi d’austerity greche come le analoghe italiane, spagnoli e portoghesi seguono un medesimo canovaccio: aumento delle entrate fiscali e riduzione della spesa pubblica, il tutto condito da provvedimenti volti alla riduzione del costo del lavoro e al disciplinamento del mercato del lavoro. Per aumento delle entrate fiscali si intende esclusivamente l’aumento dell’Iva (portata al 23% sia in Grecia che in Italia) e delle accise e delle tariffe dei beni di largo consumo la cui domanda, risultando rigida al prezzo, è difficilmente contraibile (dalla benzina ai prodotti energetici, al tabacco, così come nel XIX secolo si interveniva con la tassa sul sale e sul macinato): interventi che, avendo natura regressiva, incidono in modo pesante sui redditi medio bassi. Si tratta di provvedimenti imposti anche ad altri paesi europei (come l’Italia e Spagna) che, in seguito all’aumento dell’Iva, porteranno ad un aumento del livello dei prezzi europei, imponendo così nuovi vincoli restrittivi alla politica monetaria europea.
- Details
- Hits: 2451
A bordo del Titanic Euro
Bruno Amoroso e Jesper Jespersen
La finanza è il virus che, inseritosi nei circuiti della moneta, ha trovato i suoi territori favorevoli di coltura nelle economie capitalistiche di mercato. All’abbattimento delle resistenze immunitarie del mercato hanno contributo la mercificazione della produzione e del consumo e, in parallelo, la loro crescente monetizzazione. I cambiamenti istituzionali che hanno accompagnato questi processi nella forma dell’impresa e dello Stato, sono la spia del cambiamento dei rapporti di potere e dei gruppi che hanno pilotato nelle varie epoche storiche queste trasformazioni. Non aver tenuto sufficientemente conto di questa interazione – tra finanza e potere, tra economia e politica – è la ragione sia del determinismo strutturale prevalente nelle correnti critiche sia del volontarismo panglossiano di parte del riformismo e istituzionalismo nostrano. Quando, ovviamente, sia l’uno che l’altro non siano invece espressione, come accade di sovente, di furbizie opportunistiche.
La crisi economica in corso da circa tre anni ha messo in evidenza che l´Unione Monetaria Europea (UME) non è priva di difetti. Aumenta inoltre la sensazione che il disastro si vada delineando in un futuro prossimo, anche se consapevoli che gli studi sociali non sono spesso in grado di prevedere gli eventi, e che la storia non si ripete in modo meccanico. Ma pur con queste precauzioni non si può fare a meno di sottolineare i numerosi paralleli che esistono tra l’atmosfera politica di ottimismo e di garanzia che accompagnò l’istituzione dell’Euro 10 anni fa e il varo del transatlantico “inaffondabile” Titanic 100 anni fa. È impressionate rileggere le dichiarazioni sull’assenza di rischi per la sua navigazione fatte al momento del varo e la stessa carenza nell’ammissione dei rischi relativi all’Euro.
- Details
- Hits: 2393

Politiche europee, patto di stabilità, democrazia e cittadinanza*
di Francesco Garibaldo
Per capire la situazione europea in cui siamo si può partire dal Piano Delors, purtroppo osannato anche da tanta parte della sinistra come un piano brillante. Il piano Delors prevedeva uno schema molto semplice: bisognava in buona sostanza avere un andamento dei salari che fosse grosso modo di 2 punti percentuali più bassi della crescita della produttività, come programmazione, perché creando questo spazio del 2% si creavano i soldi e le risorse perché l’industria si rinnovasse, investisse. Si aggiungeva un piano infrastrutturale per le stesse ragioni, partendo dall’idea che l’ammodernamento delle infrastrutture aiutava la costruzione di un mercato unico europeo e di un’industria integrata. Quindi un’idea molto precisa di come costruire questa situazione, convinti che il fatto stesso di creare questo spazio per i capitali privati e quindi un margine di possibilità di avere in mano delle leve finanziarie avrebbe di per sé provocato un rinnovamento; l’idea che allora correva per la maggiore era che quando l’industria si rafforza e si rinnova all’inizio ci sono un po’ di licenziamenti e ristrutturazione, poi la situazione di stabilizza e si creano nuovi settori industriali ed economici e quindi si riparte con l’occupazione e si crea ricchezza.
Questa era l’idea corrente nel 1992. Quindi l’Europa nasce con questo programma e con questa struttura istituzionale. Non è un caso che noi in Italia, proprio sulla base di questa impostazione abbiamo avuto tutta l’ondata, che poi ha coinvolto tutta l’Europa a partire dalla fine degli anni Ottanta, della costruzione di patti neo-corporativi: i famosi patti triangolari quelli che in Italia possono esser fatti risalire al 1992-1993 con tutta la vicenda della prima firma di Trentin e poi delle sue dimissioni. Questi patti triangolari erano figli di questa impostazione, pretendevano di regolare l’andamento complessivo e la dinamica salariale in cambio della garanzia di livelli occupazionali medi e dello stato sociale, nell’idea che la dinamica salariale era in crescita, una crescita rallentata rispetto alla produttività ma in crescita.
- Details
- Hits: 2932
Trattato Ue: il Mostro Giuridico
di Marcello De Cecco
Nella crisi, ma anche prima, le peculiari caratteristiche della Bce rispetto ad una vera banca centrale nazionale, di non essere per statuto abilitata a finanziare i deficit degli stati membri e di non poter espletare le funzioni di prestatore di ultima istanza, sono state evocate con frequenza. Perché le cose stiano così è facile capirlo: l’Unione monetaria europea fu costituita da stati legati da un’unione economica ma non politica, e nemmeno facenti parte di una federazione. Visto che l’Unione monetaria era stata una creatura politica imposta dai francesi ai tedeschi per tenerli aggregati all’Occidente dopo la fine dell’Urss, bisognava inventare per lei una banca centrale con regole diverse da quelle delle banche centrali degli Stati nazionali e delle federazioni. Regole che creassero una moneta unica al posto di quelle degli Stati della Unione, ma che non abolissero le banche centrali nazionali (restate a esercitare la supervisione sulle proprie banche commerciali) e che non dessero alla banca europea la sovranità monetaria.
Ne venne fuori un esemplare unico nella storia monetaria: una banca centrale priva di sovranità monetaria che quindi abdicava a due delle funzioni caratterizzanti una banca centrale, la possibilità di creare moneta per finanziare i bilanci pubblici degli stati membri e di fungere da prestatore di ultima istanza per le banche dell’area della moneta unica. In tal modo si distruggeva anche la sovranità monetaria dei singoli stati membri. D’altronde, senza una vera unione politica o almeno fiscale, sarebbe stato veramente peculiare fare altrimenti. Negli anni 80 e 90 il mondo aveva visto crisi finanziarie imponenti ma mai una che colpisse il centro dell’economia mondiale con la potenza della crisi attuale. Evidentemente i fondatori dell’Ume sperarono che ciò continuasse nel futuro, e che la funzione di banca centrale mondiale continuasse nelle emergenze a essere svolta da chi l’aveva fatto per cinquant’anni, la Federal Reserve.
- Details
- Hits: 2487
La montagna che partorì il topolino
di Riccardo Achilli
L'accordo intergovernativo di ieri ha delineato la, per così dire, “strategia” che l'Europa pensa di mettere in campo per uscire dalla crisi, illudendosi di salvare un euro che oramai anche i principali think tank liberisti internazionali danno per spacciato. La strategia è imperniata sul “fiscal compact” (che anche dal punto di vista comunicativo fa pensare più ad una compilation di musica dance che ad un pacchetto di politiche fiscali, ma tant'è) e su non meglio precisate linee-guida per riattivare la crescita economica ed occupazionale nei Paesi dell'Unione.
Non starò a fare una lunga analisi del “fiscal compact” (ci sono ottimi articoli che girano su Internet, ne segnalo uno ai naviganti: “Per un nuovo fiscal compact”, di Renato Costanzo Gatti). Mi limiterò ad enucleare alcuni aspetti di fondo:
- l'obbligo di rientrare di un ventesimo dell'extra debito (cioè del debito pubblico superiore al 60% del PIL) all'anno comporta di fatto manovre finanziarie pari a 42 Meuro per il primo anno, 40 Meuro per il secondo, 38 Meuro nel terzo, e così via. Tale regola costringe l'economia italiana a rinunciare ad uscire dalla recessione per lustri. Di fronte alla durezza del sacrificio finanziario imposto, le cosiddette “circostanze attenuanti” che Monti sarebbe riuscito a strappare sono ben poca cosa. In realtà, ad essere precisi, non ha strappato niente, poiché ha solo ottenuto che si riportasse nel “fiscal compact” quanto già previsto nel “six pack” varato qualche mese fa: in sostanza, l'ammontare dell'extra-debito pubblico viene corretto per i passivi impliciti legati all'indebitamento del settore privato (significativamente più basso in Italia rispetto alla media Ue), e per una combinazione fra il costo aggiuntivo legato all'invecchiamento della popolazione, corretto per i risparmi conseguibili da riforme previdenziali.
Page 74 of 76









































