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Trump (quasi) al capolinea?
di Fabrizio Marchi
Mi pare che il bilancio dell’amministrazione Trump a distanza di quasi due anni dalla sua elezione sia decisamente fallimentare. La sola eccezione ad una lunga serie di errori sia tattici che strategici e sconfitte rimediate (con il rischio di probabili futuri disastri) è la “normalizzazione” dei rapporti con il Venezuela (se non del Venezuela stesso…), alla meglio frutto di un accordo con l’attuale presidente Delcy Rodriguez. Alla peggio, a voler pensar male (ma, come sappiamo, spesso ci si azzecca…), la messa fuori gioco di Maduro potrebbe addirittura essere stata concordata con gli USA da pezzi dell’esercito e del governo venezuelano, a partire ovviamente da Rodriguez. Non lo sapremo mai con certezza. Del resto ciò che conta alla fin fine sono i fatti concreti. E questi ci dicono che le relazioni diplomatiche e soprattutto commerciali fra i due stati a partire dal rapimento di Maduro sono state ampiamente ripristinate anche all’insegna di reciproci e un po’ stucchevoli salamelecchi fra la stessa Rodriguez e Trump. In particolare il governo venezuelano garantirà agli operatori stranieri – leggi le compagnie petrolifere americane – di acquisire diritti di proprietà sulla produzione, sull’estrazione e la commercializzazione di parte delle risorse (petrolifere) senza nessuna intermediazione governativa, in cambio, ovviamente, di un alleggerimento delle sanzioni da parte di Washington. Nel frattempo Maduro è detenuto negli Stati Uniti con la ridicola accusa di narcotraffico e non mi pare che il governo di Caracas stia producendo significativi sforzi per ottenerne la liberazione.
Questo è l’unico risultato portato a casa da Trump da quando è alla Casa Bianca. Importante ma del tutto insufficiente rispetto alle aspettative, alle promesse e al volume di fuoco messo in campo dal tycoon, sotto tutti i punti di vista e non solo in senso figurato.
Gli USA non sono mai stati isolati in tutta la loro storia come lo sono adesso, Israele a parte, ovviamente. Trump aveva il compito di riconquistare quell’egemonia che gli Stati Uniti avevano e hanno perduto in seguito alla fine di quel processo che è stato chiamato “globalizzazione”, in buona sostanza il dominio del sistema capitalista e imperialista occidentale a guida americana sull’intero pianeta.
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“Chi guida il Grande Reset e le sorti dell’Occidente ci sta portando alla deriva”
Federico Dal Cortivo intervista Ilaria Bifarini
Federico Dal Cortivo per il quotidiano l’Adige di Verona ha intervistato Ilaria Bifarini, economista laureata alla Bocconi di Milano, saggista e autore di diversi libri tra cui “Neoliberismo e manipolazione di massa-Blackout la transizione ecologica e la deriva dell’Occidente-Il Grande reset dalla pandemia alla nuova normalità-Inganni economici quello che i bocconiani non vi dicono”.
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Dott.ssa Bifarini Lei si definisce una bocconiana redenta perché questa definizione che si potrebbe definire politicamente scorretta?
«Mi definisco una “bocconiana redenta” perché ho compiuto un faticoso percorso di emancipazione dai dogmi del neoliberismo che mi sono stati impartiti durante gli anni della formazione accademica. L‘Università Bocconi non rappresenta solo un istituto di istruzione superiore d’eccellenza, ma è in Italia la culla del pensiero unico economico, quel modello di matrice statunitense che pone il mercato al di sopra di ogni altra istituzione.
Questa definizione può apparire politicamente scorretta perché mette in discussione il prestigio e l’oggettività di un sistema che viene presentato come l’unico possibile. Essere redenta per me significa aver compreso che l’economia non è una scienza esatta o neutra, ma è indissolubilmente legata alla morale e alla politica. Il dogma del mercato autoregolantesi si è rivelato una costruzione teorica funzionale alla concentrazione della ricchezza in poche mani, spesso a scapito dei diritti sociali e della dignità umana.
La mia è dunque una dichiarazione di indipendenza intellettuale. Significa aver scelto di non analizzare più le dinamiche politiche e sociali solo attraverso grafici o vincoli di bilancio, ma di restituire la priorità all’essere umano rispetto al capitale, riportando l’economia alla sua funzione originaria di strumento per il benessere della collettività».
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Unione Europea: come Bruxelles costruisce la propria legittimità
L’UE plasma il consenso trasformando l’integrazione europea in un dogma
di Thomas Fazi
Nel suo ultimo saggio, di cui Krisis anticipa l’abstract, Thomas Fazi sostiene che l’Unione Europea compensa la sua cronica assenza di legittimità democratica attraverso narrazioni autocelebrative. Dalla pace del Dopoguerra ai cosiddetti «valori europei», tali narrazioni hanno contribuito a sacralizzare il progetto comunitario. Lungi dal colmare il vuoto di rappresentanza, la continua invenzione di imperativi morali e tecnici ha approfondito il solco tra vertici e cittadini. Oggi, però, il doppio standard tra Ucraina e Gaza ha smascherato l’uso strumentale dei principi per fini geopolitici.
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L’Unione Europea non ha mai posseduto fondamenta democratiche nel senso significativo del termine. In assenza di un demos europeo, di una sfera pubblica condivisa o di un qualsiasi atto fondativo di autodeterminazione collettiva, l’UE ha storicamente compensato il proprio deficit strutturale di legittimità attraverso la continua produzione e rotazione di narrazioni auto-legittimanti. Questo saggio ripercorre tale evoluzione, dal progetto di pace del dopoguerra all’integrazione dei mercati, all’unione monetaria e al costituzionalismo basato sui diritti, fino all’emergere di un registro esplicitamente morale e geopolitico incentrato sui «valori europei».
Si sostiene che questa successione di narrazioni non abbia mai rappresentato la maturazione di un’identità politica, bensì una serie di aggiustamenti simbolici compensativi: ognuno emerso quando il precedente si esauriva, e nessuno in grado di risolvere la contraddizione di fondo tra governance sovranazionale tecnocratica e autogoverno democratico.
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Da Zelensky all’Ungheria: la retorica della corruzione e il ritorno dell’oligarchia
di Gerardo Lisco
Diceva Karl Marx che la storia si ripete, prima come tragedia e poi come farsa. Oggi quella formula non è solo un aforisma: è una lente attraverso cui leggere la trasformazione delle democrazie contemporanee, sempre più svuotate e sempre meno capaci di rappresentare il demos.
Nel 2019 Volodymyr Zelensky viene portato al potere come volto nuovo, simbolo della lotta alla corruzione, costruito anche attraverso l’immaginario mediatico della serie Servant of the People. Una narrazione perfetta: l’uomo comune che abbatte il sistema. Ma dietro questa rappresentazione si cela un meccanismo già visto. Il passaggio aperto da Euromaidan non è stato soltanto un cambio interno: è stato un riallineamento geopolitico. E ogni riallineamento ha un prezzo. La gestione delle risorse internazionali, in particolare quelle dell’ International Monetary Fund, diventa allora terreno di opacità e conflitto, mostrando come la retorica anticorruzione possa facilmente trasformarsi in strumento di redistribuzione del potere all’interno delle élite, più che in reale rottura con esse. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: tensioni crescenti, escalation, guerra. La promessa di rinnovamento si traduce in instabilità.
Lo stesso schema si ripresenta oggi in Ungheria, dove il lungo ciclo di Viktor Orbán viene messo in discussione e la figura emergente di Péter Magyar viene presentata come alternativa credibile. Ed è proprio qui che emerge uno degli errori politici più evidenti del campo progressista europeo: l’esaltazione acritica di una figura che, lungi dal rappresentare una reale rottura, proviene dall’interno dello stesso sistema di potere.
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Nel gioco del Golfo entrano “gli adulti”
di Francesco Piccioni
“Non interrompere mai un tuo nemico mentre sta commettendo un errore.” Che sia una massima di Napoleone oppure di Sun Tzu, il significato strategico non cambia. Di errori catastrofici l’amministrazione Trump ne sta accumulando a decine, e il ritmo accelera.
Neanche il tempo di mordersi la lingua per aver stupidamente attaccato un Papa che se ne stava tranquillo sulle sue – Bergoglio, al suo posto, avrebbe fatto fuoco e fiamme – alienandosi il voto dei cattolici negli Usa e guadagnandosi il disprezzo di quelli del mondo, ed ecco scattare il suo “controblocco” dello Stretto di Hormuz.
Nella visione strategica ridicola che regola questa scelta si tratta in fondo di fermare le navi che gli iraniani lasciano passare (quelle dei paesi “amici” e dei “neutrali” che accettano di pagare un pedaggio). Una cosa un po’ complicata sul piano operativo – come spiegavamo ieri – perché una flotta militare non dispone di “doganieri” capaci di discernere tra tipologie contrattuali stipulate online, ma tutto sommato semplice da ottenere “spontaneamente”.
Se, infatti, il presidente del paese militarmente più potente del mondo dice che affonderà le navi che entrano od escono dallo Stretto, chi mai oserà contravvenire il suo diktat?
Detto fatto, una nave cinese – la Paya Lebar – è entrata nello Stretto dirigendosi verso un porto iraniano. Al momento in cui scriviamo (le 8.00 del 14 aprile) si trova al largo dell’isola di Kush, avendo come meta Umm al Qasr.
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Perché un esercito federale europeo è impossibile (e Rutte e von der Leyen sbagliano tutto)
di Enrico Grazzini
L’embrione di una “difesa comune” che attualmente si sta costituendo non è veramente “europea”. Solo una Confederazione volontaria potrebbe fare il nostro interesse
La Nato è ormai ripudiata dal presidente americano Donald Trump: l’Europa ha dunque urgente bisogno di una forte difesa comune autonoma, non più subordinata al bullismo statunitense. Ma l’embrione di una “difesa comune” che attualmente si sta costituendo non è veramente “europea”, cioè federale e centralizzata a Bruxelles: la difesa comune ha invece una forma confederale perché è basata sulla “Unione dei volontari” avviata da Francia, Germania e Gran Bretagna indipendentemente da Bruxelles e dalla Commissione dell’Unione Europea. Lo scontro con la Russia in Ucraina, la pretesa di Trump di conquistare la Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca, paese membro della UE e della Nato, e poi le guerre scatenate da Israele e dagli Stati Uniti in Palestina, Libano, Siria, e infine in Iran, danneggiano enormemente l’Europa. Tutto questo ha portato Francia e Gran Bretagna, gli unici due Stati europei che possiedono delle bombe atomiche, a trattare un accordo per la difesa atomica comune, un accordo che ha una proiezione europea.
Inoltre il presidente francese Emmanuel Macron si è accordato nel marzo 2026 con otto paesi europei – tra i quali Germania, Olanda e Polonia (ma non l’Italia) – per dislocare parti dell’assetto atomico francese, aerei cacciabombardieri e altri sistemi, nei loro territori, e per avere un approccio comune alla difesa atomica.
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Dai “No Kings” ai war bonds. Il silenzio imbarazzante sui Fondi cannone
di Leonardo Casetti
Verrebbe da pensare che il profilo acquiesciente della CGIL sull’industria bellica italiana fosse dettato da una sostanziale scelta “ideologica” sotto il segno dell’amor patrio e dell’”interesse nazionale”. Oltre, ovviamente, alla difesa dei valori democratici europei. Il tutto corroborato da una consolidata e ultra decennale concertazione con il padronato e Confindustria in materia di contratti al ribasso e “buone” relazioni sindacali. Ma è solo questo? In tempi di economia di guerra non è capzioso porsi questa domanda visto lo stretto legame con il capitale finanziario.
E’ in questo contesto che in Italia, come nel resto del mondo, assumono un ruolo importante i fondi pensione privati e la loro gestione in investimenti redditizi.
Il 2007 fu l’anno dell’attacco alla previdenza pubblica e al salario differito. E’ di allora la firma di un protocollo tra Governo-Confindustria-CGIL-CISL-UIL. Protocollo che verrà poi convertito in legge aumentando l’età pensionabile e diminuendo le pensioni future. Parallelamente si attua anche la riforma del TFR, già decisa dal Governo Berlusconi in accordo con CGIL-CISL-UIL… Una bella torta da dividere per i broker dei tre maggiori sindacati italiani che siederanno nei CdA dei vari fondi negoziali di categoria, inseriti a forza nei contratti insieme alle imprese.
Una vera e propria mascalzonata di questi sindacati che invece di lottare contro le riforme pensionistiche che hanno allungato l’età pensionabile, e a differenza dei sindacati francesi che hanno promosso lotte durissime contro la riforma Macron, si sono prodigati non solo per convincere i lavoratori a rinunciare alla lotta per diminuire l’età pensionabile, ma anche per farli aderire ai fondi pensione integrativi.
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L'endpoint di Hormuz e la Grande Guerra Energetica
di Giuseppe Masala
Donald Trump trova il suo endpoint ad Hormuz per scatenare la Grande Guerra Energetica
Come molti osservatori avevano previsto il vertice tra Iran e Stati Uniti di Islamabad mediato dai pakistani è naufragato in meno di 24 ore. Secondo alcuni, addirittura si è trattato di una strategia utile a entrambe le parti per prendere del tempo e riorganizzarsi. Difficile trovare le prove sotto questo aspetto, ma una cosa è certa: all'annuncio del fallimento Trump ha a sua volta annunciato l'inizio di una nuova fase del conflitto che è assolutamente lecito definire estremamente pericolosa. Del resto, la necessità di un cambio di marcia era evidente dato che i bombardamenti non hanno portato a risultati concreti né in relazione alla volontà di disarticolare il regime degli Ayatollah né in relazione alla volontà di distruggere la sua macchina bellica.
Al di là degli annunci roboanti di Trump lo stato iraniano ha infatti continuato a funzionare nonostante gli innumerevoli omicidi mirati tendenti a decapitare la sua classe dirigente e inoltre la sua macchina bellica ha continuato a lanciare missili fino all'ultimo secondo prima del cessate il fuoco. Tutto questo nonostante i generalissimi del Pentagono si sperticassero in conferenze stampa nelle quali spiegavano che l'Invincibile Armada a stelle e strisce avesse distrutto completamente la (decrepita) marina e la (vetusta) aeronautica iraniana. Senza spiegare però che il punto di forza dell'Iran non sta certamente in queste specialità ma nelle sue forze missilistiche imponenti e nelle sue città missilistiche costruite dentro le montagne e rivelatesi inespugnabili a qualsiasi bombardamento.
Al contrario i danni arrecati alle forze armate americane in Medio Oriente e a Israele sono evidenti nonostante la formidabile censura. Tutte le basi statunitensi nell'area sono state martellate da decine di missili e in buona parte sono state rese inutilizzabili per anni. Le flotte d'attacco statunitensi, inoltre, sono state tenute a centinaia di miglia dalle coste iraniane grazie alla presenza di una ingente quantità di missili antinave a lunga gittata di produzione cinese. Temo che non avremo mai conferma ufficiale delle tante voci che girano su danni causati alle navi americane sia da missili che droni iraniani, ma ad ogni buon conto gli ammiragli statunitensi hanno capito che era meglio girare alla larga dalle coste persiane.
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Perché abbiamo ancora bisogno della Comparative Economics*
di Emilio Carnevali
Emilio Carnevali parte dall’osservazione che lo studio comparativo di sistemi economici alternativi (per lungo tempo incentrato sul confronto fra socialismo e capitalismo) è scomparso dalle aule universitarie dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine del socialismo reale. Carnevali sostiene che si tratta una grave perdita perché la "Comparative Economics", opportunamente intesa, può ancora essere di grande utilità, soprattutto considerando che crescono i motivi di insofferenza verso lo status quo
Il n’est pas de connaissance véritable sans un
certain clavier de comparaison (Marc Bloch)
Qualche anno fa ho cominciato a interessarmi di una materia che nel sistema universitario anglosassone era solitamente chiamata Comparative Economics (tradotta spesso da noi come “Sistemi Economici Comparati”). Per prima cosa, ho acquistato un po’ di libri considerati dei “classici” della disciplina. Si trattava di volumi che non vengono più ristampati da anni, ma che sono spesso disponibili per poche sterline sulle piattaforme di libri usati del Regno Unito, dove allora vivevo. Quando mi arrivò il manuale di economia sovietica dello studioso britannico di origini russe Alec Nove, vidi che sul frontespizio e sul taglio anteriore sfoggiava un bel timbro rosso: Property of the Financial Times. Molti libri che ho acquistato da allora sugli stessi argomenti sono segnati da timbri analoghi. Un tempo appartenenti a librerie universitarie, istituzioni pubbliche, think tank e organi di informazione, vengono ora venduti nel mercato dell’usato, o semplicemente mandati al macero, come guide turistiche contenenti numeri di telefono di ristoranti e alberghi che non esistono più.
D’altra parte, la materia Comparative Economics non figura praticamente più nei curriculum delle facoltà di economia a livello internazionale, almeno nell’accezione tradizionale di confronto fra sistemi economici diversi (come capitalismo vs socialismo). È opinione largamente condivisa che studiare queste cose sia, se una perdita di tempo, un cattivo investimento del tempo (e una scelta decisamente autolesionista se guardata attraverso il prisma della carriera accademica). È un bagaglio di conoscenze non più utile alla formazione del buon economista di oggi di quanto sia la conoscenza dell’uso delle sanguisughe nella medicina di epoca vittoriana alla formazione del buon medico. In un mondo in cui non esistono più sistemi economici chiaramente alternativi al capitalismo globale che si è affermato dopo il crollo del muro di Berlino, è certamente comprensibile la volontà di dare priorità ad altri temi.
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Come l'Iran sta vincendo la terza guerra del Golfo: difesa a "mosaico" e strategie missilistiche
di Alessandro Bartoloni
Analisti di tutto il mondo e ormai anche giornali di analisi strategica filostatunitensi come Foreign Affairs sottolineano come Stati Uniti e Israele, nonostante gli incessanti bombardamenti e l’uccisione di migliaia di persone, abbiano mancato gli obiettivi iniziali con i quali erano entrati in guerra. Ritrovandosi così a combattere esattamente il tipo di conflitto per il quale Teheran si stava preparando da più di 30 anni.
La strategia con cui Trump e Netanyahu sono entrati in guerra il 28 febbraio scorso è quella nota come “shock and awe” (“colpisci e terrorizza”), utilizzata con successo in Iraq nel 2003 e che ha portato, solo nelle prime 24 ore, a lanciare sull’Iran oltre 800 missili da crociera, munizioni stealth e attacchi informatici al fine di decapitare la leadership iraniana e compromettere il sistema missilistico controaereo del paese.
Un mix che avrebbe dovuto portare, secondo i piani, al collasso della catena di comando e a un cambio di regime in favore di un governo filo-occidentale; o, quanto meno, a una nuova leadership della Repubblica che firmasse una resa di fatto e ponesse il sigillo sull’egemonia di Washington e Tel Aviv sul Medio Oriente.
Nel suo primo discorso di guerra Trump aveva parlato di una guerra di pochi giorni. Il ministro della guerra Hegseth di schiacciante superiorità militare. Ma le cose sono andate molto diversamente. Il volume di missili e droni con cui Teheran ha contrattaccato non è mai diminuito, ed è riuscito a neutralizzare le batterie chiave della difesa aerea USA e israeliane, danneggiato gravemente le basi militari statunitensi nel Golfo Persico, colpito la raffineria israeliana di Haifa e, soprattutto, mantenuto il controllo militare dello stretto di Hormuz, dove colpisce tutte le navi che provano a passare senza il suo permesso.
Ma non è tanto con i parametri della guerra convenzionale che bisogna giudicare la strategia iraniana: è naturale che in termini di danni subiti dai mezzi e dalle infrastrutture militari l’Iran sia stata colpita molto di più dei suoi avversari
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L’età della pietra e l’ipocrisia della sinistra internazionale
di Fatemeh Sadat-Serki
Questo articolo, scritto, sotto il fuoco nemico, ci è stato inviato da Fatemeh Sadat-Serki a Teheran nel trentaquattresimo giorno dell’aggressione statunitense e israeliana contro l’Iran. Fatemeh è un’attivista sociale di sinistra e una nota ricercatrice nel campo della filantropia d’impresa in Iran, con diversi progetti di successo per l’emancipazione economica e lo sviluppo comunitario tra le comunità più vulnerabili del paese.
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Sono trascorsi trentaquattro giorni dall’inizio della guerra e i dati che emergono dai vari quartieri di ogni città dipingono un quadro orribile e sconvolgente della palese violazione dei principi umanitari. Secondo i rapporti della Mezzaluna Rossa, al 2 aprile, più di 3000 civili sono stati uccisi. Almeno 117.239 unità abitative civili sono state danneggiate. Più di 300 centri sanitari, scuole, strutture della Mezzaluna Rossa e persino diversi elicotteri di soccorso sono stati presi di mira o distrutti. Questi vengono colpiti dalle tecnologie di distruzione più precise nel contesto dell’indifesa aviazione iraniana. Questi numeri non sono semplici statistiche; sono una testimonianza vivente del crollo dei confini dell’umanità di fronte alla spietata logica della guerra.
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La vera guerra nascosta dalla teoria del pazzo
di Salvatore Minolfi
Un esercizio di base che ogni storico dovrebbe fare con sé stesso, per liberarsi dal sovraccarico caotico e disorientante degli eventi del presente, dovrebbe essere quello di mettere distanza, per provare a ripensare ciò che accade ora dalla prospettiva del futuro e conservare solo quelle due o tre cose veramente essenziali per capire, sbarazzandosi dell’inutile zavorra.
Ci proviamo. Tra cinquant’anni – poniamo nel 2076, a trecento anni dalla rivoluzione americana – come vedremo la guerra scatenata in questi mesi da Stati Uniti e Israele contro l’Iran? Come la inquadreremo, quando sarà sbiadito ogni ricordo dell’inarrestabile declino cognitivo dei presidenti americani e l’efferatezza patologica dei dirigenti di Isra-Hell sarà l’oggetto residuale di una serie pornografica di B-Movies?
Nessuno vuol negare l’importanza del fattore umano e delle specifiche patologie di questo o quel dirigente, se non altro perché gettano luce sulle condizioni delle società che li hanno selezionati per dirigere i rispettivi Stati. Ma tra cinquant’anni, a chi ragiona del passato, servirà qualcosa di più serio e consistente.
Nel caos apparentemente incomprensibile degli eventi della guerra gli indizi non mancano.
L’Iran, com’è noto, è un paese molto grande: circa 1.650.000 km quadrati, l’equivalente di Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Paesi Bassi messi insieme. Eppure, di fronte a tale vastità, i nostri serial killers non si sono lasciati sopraffare dal disorientamento.
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Blocco a Hormuz, crack a Washington... Ma follow the money
di Fulvio Grimaldi
Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti per “Spunti di riflessione”: https://www.youtube.com/watch?v=XC9qManzFdk https://youtu.be/XC9qManzFdk
Il mantra: destabilizzare
Il nuovo principio strategico è il contrario di quello perseguito da decenni: instabilità al posto di stabilità, insicurezza anziché sicurezza. Si tratta di scelta di necessità, se non di panico, ma ci si può anche guadagnare di più. Vi si affidano i primattori dell’imperialismo come i suoi scherani in periferia. E se a Washington i marosi suscitati dal nuovo approccio di necessità costringono a saltare perigliosamente da zattera a zattera, dalle nostre parti le capriole vedono gli ex militi dello squadrismo trumpista provare a scamparla – il referendum lo suggerisce – sotto il pastorale di un capogita più collaudato.
Persino una brigata Brancaleone, raffazzonata peggio di quella del cinema, ha inteso il cambio del vento, di quello che li ha seppelliti sotto una grandinata di NO. Siamo, a Washington dei padroni come tra i domestici, al si salvi chi può. Un redde rationem che vede Meloni porsi all’angolo del pugile in tonaca bianca e sospendere la proroga automatica del memorandum militare d’intesa con Israele che faceva l’Italia complice del genocidio. Tanta roba. Tutto merito dell’Iran.
Il NYT e le sue gole profonde
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Venezuela, la lezione d'aprile
di Geraldina Colotti
Esistono momenti in cui il tempo sembra ripiegarsi su se stesso, come l’Uroboro che si morde la coda: l’aprile del 2026, in Venezuela, non è una semplice ricorrenza del golpe contro Chávez, ma l’eco di quel trauma che si trasforma in scontro presente. Ieri come oggi, l'imperialismo tenta di decapitare la speranza sequestrando il corpo fisico e politico della Rivoluzione. Se nel 2002 lo fece per interposta oligarchia, oggi lo fa calando la maschera e mostrando con arroganza il volto del predatore, colpendo direttamente il Presidente Nicolás Maduro e la deputata Cilia Flores, sua moglie.
È il passaggio dal sabotaggio chirurgico al rapimento di Stato, il tentativo estremo di recidere il legame tra il leader e la sua base. Eppure, proprio in questa escalation di tecnologie belliche mai sperimentate e di menzogne globali, emerge una lezione antica: mentre Washington tenta di gestire una "transizione" che esiste solo nei suoi laboratori di propaganda, il chavismo risponde con la scienza della ritirata strategica. Non una resa, ma il compattarsi della materia politica per proteggere la "semina nuova" di Chávez, perché nessun sequestro può durare contro una coscienza collettiva che ha già preso gusto alla libertà.
Il sequestro di Chávez nel palazzo di Miraflores era arrivato al culmine di un susseguirsi di tensioni determinatesi dopo la mostra d'indipendenza manifestata dal presidente, che non aveva sottoscritto il programma di governo confezionato da Washington per il paese.
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Deindustrializzazione, una strada senza ritorno
di Vincenzo Comito
Le crisi e le guerre fanno riscoprire l’importanza dell’industria, ma da decenni i paesi occidentali perdono capacità produttive in tutti i settori, ora concentrate in Asia e in Cina. E le politiche di Stati Uniti ed Europa per reindustrializzare l’economia non stanno funzionando
Con la guerra all’Iran, la questione dei processi di deindustrializzazione è tornata a essere rilevante, in particolare per l’economia dei paesi che fanno parte della UE e per gli Stati Uniti.
Le cifre. Quanto è stato veramente rilevante il processo di deindustrializzazione dei paesi occidentali?
Un recente articolo comparso su Il Sole 24 Ore (Fotina, 2026) ci fornisce una prima valutazione. Secondo tale fonte tra il 2000 e il 2025 il peso del settore industriale sul totale del Pil dei vari paesi è sceso dal 20,3% al 17,6% in Germania, dal 17,7% al 15,0% in Italia, dal 14,4% al 9,5% in Francia, dal 16,3% al 10,5% in Spagna, dal 16,0% al 10% negli Stati Uniti. Tutti ne hanno dunque sofferto, anche se in misura differente. Forse non a caso chi ha avuto più problemi, come la Francia, la Spagna e gli Stati Uniti, sono anche quelli che hanno cercato di varare successivamente con maggiore determinazione dei processi di reindustrializzazione. La Germania solo molto di recente sta cercando di fare qualcosa, mentre l’Italia appare forse la più smarrita e la più inerte di tutte.
Ma il processo di deindustrializzazione dei paesi occidentali appare in maggiore risalto se guardiamo a quello che è avvenuto nel frattempo in Asia. Prendendo spunto da alcune osservazioni di Emmanuel Todd, lo storico, demografo e antropologo francese, possiamo segnalare il peso delle produzioni anche solo dei paesi dell’area culturale confuciana (Cina, Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Taiwan) sul totale mondiale per alcuni prodotti. In tale area, in particolare in Cina, Corea del Sud, Giappone si produce il 95% del naviglio mondiale, circa l’80% dei chip, circa il 60% delle vetture, includendo in questo caso tutti i paesi asiatici, il 94% dei telefonini includendo l’India (l’82% senza), sempre l’85-90% dei televisori, mentre per quanto riguarda l’installazione dei robot industriali Cina, Giappone e Corea del Sud pesano per il 75-80% del totale mondiale.
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Trump e Netanyahu: due pazzi che giocano a fare Dio
di Jeffrey D. Sachs – Common Dreams
Quando leader squilibrati invocano una catastrofe divina come strumento politico, non sono solo i loro nemici a esserne travolti. Se non li fermiamo, saremo tutti vittime di questi due psicopatici
Ecco il messaggio pasquale di Donald Trump al mondo:
Martedì in Iran sarà il «Giorno della centrale elettrica» e il «Giorno del ponte», tutto in uno. Non ci sarà niente di simile!!! Aprite quel cazzo di Stretto, bastardi pazzi, o vivrete all’inferno – STATE A GUARDARE! Sia lodato Allah. Il Presidente Donald J. Trump
Donald Trump e il suo complice nei crimini di guerra, Benjamin Netanyahu, stanno conducendo congiuntamente una guerra di aggressione omicida contro l’Iran, una nazione di 90 milioni di persone. Sono in preda a tre patologie incascata. La prima è la personalità: entrambi sono narcisisti maligni. La seconda è l’arroganza del potere: uomini che possiedono il potere di ordinare l’annientamento nucleare e, di conseguenza, non provano alcun freno. La terza, la più pericolosa di tutte, è l’illusione religiosa: due uomini che credono, e a cui viene detto quotidianamente da chi li circonda, di essere messia che compiono l’opera di Dio. Ogni patologia esacerba le altre, così che insieme mettono il mondo in un pericolo senza precedenti.
Il risultato è una glorificazione della violenza che non si vedeva dai tempi dei leader nazisti. La domanda è se i pochi adulti del mondo – leader nazionali responsabili che rimangono fedeli al diritto internazionale e sono disposti a dirlo – possano frenarli. Non sarà facile, ma devono provarci.
Cominciamo dal disturbo psicologico alla base di tutto. Il narcisismo maligno è un termine clinico, non un insulto. Lo psicologo sociale Erich Fromm coniò questa espressione nel 1964 per descrivere Adolf Hitler, come una fusione di megalomania patologica, psicopatia, paranoia e personalità antisociale in un’unica struttura caratteriale. Il narcisista maligno non è semplicemente vanitoso: è strutturalmente incapace di provare autentica empatia, costituzionalmente immune al senso di colpa e guidato dalla convinzione paranoica che i nemici lo circondino e debbano essere distrutti. Già nel 2017, lo psicologo John Garnter e molti altri professionisti mettevano in guardia dal narcisismo maligno di Trump.
Quando il potere non incontra limiti, l’unico freno interno rimasto è la coscienza e lo psicopatico non ha coscienza.
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Iran: anatomia di un effimero cessate il fuoco
di Roberto Iannuzzi
Sebbene Stati Uniti e Israele non abbiano più le carte per disegnare un Medio Oriente a guida israelo-americana, non hanno ancora accettato la nuova realtà strategica
Lo scorso martedì 7 aprile si è rivelato una giornata drammatica nella guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Nel giro di poche ore si è passati dal timore di un’escalation in grado di distruggere infrastrutture energetiche e industriali strategiche non solo per il Golfo Persico, ma per l’intero pianeta, alla speranza nella possibilità di una de-escalation.
La paura che si sprofondasse verso l’irreparabile era stata scatenata da un post del presidente Donald Trump nel quale egli minacciava che “un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita”, se l’Iran non avesse accettato di riaprire lo Stretto di Hormuz attraverso il quale transitava, prima dell’inizio del conflitto, circa il 20% del petrolio mondiale.
Alcune ore più tardi, poco prima della scadenza dell’ultimatum di 48 ore imposto da Trump due giorni prima, veniva annunciato un cessate il fuoco di due settimane per negoziare la risoluzione del conflitto sulla base di dieci condizioni poste dall’Iran, segnando apparentemente una capitolazione statunitense.
I negoziati si sarebbero tenuti a Islamabad, capitale del paese ai cui sforzi di mediazione (supportati anche da Egitto, Turchia e Arabia Saudita) si doveva l’improvviso e inaspettato colpo di scena.
Sarebbe bastata una manciata di ore dopo l’annuncio ufficiale per comprendere che l’intesa era estremamente fragile, a causa dei violentissimi bombardamenti condotti da Israele sul Libano (paese che, secondo il comunicato ufficiale pakistano, sarebbe dovuto rientrare nel cessate il fuoco), dell’improvvisa decisione degli Emirati Arabi Uniti (EAU) di colpire alcune infrastrutture energetiche iraniane, e delle parziali ritrattazioni di Trump e di altri esponenti della sua amministrazione.
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Se la tregua dovesse fallire, potrebbe esserci una “Hormuz digitale”
di * * *
Tutti giustamente concentrati sui due beni naturali più importanti del Golfo Persico (petrolio e gas), in pochi si sono occupati degli altri settori che sono andati in crisi in appena sei settimane di guerra. Certo, il mercato immobiliare e il turismo hanno ricevuto un po’ di attenzione, ma forse meno di quanto le centinaia di miliardi investiti tra Dubai e le altre capitali locali – oggi praticamente azzerati come valore di scambio – avrebbero meritato.
Silenzio assoluto, invece, causa ignoranza (anche nostra, non abbiamo difficoltà ad ammetterlo) sulle infrastrutture digitali che senza dare nell’occhio erano cresciute in modo esponenziale nell’ultimo decennio. Anche queste sono ricchezza, potenzialità, potere vero e proprio, disponibilità al dual use (civile e militare insieme), anche grazie all’interconnessione con il resto delle analoghe infrastrutture occidentali.
Una serie di legami a rete che rende totalmente irrazionale e materialmente impossibile il sogno statunitense di America first. Se tutto si tiene ormai da decenni, sbrogliare la matassa può creare solo danni. Soprattutto per chi quella matassa l’ha abbondantemente filata. Ossia gli Stati Uniti.
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Conflitto USA-Iran. L’Italia è in guerra
di Antonio Mazzeo
“Il nostro paese non prende parte e non intende prendere parte al conflitto in Iran”. Così ha assicurato la premier Giorgia Meloni intervenendo in Parlamento l’11 marzo scorso. Due giorni dopo è giunto il sigillo del Consiglio Supremo di Difesa presieduto da Sergio Mattarella. “L’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra, come ha ribadito il Presidente del Consiglio”, si legge nel comunicato finale. “Il Parlamento si è già espresso sulle richieste ricevute da parte dei Paesi amici e alleati di assistenza nella loro difesa nonché sulla necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico (…) Eventuali richieste che dovessero eccedere il perimetro delle attività già disciplinate dagli accordi citati saranno sottoposte al Parlamento”.
Le basi USA e NATO in Italia solo per l’addestramento e il supporto tecnico-logistico delle forze armate di Washington che con Israele hanno aggredito l’Iran in palese violazione del diritto internazionale? No, assolutamente no, con buona pace del Capo dello Stato e del governo. Il belpaese è in prima linea e non solo per le centinaia di militari italiani presenti in Kuwait, Iraq, Bahrein, Qatar, Arabia Saudita, Libano, Gibuti, Somalia e nelle acque del Mar Rosso. In prima linea e belligerante, con un contributo strategico innanzitutto per le operazioni di intelligence e individuazione degli obiettivi dei velivoli con e senza pilota statunitensi.
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Alcune considerazioni sulla politica italiana (ed europea)
di Nico Maccentelli
Il festival “Il tempo dei nostri eroi” che si sta tenendo a Bologna in questi due giorni, caratterizzato dalla documentaristica russa e promosso da forze politiche sotto traccia e la stessa RT, ci deve riportare ad alcune considerazioni.
Ovviamente l’iniziativa non poteva restare inosservata. E i soliti dem fascisti e frattaglie varie del liberalismo di sinistra si sono adoprate per far intervenire le autorità di polizia appellandosi alla famigerata legge europea che vieta la trasmissione di contenuti russi nei paesi dell’UE. Scalfarotto di Italia Viva ha segnalato il caso presso il Governo, sollecitando un intervento in merito da parte dele autorità.
Pina Picierno, vicepresidente del parlamento Europeo, che interviene tutte le volte su iniziative del genere, ha definito questo festival come: “… peggior propaganda putiniana”, dichiarando che “È necessaria una reazione delle istituzioni europee e italiane”.
Non v’è dubbio che le forze liberal europeiste, PD, Italia Viva, Azione di Clenda, radicali, + Europa, quasi tutte in quota al campo largo, si siano trasformate (loro sì) in propagandisti dell’intervento bellico in Ucraina e in censori di qualsiasi posizione politica che tematizzi quella guerra in corso.
Lo abbiamo visto in tante circostanze, con sale negate all’ultimo momento, spazi chiusi come Villa paradiso a Bologna a opera della junta che definire poliziesca per la repressione sui comitati cittadini come alle Besta e al Pilastro è un dato di fatto.
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Contro la scuola neoliberale
di Giorgio Mascitelli
Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza a c. di Mimmo Cangiano, Milano, Nottetempo, 2026, euro 15,20
Il titolo militante di questo libro collettivo trae ispirazione dall’impegno di molti degli autori nella pluridecennale lotta per la difesa della scuola pubblica dall’offensiva neoliberista, ma esso non è solo un testo polemico perché risulta allo stesso tempo un’eccellente introduzione per un non addetto ai lavori desideroso di capire le dinamiche in atto grazie al livello politicamente e culturalmente alto, ma non specialistico, dei contributi e alla varietà degli argomenti trattati. Si passa così da interventi di ordine più generale, che affrontano la crisi della scuola nell’ambito della cultura postmoderna con riferimento allo sdoganamento all’interno delle didattiche di aspetti e pratiche dell’ideologia neoliberale (Lo Vetere), le modifiche, ossia gli ostacoli, al lavoro del docente portati dall’autonomia scolastica e la trasformazione della didattica come esercitazione al lavoro subordinato (Maurizi), la mercificazione dell’insegnamento universitario e secondario (Zinato) e il discorso pubblico (mediatico) sulla scuola e in particolare all’attacco alla figura del docente (Contu) per passare a messe a fuoco rigorose di vari aspetti decisivi della realtà scolastica attuale.
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Accumulazione per espropriazione. La nuova fase del capitalismo
di David Harvey*
La storia dell’ascesa del capitalismo dal periodo feudale in poi in Europa, o dalle varie tradizioni imperiali e civilizzazionali pre-capitaliste altrove nel mondo, è una storia in cui violenza, conquista, rapina, pirateria, espropriazione, frode, sfratti, usura, schiavitù e furto si soffermarono ampiamente insieme alla lenta dissoluzione delle strutture di potere feudali, imperiali e religiose.
Se tali processi fossero legali (autorizzati dallo Stato) o illegali era per gran parte del tempo irrilevante, perché gli accordi istituzionali e di proprietà che avrebbero potuto fornire una certa protezione contro tali pratiche o non esistevano o erano inefficaci. Eppure le reti commerciali e le operazioni capitaliste mercantili (incluso il commercio di persone schiavizzate) erano diffuse e diffuse a partire dal XV secolo. Lampi di quello che sembrava un industrialismo proto-capitalistico si potevano vedere fin dall’inizio nelle Fiandre e a Firenze, insieme al crescente ruolo globale della monetizzazione (facilitato dall’ascesa dell’oro e dell’argento come beni monetari universali).
Lo scambio di forza lavoro contro la crescente massa di entrate (guidata da quelle della Chiesa e dello Stato) significava che le precondizioni erano in atto per l’ascesa e l’impiego del denaro come capitale impegnato nella ricerca del profitto.
Per liberare queste condizioni dalle loro restrizioni sociali e difese religiose era necessaria la separazione di massa del lavoro dall’accesso ai mezzi di produzione (in particolare la terra) e la dissoluzione dei poteri terrieri e religiosi.
Da qui il significato di ciò che Marx chiamava accumulazione ‘primitiva’ o ‘originale’. Questo processo è proseguito con una forza lavoro salariata, separando ampie fasce della popolazione dall’accesso ai mezzi di produzione di base. Portò anche all’ascesa di una classe capitalista agraria che si alleò con capitalisti mercantili e banchieri in quella fase del capitalismo generalmente chiamata capitalismo mercantile.
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Se a bloccare Hormuz ora sono gli Stati Uniti
di Gianandrea Gaiani
Non mancano certo i colpi di scena nella guerra in atto nel Golfo Persico dalla fine di febbraio. Dopo il fallimento dei colloqui tra Iran e Stati Uniti in Pakistan e l’annuncio che Washington ha ordinato alla US Navy di sminare lo Stretto di Hormuz, il presidente Trump ha varato per oggi pomeriggio (ora italiana) l’avvio di un’operazione di blocco navale dello Stretto.
Fino a ieri Washington pretendeva di liberare la navigazione a Hormuz (che era libera prima dell’attacco di USA e Israele all’Iran) e oggi si pone l’obiettivo di bloccarla alle navi che trasportano gas e greggio iraniano o che hanno pagato un pedaggio a Teheran per il transito.
Meglio ricostruire le tappe che stanno portando la crisi in Medio Oriente all’ennesimo corto circuito.
Dopo 21 ore di discussioni a Islamabad si sono interrotti i colloqui tra USA e Iran. Il vicepresidente americano JD Vance ha lasciato il Pakistan affermando che “abbiamo avuto una serie di discussioni sostanziali con gli iraniani. Questa è la buona notizia.
La cattiva notizia è che non abbiamo raggiunto un accordo. Lasciamo questo incontro con una proposta molto semplice: devono capire che questa rappresenta la nostra offerta finale e migliore. Vedremo se gli iraniani la accetteranno”, ha sottolineato Vance precisando che “il punto fondamentale è che dobbiamo vedere un impegno esplicito da parte loro a non cercare un’arma nucleare e a non cercare gli strumenti che permetterebbero di ottenerla rapidamente. Questo è l’obiettivo centrale degli attuali Stati Uniti, ed è ciò che abbiamo cercato di ottenere attraverso questi negoziati”.
Se quindi è il programma nucleare militare iraniano il nocciolo della questione, resta difficile comprendere perché Washington abbia così tanti timori quando è sato il presidente Donald Trump ad affermare nel giugno 2025 e più recentemente fino alla scorsa settimana che con i raids effettuati contro 13.000 obiettivi in territorio iraniano era stato azzerato il programma atomico di Teheran.
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Tra il dire e i fare non c'è di mezzo il mare
di Raffaele Tuzio
Prendo spunto dall’articolo sul Rovescio “Il parere dell’Orbo sull’aggressione all’Iran e al Libano” dell’”Assemblea contro la guerra” perché tocca alcuni elementi della discussione sull’aggressione all’Iran da un punto di vista “più schierato” sull’importanza della resistenza (anche statale) all’imperialismo e sul nesso di quest’ultima con la necessità/possibilità che si creino le condizioni per la ripresa di un resistenza generale e di classe internazionale al sistema di sfruttamento capitalistico.
Intendo più schierato, come mi suggerisce il titolo, dal punto di vista dell’orbo nel paese dei ciechi antagonisti che invece semplicemente la demonizzano (la resistenza iraniana) pur declamando la propria opposizione alle nefandezze del tecno-imperialismo, rimandando semplicemente “il dire e il fare” a una vera opposizione di classe tout-court. Il classico né con gli uni né con gli altri. Poi c’è anche di peggio in giro. Va dato atto a loro e altri compagni che si mobilitano contro l’aggressione all’Iran e al Libano di operare in un ambiente ostile e refrattario e di cercare di promuovere controcorrente uno schieramento contro il nostro imperialismo. Pertanto le osservazioni che seguono, pur partendo dal loro documento, valgono come riflessioni su interrogativi e problemi che si parano di fronte a tutti coloro che generosamente stanno in questi giorni contrastando quest’infame aggressione.
Evidenziando un tema di discussione mi chiedo e chiedo se si possa scindere il dire e il fare, ovvero come suggerisce l’articolo: “… non è sempre facile capire cosa dire (e bisognerebbe cercare di calibrarlo a seconda dei fatti che accadono concretamente, i quali andrebbero attentamente studiati), non abbiamo dubbi su cosa fare: solo dare addosso al nostro imperialismo potrà farlo cadere…”. In altre parole se sia possibile scindere la battaglia per il sostegno alla resistenza (quella che i compagni giustamente vedono come un tutt’uno con quella palestinese etc.), i suoi esiti, le sue “Stalingrado” (il che implica il “dire”, l’espressione pubblica di un sostegno, che è un atto politico concreto) dal nostro “fare” qui. “Solo gli iraniani – poveri o ricchi, fedeli o infedeli al regime – possono decidere del loro destino. Anziché chiederci cosa faranno loro, il punto è chiederci cosa possiamo fare noi.”
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Il balletto su Hormuz, cercando una via d’uscita
di Francesco Piccioni
Buio e controbuio. Il poker sembra l’unica scuola frequentata dall’amministrazione Trump. In poche ore il tycoon è passato dall’urlo “riaprite lo Stretto, bastardi!” allo strilletto impotente “allora lo chiudo anch’io”. Cambiando peraltro la “narrazione” statunitense sul non accordo nei colloqui di Islamabad (“l’Iran non intende rinunciare a suo programma nucleare”) per spostarla nuovamente sul petrolio, vero cuore pulsante del suo modo di vedere il mondo.
Diciamo la verità: è una mezza buona notizia. Ma bisogna spiegarla.
Il fallimento della missione di J.D. Vance in Pakistan era scritto prima della sua partenza. Pensare di andare ad un incontro di portata storica senza neanche una delegazione seria – esperti veri su tutte le questioni del contenzioso – ma soltanto con due immobiliaristi a metà strada tra interessi statunitensi e israeliani (Kushner e Witkoff, più dannosi che utili) e l’atteggiamento da bulli (“arrendetevi o vi facciamo fuori”) poteva funzionare solo in un B movie di Hollywood.
Subito dopo il fallimento annunciato, gli Stati Uniti dovevano scegliere tra ripresa immediata della guerra – l’opzione favorita di Israele – e “buttarla in caciara” continuando a recitare la parte del “nuovo sceriffo del mondo”.
Ha scelto la seconda, per ora. Visto che si era arrivati a un passo dall’uso dell’atomica – sempre la prima opzione di Israele – va bene così.
Il “blocco navale” di Hormuz da parte statunitense – come quelli promessi dalla Meloni – è poco più che fumo negli occhi, immediatamente descritto come arrosto vero dai media mainstream occidentali.
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