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“D’Istruzione pubblica” e il “rinnegato” Raimo
Un film per smascherare l’ipocrisia sulla scuola della “sinistra liberal”
di Marco Meotto
Pubblichiamo un intervento di Marco Meotto, storico e docente della scuola superiore di secondo grado, che prende le mosse dal film “D’Istruzione pubblica” e dall’avvio di dibattito che esso ha suscitato, sui social, e in forma più strutturata nell’articolo di Christian Raimo uscito su “Domani”. Speriamo che esso possa dare vita a un dibattito più strutturato sulla scuola che ci impegniamo a raccogliere sulle colonne di Contropiano. - Invitiamo a inviarci altri pezzi alla mail This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
C’è un momento in cui la critica, abbandonando il campo della lotta per l’egemonia, diventa il suo contrario: la giustificazione intellettuale dell’ordine dominante. È il momento del rinnegamento. Il documentario “D’Istruzione Pubblica” di Federico Greco e Mirko Melchiorre – ultimo atto di una trilogia contro il neoliberalismo – provoca una resa dei conti a sinistra, costringendo a uscire allo scoperto chi, come Christian Raimo, pur credendo di combatterli, difende alcuni dei dispositivi pedagogici del capitale.
La sua feroce stroncatura del film non è una semplice critica cinematografica: è il sintomo perfetto di quella deriva “liberal” della sinistra. È quella stessa sinistra che ha svuotato la scuola pubblica del suo progetto emancipativo, sostituendolo con l’addestramento al mercato, non importa quanto esso sia mascherato dietro seduttive parole d’ordine: d’altra parte, come ci hanno mostrato Christian Laval e Pierre Dardot, l’ideologia neoliberale è duttile e può amalgamarsi ambiguamente anche con istanze libertarie, annullando la loro carica trasformativa.
[LINK per il film: https://openddb.it/film/distruzione-pubblica/]
Ma come fa un film a innescare una simile reazione? “D’Istruzione Pubblica”, da una settimana nelle sale, non è un semplice documentario. È un’inchiesta a due livelli che agisce come acqua ossigenata gettata nelle ferite dell’insano dibattito sulla scuola italiana: brucia un po’, ma disinfetta.
Da un lato, la pellicola racconta una storia concreta e ostinata di resistenza, entrando nelle aule dell’Istituto Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino, dove il preside, Lorenzo Varaldo, porta avanti, insieme ai suoi insegnanti, battaglie decennali in difesa della scuola pubblica.
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C’era una volta il Giambellino
Memorie di un quartiere "scomodo"
di Carlo Formenti
Fra me e l'amico Manolo Morlacchi c'è una differenza d’età di più di vent'anni (io del 47 lui del 70) ridotta dalla comune passione politica, tinta di rosso. Ovviamente abbiamo avuto percorsi di vita diversi, visto che si sono svolti in contesti temporali lontani, non tanto in termini assoluti (per la storia vent'anni sono un battito di ciglia), quanto relativi (il peso tremendo di quei vent'anni si rispecchia nella ininterrotta sequenza di sconfitte che hanno annullato le conquiste di un secolo di lotte proletarie).
Quando Manolo gattonava e io militavo da qualche anno nei movimenti filocinesi, mi è capitato d'incontrare, sia i compagni del Gruppo Luglio 60 nato al Giambellino (e chissà, forse c’era anche uno dei suoi genitori, se non entrambi), sia alcuni membri della redazione di "Lavoro Politico", la rivista nata all'Università di Trento sulle cui pagine scriveva, fra gli altri, Renato Curcio, il quale, assieme a Morlacchi padre e altri proletari, avrebbe di lì a poco fondato il nucleo originario delle Brigate Rosse.
Oggi quella storia è stata ridotta a una narrazione tragica intessuta di tenebrosi luoghi comuni (anni di piombo, terrorismo rosso, ecc.) associata a piccole frange di giovani intellettuali infarciti di utopie e ideali astratti. In un libro precedente, La fuga in avanti, Morlacchi ne ha riscattato la memoria, mettendo allo scoperto le radici di una realtà del tutto diversa: minoranze sì, ma minoranze proletarie, accomunate dalla delusione nei confronti della svolta moderata del PCI – nel quale la maggior parte aveva militato - e decise a rilanciare il sogno rivoluzionario della Resistenza. Un'eresia che ha suscitato condanne più feroci da parte dei comunisti "ortodossi" - preoccupati per il "danno di immagine" - che degli stessi partiti borghesi.
Certo quell'assalto al cielo è stato, come recita il titolo del libro appena citato, e come la maggior parte di noi militanti delle sinistre radicali del tempo pensavamo, una "fuga in avanti".
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Abolire la sicurezza è l’unica sicurezza di cui abbiamo veramente bisogno!
di Enrico Gargiulo
La questione della sicurezza è un tema all'ordine del giorno, al centro delle mosse del governo Meloni. Enrico Gargiulo la discute riflettendo su Abolire la sicurezza. Un manifesto (ombre corte, 2025) del Collettivo Anti-security, libro che affronta la genealogia di questo concetto ambiguo e ci fornisce strumenti preziosi per decostruire e affrontare criticamente le politiche securitarie. Secondo l'autore della recensione, il testo non si limita a una critica delle derive securitarie, ma propone possibili vie d'uscita a partire da una prospettiva «abolizionista», ossia l'abolizione di aspetti più o meno specifici del capitalismo come chiave per mettere in discussione l'intero sistema.
* * * *
La traduzione italiana di The security abolition manifesto arriva con un tempismo perfetto. Oggi, infatti, la parola «sicurezza» compare nei discorsi di tutte le forze politiche presenti in parlamento.
Tra le fila del centro-sinistra è stata richiamata più volte. Walter Veltroni ha invitato a non considerarla un tabù o, al contrario, a evitare di affrontarla scimmiottando le ricette della destra. Silvia Salis, sindaca di Genova, ha esortato a trattarla come «un tema nazionale e, per certi aspetti, anche internazionale, che nessun governo può annunciare di risolvere dall’oggi al domani». Posizioni del genere non costituiscono una novità: le politiche securitarie sono, se non un’invenzione, senza dubbio una costante nell’azione politica del campo «progressista». Almeno a partire dagli anni Novanta del XX secolo, quando da un lato il progetto Città sicure, realizzato in collaborazione tra la Regione Emilia-Romagna e l’Università di Bologna, e dall’altro il protagonismo dei sindaci «democratici», eletti direttamente a partire dal 1993, hanno gettato le basi per un vero e proprio programma di governo.
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L’industria del divertimento
di Salvatore Bravo
Le tragedie dell’industria del divertimento si ripetono in modo sempre eguale e ad ogni evento luttuoso segue “un senso di stupore” dinanzi a tragedie che potevano essere evitate. Trasmissioni, articoli e discussioni si succedono, in modo simile, secondo un copione sempre eguale. Il dramma è l’incapacità acquisita dopo decenni di “divertimentificio” divenuto un diritto indiscutibile di comprendere le cause profonde delle sciagure che si susseguono. Non vi è volontà alcuna di cambiare la prospettiva della narrazione degli eventi che, di conseguenza, si arena sui dettagli pruriginosi e sul conteggio delle responsabilità immediate. Non si riporta l’evento al sistema. Il divertimentificio non è solo industria del divertimento senza limiti, in cui giovani e vecchi sono travolti e usati per estrarre plusvalore, ma è molto di più. Se il fine del divertimentificio è il guadagno, il che lo rende coerente con il sistema capitalistico, è inevitabile che competizione e illimitati appetiti non possono che logorare il rispetto delle leggi e della sicurezza dei luoghi in cui si consumano gli eventi. Lo stato di competizione, lo constatiamo nelle morti sul lavoro, porta gli imprenditori piccoli e grandi a dover lottare per la sopravvivenza e a tal fine il sovraffollamento dei locali e delle discoteche è probabilmente la norma e le leggi sulla sicurezza sono aggirate. Questo è il primo dato celato e mai discusso. Su tutto ciò si è innestata la pedagogia del divertimento a completamento e giustificazione sovrastrutturale del modello economico liberista.
I genitori spesso esigono che il divertimento si infiltri ovunque e, dunque, la capacità di individuare pericoli che esige concentrazione e abitudine alla prudenza purtroppo ne è fortemente lesa. Lo verifichiamo nelle scuole e nelle strade, un senso di innocente onnipotenza porta a comportamenti rischiosi. I ragazzi sono sollecitati a divertirsi con la benedizione di un intero sistema che ha rinunciato alla progettualità e l’ha sostituita con l’emozione del momento. Il piacere senza limiti e un’esistenza deregolamentata e priva di solide fondamenta onto-assiologiche non possono che aumentare enormemente i rischi per i più giovani.
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Una risposta al professor Giovanni Rezza
di Alessandro Mariani
Scusandomi per il ritardo ringrazio il professor Giovanni Rezza per la risposta alla mia lettera aperta. Un grazie per il tono civile e costruttivo che, come egli stesso riconosce, in tante pregresse discussioni purtroppo è mancato. Oltre alla capacità di sintesi non si può non apprezzare, il suo porsi su un piano specularmente opposto rispetto a quello dell’infausta alleanza, determinatasi allora, tra le cd. virostar (coloro che un giorno sì e l’altro pure ci informavano riguardo ai probabili sviluppi di un virus che puntualmente li avrebbe smentiti) e la fitta schiera di opinionisti (razionalizzatori ex-post) che ancora oggi (hanno solo cambiato il riferimento) dai vari rotocalchi stampa e tv, tutto prevedono e tutto capiscono tranne ciò che realmente accade.
Basterà ricordare che al tempo, per molti esponenti delle sopraccitate categorie, l’insulto costituì una formula magica e rituale, una sorta di obvagulatio , da ripetersi all’infinito fino a far cedere i malcapitati per sfiancamento. A seguito un breve elenco di citazioni riguardante ciò che allora affermavano gli opinionisti:
“Escludiamo chi non si vaccina dalla vita civile” (Stefano Feltri, giornalista);
“Penso che lo Stato prima o poi dovrà prendere per il collo alcune persone per farle vaccinare” (L. Annunziata, giornalista e conduttrice televisiva);
“I rider devono sputare nel loro cibo” (David Parenzo, giornalista);
“Serve Bava Beccaris, vanno sfamati col piombo” (Giuliano Cazzola, pubblicista ed ex deputato)
Se poi si passa a quanti avrebbero dovuto osservare il contegno dell’uomo di scienza la situazione si fa ancor più grave ma nient’affatto seria. Qui, a dirla tutta, gli sciamani i muscoli se li erano già scaldati. Già tempo prima il più loquace aveva scritto un libro “La congiura dei somari” (R. Burioni 2017). Congiura, appunto, viene da chiedersi a qual pro, qual è la fiamma che ardeva nel cuore dei congiurati? E dopo i complottisti sarebbero stati quelli come il sottoscritto?
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I meme sono morti?
Un bilancio da chi ci ha fatto la guerra più di dieci anni
di Alessandro Lolli
Chiedi chi erano i meme. Le ultime generazioni potrebbero non saperlo o averne un’idea così diversa da mandarci in confusione. Late-zoomer e early-alpha stanno crescendo in un ecosistema mediatico sensibilmente diverso da quello di pochissimi anni fa e i meme sembrano aver fatto la fine dei giocattoli dei fratelli maggiori. Quando è successo? E soprattutto, come?
Ormai quasi dieci anni fa, scrivevo La guerra dei meme per raccontare quel nuovo fenomeno ‒ che nuovo era solo per “il mondo dei grandi” che leggono saggi ‒ e sin dalla prima presentazione mi venne chiesto se il libro non fosse già vecchio. Sorte comune a ogni testo che affronta i fenomeni di Internet e che corre il rischio di scattare fotografie mosse a un paesaggio che scorre troppo rapidamente dai finestrini del treno. Per anni ho avuto l’arroganza di rispondere che quello era invece un video che inquadrava davanti al treno, che il libro si stava avverando di fronte ai nostri occhi. Oggi posso serenamente affermare che si tratta di una fotografia, spero accurata, di un paesaggio ormai alle nostre spalle e che i meme hanno perduto la centralità che un tempo avevano nel cuore della pop culture.
Per ricostruire ascesa e declino dei meme bisogna capire cosa sono e sono stati, cioè cosa li ha distinti da ogni altra forma espressiva, precedente e successiva. Per farlo occorre prima di tutto sgombrare il campo da un equivoco colto, specialmente in un contesto come questo, da una falsa pista interpretativa che ancora oggi li lega a uno dei più influenti saggi del Novecento.
Il gene egoista (1976) è un capolavoro di divulgazione scientifica che ha accidentalmente partorito un figlioletto umanista storpio chiamato “memetica”. Riformulando e integrando le ricerche di genetisti e biologi del decennio precedente ‒ tra cui George C. Williams e William D. Hamilton ‒ l’autore Richard Dawkins propone una versione del darwinismo che riesce a rispondere in modo convincente a presunte aporie della teoria dell’evoluzione, come ad esempio i comportamenti altruistici che osserviamo in natura.
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Lettera aperta al Prof. Giovanni Rezza
di Alessandro Mariani
Una recente intervista al professor Giovanni Rezza (pubblicata in AD a cura di Luca Busca) pone il rilevantissimo tema della funzione di spartiacque svolta dalla pandemia da Covid 19. Concordando con la tesi dell’intervistatore, per il quale dal 2019 in poi in poi “l’Italia è [diventato] un paese lacerato dalla contrapposizione di tifoserie contrapposte: vax/novax, atlantisti/filoputin sionisti/filohamas ecc”, ritengo apprezzabile il fatto che, diversamente dalla maggior parte dei suoi colleghi, l’ex Direttore Generale della Prevenzione Sanitaria presso il Ministero della Salute abbia affrontato un argomento tutt’altro che comodo.
A mio giudizio è del tutto auspicabile la trasformazione dello scontro di allora in un odierno confronto che tenga conto, oltre che delle ragioni delle parti dei rispettivi ruoli. Allo stesso tempo tengo a sottolineare che per quel che riguarda la sfiducia generalizzata sul ruolo degli esperti (che è tra i lasciti più consistenti di quella esperienza) ciò non rappresenti sempre e necessariamente un male. Per questo motivo avanzerò alcune critiche all’indirizzo del professore e, va da se, che semmai egli avesse tempo e voglia di rispondermi glie ne sarei personalmente grato.
La prima critica è, per così dire, un atto dovuto ed è relativa al suo richiamo al principio dell’ evidence based medicine basato su trial clinici, che porrebbe la medicina su un altro piano rispetto ad altre scienze applicate Da uomo di scienza qual è egli sa bene che tale principio è stato sottoposto a molteplici critiche, metodologiche, filosofiche e pratiche; in particolare si è detto che con la sua integrale applicazione si perda la dimensione clinica, interpretativa e umana della cura. Stante il mio status di cuisque de populo però, tralascio l’ulteriore approfondimento di un tema peraltro poco o nulla confacente all’economia di questo scritto.
Incentrerò invece l’ intervento sul piano sociologico e politico laddove l’apprezzamento per il contenuto dell’intervista è totale per le considerazioni relative alla polarizzazione delle posizioni dell’opinione pubblica sull’attuale situazione geo-politica ma trova uno scoglio insormontabile, su un altro aspetto.
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La censura invisibile
Meta, algoritmi segreti e il monopolio privato della verità
di Mario Sommella
Non ti vietano di parlare: ti rendono invisibile. Il caso Barbero è solo l’ennesimo segnale di una democrazia digitale in ostaggio, dove poche multinazionali decidono cosa può diventare coscienza collettiva e cosa deve sparire dal dibattito pubblico
.C’è una frase che mi torna in mente ogni volta che vedo queste scene: non stanno censurando un contenuto, stanno censurando la sua traiettoria. Non è il “cosa” che dà fastidio, è il “quanto” e il “come” quel contenuto riesce a circolare.
E il caso Barbero – qualunque sia la lettura politica che ognuno di noi può dare al merito del referendum – è la fotografia perfetta di un problema enorme: la libertà di parola nell’epoca dei social è diventata una libertà condizionata, concessa in affitto da piattaforme private che decidono, in modo opaco, chi merita visibilità e chi deve sparire dal campo visivo collettivo.
Qui non siamo davanti a una disputa tra “vero” e “falso”. Siamo davanti a qualcosa di più sottile e più pericoloso: la trasformazione del dibattito pubblico in un rubinetto. Un rubinetto che non controlliamo noi. E nemmeno lo Stato. Lo controllano pochi colossi multinazionali, proprietari dell’infrastruttura della conversazione.
La censura del XXI secolo non ti zittisce: ti raffredda
La censura classica aveva un volto brutale: il divieto, il sequestro, la repressione. Quella contemporanea è più elegante e più subdola: non ti impedisce di parlare, ti impedisce di essere ascoltato.
Ti lascia pubblicare, ti lascia condividere, ti lascia perfino illudere di essere libero. Poi però entra in scena l’algoritmo, che lavora come un portiere di discoteca.
Non ti dice “sei proibito”. Ti dice: “puoi entrare, ma resti in corridoio”.
E nel corridoio non ti vede nessuno.
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La scuola dei “talenti”: per i poveri soft skills, lavoro e sana vita militare
di Rossella Latempa
Le parole-mito del lessico scolastico si trasformano e si aggiornano ciclicamente. Essendo parole estranee al luogo a cui si tenta di adattarle, seguono l’agenda che le produce. Orientamento, filiera, soft skills, intelligenza artificiale sono quelle del momento. Rappresentano la versione più aggiornata di un armamentario di idee e riforme di cui nessuno chiede mai il conto, ma che progressivamente si stratificano e si intrecciano alle necessità imposte dal presente. La neolingua della scuola ha una precisa funzione, che non è semplicemente quella di aggiornare e innovare, come pure ci viene continuamente ripetuto. Serve soprattutto a veicolare distinzioni tra ciò che è giusto dire e fare rispetto a ciò che non deve esserlo. Serve a dare forma all’idea di futuro che dal presente si fa discendere meccanicamente. Per comprendere il significato e gli effetti concreti della neolingua bisogna sempre guardare al di là del perimetro scolastico e provare a inserire le parole correnti su uno sfondo, oltre le pareti delle aule. È un esercizio che abbiamo imparato a fare da tempo. Il fatto che politiche e lessico scolastico siano disegnati su principi e bisogni estranei al mondo educativo non è certo recente. Che una serie di attori e portatori di interesse secondari, più o meno influenti e organici[1], contribuisca poi a rendere politiche e lessico “pedagogicamente” sostenibili o addirittura desiderabili, allo stesso modo non è una novità. Oggi non ci indigniamo neanche più, o forse ci appare del tutto normale, che a 10 o 13 anni maestri e insegnanti “certifichino” la competenza imprenditoriale dei loro studenti. Se questo accade deve pur esserci una ragione. La lenta assuefazione al discorso dominante sull’istruzione, insieme al silenziamento e alla delegittimazione della voce degli insegnanti, che possono parlare solo per interposta persona (sindacati o “esperti” di varia provenienza), durano da decenni e portano i loro frutti.
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Reportage – Akhmat Spetsnaz: la guerra dei veterani della Wagner sui fronti ucraini
di Gian Micalessin
Dal memoriale della Wagner a Mosca alle retrovie di Pokrovsk con il dramma dei civili rimasti in città che cercano di raggiungere le linee russe, dal settore di Avdiivka a Lugansk, Donetsk, Khaliv e alle regioni russe di confine, dalla costante minaccia dei droni all’addestramento dei fanti e degli operatori di droni.
Il reportage di Gian Micalessin realizzato tra le linee russe nel dicembre scorso, ci accompagna attraverso diversi reparti di Akhmat Spetsnaz, l’unità multinazionale che incorpora anche gli ex combattenti del Gruppo Wagner e di altre compagnie militari private, con l’intervista al generale Apti Alaudinov e a un veterano delle tante guerre combattute dalla Wagner.
Il memoriale della guerra a Mosca
Al centro il testone rasato di Evgenij Prigozhin. Più su la bandiera con teschio e tibie della Wagner. E tutt’intorno le foto del comandante Dmitry Utkin e di decine di caduti della più famosa compagnia militare privata dispiegata dall’Africa ai fronti del Donbass.
Ma non ci sono solo loro. Accanto allo stendardo con il teschio e le tibie sventolano il drappo nero di Espanola, la formazione militare messa insieme dagli ultras del calcio russo, lo stendardo dei Veteran della compagnia privata formata da reduci delle guerre più recenti, le bandiere dei gruppi Bars e Storm Z reclutati nelle prigioni assieme a quelli di decine di altre formazioni scese in campo accanto alle unità regolari dell’esercito russo.
Primo fra tutti il Battaglione Sparta sorto nel 2014 nelle trincee del Donetsk indipendentista. Le loro insegne sono tutte lì, circondate da fiori e corone di alloro allineate lungo i tre grandi pannelli di 15 e passa metri dispiegati sui marciapiedi della Varvarka Ulica, la via che ottocento metri più avanti incrocia le torri del Cremlino.
A Mosca dunque la guerra e i suoi morti, compresi quelli più scomodi e ingombranti come Prigozhin e i suoi mercenari, non sembrano più essere un tabù. Del resto murales come quello di Varvarka Ulica sorgono non solo a due passi dal Cremlino ma anche in decine di grandi e piccoli centri della Russia, da San Pietroburgo alla Penisola di Kola.
La guerra, o meglio la SVO (Operazione Militare Speciale -Spetsial’naya voyennaya operatsiya) con il suo carico di morti (oltre 156mila secondo le stime più accreditate) e feriti è ormai una realtà evidente a larga parte dell’opinione pubblica russa.
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“Intelligenza” artificiale e stoltezza (senza virgolette) naturale
di Giulio Maria Bonali
Per Natale un caro amico mi ha fatto un gradito regalo; mi ha segnalato la recensione (Meglio cyborgs che imbecilli — Stultifera Navis) di un libro di Claudio Paolucci (Nati cyborg) proposta da Francesco Parisi, professore di Teorie dei media e Fotografia e cultura virtuale, che aveva trovato in FaceBook e che mi ha fatto riflettere sull’ “intelligenza” artificiale, i suoi cultori, i suoi cantori e i suoi denigratori.
Espongo qui alcune di queste mie riflessioni.
Non concordo con la tesi, sostenuta da Parisi (e con tutta evidenza da Paolucci) dell' Homo sapiens "naturalmente debole" che per scampare alla selezione naturale avrebbe avuto bisogno della cultura e in particolare della tecnica (oggi quasi universamente detta -impropriamente; salvo prima o poi inevitabile adeguamento dei dizionari al pessimo andazzo- "tecnologia", che invece é lo studio teorico delle tecniche).
E' un luogo comune che secondo me deriva dalla corrente interpretazione e forzatura ideologica (reazionaria!) della nozione scientifica della selezione naturale, tendente a identificarla tout court con la selezione artificiale o culturale di allevatori e agricoltori (errore che fu già in qualche misura del pur genialissimo Darwin; ma allora era scusabile!). Quest' ultima (la selezione artificiale) opera "in positivo", consentendo la riproduzione solo dell' "ottimo" (il perfettamente adatto alle esigenze del mercato): fa riprodurre unicamente i “supercampionissimi” come Eddy Merckx eliminando perfino grandi campioni come Felice Gimondi! Invece la prima opera "in negativo", impedendo la riproduzione dei soli "troppo inadatti" (unicamente delle schiappe colossali come sarei potuto essere io se avessi praticato il ciclismo agonistico); dei soli troppo inadatti -presentemente- a un ambiente in continuo mutamento, ragion per cui l' "ottimamente adatto" di oggi può da un momento all' altro diventare "troppo inadatto" e perire senza riprodursi.
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I torti di Askatasuna: credere nella libertà e nella democrazia
di Algamica*
In premessa: esprimiamo piena e totale solidarietà ai militanti del centro sociale Askatasuna, quale componente di un più generale movimento ideale di opposizione al sistema vigente e alle sue leggi di funzionamento. Dunque niente distingui!
L’autorevole quotidiano dell’establishment italiano, il Corriere della Sera, nel commentare i fatti che si stanno sviluppando intorno al centro sociale di Torino, occupato da ben 29 anni, in un occhiello chiosa: « Askatasuna in lingua basca vuol dire libertà ». È centrata appieno la questione: il senso da dare alla parola libertà, che in filigrana vuol dire: «ma questi che hanno capito»?
Affrontiamo da subito di petto la questione che sta dietro la campagna d’odio feroce nei confronti dei militanti del centro sociale in questione: l’azione nei confronti del giornale La Stampa di Torino quando durante lo sciopero dei giornalisti alcuni giovani entrarono nei locali e misero in disordine gli uffici della redazione. Non vi fu nessuna devastazione, e nessun ferito. Solo un atto dimostrativo di protesta contro le posizioni di un giornale storicamente in difesa sempre e soltanto della libertà dei potentati economici, che in occasione del consumato genocidio nei confronti del popolo palestinese non si è mai tirato indietro, ma è stato sempre in prima fila contro la resistenza del popolo palestinese con alla testa la sua maggiore organizzazione politica e organizzativa: Hamas.
Che il centro sociale Askatasuna, dopo la chiusura del Leoncavallo di Milano, stesse nelle mire dell’insieme dell’establishment, e che si preparassero alla sua chiusura è fuori discussione. Si aspettava la famosa «pistola fumante» per far partire l’operazione e smembrare quello che appariva come un punto di coagulo di una serie di resistenze contro le follie liberiste di questa fase, e non solo nella città di Torino e del Piemonte.
La scorbutica domanda che certi democratici, a sinistra, muovono è: «certo, se non ci fosse stato “l’attacco” a La Stampa, non ci sarebbero state le perquisizioni e la decisione di sgombro dello storico centro sociale, di cui si era reso artefice».
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Potenza e impotenza contemporanee
Lotte senza rivoluzione
di Maurizio Lazzarato
Come mai tutte le mobilitazioni di massa degli ultimi trent’anni non sono riuscite a produrre e stabilizzare nuovi rapporti di forza, né a inventare forme di organizzazione capaci di passare alla controffensiva?
È questa la grande domanda a cui prova a rispondere Maurizio Lazzarato. Secondo l’autore, la causa va ricercata nella scomparsa dall’orizzonte politico dell’idea stessa di rivoluzione. Per questo, sostiene, «siamo incapaci di definire la natura della macchina di potere Capitale-Stato che ci domina e di cogliere le diverse forme di conflitto che occorrerebbe organizzare per distruggerla».
Oggi pubblichiamo la prima parte della sua analisi.
* * * *
È molto più facile condurre analisi geopolitiche, descrivere l’equilibrio di potere tra gli Stati e i loro grandi spazi, che comprendere le ragioni dell’impotenza politica dei movimenti che si è manifestata dagli anni Settanta in poi. Non che non ci siano state formidabili mobilitazioni di massa contro il capitalismo e lo Stato. Anche recentemente, le rivolte della Generazione Z nel Sud del mondo o contro il genocidio dei palestinesi sono certamente espressione di potenza.Vincent Bevins, un giornalista statunitense, nel libro If We Burn: The Mass Protest Decade and the Missing Revolution, afferma che tra gennaio 2011 e la fine del 2019 ci sarebbe stato un ciclo di lotte senza precedenti nella storia del capitalismo, superiore persino a quello dei movimenti del ’68. L’opera analizza i movimenti che hanno scosso, e talvolta sconvolto, le strutture politiche e istituzionali di dieci paesi (Tunisia, Egitto, Bahrein, Yemen, Turchia, Brasile, Ucraina, Hong Kong, Corea del Sud e Cile) a partire dal 2008.
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Voti di sfiducia. Sul malessere contemporaneo della scuola
di Andrea Cengia, Mino Conte, Massimiliano Tomba
Ogni tanto scuola e università lanciano alcuni segnali di malessere. Il più recente riguarda alcuni studenti che si sono rifiutati di sostenere l’orale della maturità. Ripensando con la giusta distanza temporale quell’accadimento è possibile ricollocarlo in un discorso più ampio di questioni che riguardano il mondo della scuola, la sua storia, la sua funzione e i sempreverdi propositi di riformare la riforma precedente. Le fonti giornalistiche hanno riportato le motivazioni addotte da alcuni di questi studenti in merito al loro rifiuto di sostenere l’intero arco della prova di maturità, in particolare il colloquio orale pluridisciplinare. Alcuni di loro hanno affermato di non essersi trovati a proprio agio «a seguire le regole e ad affrontare la scuola come gli altri». Altri hanno sostenuto che «un’intera carriera scolastica rischia di essere oscurata da tre prove svolte in pochi giorni», per poi aggiungere «i voti non definiscono il valore di una persona». Poche settimane dopo è seguita una pronta contromossa del Ministero volta a scongiurare nuovi casi del genere. Questione chiusa dunque?
Il nostro discorso vorrebbe spostare l’attenzione su altri aspetti, scivolati in secondo piano rispetto all’impatto mediatico generato dal gesto di queste studentesse e studenti. Troppa attenzione è stata posta sui voti. Si è detto: certo i voti non sono cosa piacevole, né per gli studenti né per i docenti che li devono dare; sarebbe meglio fare senza voti. E ancora: i voti, ad un certo punto, devono essere dati, ci siamo passati tutti, basta lamentarsi. Ai tempi del Sessantotto, ricorderete, le pressioni studentesche per il “voto politico” o meglio per il “18 politico”, finirono con l’introdurre una distorsione del diritto allo studio, sacrosanto, mutandolo in diritto tout court alla laurea. La contestazione del voto “di profitto” ha una sua storia, che tocca parimenti il sistema scolastico, e che passa anche dal j’accuse donmilaniano. L’Eldorado di un mondo dell’istruzione senza voti e mai giudicante è ben presente ancora oggi nell’immaginario pseudo emancipativo di chi vede in queste consuetudini la condensazione di ogni male, il sadismo divenuto istituzione, l’arbitrio del potere.
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DeepSeek e l’open source: tecnologia, forma di proprietà e sistema sociale nuovi
di Alan Freeman
La tecnologia capitalista ha raggiunto un nuovo punto di svolta. L’era elettronica ha liberato gli oggetti mentali dalla loro dipendenza da ogni specifica base materiale, cioè sono riproducibili a prescindere dal supporto materiale prescelto, sia esso un libro, un Cd, un file digitale, ecc. Questa è una causa della loro rapida espansione nella produzione e nell’uso, al punto che stanno diventando i prodotti primari del lavoro umano. Le nuove tecnologie, mentre rendono possibile la riproduzione degli oggetti mentali a costi irrisori, creando le basi per industrie di massa, abbattono anche i tempi di lavoro e, quindi, i costi della produzione materiale. Pertanto, l’unico modo in cui la produzione può espandersi è nella sfera dell’output immateriale. Questo include sia i servizi (per esempio, sanità, istruzione, tempo libero, ecc.) sia i prodotti mentali, che sono strettamente correlati. L’uscita di DeepSeek annuncia una fase della storia, a cui il capitalismo industriale ha dato vita, radicata nella diffusione generale di un nuovo tipo di valore d’uso, prodotto con una nuova tecnologia. Per questo ha sconvolto i mercati e costituisce una risposta da parte di una start-up cinese al presunto dominio Usa in fatto di intelligenza artificiale. Il suo carattere open source, cioè basato su un nuovo tipo di proprietà, diversa da quella privata, è adatto a questa riproducibilità, prestandosi particolarmente a una diffusione in un sistema socialista in cui l’obiettivo del bene collettivo predomina su quello del massimo profitto. La conoscenza e le idee sono oggetti da condividere, mentre gli Stati Uniti le trattano come qualcosa da proteggere e monopolizzare. Pertanto l’IA open source entra in contraddizione col modo di produzione capitalistico, basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, siano essi anche prodotti mentali.
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Musk e Wikipedia: la guerra delle enciclopedie
di Riccardo Fedriga
«L’errore è la causa della miseria umana; è il cattivo principio che ha generato il male nel mondo; per opera sua nascono e perdurano nell’anima nostra tutti i mali che ci affliggono; solo applicandoci seriamente a evitare l’errore possiamo sperare in una salda e autentica felicità». Così Nicolas Malebranche apriva, nel 1674, la sua Recherche de la vérité. La verità, per il filosofo francese, non era possesso ma esercizio: un atto di vigilanza contro l’illusione di una chiarezza apparente. Cercarla, diremmo oggi, significava interrogare i propri pregiudizi, svelarne le assunzioni non giustificate, non confermarli.
Passano i secoli, le epoche si sovrappongono, e nel nostro presente, il 30 settembre 2025, tale Elon Musk twitta su X: «We are building Grokipedia @xAI — a massive improvement over Wikipedia. Frankly, it is a necessary step towards the xAI goal of understanding the Universe».
Il tempo fugge, ma gli errori restano e il povero Malebranche se n’è andato a gambe all’aria: la verità non si cerca più, è tale perché garantita. Sorge un sospetto, aleggia uno spettro: non è che dietro il disegno di “comprendere l’universo”, come scrive il tycoon, si nasconda l’antichissima voglia di prendere in mano le redini del potere? Sembrerebbe. Per Musk, infatti, “migliorare” Wikipedia significa cancellare un sapere collaborativo, plurale e verificabile e sostituirlo con un’unica fonte di conoscenza sorvegliata: non più il sapere distribuito delle comunità online, ma l’intelligenza artificiale di un sistema proprietario, elevata a dogma di una nuova teologia tecnocratica. È un passaggio che dice molto sul rapporto tra conoscenza e controllo, tra la libertà come accesso socialmente condiviso al sapere e le forme del potere.
Si capisce allora che cosa si celi dietro una critica a un’enciclopedia: il desiderio di ricondurre la molteplicità dei saperi a un principio d’autorità, di restituire alla verità una dimensione quasi teologica. In questa prospettiva, ciò che è vero non si verifica ma si crede: la conoscenza diventa un atto di fede nell’apparato che la produce e la custodisce, una forma di potere che si presenta come neutrale perché si presenta come unica e chiusa a ogni interpretazione.
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Enshittification: il progressivo degrado delle piattaforme digitali
di Laura Carrer
Da alcuni anni conosciamo il cosiddetto “capitalismo della sorveglianza”: un modello economico basato sull’estrazione, controllo e vendita dei dati personali raccolti sulle piattaforme tecnologiche. Lo ha teorizzato Shoshana Zuboff nel 2019 in un libro necessario per comprendere come Meta, Amazon, Google, Apple e gli altri colossi tech abbiano costruito un potere senza precedenti, capace di influenzare non solo il mercato e i comportamenti degli utenti, ma anche, tramite il lobbying, le azioni dei decisori pubblici di tutto il mondo.
L’idea che queste grandi piattaforme abbiano sviluppato una sorta di potere sulle persone tramite la sorveglianza commerciale, com’è stata teorizzata da Zuboff, è però un mito che è il momento di sfatare. Così almeno la pensa Cory Doctorow, giornalista e scrittore canadese che negli ultimi anni ha pubblicato due libri particolarmente illuminanti sul tema.
In “Come distruggere il capitalismo della sorveglianza”, uscito nel 2024 ed edito da Mimesis, Doctorow spiega come molti critici abbiano ceduto a quella che il professore del College of Liberal Arts and Human Science Lee Vinsel ha definito “criti-hype”: l’abitudine di criticare le affermazioni degli avversari senza prima verificarne la veridicità, contribuendo così involontariamente a confermare la loro stessa narrazione. In questo caso, in soldoni, il mito da contestare è proprio quello di poter “controllare” le persone per vendergli pubblicità.
“Penso che l’ipotesi del capitalismo della sorveglianza sia profondamente sbagliata, perché rigetta il fatto che le aziende ci controllino attraverso il monopolio, e non attraverso la mente”, spiega Doctorow a Guerre di Rete. Il giornalista fa l’esempio di uno dei più famosi CEO delle Big Tech, Mark Zuckerberg: “A maggio, Zuckerberg ha rivelato agli investitori che intende recuperare le decine di miliardi che sta spendendo nell’AI usandola per creare pubblicità in grado di aggirare le nostre capacità critiche, e quindi convincere chiunque ad acquistare qualsiasi cosa. Una sorta di controllo mentale basato sull’AI e affittato agli inserzionisti”.
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Il "vero uomo" e l'"uomo bravo"
di Tiziano Bonini
Qual è il problema dei maschi contemporanei? Soprattutto dei più giovani?
A molti di voi questa domanda suonerà strana, o marginale. Eppure me la faccio spesso. Negli ultimi anni, tra i banchi delle mie classi (insegno sociologia dei media a studenti universitari) ho notato un divario crescente tra studentesse e studenti. Le studentesse sono in genere molto più motivate e brillanti degli studenti. Quando poi le ritrovo un anno dopo a chiedermi la tesi, sono ancora più mature e determinate. Leggono libri, hanno idee creative, sono puntuali e autonome. Gli studenti maschi al contrario, tranne qualche rara eccezione, sono un po’ infantili, poco motivati, e vanno guidati passo dopo passo. E quando parliamo di questioni di genere, media e piattaforme digitali, i maschi assumono una posizione difensiva e un po’ vittimistica, della serie: “Io non sono maschilista ma…”
Non sono uno studioso di questioni di genere, e in quanto maschio bianco cisgender occidentale ormai avviato verso i cinquant’anni, non ho nemmeno l’esperienza vissuta necessaria per comprendere cosa stia succedendo ai giovani maschi occidentali. Però sono cresciuto con gli studi culturali britannici e come sociologo condivido l’idea, con molti altri colleghi, che il genere (come la tecnologia e molto altro) sia una costruzione sociale, e in quanto costruzione sociale, può essere (faticosamente) modificata o negoziata.
Per capire meglio cosa accade ai giovani maschi contemporanei, mi sono messo a leggere. Qualche mese fa avevo letto un libro dell’economista americano Richard Reeves, che negli Stati Uniti ha ottenuto ampia risonanza, tanto da essere citato da Barack Obama: Of Boys and Men. Why the modern male is struggling, why it matters and what to do about it.. Il libro di Reeves parte dalla premessa che negli ultimi decenni, mentre le donne hanno conquistato maggiori diritti e opportunità in ambito educativo e lavorativo, molti uomini sembrano in difficoltà a fronteggiare questi mutamenti. Il libro di Reeves si interroga su questo squilibrio, sostenendo che gli uomini — in particolare i meno istruiti e i neri americani — stanno sperimentando una crisi profonda, fatta di abbandono scolastico, isolamento sociale, disoccupazione, dipendenze e tassi di suicidio più elevati che in passato.
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Perché è difficile riconoscere mondi nuovi
Gianluca Carmosino intervista Stefania Consigliere
Lo sguardo coloniale e l’impostazione eroica dell’idea di cambiamento, dice Stefania Consigliere, continuano a logorare la capacità di riconoscere l’esistenza di mondi nuovi e rischiano così di spegnerli: quei mondi prendono forma non come sconvolgimenti, ma come continua attenzione alla qualità delle relazioni che costruiamo ogni giorno. Questa intervista è stata realizzata in vista della due giorni “Partire dalla speranza e non dalla paura”, promossa dalla redazione di Comune, a Roma, il 7 e 8 novembre (programma in coda). Non avremmo potuto desiderare un articolo migliore.
Stefania Consigliere insegna presso il Dipartimento di Scienze Antropologiche dell’Università di Genova. Le sue ricerche, in particolare su immaginario e rivoluzione, raccolte in numerosi articoli e libri, tra cui Favole del reincanto (DeriveApprodi), sono un riferimento essenziale per tanti e tante. Consigliere sostiene che mondi altri, disorganici e imperfetti, sono già qui, ma siamo spesso incapaci di individuarli per diverse ragioni. In questa intervista parliamo di pensare mondi nuovi, di relazioni di potere, dell’attenzione come capacità preziosa.
* * * *
Ernst Bloch ha scritto Il principio speranza in esilio durante gli anni del fascismo e del nazismo. Anche tu, in Favole del reincanto, sostieni che i mondi nuovi che cerchiamo sono già qui, per quanto fragili e limitati. Come possiamo oggi, in questi tempi cupi, imparare a pensare, individuare e proteggere mondi nuovi?
Ho l’impressione che ci siano due cose, nella nostra tradizione culturale ampia, quella della modernità occidentale, che in questo momento ci impediscono di riconoscere i mondi altri, e quindi poi, a maggior ragione, di proteggerli e dar loro spazio.
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La scuola riparte da Gaza
di Marina Polacco
1. Una sublime opera di fantapolitica: l’Agenda 2030
1. Non so quanti conoscono al di fuori del mondo scolastico l’Agenda 2030. In realtà non si tratta di un documento pensato per la scuola, ma di una dichiarazione politica di intenti: presentata come “programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità”, sottoscritta il 25 settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite, e approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU, l’Agenda 2030 è un capolavoro assoluto di fariseismo. Con impeccabile rigore indica diciassette obiettivi da realizzare entro il 2030, ovviamente sulla base dell’accordo e dell’azione condivisa di tutti i paesi firmatari: sconfiggere la povertà nel mondo; eliminare la fame; assicurare salute e benessere per tutti; garantire un’istruzione di qualità, equa e inclusiva; porre fine a ogni forma di discriminazione di genere; raggiungere la completa disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie; sostenere una crescita economica duratura e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva, un lavoro dignitoso per tutti; rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili; garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo; adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze, promuovere società pacifiche e inclusive. Chi potrebbe avere qualcosa da ridire su un simile programma? Peccato che tutte le affermazioni siano completamente de-materializzate, avulse da qualsiasi contestualizzazione socio-politica ed economica, affidate genericamente al potenziamento di “buone pratiche” e di “spirito di resilienza”, prive di ogni riferimento ai dati di realtà (se non le statistiche che fotografano la situazione oggettiva di partenza), e quasi sempre in netta controtendenza rispetto alle reali politiche europee e internazionali. In definitiva, condividono lo stesso statuto immaginifico-fantastico delle letterine di buoni propositi indirizzate al bambino Gesù la sera di Natale. Eppure, per quanto del tutto estranea al piano della politica fattuale, l’Agenda 2030 è stata diffusamente adottata come punto di riferimento da scuole (e in seconda battuta da molte Università) per promuovere progetti di greenwashing e attività in linea con i diciassette obiettivi proposti.
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Giuliano Da Empoli e l’Intelligenza Autoritaria
di Lelio Demichelis
Guardare il potere da dentro o da vicino, osservare i suoi uomini (molti) e donne (poche) con lo sguardo dell’osservatore-sociologo e quindi con il dovere di un pensiero critico che ne metta in luce soprattutto atteggiamenti, paranoie, meschinità, egocentrismi, narcisismi, spregiudicatezza, volontà di onnipotenza, vanità, predazione e corruzione, irresponsabilità e immoralità, sfruttamento e doppio standard.
Una storia antica – pensiamo solo ai Borgia e a Machiavelli e al suo Principe – che arriva infine a oggi, con il trionfo di algoritmi e intelligenza artificiale e al potere delle macchine che imparano da sole e a una società amministrata e automatizzata dalle macchine, cioè totalitaria e senza più libertà soprattutto cognitiva (la libertà di pensare con una intelligenza naturale da potenziare invece di delegare tutto all’IA) come temeva la prima Scuola di Francoforte e con gli uomini ridotti a imparare solo quali pulsanti premere rispondendo ai comandi dei dispositivi tecnici (ultima forma del potere); finendo con gli oligarchi/oligopolisti della tecnologia che stanno spazzando via la vecchia classe politica e le vecchie élite, cieche come talpe davanti al nuovo potere della tecnica, ma la tecnica avendo anche la loro correità (e la nostra) come feticisti dell’innovazione per l’innovazione e per lo sviluppo sempre e comunque delle forze produttive, la tecnica (soprattutto quella digitale) vista come forza di emancipazione e di liberazione quando è vero il contrario.
E dunque, quale potere? Quello dei predatori, come li definisce Giuliano da Empoli – saggista e consigliere politico che vive a Parigi e che insegna a Sciences Po – in questo suo breve ma importante saggio (L’ora dei predatori, Einaudi Stile libero, pag. 123, € 14.00), scritto con uno stile narrativo che prende e chiama il lettore a capire in che mondo i predatori e i Borgiani eredi di Cesare Borgia (ma “i signori del digitale sono Borgiani a tutti gli effetti”) lo stanno portando, fin qui a sua insaputa: un saggio (una analisi del Nuovo potere mondiale visto da vicino, come da sottotitolo) che “conquista come un romanzo o una tragedia greca”, come ha sintetizzato Le Monde, ma che è anche, per noi, un potentissimo e splendido saggio di filosofia politica.
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Nuovo DDL nucleare: via libera all’energia dell’atomo in Italia
Alcune considerazioni per prepararsi al contrattacco
di Collettivo Ecologia Politica di Torino
Pubblichiamo il primo di una serie di contributi sul tema del nucleare. Questo testo è stato realizzato dal collettivo Ecologia Politica di Torino che prende parte al progetto Confluenza
Il disegno di legge sul nucleare "sostenibile”
Il Consiglio dei Ministri ha approvato lo scorso 2 ottobre il disegno di legge delega che punta a reintrodurre l’energia nucleare nel mix energetico nazionale, ignorando i risultati dei due referendum popolari — nel 1987 e nel 2011 — che avevano sancito la volontà della popolazione di abbandonare l’atomo. Come già annunciato durante la COP29 in Azerbaijan, il governo Meloni inserisce il nucleare sostenibile nel piano energetico nazionale, presentandolo come un passo “strategico” verso la sicurezza e l’autonomia energetica della Nazione.
Il decreto legge delega il Governo a disciplinare la produzione di energia nucleare sostenibile (anche ai fini della produzione di idrogeno), la disattivazione o lo smantellamento degli impianti esistenti e la gestione dei rifiuti radioattivi. Attraverso questo decreto si delineerà un Programma nazionale che implementerà la ricerca, lo sviluppo e l’utilizzo dell’energia nucleare da fissione e da fusione. Fondi pubblici verranno destinati alla costruzione di prototipi, alla formazione di personale tecnico e alla partecipazione italiana ai programmi europei sul nucleare e sui suoi avanzamenti in ambito tecnologico in particolare quelli riguardanti gli SMRs (Small Modular Reactors).
Il nuovo decreto assicura di occuparsi di un nuovo nucleare, quello di terza generazione, talmente nuovo che ancora non esiste su forma commerciale, vedi l’energia da fusione e i tanto citati SMRs. L’energia atomica sarebbe diventata sicura, affidabile e facilmente regolabile: motivo per cui il Governo con questo decreto prevede di scrivere una nuova pagina della storia energetica italiana (facendo passare tutto in sordina).
Nel DDL aleggia la solita strada spianata propria delle grandi opere: possibilità di cambiare i piani urbanisitici, possibilità di annoverare tali centrali e opere annesse come di pubblica utilità, indifferibili e urgenti e pertanto potenzialmente accompagnate da espropri. Nel caso in cui qualcuno non dovesse credere alla favola del nucleare sostenibile, sono pronte campagne di informazione e convincimento destinate ai cittadini.
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Troppi gli interrogativi sulla strage di carabinieri a Castel D’Azzano
di Antonio Camuso*
Premessa utile è l’esprimere il mio cordoglio e la vicinanza alle vittime, e ai loro famigliari, di questa tragedia che ha colpito uomini in divisa chiamati a fare il loro dovere.
Ricordo i loro nomi: il brigadiere capo Valerio Daprà, il carabiniere scelto Davide Bernardello e il luogotenente Marco Piffari ‘cui si aggiunge una lunga lista di feriti. Il solo numero di vittime tra personale esperto e percentualmente elevato rispetto ai presenti di quel blitz è già una prima conferma delle troppe anomalie in quella che, a denti stretti, si è confessato ai giornalisti, esser stata un’operazione in cui “qualcosa è andata storto”.
La Marina Militare considerava mio padre tra i migliori artificieri che avesse in Puglia ed io, sin da bambino, ho ascoltato i suoi racconti sulle operazioni di sminamento, ricerca esplosivi e di antiterrorismo da lui condotte per un periodo che va dalla seconda guerra mondiale sino all’omicidio di Aldo Moro, nel 1978, anno in cui andò in pensione.
Di quei resoconti ne ho fatto tesoro e l’aver lavorato, a mia volta, nel campo della Sicurezza al Volo, e l’aver condotto alcune inchieste giornalistiche su quell’argomento, fa sì che ritengo di avere il diritto di porre qualche domanda in merito.
In pieno svolgimento dei funerali di Stato ai caduti, i Media non cessano di dipingere i presunti autori o complici della strage, i tre fratelli, come disadattati, aspiranti terroristi e potenziali nemici della quiete e della sicurezza pubblica, in sostanza dei mostri, al fine di giustificare l’intera conduzione di quel blitz notturno, addossando unicamente ai tre fratelli l’intera responsabilità dei fatti.
Grande risalto si sta dando nel dipingere Maria Luisa,la donna rimasta anch’essa gravemente ustionata, al ruolo di matriarca, di plagiatrice dei fratelli, in pratica una strega e forse, tra le righe, c’è più di uno, in questo clima di caccia alle streghe, che rimpiange che non sia deceduta in quella pira funeraria.
Più di un cronista ha affermato che, nonostante fosse gravemente ustionata, non gridasse dal dolore ma si lanciasse in lamentose e incomprensibili cantilene, quasi un racconto medioevale su streghe avvolte dal fuoco, che dal rogo lanciano anatemi e maledizioni.
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Bambini senza infanzia, futuro senza bambini
di Aurora Caredda e Giovanni Pillonca
Al termine di quale processo formativo un soldato arriva a inquadrare nel suo mirino telescopico la testa di un bambino? Come può accadere che non ci sia niente che gli impedisca di premere il grilletto? Sono domande che sorgono dopo aver letto la testimonianza di 99 medici e paramedici volontari che hanno prestato la loro opera negli ospedali di Gaza e che il 2 ottobre 2024 inviarono una lettera a Joe Biden, chiedendogli di fermare Israele. Di seguito, in articoli sul NYT– altri medici e paramedici denunciarono in particolare l’orrore dei bambini bersagli deliberati di violenza. Lo rivelavano le ferite alla testa o al petto, anche in bambini di età inferiore ai 5 anni e le conseguenze dirompenti dei micidiali proiettili a frammentazione. Uno dei firmatari della lettera a Biden, Feroze Sidhawa, un chirurgo californiano scriveva: “Non ho mai visto ferite così terribili e in tale quantità avendo a disposizione così poche risorse. Le nostre bombe stanno abbattendo donne e bambini a migliaia. I loro corpi mutilati formano un monumento alla crudeltà”. Dei circa 1.100.000 bambini che costituiscono quasi la metà della popolazione di Gaza, 18.000 gli uccisi, due terzi dei quali avevano meno di 13 anni, 40.000 gli orfani di almeno un genitore, tra i 3000 e i 4000 i mutilati (Unicef), la più alta percentuale al mondo, spesso dopo amputazioni d’emergenza eseguite senza anestetici. Profondo il trauma di tutti i sopravvissuti.
Chi ha familiarità con la storia di Israele sa che non si tratta di una pratica sconosciuta. Ilan Pappe in Ten Myths About Israel, riporta la poesia di Natan Alterman, “Una questione di nessuna importanza”, pubblicata sul quotidiano Davar nel 1951, a tre anni dalla fondazione dello stato:
La notizia è apparsa brevemente per due giorni, poi è scomparsa./ E a nessuno sembra importare, e nessuno sembra saperlo./ Nel lontano villaggio di Um al-Fahem,/ I bambini – dovrei dire cittadini dello Stato – giocavano nel fango/ E uno di loro sembrò sospetto/ a uno dei nostri valorosi soldati/ che gli gridò: Fermo!/ Un ordine è un ordine /Un ordine è un ordine,/ ma lo sciocco ragazzo non si è fermato,/ è scappato via./ Così il nostro valoroso soldato ha sparato,/ non c’è da stupirsi./E ha colpito e ucciso il ragazzo./E nessuno ne ha parlato.
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È l’accademia, bellezza!
di Linda Brancaleone
1. “Oggi la precarietà è dappertutto”: un’introduzione necessaria
La precarietà è ormai la cifra del nostro tempo, si trova «dappertutto»[1], come ammoniva Bourdieu. Non è solo una condizione lavorativa: è una forma di vita, un destino imposto a una generazione che ha fatto dell’incertezza la propria biografia. Il “precariato” – fusione simbolica di precario e proletariato – definisce un nuovo soggetto sociale, sfruttato e vulnerabile, privato di garanzie e diritti, gettato nel limbo di contratti a termine, borse malpagate, rinnovi a singhiozzo. È una condizione «che si radica anzitutto nella sfera occupazionale»[2], ma si estende a tutte le altre: abitativa, relazionale, affettiva. Nulla sfugge al morbo della precarietà.
Né si tratta di una questione privata: la precarietà si fa istituzione, criterio di governo. Come nei sistemi neoliberali descritti dalla sociologia più critica, i meccanismi di welfare vengono piegati per “espellere” i lavoratori instabili, trasformando la mancanza di stabilità in colpa individuale. Il precario diventa, per usare le parole della dottrina, un «impossible group»[3], una moltitudine di esclusi accomunati solo dalla mancanza: di sicurezza, di diritti, di voce. Nessun senso di appartenenza, nessuna “comunità occupazionale”: solo la solitudine di chi naviga a vista in un mare di incertezze.
A rendere questa condizione più insidiosa è la vulnerabilità, intesa come «elevata esposizione a certi rischi»[4] unita all’incapacità di difendersi dalle loro conseguenze. Guy Standing ha descritto bene questa categoria: i precari non sono solo lavoratori poveri, ma cittadini dimezzati, esclusi dal tessuto sociale, privi di riconoscimento[5]. La loro esistenza è frammentata, il loro tempo sequestrato. È qui che la precarietà diventa biopolitica: il potere plasma i corpi e ne regola i ritmi, “autorizzando” solo forme di vita funzionali all’economia dell’incertezza.
2. Il ddl Bernini: la riforma che moltiplica la precarietà
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