Il sistema dei prezzi è in delirio. I quaderni di Giovanni Mazzetti
di Leo Essen
Il lavoro diventa libero. Ma cosa significa “libero”? Significa che il lavoratore non è più inserito in un sistema di signoria e servitù che gli assegna un posto e gli dice chi è. È un individuo singolare, un lavoratore che ha in sé l’inizio e il termine di ciò che è. Proprio in quanto è insieme origine e fine, egli è libero. Ogni limite è abbattuto, ogni legame è sciolto. Offrirsi come lavoratore non dipende più da alcun vincolo esterno: non dipende dalla famiglia, dal ceto, dal sesso, né da un ordine di casta o di classe.
È, come afferma Hegel (Lineamenti § 5), l’infinità priva di termini dell’assoluta astrazione, della pura universalità. Siamo al Primo Momento, al livello dell’io astratto, certo solo di se stesso: assoluta possibilità di astrarre da ogni determinazione – negatività astratta.
Sono libero: posso fare il lavoro che voglio. Nessuno può dirmi cosa fare — né mio padre, né il mio padrone, né il comandante del terreno o della casa che abito, né il reggente della corporazione a cui appartengo, né le condizioni della mia nascita, né la mia casta o il mio ceto. Non sono legato a nulla, dunque posso tutto.
Io valgo, dice il lavoratore. Ma quanto valgo? Ecco che si passa dall’indeterminatezza indifferenziata della libertà e della sovranità che si auto-determina, alla differenziazione e alla dipendenza dall’altro e all’etero-determinazione.
Quando il lavoratore si offre sul mercato incontra l’altro, allora si media con l’altro. Nella mediazione con l’altro, o con gli altri, il lavoratore vale tanto quanto un carpentiere, un idraulico, un imbianchino, un boscaiolo, un falegname, eccetera. Non è più un lavoratore che trova in se stesso la fonte del proprio valore, ma è un lavoratore in rapporto ad altri lavoratori.
Grazie a questo porre se stesso come un determinato (Lineamenti § 6) il lavoratore entra nella storia, si connette al mondo che produce e si offre come questo lavoratore determinato, con queste e queste altre capacità, si pone come un oggetto d’uso determinato che sta di fronte ad altri oggetti d’uso, si pone nella generalità.



Le banche continuano a finanziare le energie fossili. Secondo quanto ci informa sulla questione il Rapporto annuale “Banking on climate caos” pubblicato di recente da una coalizione di organizzazioni non governative, nel 2024 le principali banche del mondo hanno aumentato del 23% rispetto all’anno precedente i finanziamenti ai produttori di energie fossili, portandoli a 869 miliardi di dollari; e questo dopo che nei due anni precedenti si era assistito invece a una certa riduzione degli stessi e mentre la domanda di petrolio e gas tende a diminuire nel mondo (Angrand, 2025). Sul podio di questa pessima classifica si collocano ovviamente tre grandi banche americane. L’inversione di tendenza recente sembra debba essere attribuita principalmente all’evoluzione in peggio del contesto politico e regolamentare occidentale e contrasta con le ripetute dichiarazioni di molte banche in proposito. Mentre l’UE annacqua il suo cosiddetto green deal, l’arrivo di Trump alla presidenza degli Stati Uniti non contribusce certo a migliorare la situazione. Comunque la notizia non sorprende.


Pensare dopo Gaza significa guardare in faccia la catastrofe dell’umano riconoscendo il definitivo fallimento dell’universalismo della ragione, della democrazia e della civiltà. Capire è l’unica cosa che ci rimane, anche se “Il pensiero non può pensare altro che la propria impotenza”. La disperazione è rimasta l’unico sentimento umano. L’unica opzione a nostra disposizione è quella di disertare la storia, pur non avendo alcuna idea di come farlo. Franco Berardi, al secolo Bifo, non conosce mezze misure nel suo ultimo libro intitolato, appunto, Pensare dopo Gaza. L’argomentazione è sempre portata all’estremo e talvolta sconfina nell’invettiva senza curarsi dei suoi possibili effetti disturbanti per i benpensanti, compresi quelli di sinistra. Per lui Israele è il paese che, dal punto di vista della ferocia sterminatrice, è quello più sviluppato e per questo mostra a quelli meno progrediti l’immagine del loro avvenire. Per esempio attraverso l’utilizzo bellico dell’intelligenza artificiale le cui ricerche sono essenzialmente finalizzate, in tutto il mondo, a ottimizzare lo sterminio, dal momento che il sistema militare è il loro principale committente. Applicazioni come il programma Lavender, utilizzato dagli israeliani a Gaza secondo le rivelazioni della rivista israelo-palestinese +972, consentono di perpetrare massacri in modo asettico, superando definitivamente gli ostacoli rappresentati dalle emozioni umane e dalla fatica di uccidere.





Mentre, tramite le news h.24, si percepisce minacciosa la nube nera dell’escalation verso la guerra nucleare che ci riporterebbe in un nano secondo al pianeta delle scimmie, contestualmente Musk, attraverso SpaceX, organizza viaggi vacanza interstellari con atterraggio su Marte, come residenza alternativa a questo ormai ingombrante e bellicoso pianeta Terra. Viaggi che si potranno permettere, in soldoni, Bezos, Zuckeberg e qualche altro Paperon de Paperoni in giro per il Pianeta. Riguardo il pericolo della escalation nucleare, 2000 e passa anni di storia umana, in cui l’homo sapiens è passato dalla clava alla ruota, alla tecnologia più avanzata, potrebbero sparire in un nano secondo cancellati da un folle che pigerà un bottone, attivando una reazione a catena che distruggerà anche lui.



Negli ultimi 12 mesi, lo scenario mediorientale ha acquisito una centralità sempre più evidente nel quadro delle tensioni nelle relazioni internazionali. Alla sempre più feroce persecuzione della popolazione palestinese nella striscia di Gaza, in atto da Ottobre 2023 e che non accenna ad arrestarsi, si sono andati via via sovrapponendo, nell’ordine: il conflitto tra Israele ed Hezbollah nel sud del Libano nell’autunno del 2024; il conflitto in Siria, che nello stesso periodo ha portato alla destituzione di Bashar-el-Assad e all’instaurazione di un governo di transizione di matrice jihadista; infine, il violento attacco che Israele e Stati Uniti hanno condotto nei confronti dell’Iran nelle settimane appena trascorse, ufficialmente finalizzato a metter fine a un ipotetico programma nucleare bellico iraniano.

«Vogliamo rendere la Bundeswehr la forza armata convenzionale più forte dell’Ue». Al vertice Nato all’Aja, lo scorso 25 giugno, il nuovo cancelliere tedesco Friedrich Merz ha presentato il suo piano per il riarmo tedesco. Con un investimento da 400 miliardi di euro e l’obiettivo di portare la spesa militare al 5% del Pil, non si tratta di una semplice modifica di budget, ma della cancellazione dell’identità strategica tedesca post-1945. Una rivoluzione che affonda le radici nella completa interiorizzazione dell’ideologia atlantista da parte della classe dirigente.


Siamo nei pressi di quegli ispidi passi di montagna nei quali i sentieri si biforcano. Da una parte il largo sentiero battuto dell’Occidente prosegue il suo lungo restringersi. Dall’altra un rivolo si amplia, al contempo facendosi via via più liscio e comodo. Il vecchio sentiero, da qualche tempo si fa per molti più ripido, pietroso, denso di rischi, il nuovo è cresciuto sotto molti profili all’ombra, ma nel tempo si è fatto via via più largo e forte. I due sentieri sembrano divaricarsi.
Possiamo certamente affermare che la lunga fase di transizione che stiamo vivendo, che cerca di traghettare il mondo dall’epoca dell’illusione unipolare statunitense a una nuova epoca, basata sul multilateralismo, è caratterizzata più che mai dalla presenza pregnante della guerra.







































