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Smart city, Città dei 15 minuti e Bene Comune
di Elisabetta Teghil
All’interno della Volksgemeinschaft- la<comunità del popolo>- l’ordine sarà immanente e spontaneo […] J.Chapoutot, Nazismo e management/Liberi di obbedire, Einaudi 2021, p.28 (Gallimard, Paris 2020)
C’è un concetto che irrompe prepotentemente sullo scenario della Smart City e della Città dei 15 minuti, quello di <Bene Comune>: pericolosissimo, ambiguo, equivoco, spoliticizzato questo concetto informa il sentire dei cittadini/e ma anche di moltissimi compagni/e.
C’è stata una trasformazione evidente nella capacità di riconoscimento e di definizione delle classi sociali e dei rapporti di classe, trasformazione in questi anni sviscerata in vari modi e in maniera approfondita da intellettuali, analisti, studiosi, politici e via discorrendo. Tutti riconoscono ormai più o meno che il neoliberismo ha trasformato il significato delle parole, che ha demonizzato la così detta violenza politica con il suo portato rivoluzionario declassandola in delinquenza comune, che ha annichilito gli ambiti di reciproco riconoscimento degli esseri umani demonizzando il concetto di ideologia e consacrando quindi come unica ideologia quella imperante, che ha creato un individuo privo di riferimenti sociali che non siano quelli del consumo, del profitto, della promozione individuale, in lotta continua e prevaricante con gli altri e quindi assolutamente solo.
Di questo sono consapevoli quasi tutti/e.
Però succede che quando ci si trova sul terreno della quotidianità, delle scelte rispetto a quello che ci capita intorno, questa consapevolezza viene molto spesso meno e ci si muove come il potere vorrebbe.
E’ cominciato tutto con una sinistra più a destra della destra che si è assunta il compito di naturalizzare i principi neoliberisti nel nostro Paese e ha costruito in questa prospettiva un comune sentire perbenista e reazionario basato sui concetti di decoro urbano e “sicurezza”, “non violenza”, responsabilità individuale, colpevolizzazione, meritocrazia, coinvolgimento dei cittadini/e nelle sorti del potere, convivenza civile, “rispetto” delle opinioni altrui. E tutto questo è entrato nelle menti non solo delle persone comuni ma anche della sinistra di classe.
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La Sinistra Negata 01
Sinistra rivoluzionarla e composizione di classe in Italia (1960-1980)
A cura di Nico Maccentelli
Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale
Introduzione all'opera
Il senso di questa pubblicazione, per la rubrica Altroquando, non è altro che quello che ha animato Carmilla sin dai suoi esordi: ravvivare la memoria storica attraverso la letteratura di genere, ma anche con l’analisi e il ripercorrere i passaggi storici e politici di un’epoca che sembra ormai sepolta: quella dell’antagonismo sociale e della lotta politica rivoluzionaria di fine secolo. Ovviamente potete trovare questo contributo che ora mi accingo a introdurvi, insieme a tutti i numeri della rivista Progetto Memoria, di cui La Sinistra Negata rappresenta un po’ il canto del cigno. E per scaricare l’intera raccolta in pdf dovete andare qui1. Il fatto però di pubblicare La Sinistra Negata, significa riportare al pubblico, alla sua attenzione, un contributo d’analisi ancora molto attuale, ma anche molto utile per la comprensione delle fasi politiche a cui fa riferimento: un lasso di tempo che va da Piazza Statuto, anni ’60 fino almomento in cui usciva l’ultimo numero di Progetto Memoria. Infatti dal 1960 al 1980 è un refuso poiché non comprende anche tutta la fase successiva, che invece nel saggio viene analizzata. Ma andiamo con ordine.
Un po’ di storiografia
Nel dicembre del 1998 usciva l’ultimo numero di una rivista bolognese, Progetto Memoria, che è stata di fatto la madre politica e culturale di Carmilla e che ha accompagnato la nostra rivista di letteratura antagonista e cultura d’opposizione per alcuni anni.
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Cina: Canberra aggiusta il tiro?
di Michele Paris
La visita di sei giorni del primo ministro australiano Anthony Albanese in Cina si è conclusa qualche giorno fa con tutti i crismi del successo diplomatico, almeno secondo i suoi sostenitori che non hanno esitato a definirla un “capolavoro”. Ma dietro la facciata delle strette di mano cordiali e dei banchetti a porte chiuse con Xi Jinping si nasconde una realtà ben diversa: l'Australia si trova oggi schiacciata in una morsa geopolitica che rischia di stritolare le sue ambizioni di equilibrio tra Est e Ovest, ovvero tra il suo principale partner commerciale (Cina) e lo storico alleato militare-strategico (Stati Uniti) in un frangente storico segnato dalla competizione crescente tra le due potenze.
Il viaggio di Albanese a Pechino, Shanghai e Chengdu ha avuto infatti un sottotesto di quasi disperazione, volto a puntellare quei rapporti commerciali da cui Canberra dipende in maniera vitale, proprio mentre gli Stati Uniti di Trump alzano il tiro delle pressioni militari e strategiche in chiave anti-cinese. “Non esiste alcuna relazione tra la nostra forte dipendenza commerciale dalla Cina e la nostra alleanza militare-strategica con gli USA”, ha dichiarato Albanese ai giornalisti, continuando a invocare l'importanza del principio di “equilibrio”. Una posizione, quest’ultima, che suona tuttavia sempre più come una vera e propria illusione di fronte alle pressioni in aumento provenienti da Washington.
La prova più lampante di questo vicolo cieco è arrivata alla vigilia della partenza del primo ministro laburista, quando l'amministrazione Trump ha fatto trapelare alla stampa le sue richieste perentorie: Australia e Giappone devono impegnarsi in anticipo a mettere a disposizione i propri “asset” militari in caso di guerra USA-Cina per Taiwan.
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Dopo Sanchez cosa?
di Manolo Monereo
In Spagna il governo Sanchez traballa. Monereo osserva che “Siamo di fronte a un processo destituente e, nel frattempo, quel che resta della sinistra alza gli occhi al cielo e prega gli dei che Pedro Sánchez sopravviva. Non sembra un granché”.
Pensare al ritmo dei media, lasciarsi condizionare da una quotidianità sempre più volatile, mancare di criteri chiari davanti alla fase politica che stiamo vivendo, ciò porta dritti alla sconfitta. Non c’è alcuna strategia, si rimane indietro rispetto agli eventi, che, a loro volta, sono governati dai tribunali. Lo abbiamo già visto con il PSOE e il PP. Tempo, per cosa? Lo scenario europeo e internazionale non induce all’ottimismo. La parola chiave è la militarizzazione della politica e della società, il riarmo generale, l’aumento del debito pubblico e una profonda messa in discussione di ciò che resta dello Stato sociale. Putin come nemico funziona bene, anzi benissimo; le élite al potere continuano a credere che sia una buona copertura per legittimare una maggiore centralizzazione del potere in un’Unione Europea politicamente orientata dalla NATO, per riconvertire il vecchio apparato produttivo del nucleo centrale dominato dalla Germania e, soprattutto, per allinearsi più che mai con gli Stati Uniti che esigono urgentemente il pagamento immediato del costo della loro protezione passata, presente e futura. Niente è gratis.
Non molto tempo fa, Wolfgang Münchau ha parlato, in un altro contesto, dell’importanza di avere una strategia chiara e di mettere in atto tattiche appropriate per realizzarla, di non lasciarsi governare da un’agenda imposta dai vari partiti di opposizione.
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Israele ha il tocco di Mida all'incontrario
di comidad
Nel Sacro Occidente le reazioni al recente bombardamento israeliano su siti governativi di Damasco hanno ricalcato lo schema consueto in questi casi: mentre i media hanno sposato acriticamente la fiabesca narrazione israeliana sulla presunta necessità di difendere la minoranza drusa in Siria, i governi hanno preso timidamente le distanze dall’attacco. L’amministrazione Trump ha dovuto quantomeno ostentare del disappunto, dato che aveva ufficialmente investito sul nuovo governo filo-occidentale e filo-sionista della Siria, rimuovendo le pluridecennali sanzioni economiche, spingendo i ministri degli Esteri europei a correre a stringere la mano al tagliagole insediatosi al posto del vituperato Assad, e inducendo anche le petro-monarchie del Golfo a creare una rete di affari col nuovo regime. In realtà l’attacco su Damasco della settimana scorsa non può essere considerato una sorpresa, visto che arriva dopo centinaia di bombardamenti israeliani sulla Siria, effettuati con i più vari pretesti e intensificati dopo la caduta di Assad. La “mediazione” americana nella vicenda è poi consistita nel costringere il governo di Damasco a ritirare le sue truppe dal sud della Siria, esattamente come pretendeva Israele. Il “disappunto” di Trump non impedirà a Netanyahu di continuare ad auto-invitarsi alla Casa Bianca ogni volta che gli parrà. Come al solito, il comportamento di Israele viene condannato in via meramente retorica, e ciò consente ai sionisti di fare il proprio comodo atteggiandosi a vittime e incompresi.
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Conversazione (im)possibile con Frantz Fanon su fame, violenza e decolonizzazione* **
di Andrea Muni
AM: Frantz, nel tuo libro più celebre, I dannati della terra, tu alterni spesso due “fami”, una di dignità e di libertà, l’altra reale, effetto della schiavitù, delle privazioni e della sottomissione violenta. Ho deciso venirti a trovare perché troppe cose, negli ultimi anni, ci stanno restituendo la consapevolezza che noi europei, noi italiani stessi, siamo ancora dei colonizzati. I nostri governi sono espressione di élites (pseudo-progressiste o liberal-conservatrici) in mano ai poteri forti franco-tedeschi e americani. La nostra cultura è omologata, i nostri valori interamente riformati da uno pseudo-universalismo violento e repressivo che, non a caso, parla col timbro di voce dei nostri padroni. Le persone che appartengono alle classi sociali più svantaggiate e marginali – quelle che non hanno nulla da offrire ai colonizzatori se non il proprio sfruttamento, ne percepiscono oggi, anche in Europa, la violenza con un’intensità inedita. Come sono visti i marginali e gli sfruttati dai nuovi coloni del nostro mondo? Come pensi andrà a finire questa brutta storia?
FF: Denutriti, malati, se [i colonizzati] ancora resistono, la paura conclude l’opera: si puntano su [di loro] fucili; vengono civili a stabilirsi sulle loro terre e li costringono con lo scudiscio a coltivarle per loro. Se [il colonizzato] resiste, i soldati sparano, lui è un uomo morto; se cede, si degrada, non è più un uomo; la vergogna e la paura incrineranno il suo carattere, disintegreranno la sua persona. […] Picchiato, sottoalimentato, ammalato, impaurito, ma fino a un certo punto soltanto, egli ha, giallo, nero o bianco, sempre gli stessi tratti di carattere: è un pigro, dissimulatore e ladro, che vive di nulla e non conosce altro che la forza. Povero colonizzatore: [il colonizzato] è la sua contraddizione messa a nudo. […] Mancando di spingere il massacro fino al genocidio, e la servitù fino all’abbrutimento, [lentamente il colono] perde il controllo [del colonizzato], l’operazione si capovolge, un’implacabile logica la porterà fino alla decolonizzazione.
AM: Per chi non ti conoscesse, tu sei una delle “star” del movimento e della cultura decoloniale, sei nato in Martinica (colonia caraibica francese), sei nero, sei un comunista, e uno psichiatra che ha studiato in Francia, per divenire infine eroe della resistenza e dell’indipendenza algerine, dove ti eri trasferito per fare il tuo mestiere (e da cui sei stato cacciato nel 1957 dalle forze di occupazione francesi).
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“Secret City” e il complesso industriale militare
di Gerardo Lisco
Premetto che sono convinto che non ci sarà nessun conflitto mondiale nucleare a parte la “guerra mondiale a pezzi”, per citare il defunto Papa Francesco I, già in corso. Nonostante la propaganda guerrafondaia dei media, di opinionisti e di politicanti da ascrivere alla categoria degli psicopatici, penso che nessuna potenza nucleare provocherà un tale conflitto.
Detto questo, di recente mi ha colpito in modo particolare una serie televisiva trasmessa dal canale NETFLIX. Continuo a pensare che questo canale sia uno dei tanti strumenti di soft power finalizzati a educare il mondo al modello culturale americano ed è per questa mia opinione che la serie TV dal titolo “Secret City” mi ha particolarmente colpito. Non è mia intenzione anticipare la conclusione della serie, ma dal punto di vista narrativo l’ho trovata avvincente e stimolante sul piano della riflessione politologica.
La storia è un thriller politico, ambientato in Australia, si ispira a fatti veri tratti dai libri scritti da Chris Uhlmann e Steve Lewis, intitolati “The Marmalade files” e “The Mandarin Code”. La serie è stata trasmessa per la prima volta nel 2016, mentre in Italia la trasmissione della prima stagione risale al 2018. Ciò che mi intriga della serie è come il sistema politico, la comunicazione pubblica, gli interessi nazionali e internazionali si intreccino tra di loro e con le ambizioni personali dei protagonisti.
Ciò che emerge è il ruolo della stampa quando è indipendente, ben rappresentata dalla protagonista della serie TV, e la figura del premier. A differenza della comune vulgata un premier, pur se legittimato dal voto popolare, in realtà, può essere tenuto all’oscuro di ciò che membri del governo, vertici militari, consiglieri ecc. tramano nell’ombra alle sue spalle ed è per questa ragione che il personaggio del Primo Ministro australiano può essere stereotipo dei tempi in cui viviamo. In una delle puntate, nel pieno della tempesta politica che coinvolge tanto il suo governo quanto i maggiori vertici burocratici e militari del paese, mettendo in crisi le stesse relazioni internazionali con le due potenze che gravitano sull’Oceano Pacifico ossia USA e Cina, il primo ministro si sofferma ad ascoltare e riflettere sul discorso di addio del Presidente degli USA Dwight Eisenhower del 1961.
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Il comunismo nel buio (7)
Il Che fare? della cultura nell’epoca delle “passioni tristi”
di Eros Barone
Per il metodo dialettico, è soprattutto importante, non già ciò che, a un dato momento, sembra stabile, ma comincia già a deperire; bensì ciò che nasce e si sviluppa, anche se, nel momento dato, sembra instabile, poiché, per il metodo dialettico solo ciò che nasce e si sviluppa è invincibile.
Giuseppe Stalin
1. Il capovolgimento di Hegel: paradigma per ogni pratica materialistica della filosofia e della politica
Nel nostro confronto/scontro (un po’ come accade nella suggestiva evocazione dell’Operetta leopardiana intitolata Dialogo della natura e di un islandese, allorché quest’ultimo, “andando per l’interiore dell’Affrica, e passando sotto la linea equinoziale”, “ebbe un caso simile a quello che intervenne a Vasco di Gama”, e cioè che “il Capo di Buona Speranza, guardiano dei mari australi, gli si fece incontro, sotto forma di gigante, per distorlo dal tentare quelle nuove acque”) si è affacciata, finalmente, una questione che “fa tremare le vene e i polsi”, e dalla quale anche noi, quale che sia il nostro grado di competenza, non ci faremo “distorcere”: il rapporto tra la filosofia hegeliana e il materialismo storico-dialettico di Marx e di Engels. Consapevole del carattere inevitabilmente stenografico, e perciò riduttivo, delle considerazioni che seguiranno, ritengo tuttavia necessario, nel confrontarmi con una replica, quale è quella di Ennio Abate, sostanzialmente evasiva e, nondimeno, protesa a contestare frontalmente le mie Tesi sul comunismo senza alcun supplemento di analisi, ma soprattutto senza la minima ammissione autocritica e senza alcuna concessione alle istanze marxiste-leniniste che le caratterizzano, prendere le mosse dalla classica formulazione di Lenin, secondo cui l’idealismo tedesco è una delle “tre componenti e fonti integranti del marxismo” (le altre, come è noto, sono l’economia politica classica e la rivoluzione francese).
In particolare, l’idealismo tedesco, la cui più alta espressione è rappresentata dalla filosofia di Hegel, è il motore del materialismo dialettico, che della teoria marx-engelsiana costituisce il nerbo. Soltanto Hegel, infatti, ha elaborato un sistema filosofico che è capace di rispecchiare l’intero processo storico, fino alla costruzione dello spirito assoluto, il quale include in sé tutte le filosofie del passato.
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Israele chiede aiuto agli Usa per la pulizia etnica di Gaza
di Davide Malacaria
Il capo del Mossad David Barnea si è recato negli Stati Uniti per chiedere aiuto per lo sfollamento dei palestinesi da Gaza, in particolare perché diano incentivi ai Paesi che potrebbero ospitarli: Etiopia, Indonesia e Libia. Un trasferimento “volontario”, ovviamente, dichiarano gli israeliani, che avverrebbe in seguito alla costruzione della famigerata “città umanitaria” di Rafah, dove dovrebbero essere ammassati tutti i gazawi.
Il viaggio di Barnea è coinciso con l’avvio di nuova operazione militare nel centro della Striscia, finora relativamente risparmiato perché vi sono detenuti gli ostaggi israeliani. Per cominciare, Israele ha ordinato ai residenti della città di Deir al-Balah di evacuare verso un’area già sovraffollata di derelitti, mentre lo Stato Maggiore sta studiando un piano per isolare tutta l’area centrale, con tutti gli orrori che ciò comporta.
I due avvenimenti sembrano segnalare un’inversione di tendenza. La scorsa settimana era trapelata la notizia che nei negoziati si era superato l’ostacolo del corridoio di Morag, che Israele voleva conservare per delimitare, attraverso questo e il corridoio Filadelfia che corre parallelo più a Sud, l’area di Rafah, sulla quale edificare il campo di concentramento umanitario.
Il cedimento di Netanyahu sul Morag veniva interpretata come la fine di tale prospettiva, che l’amministrazione Trump, per bocca di Steve Witkoff, aveva bocciato. Il viaggio di Barnea e la nuova strategia israeliana segnalano che le cose sono cambiate.
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Dell’intelligenza artificiale generativa e del mondo in cui si vuole vivere
di Gioacchino Toni
Antonio Santangelo, Alberto Sissa, Maurizio Borghi, Critica di ChatGPT, Prefazione di Juan Carlos De Martin, Postfazione di Marco Ricolfi, elèuthera, Milano 2025, pp. 160, € 15,00
Il nostro tentativo è di decostruire pezzo per pezzo le narrazioni troppo entusiastiche sul futuro che ci attende grazie a ChatGPT e all’intelligenza artificiale generativa nel suo complesso, mostrando quali sono le questioni più spinose che questi sistemi ci costringono ad affrontare oggi (p. 17).
Questa, in estrema sintesi, l’intenzione che ha mosso Antonio Santangelo, Alberto Sissa e Maurizio Borghi nella stesura del volume Critica di ChatGPT (elèuthera, 2025) «prendendo spunto dalle conversazioni tra una serie di studiosi ed esperti di IA generativa, all’interno della mailing list del Centro Nexa su Internet e Società del Politecnico di Torino, all’incirca dal febbraio del 2023 a oggi. Si tratta, dunque, di un lavoro che si basa sull’intelligenza collettiva di un gruppo di persone molto eterogeneo e interdisciplinare, che si occupa di intelligenza artificiale e desidera allo stesso tempo comprenderla e contribuire a realizzarla» (p. 12).
Come sintetizza Marco Ricolfi nella Postfazione del volume, questo «si compone di tre blocchi: uno fenomenologico (che cos’è Chatgpt), l’altro antropologico-politico (che impatto ha sulle nostre società), l’ultimo legal-istituzionale (quali sono i punti di crisi giuridici). Questi sono presentati con la tecnica della meta-narrazione e quindi attraverso un’esposizione polifonica delle diverse facce del dibattito in corso» (p. 141).
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Medioriente, dalla Via della Seta alla Via della Morte Siria, ma non finisce qui
di Fulvio Grimaldi
https://youtu.be/vj1vaL33BPc
Siria, non finisce qui (con Fulvio Grimaldi @MondocaneVideo )
Qui una sintesi del video
E le stelle (d’Europa) stanno a guardare, mentre la fine si avvicina. Quella dei palestinesi? No, quella dello Stato sionista. Non ci vuole Dante per vedere come, nella Storia, ogni criminale corre verso il contrappasso.
Con l’intervento in Siria, che del resto, bombarda impunito da 14 anni, lo Stato nato e formato e vissuto nell’illegalità e nel sopruso, ha aperto un altro fronte dei sette su cui imperversa, 7 di 16 paesi arabi più Iran (di cui tre dei maggiori già neutralizzati). Uno Stato illegittimo di 9 milioni di immigrati e una popolazione espropriata e ostile di quasi pari entità (senza calcolare 5 milioni di profughi che contano di tornare a casa), utilizza la massima parte delle sue risorse (di cui nessuna naturale e tutte assegnate) per sterminare autoctoni e popoli vicini ed espandere la lebbra delle occupazioni coloniche.
In Siria, Israele ha azzannato un boccone che rischia di andargli di traverso. Improvvisamente lo Stato degli Ebrei di cui le minoranze arabe musulmane e cristiane non sono ovviamente cittadine a pieno titolo, appare isolato. Lo squartamento del paese vicino, un tempo democraticamente unito nelle sue confessioni ed etnie, socialmente equo, di una resilienza tale da aver resistito a 14 anni di assalti della triade turco-israelo-atlantici (oggi al potere) e del suo mercenariato terrorista, presenta una prospettiva di scontro plurimo e di difficile esaurimento.
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Avete capito dove ci stanno portando?
di Carlo Lucchesi
Ho letto e ascoltato interventi di autorevoli esperti sempre più convinti che stiamo andando incontro a una guerra fra Europa, con o senza Nato, e Russia. E’ vero che una guerra di USA, Nato ed Europa contro la Russia è in corso da tre anni in Ucraina, ma adesso si parla della guerra diretta, quella con tutti gli eserciti schierati a combatterla. Questa previsione non mi convince e a mio parere rischia di farci perdere di vista i pericoli veri, uno che incombe sempre più minaccioso, l’altro che ha già preso la forma della realtà.
Quel tipo di guerra fra Russia ed Europa non può esserci. Nessuno può pensare che sia la Russia a promuoverla. Ci sono mille buone ragioni che escludono questa eventualità, la prima delle quali è che la Russia non ha il minimo interesse a farlo, anzi, ha l’interesse opposto, ovvero avere con l’Europa buoni rapporti e scambi commerciali reciprocamente utili. Possono dirlo, facendo finta di crederci e provando a convincere i rispettivi popoli, soltanto politici e giornalisti prezzolati o semplicemente proni a volontà e interessi che hanno deciso di servire, mestiere che non richiede intelligenza e neppure l’uso della ragione.
Ma è impossibile anche pensare che sia l’Europa ad avviare la guerra con la Russia. Non perché manchi una qualsiasi motivazione. L’Occidente ha fatto per secoli guerre, massacri e genocidi senza alcuna giustificazione.
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False flag rivisitate. Srebrenica-Isis, certezze o dubbi?
di Fulvio Grimaldi
Nei giorni scorsi abbiamo dovuto subire il tornado, ricorrente intorno a ogni dannato 11 luglio, del trentennale del cosiddetto massacro, per molti genocidio, di Srebrenica in Bosnia che, secondo i celebranti, sarebbe avvenuto quel giorno dell’anno 1995, a conclusione della guerra di disfacimento della Federazione jugoslava. Per inciso, nella furia di commemorare quell’evento, arricchito costantemente di nuove macabre scoperte di salme dissotterrate e da dissotterrare negli anni a venire, anche ben trent’anni dopo, neanche il più rispettabile cronista o commentatore riesce a osservare almeno un frammento della buona regola del dubbio, visto il cui prodest, o almeno dell’attenzione a versioni altre del fatto.
Che pure ci sono. E abbondanti e autorevoli, condotte con strumenti di verifica storica e scientifica. Tale è la disponibilità, tra indolenza, complicità e assoggettamento a quanto prevale nella narrazione pubblica, irrobustita da un’alluvione di immagini e testimonianze dirette, date per inoppugnabili. Ogni voce alternativa, ogni seme di dubbio, magari della dimensione di un granello di sabbia nel potentissimo ingranaggio, ha ormai assunto il carattere della blasfemia. 8000 vittime s’è detto e 8000 restano.
E’ una cifra che fa colpo. Non per nulla sarebbero 8000 anche i curdi sterminati da Saddam ad Halabja. Altro evento contestato, perfino dagli americani. Eppure, se 8000 fanno genocidio, cosa fanno i 150.000 calcolati da Harvard e Lancet a Gaza? Per Radio Radicale, 8000 sarebbero i trucidati dal regime siriano di Assad. Qualcuno ha contato 8000 vittime del Covid a Wuhan e 8000 precise sarebbero le vittime annuali dell’influenza in Italia e figuriamoci se non erano 8000 gli ebrei italiani deportati in Germania, mentre quanti pensati che siano, per Repubblica, i minori morti per incidenti stradali in Europa se non 8000? Come erano certamente 8000, prima ancora che qualcuno arrivasse munito di pallottoliere, i morti del terremoto 2016 tra le impenetrabili montagne del Nepal.
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Il conflitto di civiltà odierno
di Michael Hudson
Questo è un articolo importante di Hudson, che offre un’altra importante prospettiva storica a lungo termine, qui sull’uso del commercio come strumento di sfruttamento coloniale. Tuttavia, mi sento in dovere di mettermi il cappello da pignolo e di offrire qualche cavillo.
Il primo è l’uso del termine “libero scambio”. Viviamo in un sistema di scambi regolamentati. I beni importati devono ancora rispettare standard di sicurezza e spesso specifici per quanto riguarda i contenuti. Esistono anche barriere commerciali non tariffarie. I giapponesi non amano la carne di manzo o il riso americani, considerandoli (giustamente) di qualità inferiore. Sono particolarmente diffidente nei confronti del termine “libero” usato in relazione agli accordi economici perché è stato propagandato con grande successo dai libertari (si veda ad esempio il libro di Milton Friedman “Liberi di scegliere” e la sua serie correlata della PBS, a dimostrazione della durata di questa campagna). Sarei stato più soddisfatto di una definizione del termine “libero scambio” e di un minore affidamento sulla parola “libero”, che ormai porta con sé un peso eccessivo.
In secondo luogo, la Cina, correttamente presentata come un ripudio dell’economia neoliberista, non è stata trattata dagli interessi occidentali, in questo caso dalle moderne multinazionali che hanno influenza politica, come un tipico progetto di estrazione coloniale ricca di risorse. Gli Stati Uniti hanno fatto sì che l’OMC ignorasse le proprie richieste per l’ammissione della Cina all’inizio degli anni 2000.
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Il popolo ucraino batte un colpo. Migliaia in piazza contro Zelensky
di Mario Colonna
Migliaia di persone sono in piazza in diverse città dell’Ucraina, come Kiev, Leopoli, Odessa e Dnipro, per protestare contro il governo Zelensky.
A innescare la protesta delle piazze è stata l’approvazione in Parlamento di una legge che ha per oggetto l’indipendenza dei due maggiori organi dell’anticorruzione nel Paese.
La nuova legge sulle agenzie anticorruzione
La nuova norma prevede infatti che il Nabu (Ufficio nazionale anticorruzione) e la Sapo (Procura specializzata anticorruzione) debbano rispondere al Procuratore generale, ossia una figura politica nominata direttamente dal presidente, perdendo di fatto la necessaria autonomia rispetto all’esecutivo per lo svolgimento delle proprie funzioni.
La misura è stata voluta e sostenuta in maggioranza dal partito fondato dal presidente Zelensky nel 2017, Servitore del Popolo, ma è stata votata anche dal partito di Petro Porošhenko, Solidarietà europea.
Gli “oligarchi” votano con Zelensky
Porošhenko è un imprenditore, o un “oligarca” come amano dire i quotidiani italiani, di successo arricchitosi con lo smantellamento della Repubblica socialista sovietica ucraina negli anni Novanta e “sceso in campo” a cavallo del nuovo Millennio.
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L'eterno "Drang nach Osten" europeo
di Giuseppe Masala
Dietro il conflitto latente tra Europa e Russia si nasconde il vecchio concetto della "spinta verso Est" teorizzato dai tedeschi. Che nient'altro è che l'eterno desiderio europeo di sottomettere e depredare la Russia
In questo turbolento snodo della Storia è davvero straordinario accorgersi come si ripetano costantemente gli stessi movimenti di fondo; si tratta di trame e di intrecci ricorrenti che si verificano costantemente soprattutto nella storia europea.
Certamente uno dei più straordinari esempi è quello del cosiddetto "Drang nach Osten", la spinta verso Est delle popolazioni germaniche alla ricerca di migliori condizioni di vita. Un fenomeno noto sin dal Medioevo e che nei secoli portò alla conquista e alla germanizzazione di territori slavi e baltici.
Nel corso dell'Ottocento questo fenomeno fu denominato da pensatori tedeschi – appunto – cone "Drang nach Osten": la spinta verso Est. A questo concetto in qualche modo “geografico” peraltro si intreccia anche l'ideologia – sempre ottocentesca – del pangermanesimo che teorizzava l'esigenza di riunire tutte le popolazioni germaniche in un unico impero, oltre al fatto che giustificava l'espansionismo sulla scorta di una presunta superiorità culturale tedesco. Da qui alla teorizzazione del “Lebensraum" dello "spazio vitale" di matrice nazista – come si può intuire – lo spazio è stato breve. Una ricerca dello spazio vitale che sotto il nazismo maturò, in una spinta verso est sulla punta di lancia delle colonne corazzate della Wehrmacht giustificata dalla presunta superiorità razziale tedesca sulle popolazioni slave.
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Una notevole dichiarazione delle Brigate Al-Qassam
di Il Pungolo Rosso
La dichiarazione del portavoce delle Brigate Al-Qassam Abu Obaida, che qui riportiamo (*) è notevole almeno per due aspetti.
Anzitutto perché mostra che nonostante i terribili colpi ricevuti, la resistenza palestinese a Gaza si sta riorganizzando per una lunga guerra di logoramento contro l’esercito occupante. Un logoramento che ormai viene ammesso pubblicamente perfino in Israele, mentre non compare mai sui “nostri” giornali e nelle “nostre” tv.
1 soldato israeliano su 8 tra quelli che hanno agito a Gaza, è “mentalmente inidoneo” a tornare in servizio, ha accertato l’università di Tel Aviv, poiché soffre di sintomi gravi di disturbo post-traumatico (PTSD), ed è in crescita il numero dei suicidi – ufficialmente sono soltanto 42, ma nei primi giorni di luglio ne sono avvenuti almeno 5. Sui morti e i feriti la banda Netanyahu tace o mente; è certo – però – che sono in numero rilevante, tant’è che il suo governo è da tempo alla ricerca di mercenari. E, a rischio addirittura di cadere, vorrebbe – dato lo stato di necessità – reclutare anche gli ultra-ortodossi.
Nonostante decine di migliaia di morti e centinaia di migliaia di feriti; nonostante la decimazione del quadro dirigente della resistenza; nonostante l’attività delle milizie traditrici di Shabab, Khanidek e Khalas al soldo di Fatah e di Israele; nonostante il sadismo dell’operazione Gaza Humanitarian Foundation con i massacri a ripetizione delle persone che cercano un po’ di cibo o di acqua; nonostante l’illimitata quantità di bombe, mezzi, munizioni, risorse energetiche e di spionaggio messi a disposizione dello stato sionista dai suoi grandi protettori (Stati Uniti e Unione europea) e dai suoi grandi e piccoli complici sparsi in tutto il mondo; la resistenza palestinese non alza bandiera bianca.
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Fermiamo il distopico piano “migliorato” di Israele per i campi di concentramento
di Medea Benjamin
Il momento di fermare il piano distopico di Israele non è domani. È adesso. Alzatevi. Fate sentire la vostra voce. Inondate le strade. Bombardate il Congresso. Chiedete che venga fatta giustizia. Fermate il piano. Salvate Gaza. Prima che sia troppo tardi
È triste constatare che la stanchezza nei confronti del genocidio ha preso il sopravvento, poiché l’indignazione mondiale non ha smosso l’unico attore che potrebbe fermare il massacro di Israele, gli Stati Uniti. Le foto di bambini affamati hanno provocato un recente picco di condanne, ma non hanno fatto alcuna differenza. Gli Stati Uniti e Israele continuano ad accumulare il loro senso di estrema legittimità mentre aggiungono nuovi episodi al loro elenco di orrori, dalle sanzioni contro la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese al piano di formalizzare lo status di Gaza come campo di concentramento, che Israele chiama, in un insulto all’intelligenza, “città umanitaria”. Cavolo, come un campo estivo ma senza cibo, medicine o acqua pulita?
Se aveste prestato attenzione, Gaza prima del 7 ottobre veniva regolarmente descritta come un campo di concentramento a cielo aperto. Il post di Medea Benjamin qui sotto spiega che questo nuovo campo di concentramento è presentato come una tappa intermedia verso l’espulsione dei palestinesi, che è pulizia etnica e vietata dal diritto internazionale, non che Israele e gli Stati Uniti siano vincolati da tali sottigliezze. Tuttavia, come i lettori ben sanno, Israele e gli Stati Uniti stanno cercando di convincere altre nazioni ad accogliere i palestinesi che vengono allontanati con la forza.
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L’arte di cucinare il collasso
di Matteo De Giuli
Maoismo climatico, decrescita, nuova sinistra: appunti su “Il capitale nell’Antropocene” di Saitō Kōhei
Gira molto un video in cui Žižek riassume la crisi della sinistra mondiale mentre, calcandosi in testa una toque blanche, prepara le fettuccine. Intanto che impasta uova e farina, e dopo essersi annunciato in camera come Chef Slavoj, dice che il capitalismo sta entrando nella sua crisi finale, e che questo stato avanzato di disgregazione non è più un sogno o una paura ma un dato di fatto, chiaro anche ai capitani di industria più moderni e scafati come Musk, Zuckerberg e Bezos. A raccogliere le opportunità di questa crisi non c’è però una sinistra organizzata, e tutto quello che abbiamo davanti – intanto Žižek gira la manovella della macchina della pasta – è una decadenza prolungata.
L’ascesa di ogni fascismo è, dopotutto, la traccia di qualche rivoluzione fallita, e la sinistra in questi anni ha fallito, ha appiattito la sua proposta, si è mostrata la più leale alleata dell’austerità, dice Žižek, alludendo ovviamente a quel centrosinistra – liberale, socialdemocratico – che negli ultimi trent’anni si era convinto di potersi avvicinare in maniera propizia al mercato, di poter e dover battere le destre attuando prima di loro, più rigorosamente, o più propriamente, le politiche conservatrici, trasformandosi insomma in un centrodestra più moderno, a modo, popolato magari di gente seria e preparata.
Ora che la situazione sembra destinata al definitivo collasso, potremmo però scoprirci più liberi: i buoni motivi per rinviare la costruzione di un futuro radicalmente diverso sono sempre più esili, se ancora ci sono.
Così, riprende Žižek, oggi non ha più ragion d’essere lo scontro tra destra moderata e sinistra moderata, il nuovo fronte elettorale è piuttosto quello dell’establishment contro i populismi. Populismi che hanno riempito il vuoto creato dal fallimento della sinistra. Siamo chiusi in un circolo vizioso che può essere disfatto soltanto dalla nascita di una nuova sinistra. Che però fatica a emergere. L’unica possibilità di futuro, in queste condizioni, rimane quella di un capitalismo ancora più autoritario.
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BRICS 2025: il nuovo paradigma del Sud globale
di Marco Consolo
Lo scorso 6 e 7 luglio a Rio de Janeiro si è svolto il 17° Vertice dei BRICS+. Tema centrale: “Rafforzare la cooperazione del Sud globale per una governance più inclusiva e sostenibile”. In un contesto internazionale di riassetto geopolitico, attraversato da guerre e tensioni armate, crisi sistemiche e una crescente fragilità dell’ordine multilaterale, il vertice BRICS 2025 ha segnato un punto di svolta nella postura geopolitica del Sud globale.
Per la terza volta, il Brasile ha accolto la riunione dell’alleanza, dopo gli incontri del 2014 (a Fortaleza) e del 2019 (a Brasilia). Nonostante i tentativi diplomatici di ridurre l’attrito con l’Occidente, le divergenze strutturali con Washington si sono acuite, in particolare con il presidente Donald Trump, che ha minacciato ritorsioni commerciali contro i Paesi allineati al blocco.
“Il mondo è cambiato. Non vogliamo un imperatore, siamo Paesi sovrani” ha dichiarato Luiz Inácio Lula da Silva, presidente brasiliano e anfitrione del summit, rispondendo alle provocazioni statunitensi. Lula ha anche sottolineato che i Paesi colpiti potrebbero rispondere con proprie tariffe, cosa che lo stesso Brasile ha attivato nei giorni seguenti, come risposta all’imposizione di quelle di Washington.
Con la legittimità occidentale sepolta sotto le macerie di Gaza, lo scontro era inevitabile. Le differenze riguardano due diverse visioni del mondo. Fin dall’adozione del motto del suo 17° vertice, i BRICS hanno chiarito di essere favorevoli alla “…cooperazione con il Sud globale, verso una governance multilaterale più inclusiva e sostenibile”, in opposizione alle politiche escludenti, unilaterali ed egemoniche del G-7 e degli Stati Uniti.
L’artiglieria mediatica occidentale ha speculato sull’assenza fisica di Vladimir Putin e Xi Jinping al vertice, proiettando l’immagine di un blocco indebolito, pieno di contraddizioni insanabili e non in grado di andare avanti.
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Lettere dal Sahel XIX
di Mauro Armanino
Patrie
Niamey, marzo 2025. Dimentichiamo troppo spesso che tutti, in questa terra, siamo stranieri. Arriviamo da clandestini, transitiamo come migranti, viviamo spesso da rifugiati e partiamo senza documenti di viaggio. Le frontiere che delimitano i Paesi, le Nazioni o le Patrie sono delle costruzioni politiche validate dalle consuetudini o come realtà riconosciuta dal diritto. Tutto è precario nell’assunzione dell’inevitabile fragilità che attraversa tutte le umane istituzioni. Eppure ci si ostina a rendere eterno, immortale, divino e dunque atto a richiedere sacrifici umani un’entità in balia di contingenze storiche.
Non casualmente, a l’occasione della festa che ricorda la nascita della nazione, si organizzano spesso sfilate militari che vorrebbero rassicurare i cittadini della protezione contro i nemici, interni e soprattutto esterni della patria. D’altronde il dizionario ricorda bene che... Il termine patria deriva dal latino pater «padre» e indica in generale la terra natale, la terra dei padri, vale a dire il Paese, il luogo e la collettività cui gli individui si sentono affettivamente legati per origine, storia, cultura e memorie. Si tratta di una paternità esclusiva dove l’identità del cittadino si lega a quella della patria.
Da questo termine derivano gli altri che conosciamo, patriota, patriottismo, combattente per la patria o traditore della patria. Naturalmente il significato dipende dal momento, dai rapporti di forza, dai condizionamenti culturali, ideologici o religiosi. Gli organizzatori delle guerre e cioè i fabbricanti di armi, di confini e di interessi legati al mutevole capitalismo globale, usano con dovizia gli accenti romantico- identitari che la patria offre ai migliori acquirenti.
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Provaci ancora, Stalin!
di Leo Essen
Quando, nel Novecento, diventa chiaro che l’uomo, oltre a essere stato assemblato a casaccio nella natura, pensa anch’egli a casaccio – dunque non secondo un piano, ma davvero sparando a caso – e che, di tutti i brillanti teoremi che vengono alla luce, non c’è un principio che li giustifichi, così come non c’è un piano divino dietro alla meraviglia del corpo umano, allora si iniziano a cercare teorie che spieghino il funzionamento dello spirito umano senza ricorrere all’intervento di un demiurgo, di un autore, di un soggetto: è qui che ha inizio la decostruzione del soggetto.
Sono prodotte montagne di studi che puntano a mostrare il funzionamento di sistemi complessi a-teleologici. La biologia è in prima linea, seguita dalla linguistica, dall’antropologia, dalla cibernetica, eccetera. Libri come La logica del vivente, Il caso e la necessità, La cibernetica: controllo e comunicazione nell’animale e nella macchina, Autopoiesi e cognizione, la realizzazione del vivente, Sistemi che osservano, Un’ecologia della mente, Saggi di linguistica generale, eccetera, diventano best sellers. Non mancano tentativi di estendere queste teorie ad altre discipline, persino al marxismo sovietico.
Se tutto si muove e tutto è collegato, come spiegare la stabilità relativa che sta alla base del riposo, e come strutturare l’interdipendenza universale se non è gerarchizzata? Se tutto, in primo luogo il pensiero, si organizza procedendo a casaccio, sparandole senza intenzione, come si arriva a una stazione di riposo e a un fermo immagine? Se il nuovo è emergente, il passato può veramente essere conservato nell’avvenire, o tutto è un deragliare continuo, un’erranza che non è nemmeno un errare o un errore?
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Padroni del mondo e servitù volontaria
di Marco Savelli
Cosa accomuna due autori come il filosofo della politica Mario Tronti e l’intellettuale keniota Ngugi wa Thiong’o? La convinzione che in questo allucinogeno ventunesimo secolo all’imposizione violenta della volontà dei più forti è subentrata la convinta sottomissione dei più deboli
«La servitù volontaria prende il posto della proibizione imposta» (Mario Tronti). E’ la tragica consapevolezza a cui arriva uno dei maggiori filosofi italiani ricordato come promotore negli anni ‘60 del secolo scorso del tanto discusso operaismo (Operai e capitale, 1966) e come spericolato incursore teorico armato di una volontà di ricerca mai quieta, mai pacificata, che lo porterà attraverso la cosiddetta autonomia del politico e il corpo a corpo con il grande pensiero conservatore novecentesco – Carl Schmitt in particolare – a un’ultima fase della sua vita in cui dopo aver ricoperto anche ruoli istituzionali – è stato Senatore della Repubblica – si sarebbe come fermato a riflettere sulla storia del secolo “grande e terribile” (il ‘900), fortemente intrecciata con la sua, in una condizione da lui stesso definita di monachesimo combattente lasciando il chiacchiericcio filosofico «ai tanti che fanno filosofia in piazza» [quasi tutti gli ospiti abituali degli insopportabili festival estivi…].
Il risultato di questa riflessione, inteso anche come lascito teorico della sua opera che attraversa sessant’anni di storia di questo Paese, è stato il testo postumo Il proprio tempo appreso col pensiero (Tronti è scomparso il 7 agosto 2023) che ho appena finito di leggere insieme a un altro volume all’apparenza appartenente a un altro mondo, un mondo completamente diverso, quello del Kenya, ex colonia britannica indipendente dal 1963: Decolonizzare la mente del grande intellettuale, scrittore e letterato africano Ngugi wa Thiong’o, scomparso anche lui poco tempo fa.
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In Ucraina Trump somiglia sempre più a Biden
di Roberto Iannuzzi
Chiuso lo spiraglio negoziale, torna la logica delle armi e il rischio di escalation
E’ probabile che chi ancora nutriva speranze nella possibilità che il presidente americano Donald Trump risolvesse il conflitto ucraino per via negoziale le abbia perse in questi giorni.
Una reale trattativa fra Russia e Ucraina non è mai decollata, e la bizzarra mediazione dell’amministrazione Trump (gli Stati Uniti sono parte cobelligerante piuttosto che arbitro) è stata inefficace fin dall’inizio . Ma gli eventi di questi giorni segnano uno spartiacque probabilmente definitivo.
Dopo una breve pausa nell’invio di armi a Kiev apparentemente motivata dall’assottigliarsi delle riserve americane, lo scorso 7 luglio Trump ha annunciato la ripresa delle forniture giustificandola con gli intensificati attacchi russi e l’urgente bisogno di sistemi di difesa aerea da parte dell’Ucraina.
L’amministrazione ha pertanto deciso di prelevare dalle riserve del Pentagono armi per un valore di 300 milioni di dollari in base alla Presidential Drawdown Authority (PDA), per mandarle a Kiev.
E’ la prima volta nel suo secondo mandato che Trump fa ricorso alla PDA, uno strumento abitualmente utilizzato dal suo predecessore Joe Biden.
La decisione è coincisa con un cambio di toni da parte del presidente USA, che per la prima volta ha impiegato un linguaggio molto aspro nei confronti del presidente russo Vladimir Putin, accusato di “uccidere un sacco di gente” e di non far seguire alle parole azioni concrete.
Trump e i sostenitori della “linea dura”
Sebbene il presidente americano ci abbia abituato da tempo a repentini cambi di rotta e improvvisi sbalzi d’umore, il differente approccio nei confronti di Mosca è parso nei giorni successivi come qualcosa di meno estemporaneo.
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I valletti dell'Apocalisse
I governi occidentali e l'impunità di Israele
di Alberto Toscano
La responsabilità dei governi occidentali nel genocidio in corso a Gaza è enorme. Ciò che sta emergendo con chiarezza è il fallimento conclamato del cosiddetto «ordine internazionale liberale». Un ordine che non solo non ferma i genocidi, ma legittima e protegge la violenza sistematica di Israele, che viene per definizione considerata un atto di autodifesa. Mentre si concede carta bianca a Netanyahu, i governi dell'Occidente continuano a intrecciare proficui rapporti con il suo complesso militare-industriale.
Come ci ricorda Alberto Toscano, nel suo rapporto From Economy of Occupation to Economy of Genocide la relatrice speciale dell'Onu Francesca Albanese è esplicita: «se il genocidio non si è fermato, è anche perché è un’impresa redditizia. Rende, e rende molto».
Le lezioni della guerra in Iraq sono ancora davanti ai nostri occhi: la complicità delle élite «democratiche» occidentali producono effetti duraturi, e continueranno a farsi sentire per anni.
* * * *
Il 2 luglio, il Parlamento britannico ha votato per inserire il gruppo Palestine Action nella lista delle organizzazioni terroristiche. La decisione è arrivata dopo l’ultima azione diretta del gruppo, avvenuta il 20 giugno, quando alcuni attivisti hanno danneggiato due aerei da rifornimento in volo Voyager presso la base di Brize Norton, da cui partono regolarmente voli verso la RAF Akrotiri, la base situata a Cipro da cui sono decollati centinaia di voli di sorveglianza su Gaza. Mentre il governo britannico insiste sul fatto che le operazioni di ricognizione sono finalizzate esclusivamente alla localizzazione e al salvataggio degli ostaggi, gli attivisti sostengono che la condivisione di informazioni d’intelligence con Israele implichi la complicità del Regno Unito in crimini di guerra.
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