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Nove anni fa il golpe dell’Europa contro Berlusconi
di Thomas Fazi
Oggi ricorre il nono anniversario di una delle pagine più buie della moderna storia italiana ed europea: l’insediamento del governo tecnico di Mario Monti a seguito del “golpe bianco” della BCE contro il governo Berlusconi. Purtroppo, come per tante delle trame oscure che hanno costellato la storia del nostro martoriato paese, è un episodio che molti ancora oggi fanno fatica a mettere a fuoco. Vediamo dunque di ricostruire per sommi capi gli eventi di quelle fatidiche settimane di nove anni fa.
È l’estate del 2011. Il paese è nel pieno della furia speculativa contro i titoli di Stato italiani. Ad agosto, un clima politico già surriscaldato si arroventa ulteriormente quando viene fatto trapelare sui giornali il contenuto di una lettera – in teoria destinata a rimanere segreta – inviata al governo italiano da Mario Draghi, che di lì a pochi mesi avrebbe assunto ufficialmente la carica di presidente della BCE, e dal suo predecessore Jean-Claude Trichet.
In essa, i vertici della BCE intimano al governo italiano «una profonda revisione della pubblica amministrazione», compresa «la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali», «privatizzazioni su larga scala», «la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari», «la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale», «criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità» e persino «riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali». Tutto ciò, si dice, al fine di «ripristinare la fiducia degli investitori».
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Recovery Plan: restaurazione o ravvedimento?
di Paolo Cacciari
Le aspettative intorno ai fondi Ue sono alte quasi quanto quelle per il vaccino. Due cose sono certe: il Patto di stabilità è stato improvvisamente sospeso, l’austerity sembra un brutto ricordo; il market system è capace di fare cose che, per dirla con l’androide Roy di Blade Runner, noi umani nemmeno sappiamo immaginarci. Intanto assistiamo a un gran fermento di ricerche e discussioni, con proposte non prive di trabocchetti, appare evidente come, per far fronte alla sempre più grave crisi climatica e alla devastante crisi economica, il Recovery end Relience Plan andrebbe strappato dalle mani degli economisti. Sui rischi, le contraddizioni e le opportunità che riguardano i fondi Ue, è difficile trovare un articolo più dettagliato, comprensibile e utile come questo di Paolo Cacciari
1. La strategia Next Generation Eu varata un anno fa dalla nuova Commissione europea e il suo principale strumento operativo, il Recovery and Resilience Facility da 672,5 miliardi di euro, tra sovvenzioni a fondo perduto e prestiti a tassi contenuti e rimborsabili a lunga scadenza, entro il 2058, hanno aperto speranze e aspettative, pur permanendo ancora molte incertezze sulle modalità concrete di erogazione.
Il combinato disposto tra le necessità di fronteggiare la crisi sanitaria (attraverso il Programma anti-pandemico della Banca centrale europea Pandemic Emergency Purchase Programme, PEPP) e il riscaldamento climatico (con il piano di investimenti dell’European Green Deal) ha scardinato l’impianto teorico del neoliberismo e il suo dogma monetarista. Si chiude un lungo ciclo quarantennale di politica economica codificato in Europa dal Trattato sull’Unione di Maastricht del 1992. Il Patto di stabilità è stato “sospeso”, l’austerity sembra un brutto ricordo e la Banca centrale europea è stata autorizzata a creare moneta attraverso l’acquisto dei titoli del debito pubblico degli stati e l’erogazione di “stimoli monetari” “non convenzionali”, inaugurati già da Mario Draghi con il Quantitative Easing.
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L’infondata leggenda del Recovery Fund
di Leonardo Mazzei
La leggenda secondo cui il Recovery Fund avrebbe cambiato l’Europa, ponendo fine all’austerità per iniziare un nuovo periodo di espansione economica, è una clamorosa bufala. Una gigantesca fake news, per chi ama gli anglicismi. Chi scrive non ha mai avuto dubbi sul punto, ma adesso ci giunge in aiuto un’attenta analisi del professor Gustavo Piga sulla Nota di Aggiornamento del Def (Nadef).
Premesso che in tempo di Covid i numeri contenuti nei documenti previsionali valgono quel che valgono, cioè quasi nulla, resta però interessante lo schema di ragionamento che il decisore politico ha posto come cornice al quadro previsionale. Mentre i numeri sono destinati ad essere smentiti, riaggiornati e rismentiti, quello schema di ragionamento resta invece la traccia indelebile di una precisa impostazione politica: quella degli euroinomani impenitenti, che scrivono di “espansione” anche quando sanno benissimo che avremo invece la solita austerità. Tra questi adoratori del “Dio Europa” il ministro Gualtieri non è l’ultimo arrivato.
Ecco così la sua Nadef 2020, come sempre co-firmata col Presidente del consiglio Giuseppe Conte. Su di essa il giudizio di Gustavo Piga è stroncante.
Diamo la parola a Piga
«La manovra economica del governo che pare espansiva e invece non lo è», questo il titolo chilometricamente liquidatorio del suo articolo. E non lo è – spiega Piga – proprio perché il tanto sbandierato Recovery Fund verrà utilizzato in tutt’altro modo. Probabilmente perché, questo lo aggiungiamo noi, non potrebbe essere diversamente proprio in virtù delle clausole previste da quel fondo, tanto decantato dai media quanto volutamente sconosciuto nei suoi meccanismi essenziali.
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Il frutto marcio del Recovery Fund
di coniarerivolta
La situazione dei contagi in Italia e in Europa peggiora di giorno in giorno. Il sistema sanitario, sfiancato da anni di austerità, mostra, oggi come durante la scorsa primavera, tutte le sue difficoltà nel gestire la nuova fase dell’emergenza. Nuove chiusure hanno riguardato alcune attività commerciali e alcuni sciacalli continuano opportunisticamente a tirare in ballo il MES, affermando con franchezza che sarebbe la via per legare le mani alla politica economica. La cronaca politica, tuttavia, con un afflato messianico, è da mesi impegnata a cantare le magnifiche sorti e progressive del Recovery Fund. Di questo strumento ci siamo già occupati, mostrandone tutte le criticità. Ora, tuttavia, sembra che sia la sua stessa impalcatura a scricchiolare. È infatti arrivata dalla Spagna, seguita a ruota dal Portogallo e forse dalla Francia, la notizia che il governo di Pedro Sanchez vuole rinunciare ai circa 70 miliardi di prestiti che le spetterebbero dal Recovery Fund pur rimanendo interessato ad ottenere i circa 72 miliardi di contributi a fondo perduto. Anche alla luce di ciò, riteniamo opportuno ripassare quale sia la struttura di questo programma, quali le insidie e a quale punto sia la sua implementazione.
Come abbiamo già avuto modo di raccontarvi, il Recovery Fund è un programma di finanziamento di 750 miliardi di cui 360 miliardi di prestiti e 390 di contributi a fondo perduto, da spalmare nel triennio 2021-2023. Tuttavia, come sappiamo, il diavolo si annida nei dettagli. Nonostante le cifre roboanti, il Recovery Fund, da un lato, rappresenta un programma di rilancio economico del tutto inadeguato rispetto alla gravissima crisi e dall’altro, invece, si qualifica come un efficace lubrificante dei meccanismi di controllo europeo sulle politiche nazionali portando con sé un pesante e certo carico di austerità e riforme.
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Il Recovery Fund non salverà l’Italia dall’austerità
di Francesco Saverio Luciani
La tragicità della situazione lavorativa italiana appariva già nel 2013, quando l’Ikea di Pisa metteva 200 nuovi posti di lavoro sul mercato. Al bando si sarebbero presentati in 28000. Tutti giovani disoccupati. Tutte vite future senza speranza. Un triste scorcio su quello che sarebbe stato il futuro del paese dove, ancor prima della scoppio dell’attuale crisi, il tasso di disoccupazione giovanile risultava pari al 28% con picchi oltre il 50% nel sud. Se, in aggiunta ai disoccupati ufficiali, vengono presi in considerazione anche i sottoccupati e gli scoraggiati, allora il tasso di disoccupazione effettivo superava già il 20%, mentre il numero di italiani in povertà assoluta è passato dai 2 milioni del 2008 ai 5 di oggi. E tali numeri ancora non tengono conto della crisi dovuta al coronavirus, i cui effetti non stati ancora del tutto stimati.
Eppure tutto ciò non è il frutto di eventi eccezionali, bensì la manifestazione di una profonda crisi strutturale, le cui origini vanno ricercate almeno a partire dall’inizio degli anni ’90. «Lost in deflation»: è con tale titolo che, poco più di un anno fa, l’economista olandese Servaas Storm dipingeva il quadro dell’economia italiana. «Persa nella deflazione»: con tale monito il professore della Delft University of Technology descriveva l’esito, inevitabile, del modello economico sperimentato dal Bel Paese a partire dall’inizio degli anni ’90.
Come tenta di dimostrare l’economista olandese, l’impoverimento e la perdita di ricchezza che hanno riguardato l’intera popolazione italiana mostrano una drastica svolta a partire dal 1992. Di fatti, fino all’inizio degli anni ’90, l’Italia aveva goduto decenni di una robusta crescita economica, durante i quali era riuscita a toccare il PIL pro capite delle altre principali nazioni della futura zona euro, Francia e Germania comprese, e la cui ricchezza era oltremodo testimoniata dal maggior risparmio privato al mondo, stabilmente sopra il 20% del reddito medio delle famiglie italiane.
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La lotta all’UE nella strategia dei comunisti
di Redazione politica
L’Ordine Nuovo ha inaugurato alcune settimane fa sulle sue pagine una rubrica su l’Unione Europea. L’obiettivo dichiarato è favorire la discussione su una tematica complessa, le cui differenti visioni concorrono a dividere il movimento comunista a livello internazionale e all’interno dei vari Paesi. Questi contrasti, in alcuni casi, rispecchiano differenze profonde: valutazioni dissimili sulla natura delle istituzioni borghesi e nella concezione dello Stato, letture antitetiche dello scontro interimperialista. In altri casi, invece, il centro del dibattito non è tanto la natura dell’UE o la sua riformabilità, quanto differenti impostazioni tattiche che, complice l’arretratezza dello scontro di classe, finiscono per tradursi in un dibattito sulle intenzioni dai pochi risvolti reali, più utile a dividere che a fare i necessari passi in avanti nell’elaborazione.
Sul carattere irriformabile e reazionario dell’UE ci siamo soffermati già precedentemente,[1] evidenziando come essa sia stata strumento per l’abbattimento delle condizioni di vita dei lavoratori e abbia favorito i processi di riduzione degli spazi democratici, sdoganando, attraverso l’attività di lobbying, le pressioni delle grandi aziende private sugli indirizzi politici ed economici dell’Unione. Continue conferme della giustezza di questa lettura arrivano dalla quotidianità delle politiche europee che seguiremo a trattare nei nostri articoli.
Qui vogliamo, piuttosto, parlare di quale sia il compito dei comunisti nella battaglia contro l’UE con quanti condividono con noi la convinzione che nessuna Europa dei popoli sia possibile in regime capitalistico, che l’Unione Europea sia un’alleanza imperialista attraverso la quale il capitale monopolistico europeo persegue i propri interessi e che, per questa loro natura, le istituzioni europee siano irriformabili ed intrinsecamente contrarie agli interessi dei popoli europei.
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Niente paura, arrivano i mostri!
di Francesco Cappello
Lo stato delle cose nel nostro paese
Quasi 5 milioni in povertà estrema, circa 9 milioni in povertà relativa, 14 milioni gli inattivi che hanno rinunciato a cercare lavoro né si dedicano alla formazione, 2 milioni di disoccupati; il 12% di chi lavora è sulla soglia della povertà a causa di salari troppo bassi, 4,3 milioni di lavoratori part-time di cui 2 su 3 non per scelta ma perché costretti. Nel frattempo la produzione industriale si è quasi dimezzata. Il settore turistico e il suo indotto ridotti allo stremo. Le imprese a rischio default con il coronavirus sono il 65% delle Pmi italiane; Più di 8 milioni i lavoratori in cassa integrazione mentre, come si sa, il termine del divieto di licenziamento imposto dal governo avrà termine, a meno di proroghe, a fine anno. Nel frattempo cominciano i primi provvedimenti nel segno della ripresa delle riforme strutturali nel solco della nostra ormai triste tradizione: quota 100 è in corso di smantellamento (la legge Fornero non è mai stata abrogata) e cominciano i primi attacchi al cosiddetto reddito di cittadinanza. In prospettiva è prevedibile una recrudescenza delle politiche di avanzo primario ormai quasi trentennale.
Piuttosto che alle soluzioni concrete e percorribili nell’immediato in grado di valorizzare le nostre immense risorse endogene (vedi piano di salvezza nazionale) il governo pensa ad indebitarci ulteriormente e a cronicizzare il vincolo esterno che ha almeno due componenti fondamentali: l’appartenenza alla Ue insieme a quella che ci lega alla Nato a comando Usa e ai suoi programmi. Piuttosto che investimenti verso una spesa pubblica quale risposta ai bisogni interni appare viceversa naturale, nell’attuale sistema delle cose, approffittare di questa occasione per alimentare ulteriormente il settore delle spese militari.
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Luciano Barra Caracciolo, "Lo strano caso Italia"
di Musso
1 - Prima del Covid
«Lo strano caso Italia. Breviario di politiche economiche nella crisi del globalismo istituzionale aggiornato all'emergenza del Coronavirus», di Luciano Barra Caracciolo, pp. 236, Eclettica, 2020. Il volume è diviso in tre sezioni, la lunga introduzione scritta dopo il Covid, serve da introduzione alla prima e seconda parte scritte prima del Covid. Ci prenderemo la libertà di discutere della introduzione alla fine, seguendo un percorso narrativamente cronologico.
* * *
L’autore parte dal patetico andamento dell’economia italiana dentro l’Euro. Prima la «debole crescita, accompagnata da perdita di competitività» dal 1996, culminata nella recessione del 2008. Poi la recessione-Monti nel 2011 a servizio della «correzione del debito commerciale esterno», continuata nel successivo «lungo periodo di stagnazione» del 2012-2020, caratterizzato da «una serie impressionante di avanzi primari» (calo costante della spesa pubblica complessiva, cioè inclusiva dell'onere dell'interesse, pro-capite in termini reali), nonché dalle continue riforme del mercato del lavoro (discesa della quota salari su Pil). Col bel risultato di aver ottenuto sì un rilevante avanzo commerciale con l’estero, ma al prezzo della perdita di «circa il 20% della produzione industriale» e del peggioramento dei tassi di disoccupazione. Insomma, di «una evidente compressione della domanda interna, col venir meno, per i produttori, di una parte consistente della domanda pubblica e la trasformazione in paese export-led». In altre parole, «è una crisi da domanda».
Fra le diverse componenti della domanda aggregata, nella spesa pubblica il contributo degli investimenti «risulta altrettanto scarso in Germania e in Francia, in termini di contributo alla variazione del Pil», mentre «il differenziale di crescita rispetto a Francia e Germania … è dato dal differenziale nella variazione in aumento della spesa corrente».
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“Eurosovranità o democrazia? Perché uscire dall’euro è necessario”
intervista a Domenico Moro
Domenico Moro: Eurosovranità o democrazia? Perché uscire dall'euro è necessario, Meltemi, 2020
Dott. Domenico Moro, Lei è autore del libro Eurosovranità o democrazia? Perché uscire dall’euro è necessario edito da Meltemi. L’euro, nato per costituire una tappa sul cammino dell’integrazione europea, ha finito per catalizzare su di sé il malcontento popolare per una crisi infinita: cos’è oggi l’euro?
L’euro è un elemento fondamentale dell’integrazione europea, anche se non tutti i Paesi dell’Ue ne fanno parte. Direi che oggi l’euro rappresenta l’architrave dell’intera costruzione europea. Quindi, è più corretto chiederci che cosa è oggi l’integrazione europea e in che modo l’euro agisce all’interno di essa. L’integrazione europea avrebbe dovuto rappresentare lo strumento per avvicinare i diversi Stati. In realtà, si è prodotta, anziché una convergenza, una divergenza sempre maggiore tra Stati, in particolare tra la Germania e Paesi come l’Italia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia e, direi, anche la Francia, che, sebbene mantenga un profilo politico e diplomatico di grande potenza, è, dal punto di vista economico, in seria difficoltà. Ma il divario non è aumentato soltanto tra Paesi, anche all’interno dei singoli Paesi sono aumentate le divergenze, i divari tra ricchi e poveri. L’euro è una delle cause maggiori di questi processi di divergenza, essendo un fattore sia di riduzione del welfare sia di deflazione salariale. Infatti, il sistema dell’euro, essendo un sistema di cambi fissi, non permette le svalutazioni competitive che consentono di recuperare competitività sul mercato internazionale, spingendo così gli Stati più in difficoltà a usare la riduzione del costo del lavoro e dei salari come principale leva competitiva.
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Ancora con queste favole sul Recovery Fund?
di Dante Barontini
Messe da parte le elezioni regionali, metabolizzato il referendum taglia-rappresentanza, con un gigantesco sospiro di sollievo dei complici di governo (ed anche dell’opposizione fascioleghista), il chiacchiericcio politico è tornato sui vecchi tormentoni: cosa fare col Recovery Fund e prendere una decisione definitiva sull’utilizzo del Mes.
Il copione non è cambiato: la narrazione ufficiale parla di una vagonata di miliardi che “stanno per arrivare dall’Europa” e tutti i battibecchi vertono sul che farci.
I nostri lettori abituali dovrebbero ormai sapere che le cose non stanno affatto così, ma repetita juvant, anche perché se il chiacchiericcio resta fermo su questo tema non è che si possa far finta che tutti sappiano e abbiano capito. Anche perché la materia è tecnicamente ostica (non a caso) e anche i nostri sforzi di “divulgazione” non sempre risultano di facile lettura.
Ci aiutiamo, questa volta, con un tombale editoriale di Teleborsa, a firma dell’implacabile Guido Salerno Aletta, dal titolo A Bruxelles piace il passo dell’Oca.
Parte subito col piede sull’acceleratore:
“Con il Recovery Fund si prepara un nuovo manicomio burocratico che ci farà impazzire. E’ più di una camicia di forza, un vero e proprio letto di contenzione. Il calcolo astruso dell’output gap o del NAWRU, previsti per rientrare nei parametri del Fiscal Compact, era solo un gioco da ragazzi.”
Due spiegazioni ci vogliono, con le sigle oscure. L’output gap è un criterio di valutazione della capacità di produrre ricchiezza di un Paese, adottato dall’Unione Europea come uno dei tanti “parametri divini”. Anche se si base su un’unità di misura arbitraria. L’output reale di un Paese (il suo Pil effettivamente prodotto) viene messo a confronto con quello “potenziale”, e la differenza (gap) che ne risulta viene considerata positivamente (se è bassa) o negativamente (se è alta)-
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“L’Europa non è cambiata: il ritorno dell’austerità renderà inutile il recovery fund”
Daniele Nalbone intervista Antonella Stirati
A partire dalla crisi economica, “aggravata e non scatenata dalla pandemia”, intervista ad Antonella Stirati, professoressa ordinaria di Economia politica presso la Facoltà di Economia dell'Università Roma Tre e autrice del libro “Lavoro e salari - un punto di vista alternativo sulla crisi”.
* * * *
La prima domanda è diretta e, diciamo così, generale: che autunno ci aspetta?
Partiamo da una considerazione: la pandemia non è finita e occorre prudenza nella nostra quotidianità. Questa estate, per la stanchezza dei difficili mesi che ci siamo lasciati alle spalle, ci siamo sentiti tutti un po’ più liberi. Ora dobbiamo fare più attenzione. Parto da una considerazione non economica perché credo che questa sia comunque una priorità Sul fronte economico è necessario fare un passo indietro: l’economia italiana aveva gravi problemi ben prima della pandemia. O meglio, i veri problemi li avevano i cittadini italiani. L’Italia non si è mai ripresa veramente dal doppio shock della crisi del 2008 seguita al crollo finanziario americano e della successiva crisi ‘degli spreads’ della zona euro. Dopo la crisi finanziaria, le politiche di austerità hanno causato un’ulteriore profonda caduta della nostra economia, basta guardare al pil e ai dati dell’occupazione per rendersene conto. In ogni caso, da una grande recessione come è stata quella del 2008 non si esce se non ci sono politiche finalizzate alla ripresa. Politiche che i paesi della “periferia europea”, con gravi problemi di debito di bilancio pubblico sulle spalle, non hanno potuto attuare. Anzi sono stati spinti dalle scelte di politica economica nell’Eurozona a fare politiche che hanno prima molto accentuato la recessione e poi ostacolato la ripresa.
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'Next Generation e stop & go dell’Europa'
guest post di Gabriele Pastrello
1. Premessa. Maastricht e il Trilemma di Rodrik
Il trilemma di Rodrik[1] suona: non puoi avere democrazia, globalizzazione e sovranità nazionale tutti assieme. Affermazione che riecheggia il trilemma di Triffin, che non puoi avere contemporaneamente tre opzioni: cambi fissi, movimenti incontrollati di capitali e politiche espansive, ma solo due.[2] Il che rinvia direttamente all’impostazione data dai Trattati di Maastricht al rapporto tra stati nazionali, mercati globali e politiche economiche europee.
Il trilemma di Triffin[3] fu enunciato in riferimento agli accordi di Bretton Woods come anticipazione di un loro finale fallimento, come fu. Ma gli accordi di Maastricht seguono un’impostazione opposta a quelli di Bretton Woods. E se i primi sono storicamente collegati al nome di Keynes i secondi lo sono - anche se in modo meno pubblicamente esplicito - al nome dell’arci-antagonista di Keynes, Friedrich von Hayek. E, di fatto, a questi Trattati si applica maggiormente, come si è visto dopo la crisi del 2008-09 (e anche adesso) il Trilemma di Rodrik.
Quindi, se il Trilemma di Triffin rinvia a Bretton Woods e a Keynes. Il Trilemma di Rodrik rinvia piuttosto ad Hayek e alle sue idee sul federalismo.
2. Hayek & la Teoria Generale. Una recensione in maschera.
Sappiamo che alla base dei Trattati di Maastricht ci fossero idee elaborate da Hayek. L’economista Issing, - che fu tra gli estensori - ne era un seguace e lo dichiara in una conferenza all’Institute of Economic Affairs di Londra.[4]
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"Bastone e carota"
L’audizione del Commissario Gentiloni sul Next Recovery Eu
di Alessandro Visalli
Il Commissario Europeo Gentiloni ha svolto il primo settembre un’audizione presso le Commissioni Bilancio e Politiche della Ue della Camera e Senato nella quale ha descritto il meccanismo del “Next Generation Eu”, risposta europea alla crisi creata dalla emergenza sanitaria dovuta al virus ed alla sua malattia (Covid-19)[1].
Nei primi venticinque minuti Gentiloni ha presentato il meccanismo del “Next Generation Eu” come cruciale per il futuro e come sfida. Enfatizzando inoltre la novità data dalla raccolta di ingenti risorse a debito comune e il loro impiego, bisogna qui fare attenzione, per la “ripresa e riconversione” delle economie europee. La domanda immediatamente pertinente è quindi: riconversione per cosa? Questo il punto qualificante, per costringere (con carota e bastone, come mostrava Gabriele Pastrello[2]) le economie europee ad andare insieme verso una maggiore competitività, resilienza e sostenibilità (l'ordine vero è l'opposto di quello enunciato dal Commissario).
Il pacchetto di strumenti risponderebbe quindi ad una situazione potenzialmente esplosiva sia nel breve termine (abbiamo milioni di nuovi disoccupati ed intere filiere produttive, in particolare nei servizi, in grandissima sofferenza) e nel medio periodo (con la radicale crisi del modello export-led che ha guidato fino ad ora la Ue, in quanto imposto dai paesi nordici) e nel lungo (con lo spostamento dei rapporti di forza internazionali).
Questo esito è stato prodotto dalla durissima trattativa condotta nel Consiglio Europeo Straordinario del 17-21 luglio[3] che ha portato in extremis ad un accordo tra i “frugali” e i “mediterranei”, grazie all’allineamento con questi ultimi del “Gruppo di Visegrad”.
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La grande bufala del MES sanitario senza condizioni
di Guido Ortona
C’è ancora chi sostiene che i fondi MES per combattere il Covid non sarebbero sottoposti a nessuna condizionalità. Eppure queste ultime sono esplicitamente scritte nei documenti ufficiali (che a quanto pare molti si sono dimenticati di leggere)
1. Premessa
Ogni tanto si riapre il dibattito sul possibile ricorso al Meccanismo Europeo di Stabilità per finanziare le spese anti-covid. Chi è a favore di ciò avanza due argomenti: il primo è che i fondi sono disponibili subito; il secondo che ricorrere ad essi non comporta condizioni. Il primo argomento ha qualche fondamento, come vedremo, ma non molti; il secondo è completamente sbagliato, e vedremo perché. Per affrontare seriamente l’argomento dovremo fare un viaggio piuttosto noioso attraverso alcuni documenti ufficiali del MES e dell’Unione Europea. Purtroppo ciò è inevitabile: per citare Einstein, bisogna essere più semplici possibile, ma non più di così. È utile ricordare che il MES è un’entità a sé stante nell’ambito europeo, con un suo board di governatori, un suo consiglio d’amministrazione e un suo statuto; quindi “fare ricorso al MES” NON significa “chiedere all’Europa un prestito straordinario che si chiama MES”, bensì “chiedere un prestito al MES che verrà concesso secondo le regole fissate dal suo statuto, salvo eventuali deroghe”. Anticipiamo che l’unica deroga adottata è che si dà per assodato che tutti gli Stati membri hanno i conti abbastanza in ordine per potere rivolgersi al MES, senza l’istruttoria preliminare normalmente richiesta.
2. Il testo ufficiale
Il testo cui faremo riferimento è un documento ufficiale del board del MES dell’8 maggio 2020, il term sheet, cioè la specificazione delle clausole che regolano il prestito per affrontare il Covid. È in inglese, non ho trovato (e forse non esiste) la versione in italiano. La traduzione è mia. Per evitare accuse di cattiva traduzione riporterò fra parentesi il testo inglese.
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La crisi tra Recovery Fund e MES
intervista a Joseph Halevi
Premessa: quest’intervista è stata condotta mentre stava scoppiando la pandemia del Coronavirus. Quindi è stato aggiunto un post scriptum redatto dall’intervistato in guisa di aggiornamento.
* * * *
D.: Riguardo alla crisi economica derivante dalla diffusione su scala internazionale della pandemia si stanno facendo molti paragoni storici: con il 1929, con il 2008…e così via. Secondo te hanno senso?
R.: No. Perché questi si possono fare solo ex-post, attraverso le analisi comparate per vedere le differenze. Per esempio, la crisi del decennio1929-1939, che si risolse con la “bella” guerra che portò la piena occupazione negli USA, mentre Hitler col suo banchiere Schacht, inventore dei buoni speciali che funzionavano da moneta parallela permettendo il riarmo senza dare nell’occhio, raggiunse la piena occupazione già nella seconda metà degli anni trenta.
Il paragone si può fare con le crisi precedenti, quelle di fine ‘800, quella tra il 1870 e il 1875, su cui Paolo Sylos Labini scrisse un fantastico saggio, il migliore che abbia mai letto, eppure il mondo universitario del pianeta l’ho girato obtorto collo in lungo ed in largo per 45 anni ormai, senza essermi imbattuto in uno di ugual spessore. Il saggio si intitola “Alcuni aspetti dello sviluppo economico di un paese capitalistico oggi progredito (l’Inghilterra)” e venne pubblicato nella collezione di saggi di Paolo Sylos Labini stesso intitolata Problemi dello sviluppo economico, uscita nel 1970 presso la casa editrice Laterza. Sylos Labini svolse un’analisi comparata ta la crisi del 1870-75 e quella del 1930 sia per la Gran Bretagna che per gli Stati Uniti.
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