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Quelli che la Cina non è socialista
di Carlo Formenti
Burgio, Chinappi, Leoni e Sidoli spiegano alla sinistra radicale perché la Cina è socialista, ma è come descrivere il rosso ai ciechi
Nell’ultimo post, in coda a una recensione del libro di Cremaschi Solo il socialismo ci può salvare (1), ho commentato un documento, pubblicato sul sito chinadiplomacy.org da un think tank cinese che si occupa di relazioni internazionali. Quel testo, a conclusione di un’ampia analisi dell’evoluzione delle relazioni Cina-USA, sostiene che tale rapporto si trova oggi in un fase di “stallo strategico”(2) e che ciò alimenta la possibilità di evitare lo scoppio di una Terza guerra mondiale. Nel post, prima di discutere il documento, avvertivo che avrei dato per scontato che la Cina è socialista e, a sostegno di tale giudizio, rinviavo a precedenti testi del sottoscritto e a Oltre l'Occidente, un libro di imminente uscita (3).
In attesa di presentare i due volumi dell’opera in questione, firmati da Alessandro Visalli e dal sottoscritto, mi occupo volentieri di un testo di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, La Cina (prevalentemente) socialista, pubblicato su “World Politics Blog” (4). Molti degli argomenti avanzati in questa raccolta di articoli convergono con quelli che potete trovare in alcuni miei lavori. Mi riferisco, in particolare, al primo articolo che polemizza con Ernesto Screpanti, assunto ad esempio e modello dei pregiudizi ideologici (e degli svarioni teorici) che ispirano l’atteggiamento delle sinistre radicali occidentali che etichettano il sistema cinese come “capitalismo di Stato”.In un precedente post su queste pagine (5), mi ero a mia volta occupato delle tesi di Screpanti, che liquidavo ironicamente senza attribuirvi peso. Gli autori dell’articolo le prendono invece sul serio, sfruttandole come spunto per stilare un elenco delle “rimozioni” che impediscono a un certo marxismo occidentale di prendere atto dell’immensa portata storica dell’esperimento cinese.
Prima di entrare nel merito delle argomentazioni dell’articolo richiamo l’attenzione sul titolo: “La Cina (prevalentemente) socialista”. L’aggettivo fra parentesi evoca un punto di vista che si pone a centottanta gradi rispetto alla vulgata secondo la quale un determinato sistema socioeconomico può essere solo socialista o capitalista. Gli autori condividono cioè l'approccio di Alberto Gabriele (6) , il quale nega la possibilità di classificare i sistemi socioeconomici in campi nettamente distinti e contrapposti, applicando in modo astratto e formale (antistorico) il concetto marxiano di modo di produzione.
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La maschera razionale della nuova barbarie
di Paolo Massucci
Nella nostra epoca del tardo capitalismo riemergono, con l’eclissi della prassi e l’apoteosi del profitto privato, inquietanti ideologie irrazionaliste e anti-umaniste.
Nel crepuscolo delle democrazie liberali, dove l’asimmetria tra capitale e lavoro ha raggiunto vette distopiche, l’ideologia dominante smette le vesti rassicuranti del progresso per indossare quelle, apparentemente asettiche, del calcolo statistico. Il presente intervento intende porre l’attenzione su alcuni significativi sviluppi ideologici che accompagnano il processo attuale di concentrazione della ricchezza mai raggiunto nella storia umana, fenomeno questo connesso alla grave crisi della democrazia e delle basi del diritto internazionale, le cui conseguenze sono ormai sotto gli occhi di tutti.
Nassim Nicholas Taleb, saggista, filosofo epistemologo libanese-statunitense, nel suo fortunato saggio Antifragile (Il Saggiatore S.r.l., Milano 2024), si erge a vate dell’efficienza del “sistema", proponendo una visione del mondo che, pur rivendicando una radice ancestrale contro la tecnocrazia, opera una delle più feroci svalutazioni dell’umano mai prodotte dal pensiero contemporaneo.
Ci troviamo di fronte a un bivio epocale: la storia è ancora il terreno della prassi umana o è divenuta un mero processo di ottimizzazione stocastica?
Il tramonto di Hegel e la negazione dell'etica kantiana
Il concetto di "antifragilità" - neologismo che indica la proprietà di un sistema di trarre beneficio dal disordine - sposta il baricentro dell'etica dall'individuo al sistema. Siamo qui agli antipodi dell’etica kantiana, che vedeva nell'uomo un fine in sé e mai un semplice mezzo. Per Kant, la dignità umana risiedeva nell'autonomia della volontà e nell'obbedienza a un imperativo categorico che protegge l'universale attraverso il rispetto del particolare. In Taleb, questo rapporto viene invertito e pervertito: l'essere umano è ridotto a pura funzione strumentale per l’efficienza del sistema.
Se il sistema "impara" attraverso l'errore, l'individuo che fallisce decade a pura unità informativa, a scarto necessario affinché l'intero “organismo” possa adattarsi: a un dovere morale verso il singolo si sostituisce un dovere di efficienza verso la struttura.
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La grande divergenza: strategie e destini dell’IA tra Cina, USA e UE
di Alessandro Scassellati
Il panorama globale dell’IA nel 2026 è segnato da una frattura filosofica e industriale ormai insanabile tra le due superpotenze tecnologiche. Da un lato, gli Stati Uniti hanno consolidato un modello di business definibile “a castello”: un ecosistema chiuso, centralizzato e protetto da altissime barriere d’ingresso economiche, legali e computazionali. Giganti come OpenAI, Microsoft, Amazon, Anthropic e Google vendono l’accesso alla “conoscenza” come un servizio cloud (SaaS), mantenendo un controllo totale sui “pesi” dei modelli (i pesi o weights sono i valori numerici – miliardi di parametri – che un modello ha appreso durante la fase di addestramento; sono, in pratica, la sua memoria e la sua capacità di ragionamento), sugli algoritmi e sui preziosi dati di addestramento. Questo approccio closed-source crea una dipendenza tecnologica globale dai server della Silicon Valley, accentrando il valore economico e decisionale nel cloud, in una sorta di neofeudalesimo digitale dove l’utente è un semplice abbonato e produce dati senza essere retribuito, alla stregua di un servo della gleba (le persone vengono smaterializzate in dati e attraverso la banca dati sono trasformate in segmenti di mercato, in campioni statistici, in archivi diversi interoperabili). I dati di cui i sistemi di IA hanno bisogno spesso non vengono acquisiti con mezzi del tutto leciti, per non parlare di equi. Le aziende che si occupano di IA si appropriano della conoscenza umana, automatizzano i processi lavorativi, li brevettano e poi tentano di rivenderci tutto questo. Il governo statunitense asseconda gli oligarchi della tecnologia per timore di perdere la corsa al vantaggio tecnologico, nonostante la diffusa ostilità dell’opinione pubblica verso i sistemi di IA1.
Dall’altro lato, la Cina ha adottato una strategia “a sciame”, agile e distribuita. Consapevole delle limitazioni imposte dalle sanzioni occidentali sull’hardware avanzato, Pechino ha spinto i propri campioni nazionali — Alibaba, DeepSeek, Huawei — a rilasciare modelli open-weight estremamente efficienti. I modelli open-weight rappresentano una via di mezzo tra i modelli totalmente “chiusi” (proprietari) e quelli puramente open source. Questa scelta non è filantropica, ma tattica: distribuire il “motore” dell’IA permette una diffusione capillare su dispositivi locali (Edge AI), garantendo sovranità dei dati e indipendenza dalle infrastrutture straniere.
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Bezrukov: la Russia deve prepararsi a vent’anni di conflitto con l’Occidente
di Giacomo Gabellini
Lo scorso 3 giugno, il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo si è aperto sotto una densa colonna di fumo nero provocata dagli attacchi ucraini, che con diverse ondate di droni hanno colpito siti energetici e militari nelle adiacenze della grande città russa.
Gli Uav a lungo raggio ucraini hanno colpito i bersagli alla presenza di circa 20.000 delegati provenienti da 130 Paesi di tutto il mondo, con l’obiettivo di minare urbi et orbi la credibilità del Cremlino.
La vulnerabilità della Federazione Russa, palesata dai continui attacchi ucraini, è stata esaminata nel dettaglio durante una sessione del Forum dedicata alle “principali minacce per la Russia nel secondo quarto del XXI Secolo”. Tra i partecipanti alla discussione figurava Andrej Bezrukov, consigliere dell’amministratore delegato di Rosneft Igor Sechin, docente presso l’università statale di Mosca ed ex colonnello dell’SVR (Služba vnešnej razvedki) è il Servizio di intelligence estero russo) con trascorsi nell’intelligence sovietica.
Durante la lunga carriera nel servizio di sicurezza estero russo, Bezrukov aveva operato sotto copertura negli Stati Uniti con l’identità di Donald Heathfield, prima di essere arrestato dall’FBI e consegnato successivamente a Mosca nell’ambito di uno scambio di agenti segreti con Washington.
Nel suo intervento al Forum, Bezrukov ha dichiarato la Russia deve prepararsi a sostenere una situazione di conflitto permanente con l’Occidente che verte non sulla conquista di nuovi territori, ma sul danneggiamento e/o distruzione delle infrastrutture critiche in territorio nemico – condutture energetiche, siti di stoccaggio di petrolio, centrali elettriche, reti di comunicazione, ecc.
Allo stato attuale, ha affermato l’ex ufficiale dell’SVR, la Russia è impegnata in una «guerra strisciante» basata sulla logica dell’attrito che potrebbe degenerare da un momento all’altro, e destinata a protrarsi per decenni plasmando almeno due generazioni di russi che saranno chiamati ad adattarsi se stessi, la società e l’economia nazionale a un clima di belligeranza permanente.
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Il fenomeno Vannacci: un PD rovesciato
di Antonio Martone
Il paradosso più profondo del nostro tempo risiede nella cecità con cui le classi dirigenti osservano l’emergere di figure come Roberto Vannacci. Liquidare queste parabole politiche sotto le logore categorie del folclore, della parentesi passeggera o del semplice, anacronistico ritorno del fascismo è un esercizio di pigrizia intellettuale che rasenta l’assoluta inconsapevolezza. Peggio ancora quando lo si offende senza argomentare e senza comprendere realmente ciò che dice, né sforzarsi di farlo. In fondo, tutto ciò significa non voler guardare nell’abisso del nostro presente. Queste traiettorie non sono incidenti storici ma i sintomi visibili, i prodotti di laboratorio, di una patologia (fascio)sistemica profonda: rappresentano la risposta inevitabile allo smarrimento dell’uomo contemporaneo di fronte a una duplice tenaglia che da decenni stringe l’Occidente.
Da un lato, la cultura postmoderna ha demolito le grandi narrazioni collettive, i corpi intermedi e i riferimenti valoriali comuni, lasciando l’individuo privo di bussole esistenziali; dall’altro, il neoliberismo più sfrenato ha colonizzato ogni anfratto della vita, riducendo la persona a un atomo isolato, a un consumatore perennemente in competizione all’interno di un mercato universale dove tutto, persino il corpo e le relazioni, viene ridotto a valore di scambio. Il risultato di questo processo è una vera e propria tribalizzazione della società.
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I “liberali” son più matti di Trump
di Francesco Piccioni
Si potrebbe infierire sul sistema mediatico occidentale e sui cosiddetti “politici” atlantisti che ora devono fare i conti con una sconfitta pesante dopo una guerra all’Iran condotta per motivi tutt’altro che nobili, ma rivestita con i soliti panni d’occasione (la “democrazia”, le “donne”, la “libertà”, ecc), elencando le cazzate che hanno detto e scritto in questi quattro mesi.
Lo fa col suo stile Marco Travaglio, sul giornale che dirige, ma non ci sembra che abbia colto il punto vero che accomuna trasversalmente i “critici liberali” e quelli di estrema destra. I primi oggi strillano, mentre i secondi minimizzano la portata della “botta” subita prima sul campo e poi nelle trattative.
Cosa c’è in comune?
Lo si capisce dal tono rabbioso con cui, oggi, tutti i media “liberali” – statunitensi, europei e anche italiani – attaccano Trump per aver firmato un accordo che in modo quasi imbarazzante sancisce la vittoria di Tehran. E’ la versione giornalistica, diciamo, del conato coloniale che agita i “volenterosi” che medita(va)no di mandare le loro navi da guerra a “sbloccare lo Stretto di Hormuz”.
Ogni singolo punto di quell’accordo viene agitato come una “concessione” agli ayatollah che mai e poi mai dei “liberali veri” – tipo Biden, supponiamo – avrebbero permesso, se fossero stati al posto del tycoon.
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Ucraina, l'ombra del fronte: mentre Kiev chiede aiuti per la svolta, i russi avanzano a Konstantinovka
di Eliseo Bertolasi
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky intende chiedere ulteriori 20 miliardi di dollari in aiuti militari ai paesi occidentali. Secondo quanto riportato sulla testata “Politico” da un alto funzionario ucraino della difesa, questa richiesta punterebbe a sfruttare i presunti vantaggi sulla prima linea del fronte e a intensificare la pressione sulla Russia.
La richiesta di 20 miliardi di dollari verrà presentata il 18 giugno in occasione della prossima riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, noto anche come “Formato Ramstein”, dove gli alleati organizzano gli aiuti finanziari e militari a Kiev.
Parlando in forma anonima, il funzionario ucraino ha dichiarato: “Tutti possono vedere che la Russia sta bruciando, e noi vogliamo che bruci ancora di più, ma per questo abbiamo bisogno di finanziamenti”.
La questione è stata sollevata dal ministro della Difesa ucraino Mikhail Fedorov e da altri funzionari governativi durante una serie d’incontri coi rappresentanti di Norvegia, Svezia, Germania e Canada.
A ciascun alleato verrà chiesto un contributo compreso tra 2 e 6 miliardi di dollari per raggiungere l’obiettivo di 20 miliardi, si tratterà di aiuti o di prestiti.
Il bilancio della difesa dell’Ucraina per quest’anno è fissato a 4.400 miliardi di grivne (85 miliardi di euro), e i 20 miliardi di dollari si aggiungerebbero a tale cifra.
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Goffredo Fofi, quando l’eresia è una grammatica
di Marco Gatto
Goffredo Fofi ha intrattenuto con la rivista «Confronti» un fitto dialogo. Tra il marzo 2019 e il luglio 2025, mese della sua scomparsa, ha tenuto con regolarità tre rubriche, «Ieri e oggi», «Ribelli» e «A squola», nelle quali ha depositato articoli, ritratti, riflessioni d’occasione, ricordi. La forma narrativa breve, mai davvero bozzettistica e sentimentale, bensì ragionativa e orientata all’esplicitazione di una tesi, è particolarmente congeniale a Fofi e costituisce una delle sue cifre autoriali, come dimostrano i numerosi libri di intervento e di militanza (da Prima il pane a Da pochi a pochi, passando per Zone grigie e per il postumo Arcipelago Sud) e i diari come Pasqua di maggio o Quante storie.
BENE HA DUNQUE fatto «Confronti» a raccogliere questi scritti in Controcorrente. Memoria, scuola e resistenza (Edizioni Con Nuovi Tempi, pp. 354, euro 15), un volume che si apprezza anche per le illustrazioni di Doriano Strologo, capaci di accompagnare, in ideale contrappunto, una collezione di settanta pezzi, chiusa da una sentita nota su Fofi a firma di Michele Lipori e di tutta la redazione. Sono presenti in questi ritratti d’autore molte figure decisive per il percorso intellettuale di Fofi: dai «maestri» e modelli – Danilo Dolci, Aldo Capitini, Giuseppe Di Vittorio, Carlo Levi, Rocco Scotellaro – ai compagni di strada come Giovanni Mottura (assai intenso il ricordo della comune esperienza a Partinico al seguito di Dolci).
Ma emergono anche i nomi di figure dimenticate – Comparetto, sindacalista e agitatore sociale, campione di «fogli di via» – o di «miti d’oggi» (da Che Guevara a Bob Dylan) e di luoghi (Napoli e Firenze), ulteriori tasselli e spunti per una riflessione sui temi della resistenza, della nonviolenza, dell’impegno civile.
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Delirio finanziario e contraddizione immanente
di Fabio Vighi
La vera contraddizione? Un’economia post-produttiva che finanzia il proprio futuro con montagne di debito destinate all’intelligenza artificiale.
Il delirio
Prendiamo SpaceX. Nel 2025 ha realizzato un fatturato di appena 18,6 miliardi di dollari. La sua capitalizzazione di mercato? Oltre 2,6 trilioni. Centoquaranta volte tanto. Un rapporto prezzo/fatturato grottesco, che non ha alcun ancoraggio nella realtà produttiva, ma che viene celebrato come genio imprenditoriale. La stessa follia valutativa caratterizza le aziende dell’IA e della nuova “corsa allo spazio”: tutte indebitate, tutte sostenute da un credito che non ha alcuna corrispondenza con la ricchezza effettivamente prodotta. Più che innovazione, un gigantesco delirio collettivo, una folle scommessa su future colonizzazioni spaziali – come se popolare Marte fosse un’alternativa credibile al collasso terrestre! – che qualcuno, prima o poi, pagherà.
Stiamo assistendo a un’inversione storica senza precedenti: un’economia post-produttiva e speculativa che vuole finanziare la trasformazione tecnologica più capitalisticamente dispendiosa dall’epoca dell’elettrificazione. Questo non grazie al plusvalore o ai guadagni di produttività, ma tramite debito creato dal nulla; più debito di quanto sia mai stato emesso nell’intera storia dell’umanità.
Nei prossimi due anni, l’espansione dell’IA e dei data centre richiede 1,8 trilioni di dollari in spese in conto capitale (capex). Morgan Stanley ora prevede che la sola spesa degli hyperscaler (i giganti del cloud computing come Amazon, Microsoft e Google) raggiunga circa 2 trilioni di dollari nel 2026-2027. E il settore tecnologico rappresenta il 20% di tutte le emissioni di obbligazioni investment-grade – il doppio della sua quota storica. Il mercato obbligazionario tradizionale è saturo e le banche sono di nuovo al limite.
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Le piccole verità e la tirannia del Vero
di Francesco Coniglione
Vi sono parole che, quando vengono scritte con la maiuscola, cominciano a emanare una luce sospetta. Verità. Giustizia. Bene. Umanità. Sembrano innalzarsi sopra il fango delle opinioni, sottrarsi alla rissa del mondo, occupare un cielo terso dove tutto è finalmente limpido, ordinato, necessario. Ma proprio in quella maiuscola si annida spesso il primo pericolo: la pretesa che una parola umana, troppo umana, possa diventare il sigillo dell’assoluto.
Nel discorso comune, e talvolta anche nella pubblicistica colta, si ricorre con disinvoltura a queste categorie solenni. Si dice, per esempio, che «il cuore della giustizia è la verità»; e si potrebbe aggiungere, con tono ancora più edificante, che «la disponibilità a riconoscere il vero è la soglia della moralità». Frasi belle, perfette per essere scolpite sul frontone di un tribunale o incise nel marmo di una scuola civile. E tuttavia, come tutte le frasi troppo belle, chiedono di essere interrogate. Perché chi pronuncia la parola “verità” raramente la lascia nuda: quasi sempre la veste con i propri abiti, la educa nella propria lingua, la fa camminare secondo il ritmo della propria storia.
Il filosofo, poi, è particolarmente esposto a questa tentazione. Abituato a trafficare con l’universale, rischia più di altri di credersi non soltanto cercatore, ma interprete autorizzato del Vero; non soltanto amante della sapienza, ma suo notaio, suo araldo, suo funzionario plenipotenziario. Da qui nasce una delle forme più raffinate della superbia intellettuale: parlare in nome del Vero credendo di aver semplicemente deposto la propria voce, quando invece la si è soltanto amplificata e innalzata a misura delle cose.
Il problema, allora, non è soltanto distinguere il vero dal falso, come se la vita umana fosse un fascicolo processuale da riordinare, una disputa da chiudere ristabilendo finalmente “la verità dei fatti”. Certo, vi sono fatti da accertare, menzogne da smascherare, falsificazioni da correggere. Nessuna civiltà può sopravvivere se rinuncia alla differenza tra prova e invenzione, tra testimonianza e calunnia, tra memoria e propaganda. Ma il punto più sottile è un altro: gli esseri umani non abitano soltanto fatti; abitano mondi di senso.
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La lobby dei creditori prevale perchè non ha bisogno di pensare
di comidad
C’è una differenza notevole tra le attuali forme di divismo a destra e quelle di una decina di anni fa. Oggi la destra vende “identità”, cioè spaccia sfacciatamente fumo, come i pusher dentro le scuole. Risulta quindi evidente che la destra sta facendo puro intrattenimento e che si sta rivolgendo a un pubblico che non si attende esiti pratici, bensì soltanto una rivalsa in termini di orgoglio; insomma, un Macho Pride al posto del Gay Pride. Alle elezioni europee del 2024 Matteo Salvini ha venduto al suo elettorato un fantoccio identitario, e l’espediente gli ha fruttato al momento oltre mezzo milione di voti; poi il fantoccio gli si è rivoltato contro, ma questi sono cavoli suoi. Nel 2016 invece Salvini sembrava voler fare sul serio e, per capire che ci stava prendendo in giro, occorreva entrare nelle pieghe del suo discorso. Il Salvini di allora parlava infatti di un problema reale come l’euro, cioè di un veicolo di trasferimento di reddito dai poveri ai ricchi, e prometteva una uscita dell’Italia dalla moneta unica se la Lega fosse andata al governo.
L’inganno stava nel risvolto del discorso, cioè nel porre il problema in termini di sovranità, come se la moneta unica ci fosse stata imposta dal perfido straniero. Nel 2018 si è poi scoperto che l’alt a mettere in discussione l’appartenenza (e persino le semplici condizioni dell’appartenenza) dell’Italia alla moneta unica, non proveniva da Berlino, bensì direttamente dal Quirinale.
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Finanzcapitalismo all’italiana
di Alfonso Gianni
Allo stato delle cose nessuno può dire con certezza se al lungo risiko bancario sia subentrata per davvero una pax bancaria. Come vedremo ci sono ancora alcune varianti possibili e caselle da scoprire. Ma quello che è successo in questi ultimi giorni ha certamente delineato un processo di ristrutturazione e di centralizzazione del sistema bancario italiano. Il fatto che ciò avvenga mentre il mondo è avvolto in un sistema di guerra ove improbabili accordi di pace non sono altro che una parentesi tra un conflitto e un altro, o tra una fase dello scontro e un’altra del medesimo, dimostra che il capitalismo, e a maggior ragione il finanzcapitalismo, le crisi e l’instabilità geopolitica marcata da guerra non solo le crea, quindi le subisce, ma poi soprattutto le sfrutta per dare vita o registrare nuovi assetti di potere.
La vicenda italiana si sta incanalando verso un successo per il gruppo Intesa-San Paolo. In un’intervista a un importante quotidiano il ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti ha riassunto – a denti stretti – pressappoco così l’epilogo del risiko: nel mercato vince chi paga di più. La stessa cosa veniva spesso ripetuta anni addietro, quando non era banale affermarlo, da Alfredo Reichlin ricorrendo alla locuzione in rima baciata “È l’articolo quinto: chi ha i soldi ha vinto” per simboleggiare il passaggio al finanzcapitalismo. Di fronte a questa antica potenza, quella del denaro, in qualunque forma essa si presenti, possono assai poco le golden power dei governi, che riescono sì a rallentare i processi, ma non ad arrestarli né far loro cambiare direzione.
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Necessità della politica tra destino e possibilità
Salvatore Bianco intervista Carlo Galli
Carlo Galli è tra i filosofi della politica più prestigiosi nel panorama internazionale. In un suo recente lavoro intitolato “Tecnica”, per le edizioni il Mulino, ha espresso la tesi che la tecnocrazia non esiste. A comandare sono sempre determinati poteri politici, economici e mediatici che si servono della tecnica a scopo di profitto e dominio. Ora, in occasione dell’uscita del suo ultimo saggio, dal titolo “Necessità della politica”, che verrà discusso con il professor Gennaro Imbriano il prossimo 25 giugno alle ore 18 presso la Feltrinelli di Bologna, gli abbiamo rivolto alcune domande cui ha risposto con la consueta disponibilità.
* * * *
Salvatore Bianco: Nel suo ultimo saggio appena pubblicato da Raffaello Cortina, che si intitola “Necessità della politica”, lei parla di una necessità della politica innanzitutto come produzione di potere inevitabile da parte degli esseri umani in comunità. Potrebbe illustrare questa prima necessità della politica?
Carlo Galli: Ho definito la politica come la umana convivenza vista sotto il profilo del potere. E ho definito kratos, cioè etimologicamente “potere come prevalenza”, il fatto che ogni forma di coesistenza produce e implica potere, e dal potere è resa possibile e mantenuta.
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Generale Vannacci, peggio la toppa o il buco?
A che serve e cosa copre il Generale
di Fulvio Grimaldi
Se mettiamo che il generale Vannacci sia la toppa e l’establishment destro-sinistro post-neo-tecnofascista sia il buco, allora è di evidenza solare che il peggio è il sistema rispetto a un Vannacci che non è che un’occasionale epifenomeno di presunta critica, ma di effettivo sostegno.
Ma visto che di peggio qui toccherà occuparsi abbondantemente, a fare una classifica dantesca, peggio di Vannacci ce n’è, eccome. Mi viene subito in mente la combriccola dei “ma quale genocidio!” assembrata l’altra sera dall’impunito Antonino Monteleone nella trasmissione “Filo rosso”. Dopo la quale, resistito per malsanamente vedere fino a che punto si possano spingere nel loro ben-gvirismo sandwichmen “liberal” come Cerno, o Erri De Luca, o Sattanino, o De Bortolis, osservati e commentati con sacrosanta commiserazione dall’unico cervello presente (Borgonuovo, un destro!), si sente il bisogno di fare una doccia. O se non c’è, di scambiarsi d’abito.
Il buco è questo e, rispetto a una toppa così sbrindellata, retrograda, culturalmente analfabeta, ma con le stellette, fa davvero più ribrezzo. Il buco è il sistema. La toppa è quella roba che si presenta come antisistema, che serve a dare l’idea che, dopotutto, qualcosa nella morta gora tossica si muova. Il sistema ha bisogno che ogni tanto arrivi qualcuno che si finga diverso e dia uno scossone. Che poi non è altro che un’operazione di riassestamento.
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Per uscire dalla gabbia del capitalismo finanziario
di Alessandro Volpi
a) Cambiare il paradigma
La crisi del capitalismo finanziario, attraversato da una gigantesca bolla che trova alimento quasi esclusivamente dal trasferimento del risparmio di buona parte del mondo “occidentale” in direzione delle Borse americane e in particolare verso un numero ristretto di titoli di società partecipate dai grandi gestori globali di tali risparmi, sta dunque rapidamente aggravandosi, esasperando ancor più la propria natura predatoria con lo smantellamento dei sistemi di Welfare, e delle stesse sovranità democratiche, per continuare a creare nuovi soggetti che hanno bisogno della finanza.
Al di là del superamento definitivo un simile modello mi sembra indispensabile, in conclusione, provare a definire alcuni passaggi propedeutici per muoversi in tale direzione, partendo dal piano europeo e indicando otto punti generali a cui far seguire le ipotesi di una trasformazione italiana.
1) È necessaria la reintroduzione di forme di limitazione di circolazione dei capitali che dovrebbero restituire una dimensione “territoriale” alla gestione dei capitali stessi e dei risparmi. L’unica dominante non può essere rappresentata dal massimo rendimento finanziario, a prescindere dalle effettive ricadute sui tessuti produttivi e sui livelli e sulla qualità del lavoro e della sua retribuzione. L’ideologia del superamento dei vincoli sociali, e più in generale il processo di affidamento alla finanza e alla sua infinita ingegneria, non può motivare un’idea di mercato dove la determinazione del valore è solo finanziaria. Per evitare ciò occorre appunto una normativa, statale ed europea, che impedisca quella corsa verso la finanza degli Stati Uniti, iniziata fin dall’era reaganiana. La costruzione di macroaree regionali di circolazione di capitali e risparmi e l’introduzione di vincoli specifici alla loro destinazione devono rappresentare l’oggetto di uno sforzo politico profondamente radicale e innovativo.
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L’Italia piccola piccola
di Michele Agagliate
Roberto Vannacci cresce. I sondaggi lo confermano, i transfughi della Lega e di Fratelli d’Italia pure. Come osserva l’avvocato Marco Mori nel suo intervento su Money.it, il generale sta letteralmente “facendo evaporare” la Lega e “creando problemi significativi” a Fratelli d’Italia, mettendo a nudo le contraddizioni di due partiti che hanno capovolto le proprie posizioni politiche originarie nel momento in cui hanno assaggiato il potere. L’analisi è corretta: Salvini è passato dall’euroscetticismo muscolare al voto favorevole al Patto di stabilità. Meloni è passata dal “non siamo schiavi dell’Europa” alla lettera ossequiosa a Ursula von der Leyen. Il vuoto che si è aperto è reale, e Vannacci ci si è infilato con abilità.
Fin qui, nulla da eccepire. Il problema comincia quando si prova a guardare dentro il vaso invece di ammirarne la forma esterna.
Vannacci è un generale dell’esercito italiano che ha costruito la propria fortuna politica su un libro — Il mondo al contrario (un ringraziamento speciale ai futurologi di Repubblica) — scritto con la grazia stilistica di un rapporto di servizio e la profondità filosofica di uno sfogo da bar. Milioni di copie vendute, non perché il testo fosse raffinato, ma perché intercettava un malcontento reale: quello di una parte di Paese che si sente derisa, silenziata, sostituita. Un malcontento che ha cause strutturali serie — la precarizzazione del lavoro, la compressione dei salari, la crisi demografica, l’abbandono delle periferie — e che meriterebbe risposte all’altezza. Invece ha trovato un generale in borghese che gli ha detto che il problema sono i gay, i migranti e i politicamente corretti. Come sempre nella storia, è più facile indicare un nemico visibile che analizzare un meccanismo sistemico.
Eppure il fenomeno cresce, e cresce perché i partiti che avrebbero dovuto difendere quei ceti popolari — la sinistra riformista in primo luogo — hanno da tempo scelto di rappresentare i ceti urbani istruiti, le professioni liberali, il mondo della comunicazione e della cultura, lasciando il resto a raccattare le proprie frustrazioni dove poteva.
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Pensare la crisi, coltivare l’insurrezione
Uno sguardo ecomarxista sulla catastrofe
di Gabriele Ciabatti
Il concetto di progresso va fondato nell’idea della catastrofe.Che «tutto continui così» è la catastrofe. Essa non è ciò che di volta in volta incombe, ma ciò che di volta in volta è dato.
— Walter Benjamin, Zentralpark
I. La narrazione egemone che struttura il discorso pubblico attorno alla crisi climatica produce l’immagine mistificatoria di una catastrofe ambientale indeterminata, futura, circoscritta all’ambito del possibile. Al contrario, la catastrofe è già in atto: essa è una realtà che si aggrava in modo vertiginoso, legandosi pericolosamente allo sviluppo delle contraddizioni del capitalismo globale. In questo senso, ci sono immagini capaci di far emergere con immediatezza i nodi sistemici nei quali ci muoviamo, smantellando il velo dell’ideologia: i cieli delle metropoli mediorientali avvolti da nubi nere e piogge acide, a seguito dei criminali bombardamenti condotti dalle potenze occidentali contro le infrastrutture petrolifere, ci costringono a cogliere il nesso mortifero tra accelerazione della guerra imperialista e accelerazione del disastro ambientale. Sulla base di ciò dobbiamo chiederci: da dove ripartire? Di quali strumenti d'analisi ci dobbiamo fornire per orientarci nel mezzo della catastrofe? Che fare e, primariamente, cosa non fare?
II. È risaputo che negli ultimi anni la lotta ecologista abbia acquisito una sempre maggiore risonanza mediatica e politica, fino a raggiungere un picco di sovraesposizione a partire dagli scioperi scolastici di Greta Thunberg. Nonostante il merito storico di aver catalizzato una mobilitazione globale attorno al clima, il movimento mancava di un paradigma critico-analitico adeguato alla dissezione strutturale del capitalismo, che fosse capace di riconoscere la crisi climatica come un carattere intrinseco alle dinamiche del modo di produzione vigente, irriducibile a un contingente errore di percorso.
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Cacciari ed Esposito dentro il Kaos
di Paolo Perulli
“In un momento in cui i cambiamenti centenari accelerano e la situazione internazionale è caratterizzata da caos a seguito di cambiamenti, il mondo si trova di fronte a un nuovo bivio. Sapranno Cina e Stati Uniti superare la ‘trappola di Tucidide’ e inaugurare un nuovo paradigma nelle relazioni tra grandi potenze?” È Xi Jinping che parla in occasione dell’incontro con Trump il 14 maggio scorso. È lui che usa il termine caos per descrivere lo stato attuale del mondo. Come siamo giunti a questo punto, e quando?
“Nell’istante in cui entrano in scena i primi Stati contrassegnati da una tendenza planetaria – quindi oggi –, in quest’istante anche la questione della libertà dei mari diventa assoluta a livello planetario… Grozio parlava come un dominatore di uno stretto marittimo che fosse posto sotto assedio…”. Si sta parlando dello stretto di Hormuz? No, chi scrive è Franz Rosenzweig e siamo nel 1917, durante la Prima Guerra mondiale. Globus è un abbozzo di teoria storico-universale dello spazio, scritta dal filosofo ebreo che sarà l’autore di La Stella della redenzione. Geopolitica ha a che fare con filosofia e teologia, quindi? Certamente. Scriveva Oswald Spengler in quegli stessi anni (Il tramonto dell’Occidente è del 1918) che il pensiero tecnico ha un’origine religiosa, e un’epoca irreligiosa perfettamente cosmopolita è un’epoca di decadenza.
Entrambi questi autori sono ricordati nel saggio ora dedicato da Massimo Cacciari e Roberto Esposito al Kaos (Il Mulino 2026). Due filosofi scrivono il miglior saggio di geopolitica della nostra epoca. Con buona pace di chi pensa alla geopolitica come affare di strategie militari e di intelligence.
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Washington paga e ottiene promesse
di Emiliano Brancaccio
Partita Persia. È ancora viva la memoria della bullesca propaganda con cui Trump e Netanyahu avevano dato inizio alla guerra contro l’Iran. Ma il memorandum di pace che circola in queste ore delinea una situazione un po’ diversa
È ancora viva la memoria della bullesca propaganda con cui Trump e Netanyahu avevano dato inizio alla guerra contro l’Iran. Minacciavano l’annientamento di ogni traccia della civiltà persiana se i pasdaran non si fossero piegati, davano per imminente il cambio di regime, già preparavano riunioni con gli affaristi per spartirsi il paese.
Ebbene, il memorandum di pace che circola in queste ore delinea una situazione un po’ diversa.
Stando ai leaks pubblicati da Reuters e altri, ammesso che si arrivi alla firma, venerdì prossimo gli Stati uniti potrebbero accettare un protocollo che pare oggettivamente sbilanciato a favore del nemico.
Lasciamo ai geopolitici di grido occuparsi della telenovela nucleare e concentriamoci sul nocciolo del problema: la disputa commerciale e finanziaria. Ecco i punti principali.
In primo luogo, Washington si appresta a sbloccare circa 25 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati all’estero. Gli sherpa americani puntualizzano che lo sblocco avverrà «sotto condizioni» ma la precisazione appare ogni ora più flebile. Metà dei soldi potrebbero esser consegnati ai legittimi proprietari già all’atto della firma.
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Biolaboratori americani in Ucraina. L’intelligence USA declassifica le prove
di Gianandrea Gaiani
Disinformazione putiniana? Complottismi dei filorussi? Macché, era tutto vero e le ricerche statunitensi su agenti patogeni altamente contagiosi hanno esposto per anni a grave rischio l’intera Europa.
Con il comunicato stampa n. 10-26 del 12 giugno 2026, l’Office of the Director of National Intelligence (ODNI) ha ufficialmente squarciato il velo su una delle questioni più controverse degli ultimi anni: la rete di oltre 120 biolaboratori finanziati dal governo degli Stati Uniti in più di 30 Paesi.
Il Direttore dell’Intelligence Nazionale (DNI), Tulsi Gabbard, ha reso noto che la documentazione relativa a tali strutture — inclusa la rete presente in Ucraina — è stata declassificata e resa accessibile al pubblico.
L’ammissione ufficiale sui rischi e i finanziamenti Secondo quanto dichiarato dall’ODNI, la comunità di intelligence ha confermato che molti di questi laboratori hanno operato, con scarsa supervisione, nella ricerca su agenti patogeni altamente contagiosi, includendo in alcuni casi studi di Gain-of-Function, cioè la modifica genetica di un organismo in modo da potenziare le funzioni biologiche dei prodotti genici.
Il documento chiarisce che la permanenza di tali strutture in zone di conflitto, come quella in corso tra Russia e Ucraina, espone il territorio e la sicurezza globale a rischi elevati di “compromissione, sequestro o danno”. La rottura con il passato Il comunicato segna una netta discontinuità rispetto alla gestione dell’amministrazione precedente.
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Lezioni iraniane
di Fabrizio Casari
Ammesso e non concesso che l’intesa intervenuta tra Stati Uniti e Iran trovi la sua formale approvazione, che non sia il 39esimo annuncio seguito da stop and go, la questione, dopo oltre 100 giorni di guerra che hanno cambiato il quadro politico e militare del Golfo Persico e del Medio Oriente, è stabilire chi ne esce sconfitto e chi vittorioso. Come già in precedenza Israele attacca per sabotare l’accordo, sa che la campana suona per Tel Aviv. Perchè il barometro della vittoria indica che l’Iran esce rafforzato sul piano strategico, avendo resistito e contrattaccato e mantenuto intatti territorio, sistema politico e assetto costituzionale, che erano gli obiettivi dell’aggressione israelo-statunitense.
Sul piano regionale i riflessi sono evidenti. È venuta meno l’idea di scambio tra petrolio, dollari e sicurezza su cui le petro-monarchie e gli USA hanno retto decadi di alleanza. L’incapacità dimostrata dagli Usa di difenderle spinge oggi Arabia Saudita e EAU a cercare un’intesa diretta con Teheran e a mettere in forse il ruolo degli USA che, lungi dal proteggerli, li ha resi un bersaglio.
Questo ridisegnerà un cambio globale di strategia statunitense per una regione che continua ad essere decisiva per una economia internazionale che ha ancora nel fossile la sua quota maggiore di generazione di energia e nei fondi sovrani dell’area una capitalizzazione fondamentale per il debito USA.
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Quinte Colonne dell’imperialismo. Gli agit-prop della dissidenza
I casi Satrapi e Navalny
di Fulvio Grimaldi
Sono i massimi idoli dei media in Occidente. Sono prime donne e primi uomini, ma oggi come oggi, si sa, vanno di più le prime donne, dentro e fuori wako, in tutti i talkshow e su tutte le onde radiofoniche. Fanno incetta di premi Nobel per la Pace e di quelli Oskar. Nei Festival nessuno merita più di loro un tappeto rosso chilometrato. Sono l’estrema conferma della superiorità della civiltà bianca, cristiana, con al centro e in testa le donne. Sono il puntello, il paracadute, la stampella, l’integratore vitaminico di ogni campagna che esalta i valori occidentale e depreca i disvalori altrui. Sono l’assist irrinunciabile a ogni visione, azione e aggressione colonialista e imperialista, per iscritto, parlato, o bombardato.
Sono i testimoni nativi del mondo delle barbarie. Sono la diaspora. Sono la dissidenza.
Si potrebbe partire da Dante e Machiavelli, Pablo Neruda, o Nureyev. Ma non la finiremmo più e ci ritroveremmo in un ginepraio dove la fuga da una dittatura si confonde con quella del transfuga comprato e prezzolato. Partiamo da ciò che troviamo in giro ora. E che ora incide sulla percezione che il volgo e l’inclita hanno del reale.
I dissidenti che qui ci interessano si dividono in nativi transfughi e nativi stanziali. Nella prima categoria, tra i più celebri, o celebrati, troviamo i russi Solženicyn, Kasparov, il figlio dello Shah Pahlevi, la Premio Nobel iraniana Shirin Ebadi, l’artista cinese Ai Weiwei. Tra quelli rimasti, volenti o nolenti, nel loro paese ricordiamo, su tutti, Nelson Mandela, poi il Nobel per la Pace cinese Liu Xiaobo, le iraniane di “Donna, Vita, Libertà”, il giornalista tedesco sanzionato da Bruxelles e da Berlino, Hüseyin Doğru.
Coloro che stanno in paesi sgraditi all’Occidente euro-atlantico di solito godono del sostegno aperto di Amnesty International, Human Rights Watch e, in misura meno visibile, di National Endowment for Democracy, o USAID, agenzie USA che lavorano là dove la presenza diretta della CIA comprometterebbe il corretto esito cognitivo delle opinioni pubbliche. Sono quelli, insieme a centinaia di altre ONG, che vengono utilissimi per le operazioni colorate, di regime change.
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Il sole della Sicilia brilla a Wall Street
di Francesco Cappello
Come i fondi pensione americani e i giganti della finanza stanno trasformando l’entroterra siciliano nella nuova frontiera dell’estrattivismo verde
C’è un filo invisibile, ma d’acciaio, che collega un campo graziato dal sole nell’entroterra siracusano ai grattacieli di specchi di Manhattan. Quando la luce del Mediterraneo batte sui nuovi impianti fotovoltaici di Francofonte o Lercara Friddi, a migliaia di chilometri di distanza un algoritmo calcola il rendimento futuro per i fondi pensione degli insegnanti americani o per i giganti come BlackRock. A prima vista, la massiccia ondata di investimenti in energie rinnovabili che sta investendo la Sicilia sembra una storia lineare di redenzione ecologica e transizione energetica. Ma sollevando il velo della narrazione green emerge una realtà molto più complessa: un’imponente operazione di ingegneria finanziaria dove il bene più prezioso non è il pannello solare, né l’energia prodotta, ma il “pezzo di carta” dell’autorizzazione burocratica. L’isola si è trasformata in un laboratorio europeo di finanziarizzazione del territorio, dove le risorse naturali vengono smaterializzate in asset liquidi, lasciando alle comunità locali i vincoli fisici e i costi ambientali, mentre la rendita geopolitica del XXI secolo vola oltreoceano.
Negli ultimi anni la Sicilia – insieme alla Sardegna – è diventata uno dei territori più ambiti d’Europa per gli investimenti nelle energie rinnovabili. A prima vista potrebbe sembrare una storia semplice: l’isola gode di un irraggiamento solare eccezionale, dispone di ampie superfici agricole e si trova al centro della strategia europea di decarbonizzazione. In questa lettura, l’arrivo di grandi capitali internazionali rappresenterebbe una buona notizia: nuovi investimenti, più energia pulita, minore dipendenza dai combustibili fossili.
La caccia all’oro burocratico: perché il vero tesoro è il “pezzo di carta”
Ma osservando più da vicino ciò che sta accadendo, emerge una vicenda molto più complessa, che riguarda non soltanto la transizione energetica, ma anche la finanziarizzazione del territorio, il ruolo dei fondi di investimento e il modo in cui il denaro pubblico finisce per orientare enormi flussi di capitale privato.
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Note sull’aggressione contro Cuba e sulla desistenza geopolitica*
di Eros Barone
L’attuale crisi energetica che Cuba sta affrontando non è né un fenomeno naturale né un semplice deficit delle infrastrutture: è invece il culmine di un assedio geopolitico pianificato con precisione sistematica nel corso di sei decenni. Ciò che l’isola sta vivendo oggi è l’intreccio micidiale tra la guerra economica tradizionale – il blocco – e un contesto internazionale i cui protagonisti, anziché agire per ridurre lo squilibrio dei rapporti di forza, hanno optato per quella che si può definire una “geopolitica della desistenza”. In altri termini, Cuba affronta non solo l’ostilità dell’Impero, ma anche l’abbandono silenzioso di coloro che, in teoria, dovrebbero sfidare l’ordine unipolare. D’altra parte, il blocco esiste perché Cuba sfida ancora lo ‘status quo’ e rimane un fenomeno scomodo all’interno del sistema capitalistico globale. Se Cuba non rappresentasse una minaccia reale, basterebbe ignorarla, ma il fatto che una simile anomalia – un paese socialista a soli 145 chilometri di distanza da un colosso imperialista - debba essere eliminata dimostra che la sua semplice esistenza è intollerabile per l’ordine che quel colosso intende perpetuare.
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Un naufragio con molti spettatori
Sennonché è necessario chiedersi che cosa rimanga della solidarietà internazionale quando i gesti simbolici sostituiscono le azioni concrete. Che cosa significa davvero sostenere Cuba quando il cappio si sta stringendo intorno al collo della vittima e il soffocamento diventa tangibile? E soprattutto: che cosa rivela dello schieramento geopolitico, che afferma di volere un mondo diverso, il fatto che resti a guardare un naufragio senza alzare un dito per soccorrere i naufraghi? Nelle dichiarazioni che improntano la loro retorica, la Russia e la Cina rivendicano un mondo multipolare, la fine dell’unipolarità e il rispetto della sovranità. Ma il loro vero obiettivo – rivelato dalle azioni piuttosto che dalle parole – è la graduale integrazione nelle regole del sistema che affermano di sfidare; il loro vero obiettivo non è la trasformazione dell’ordine mondiale, ma la negoziazione di un luogo più confortevole al suo interno. Coinvolte nei loro conflitti prolungati – l’Ucraina per la Russia, Taiwan e il Mar Cinese Meridionale per Pechino –, entrambe queste potenze hanno adottato una posizione difensiva.
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Capitalismo finanziario e guerra permanente
di Elena Basile
La guerra con l’Iran sembrerebbe aver avuto fine con la firma del MOU prevista per venerdì 19 a Ginevra. I dubbi sulla sua attuazione sono tuttavia leciti. Il MOU si regge sul cessate il fuoco anche a Gaza e in Libano. Quindi finalmente avremmo gli Stati Uniti che tengono sotto controllo Israele?
Secondo molti analisti indipendenti, si tratta invece di una guerra di attrito nella quale la coalizione Epstein cerca, alternando dialoghi e bombardamenti, di distruggere la resilienza iraniana. Teheran non recede dai suoi obiettivi e risponde a ogni provocazione relativa anche al Libano e a Gaza. Impone linee rosse che, una volta violate, vengono sanzionate con rappresaglie su Israele e sulle basi americane nel Golfo Persico.
L’obiettivo occidentale resta quello di indebolire l’alleato della Cina, rivale sistemico, e di destabilizzare il governo teocratico affinché il capitale finanziario USA in crisi possa nutrirsi di nuove materie prime ed energetiche. La Cina, tuttavia, è intervenuta con la sua riconosciuta autorità per porre fine al blocco di Hormuz, che è contrario ai suoi interessi come a quelli di Washington. Se una svolta positiva ci sarà, è grazie a Pechino e alle forze riformiste iraniane che hanno temperato gli obiettivi dei falchi. L’incognita Israele, quale variabile impazzita, permane.
La nuova guerra, non di territori ma di attrito, continua anche tra Russia e NATO per interposta Ucraina. Come nota Andrey Bezrukov, ex agente dei servizi, nel suo discorso al Foro economico di San Pietroburgo, gli occidentali punterebbero a colpire, grazie al sistema Starlink, le infrastrutture strategiche russe e a neutralizzare, con sistemi di difesa come il Golden Dome, le forze nucleari russe. L’escalation occidentale cresce con il sistema della “rana bollita”.
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