Perché l’Occidente sta fomentando la guerra contro la Cina?
di Alessandro Scassellati
Uno dei veri motivi che alimenta l’ostilità degli Stati Uniti e dell’Occidente collettivo nei confronti della Cina è che lo spettacolare sviluppo economico della Cina ha fatto aumentare il costo del lavoro cinese e ridotto i profitti delle aziende occidentali. Un secondo elemento è la tecnologia. Pechino ha utilizzato la politica industriale per dare priorità allo sviluppo tecnologico in settori strategici nell’ultimo decennio e ha ottenuto progressi notevoli. Lo sviluppo tecnologico della Cina sta ora infrangendo i monopoli occidentali e potrebbe offrire ad altri Paesi del Sud globale fornitori alternativi di beni industriali necessari a prezzi più accessibili. La possibile saldatura economica tra Cina e Sud globale rappresenta la sfida fondamentale all’assetto imperiale occidentale e allo scambio ineguale.
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Negli ultimi quindici anni, l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Cina si è evoluto dalla cooperazione economica all’antagonismo più assoluto (si veda il rapporto Revising US grand strategy toward China del 2015). I media e i politici statunitensi hanno continuato a impegnarsi in una retorica anti-cinese persistente, mentre il governo statunitense ha imposto restrizioni commerciali e sanzioni alla Cina e ha perseguito il rafforzamento militare in prossimità del territorio cinese. Washington vuole che la gente creda che la Cina rappresenti una minaccia.
L’ascesa della Cina minaccia effettivamente gli interessi degli Stati Uniti, ma non nel modo in cui l’élite politica statunitense cerca di presentarla. Le relazioni tra Stati Uniti e Cina devono essere comprese nel contesto del sistema capitalista mondiale.



In un mio articolo precedente avevo esaminato i risultati del vertice BRICS 2025 (Rio de Janeiro 6-7 luglio) 




Naturalmente, le speculazioni odierne continuano, come nel fine settimana, su cosa aspettarsi dall’incontro in Alaska tra Putin e Trump. Alastair Crooke, oggi, approfondisce le pressioni che Trump deve affrontare da diverse parti. La descrivo come se Trump si trovasse in una scatola, una scatola, in gran parte, creata da lui stesso. Oltre agli accordi che ha dovuto concludere per tornare alla Casa Bianca, c’è anche il suo passato con Epstein che lo perseguita, così come le pessime decisioni sul personale che continua a prendere, una sorta di marchio di fabbrica di Trump. Negli ultimi giorni ho sottolineato l’influenza di una delle decisioni più sconsiderate di Trump in materia di personale, il suo continuo affidamento al generale in pensione Keith Kellogg, e Crooke ne parla. Tra l’altro, oggi ho ascoltato una breve intervista (15 minuti) con Jeffrey Sachs. Sachs è solitamente caritatevole, ma si è riferito all’ottantenne Kellogg come a “quel vecchio”. Significativo. L’ipotesi è che Trump si affidi ai consigli di un uomo che vive nel passato ed è ormai troppo vecchio per affrontare la mutata realtà post-Guerra Fredda di una Russia che, pur mantenendo la continuità con il suo passato culturale, è diversa sia dalla Russia zarista che da quella sovietica.
Sono passati appena 30 anni da quando gli ideologi della borghesia, in un impeto di wishful thinking, hanno dichiarato la “fine della storia” dando per scontata l’intangibilità dell’imperialismo statunitense. Ma per le lotte e i movimenti popolari che sentivano sul collo lo stivale dell’imperialismo, non si intravedeva all’orizzonte una fine del genere.


Il Summit di Ferragosto tra Vladimir Putin e Donald Trump sta gettando nel panico le cancellerie europee, incluso il governo di Kiev, che puntavano tutto su una crisi prolungata nei rapporti tra le due superpotenze per mantenere in sella governi e capi di governo.




La tregua tariffaria tra Cina e Stati Uniti dovrebbe concludersi ad agosto. Cosa prevede che accadrà dopo? E cosa accadrà alle 
Nella civilissima Europa, culla della democrazia e dei diritti, qualunque analisi politica che ambisca a valere qualcosa deve necessariamente partire da questo presupposto: oggi il potere politico è completamente subordinato al potere economico. Da oltre quarant’anni i governi, di destra o sinistra che siano, favoriscono in tutti i modi i grandi soggetti imprenditoriali: privatizzano e liberalizzano i servizi pubblici, indeboliscono la posizione dei lavoratori (introducendo contratti precari, limitando i diritti sindacali, creando disoccupazione tramite la contrazione del settore pubblico e l’accoglienza di manodopera straniera), tagliano la spesa sociale per abbassare le tasse sui redditi alti e sui profitti d’impresa (e anche per costringere i cittadini a usufruire di servizi scolastici, sanitari e pensionistici privati), consentono agli industriali di chiudere stabilimenti per rilocalizzarli in paesi dov’è più conveniente operare e di reimportare i manufatti lì realizzati, tollerano gestioni finanziarie che sono forme legalizzate di evasione fiscale... e probabilmente ho dimenticato qualcosa.

Il pensiero di Liliana Segre, esternato ripetutamente sulla stampa più letta, appare attualmente in minoranza. Non era così quando, dopo 10.000 morti, mi vidi accusata dall’intero arco costituzionale, nonché dallo spazio mediatico, per aver avuto l’ardire di rivolgermi alla Senatrice per condividere una riflessione sull’esistenza di una medesima mentalità — riassumibile nella disumanizzazione del nemico — che accomuna i nazisti di un tempo agli israeliani di oggi.








































